CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

giovedì 10 maggio 2012

UNA LETTERA


















Due sono le porte dei sogni, dice il divino Omero, e diverso è pure il credito
che loro si deve riguardo agli eventi futuri.
Io credo che tu ora, più che mai in passato, abbia visto con chiarezza negli
avvenimenti che stanno per accadere.
Anch'io ho avuto oggi un'analoga visione.
Mi pareva che un albero alto, piantato in un grande triclinio, si piegasse al
suolo e dalle sue radici ne fosse cresciuto accanto un altro piccolo nato e ca-
rico di fiori. Io ero in grande ansia per quello piccolo, che non venisse divelto
insieme al più grande; ma quando gli fui più vicino, vidi il grande albero diste-
so a terra, mentre il piccolo era diritto ed eretto dal suolo.
Vedendo ciò, dicevo pieno di ansia: 'v'è pericolo per un albero così grande,
che neppure il germoglio si salvi!'
Allora un individuo a me completamente sconosciuto: 'Guarda attentamente
- disse - e fatti coraggio: poiché la radice resta in terra, il germoglio più pic-
colo rimane illeso e si innalzerà più saldo'.
Questo è stato il mio sogno; il dio sa a che cosa conduca.
Riguardo allo spregevole invertito apprenderei volentieri quando egli abbia
espresso tali affermazioni su di me, se prima o dopo il mio incontro con lui.
Chiariscimi dunque quanto puoi.
Quanto ai miei rapporti con lui, si sa che più volte, quando egli aveva ope-
rato ingiustamente verso i provinciali, io contro il mio decoro tacqui non
ascoltando certe accuse e non accettandone altre, ad alcune non prestan-
do fede, altre facendo ricadere su quelli della sua cricca.
Ma quando egli pretese di rendermi partecipe della sua turpitudine, invi-
ando quelle note scellerate e vergognosissime, che cosa dovevo fare?
Tacere ancora o combatterlo apertamente?
La prima sarebbe stata - io credo - una decisione insensata, servile ed
empia; la seconda giusta; coraggiosa e franca, ma non consentita dalle
circostanze che mi dominavano.
Che cosa ho fatto, dunque?
In presenza di molte persone, che sapevo avrebbero riferito a lui, dissi:
'Costui rettificherà certamente in ogni modo, quelle note vergognose, poi-
ché sono di un'impudenza senza pari'.
Ed egli, avendo appreso quanto avevo detto, invece di agire con una
certa moderazione, fece quello che, per dio, neppure un tiranno mode-
rato avrebbe mai fatto, pur essendo io così vicino a lui.
A questo punto che cosa doveva fare un ardente seguace delle dottrine
di Platone?
Lasciare in preda ai ladri uomini sventurati o proteggerli con tutte le forze
nel momento in cui, io credo, cantavano il canto del cigno a causa delle
azioni di questa banda invisa agli dèi?
A me sembra immorale, mentre condanniamo immediatamente a morte
e priviamo della sepoltura gli ufficiali quando lasciano il loro posto, abban-
donare la difesa di uomini sventurati quando si deve lottare contro simili
delinquenti, tanto più che ho come alleato il dio che mi ha assegnato ques-
to posto.
Se mi capiterà di subire qualche sventura, sarà conforto di poco conto
intraprendere l'ultimo viaggio con la coscienza del bene.....
Quanto all'ottimo Salustio, gli dèi lo conservino per me.
E se conseguenza di questa faccenda sarà che verrà un successore, ques-
ta evenienza forse non mi addolorerà.
E' meglio agire in modo onesto per breve tempo, che a lungo ma in modo
disonesto.............
In ultimo, che al più presto si riaprino i templi al culto ...degli Dèi.........
(Gallia, fine 359)
(L'epistolario di Giuliano Imperatore)




















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