CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 12 giugno 2012

CANTO DELL'ESSENZA DELLE COSE
















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pietroautier.fotoblog.it/archive/2012/06/12/cacciatori-di-poeti-2.html









Il temporale, la folgore, la nube del Sud.
Quando sorgono, sorgono dal cielo stesso,
Quando svaniscono, svaniscono nel cielo stesso.





















Arcobaleno, nebbia e caligine,
Quando sorgono, sorgono dall'aria stessa.
Quando svaniscono, svaniscono nell'aria stessa.

















La sostanza di ogni frutto e di ogni raccolto,
Quando si forma, sorge dalla terra stessa,
Quando svanisce, svanisce nella terra stessa...




















Fiumi, spume e onde,
Quando sorgono, sorgono dall'Oceano stesso,
Quando svaniscono, svaniscono nell'Oceano stesso.

















Passione, brama e avidità,
Quando sorgono, sorgono dall'anima stessa,
Quando svaniscono, svaniscono nell'anima stessa.


















Sapienza, illuminazione, liberazione,
Quando sorgono, sorgono dallo spirito stesso,
Quando svaniscono, svaniscono nello spirito stesso.

















L'esente-da-rinascita, il senza-condizioni, l'inesprimibile,
Quando sorgono, sorgono dall'essere stesso.
Quando svaniscono, svaniscono nell'essere stesso.





















Ciò che si considera come dèmone,
Quando sorge, sorge dallo stesso asceta,
Quando svanisce, svanisce nello stesso asceta,
Poiché queste apparizioni sono solo un giuoco illusorio dell'essenza
                                                                                           interiore......


















Realizzando la vera natura dell'anima,
Si riconosce che lo stato di illuminazione né viene né va.
Quando l'anima illusa dalle apparizioni del mondo esteriore,
Ha realizzato l'insegnamento circa i fenomeni,
Essa sperimenta che fra i fenomeni e il 'vuoto' non vi è differenza
                                                                                      alcuna.....

Quando la natura dell'anima
Viene paragonata a quella dell'Etere,
E' allora che si conosce rettamente l'essenza della verità.

(Milarepa)
(I dipinti del presente post sono di Nicholas Roerich)








domenica 10 giugno 2012

DOVE SI NARRANO LE GESTA DI GUERINO (...detto il Meschino...)












IL MESCHINO PRESE TUTTA LA STORIA,
LA CITTA' DI GERUSALEMME.....


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Partito Guerino da Presepoli, pose il campo alla città di Tracia, il terzo
dì la prese, e uccise i Turchi che erano dentro: prese altre città e da
tutte cacciò i Turchi.
Partito Guerino da Samasca andò sino al monte Stafalia e prese la cit-
tà di Antiochia Telesa e Salon; poi prese Baruti, e andò verso Damasco,
della quale furongli portate le chiavi gridando: 'Viva il Soldano di Persia!
Partito da Damasco prese il Siar, Aere, giunse a Betlemme e Gerusalem-
me.
E quando fu in Gerusalemme, segretamente una notte inginocchiato a
lato allo Santo Sepolcro di Gesù Cristo, pregollo che gli desse grazia di
trovar il padre suo (che tanti denari aveva lui conservato...ma ancora il
povero Guerin non l'avea ancor incontrato....), e la sua generazione, e
giurò sopra la Santa SEpoltura di attendere la promissione di Antinisca,
e che la farebbe cristiana.
Poi si partì da Gerusalemme, e andò al monte......

















IL MESCHINO GIUNSE IN AREZZO,
E DIMANDO' DELLA INCANTATRICE
ALCINA


Essendo il Meschino nella città di Arezzo, dimandò dov'era il monte della
fata Alcina; un uomo vecchio disse, che quelle montagne dov'è l'incanta-
trice sono in mezzo all'Italia, la città che sta appresso a questa montagna
si chiama Norza: ed in parte insegnò la via.
Il Meschino si partì d'Arezzo, e passate le montagne di Ascromonte venne
alla città di Norza, la quale è nella gran montagna d'Apenione.
Giunto all'osteria vi alloggiò; era l'oste un bell'uomo; accettò Guerino al-
legramente; quando fu smontato gli domandò donde veniva. Rispose il
Meschino: vengo da tutto il mondo, e non so di donde venga, nè dove mi
vada.
Disse l'oste: gentiluomo, vi è stato fatto dispiacere?
Ei rispose di no; l'oste disse: noi vogliamo che il nostro paese sia sicuro.
Allora disse il Meschino cercasti il mondo?
Rispose l'oste: io sono stato in Soria, in Romania, in Ponente, in Ispagna,
in Inghilterra, in Fiandra; ora son tornato alla mia patria, ed ho provato
del bene e del male.
Disse Guerino: udisti mai a dir dell'incantatrice Alcina?
L'oste rispose ch'era nelle montagne li appresso, ma lui non esser andato
nè volervi andare: se voi aveste voglia d'andarvi, per carità non andate,
che di cento uno non torna.
Disse Guerino: lasciamo questo parlare per ora.






















IL MESCHINO TROVO' L'OSCURE ALPI
NELLE QUALI DORMI' LA NOTTE,
E LA MATTINA ENTRO' IN UNA
DELLE QUATTRO CAVERNE


Partito il Meschino dalle tre Romiti, poco andò che trovò in fine delle
due montagne dov'era questo Romitorio; per mezzo queste alpi comincia
il colle di un sasso vivo.
Quando Guerino fu a mezzo questo poggio, pose mente dove si era e
dove gli conveniva andare, e si fermò tra due pensieri, l'uno lo confortava
all'andare, e l'altro a tornar indietro; alla fine egli riprese cuore, e superò
sè stesso; quando fu alla fine del poggio, le mani in più luoghi gettavano
sangue, si voltò indietro, e guardò il poggio; gli venne ancora pietà di sè,
ed esclamò: 'o lasso me, che vado io cercando?'
Pregò Dio e disse tre volte G.C. Nazareno ajutami; poi alzò gli occhi e
vide le cime dei monti che giungevano al suo parere al cielo.
Questa pareva una montagna fessa che fosse una cima attaccata all'altra,
e partita nel profondo, dove per mezzo gli conveniva andare: erravi tan-
to da quel fondo alla cima che appena si vedea l'aere, e andò con gran
fatica.




















Giunto a un campo, vide una largura, a modo di piazza quadrata;
eravi gran quantità di pietre rovinate, innanzi a lui era una montagna
molto maggiore delle altre.
Vide in questa montagna quattro entrate oscure, e perchè il sole an-
dava sotto, gli convenne dormire quella sera su quei sassi, e la matti-
na quando fu levato disse li sette Salmi Penitenziali e molte orazioni,
segnossi, tolse una candela accesa in una mano, e nell'altra teneva
la spada, entrò per mezzo una caverna perchè erano quattro, ma
pur tornavano in una, e disse tre volte:
'Gesù Cristo Nazareno tu mi ajuta'.
(Guerino detto il Meschino)













sabato 9 giugno 2012

LO SPECCHIO DELL'INQUISITORE (il paradiso della regina Sibilla & i libri proibiti)






Precedente capitolo:

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Eccellentissima e potentissima principessa
e mia reverentissima dama, signora duchessa
di Boubon e d'Alvernia, contessa di Clermont,
di Fourez, e signora di Beaujeu, etc.


























Eccellentissima e potentissima principessa e mia reverentissima signora,
mi raccomando alle migliori grazie vostre e del mio reverentissimo signore.
E poiché ogni promessa deve lealmente adempirsi, vi invio, mia reverentis-
sima signora, in iscritto e figura i monti del lago di Pilato e della Sibilla; i
quali monti sono diversi da come sono disegnati nel vostro arazzo; e anche
tutto quanto ho potuto vedere e sapere delle genti del paese, il giorno 18
maggio 1420 che io vi fui.
E ciò per mantenervi la mia promessa, e per non essere tacciato di poca
fede se mai sarò alla vostra presenza.





MONTE SIBILLA


Questo monte è dalla parte della marca di Ancona e nel territorio di un
castello chiamato Montemonaco, vale a dire il monte del monaco.
Da questo castello fino al punto più alto del monte, dove trovasi l'entrata
della grotta, vi sono nove miglia. E quando si è su in cima, si vedono ugual-
mente i due mari, come si vedono dall'altro monte; ma, in verità, non tanto
chiaramente perché è più basso dell'altro.
Il monte della regina è congiunto al monte del lago di Pilato.
La montagna è desolata e rocciosa dalla base sino alla metà circa. Dalla
metà in su vi sono prati bellissimi e piacevoli da potersi appena raccontare.
Vi sono infatti tante erbe e fiori di ogni colore, di strane fogge e odorosi
tanto che offrono gran diletto.




















COME CINQUE UOMINI
ENTRARONO NELLA CAVERNA


Non saprei che altro dire delle cose e meraviglie che vi sono.
Io infatti, non andai più avanti, né il mio scopo principale era di occuparmene.
D'altronde, se anche avessi voluto, non sarebbe stato possibile senza mio
grave pericolo.
Perciò, in verità, non saprei più che dirne, tranne solo che vi andai con il
dottore del paese chiamato signor Giovanni di Sora che mi guidava, e con
le persone del paese di Montemonaco che ci accompagnarono fin lassù
senza fare altro.
Essi udirono contemporaneamente a me una voce gridante a somiglianza
del pavone, che sembrava venire da lontano. La gente che era con me
diceva che era una voce del paradiso della Sibilla.















Ma io non vi credetti: ritenni che fossero i miei cavalli che stavano ai piedi
del monte, benché fossero molto in basso e lontani da me. Né altro vidi o
so tranne soltanto che quanto le persone del luogo e del paese suddetto
me ne raccontarono.
Alcuni se ne ridono e altri ci credono fermamente in base alle antiche sto-
rie del popolino, e ora anche per il racconto dei cinque uomini del detto
paese di Montemonaco che si spinsero più avanti degli altri in quel tempo.
Io parlai con due di essi, i quali mi raccontarono che in cinque, narrando-
si in buona compagnia le avventure intorno alla grotta, tutti d'accordo
stabilirono di andare fino alle porte di metallo che battono giorno e notte
come dirò poi.
Si fornirono essi di corde grosse e piccole, lunghe seimila tese, che le-
garono all'ingresso per ritrovare il cammino; portarono anche lanterne,
pietre focaie e acciarini, viveri per cinque giorni e altri oggetti necessari
poi vi entrarono.



























Dicono che la parte anteriore della grotta è stretta per circa un buon tratto
di balestra; dopo è abbastanza larga per andare agevolmente l'uno appres-
so all'altro, e in qualche punto anche in due o tre.
Si avanzarono per questa parte larga della grotta sempre discendendo se-
condo loro almeno tre miglia. Allora trovarono una fenditura attraversante
la grotta, da cui usciva un vento così orrido e strano che non vi fu chi osas-
se fare ancora un passo o mezzo passo: perché appena essi si avvicinavano,
pareva che il vento li trascinasse via.
Ebbero tale paura che deliberarono di tornare indietro lasciando sul posto
la maggior parte di quello che avevano portato. Si erano dedicati a tale
impresa così come suggerisce spesso la giovinezza alle persone oziose.



DON ANTONIO FUMATO
E I DUE TEDESCHI


In quella caverna vi sono molte cose strane e meravigliose secondo quanto
comunemente dicono gli abitanti per quanto sian cose che non possono tes-
timoniarsi con evidenza.
Oltre ciò che ho fin qui detto, mi fu ancora narrato da ecclesiastici e da altri,
che nel detto castello di Montemonaco, c'era un prete chiamato don Antonio
Fumato, il quale era un poco strano e malato di mente.
A causa della sua malattia andava in molti luoghi dicendo cose strane, così
come sogliono fare le persone malate di tale malattia e di poco buon senso.
Egli però parlava ed agiva senza far male ad alcuno.


























Questo prete ha più volte detto e assicurato senza mutamenti, che è andato
fino alle porte di metallo che giorno e notte battono senza posa aprendosi
e chiudendosi.
Ma poiché costui dava ogni tanto segni di pazzia come ho detto, pochi gli
credevano.
Dicesi che quel prete narrasse di aver ivi condotti due tedeschi che entraro-
no nel regno della Sibilla per le porte di metallo.



COME IL CAVALIERE E IL SUO SCUDIERO
ENTRARONO NELLA GROTTA
E COME FURONO ACCOLTI DALLA
REGINA SIBILLA E DALLE SUE GENTI


La gente del paese di Montemonaco racconta che è vero che detto
cavaliere e il suo servitore entrarono nella grotta.
Essi narrarono che quando giunsero nella piazzetta che è dopo le porte di
metallo, videro un'altra bellissima e ricca porta risplendente al lume che por-
tavano; e similmente videro risplendere la caverna come se tutta fosse di
cristallo.
Dopo aver molto bene osservato ogni cosa, ascoltarono a lungo, ma senza
mai sentir nulla. Per la qual cosa rimasero molto meravigliati; perché prima,
quando erano davanti alle porte di metallo, essi udirono grandissimo rumore
e mormorio di gente, ora che erano dentro, non sentivano più il minimo ru-
more.



























Il cavaliere vi dimorò così per lo spazio di 300 giorni, dei quali ben teneva
il conto. Egli così conobbe di aver tanto grandemente mancato verso il
Creatore, sia per tante cose mondane che aveva fatto contro il suo volere
e contro i suoi comandamenti, sia, specialmente, per l'orribile peccato in
cui viveva; a cagione del quale lo aveva completamente dimenticato per lo
spazio di 300 giorni, trascorsi in compagnia del DEMONIO; in quanto
egli ben s'accorse che lì era veramente il DEMONIO.

(prosegue in:
http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/06/09/dove-si-narra.html)

(Antoine de La Sale, Il Paradiso della Regina Sibilla)














 


giovedì 7 giugno 2012

GIOCHI DI SPECCHI





























































'Non esiste nessun libro il cui potere di illusioni simboliche al senso universale
della vita sia tanto grande, e, tuttavia, non esiste nessun libro in cui troviamo
meno anticipazioni, meno indizi per la sua stessa interpretazione'.
Io credo che queste parole, di Ortega, siano le più assennate, precise e ina-
movibili che si siano scritte sul 'Chisciotte' e sull'impossibilità di interpretarlo.
Per quale ragione?
Quel libro ci parla senza dubbio della verità, ma allo stesso tempo ci parla
della difficoltà di sapere e della verità, questa sì, irraggiungibile sembrano a
volte le idee che vi sono riflesse.
Ogni epoca si è accostata liberamente alla sua finzione per cercare le chiavi
di realtà che la stessa realtà è solita farci scomparire alla vista.
Da duecento anni chi si rivolge al 'Chisciotte' cerca nelle sue pagine le gallerie
dell'anima e degli umori, il cauterio a inconsolabili malinconie, il respiro per
romantiche imprese o i rimedi per ricomporre l'infranta e dissipata vita nostra.
Tutto il mondo conosce la trama del 'Chisciotte' e il suo argomento, tra le
altre cose perché è un romanzo che non ha argomento.




















Neppure le vite di solito ne hanno.
Di fatto, perfino quelli che non lo hanno letto sanno di questo libro, almeno
in Spagna, quel che c'è da sapere: che Don Chisciotte, sempre dalla parte
dei derelitti, non era del tutto pazzo, e che Sancio Panza, sempre dalla par-
te di don Chisciotte, non era del tutto scemo.
Come nella vita, succedono cose, ma non si vedono in esse una casualità
né un principio di determinazione. Così succede con il 'Chisciotte' che po-
trebbe essere riassunto come segue: un vecchio 'hidalgo' mancego diventa
pazzo leggendo libri di cavalleria e decide, alla soglia dei cinquanta, e mal-
grado gli acciacchi ai reni, di emulare i suoi eroi, indossa desuete armature
che trova in un abbaino, e parte accompagnato da uno scudiero, che fa
contento con promesse vaghe quanto il fine che persegue nella sua impresa,
ciò che lui chiama raddrizzare i torti e le ingiurie, le calunnie e le maldicenze,
vale a dire ristabilire onori e mettere un po' a posto questo schifo di mondo.
































Il cavaliere è più pazzo che assennato e il suo scudiero più assennato che
pazzo, ma nessuno dei due rinuncia alla propria pazzia né alla propria assen-
natezza.
Escono allo scoperto e capitano loro delle avventure, quasi sempre insen-
sate. E' romanzo in cui si parla apertamente della vita, ma, questo non è
meno importante, in cui si tratta anche senza vergogna di libri e di letteratu-
ra, che sia Cervantes sia don Chisciotte divorano con non reprimibili ansie.
Come Dio nel rovereto, don Chisciotte dirà una volta: 'Io so bene chi sono',
ma altrove si giustificherà confessando: 'Ancora non so che cosa conquisto
a forza di travaglio'.
E' un romanzo in cui non c'è sesso né violenza, nonostante quello che imma-
gino potrebbe venire a dirmi qualche cattedratico.
E' un libro che strappa lacrime e risate, ed è il più dolce, balsamico e allegro
tra tutti i libri tristi che esistono.
Don Chisciotte non è un pazzo allegro, certo.
All'avventura lo spinse, non si dimentichi, la sofferenza:
'Diventerò pazzo veramente',
ci dice,
'ed essendolo davvero, non soffrirò più'.


























Questo di non sentire è il sogno di tutti quelli che conoscono i limiti intolle-
rabili della sofferenza, della pena, della solitudine; cioè, di tutti quelli che non
conosceranno altra cosa che la sofferenza, la pena e la solitudine sino alla
fine dei loro giorni.
Le volte in cui don Chisciotte ride sono proporzionalmente inverse a quelle
in cui ci fa ridere, e purtuttavia è uomo con grande presenza d'animo.
Tutto il 'Chisciotte' è, per di più, una continua domanda che Cervantes si
pone e fa in modo che il lettore si ponga:
'possono i libri renderci felici?' 'A quale prezzo?' 'A che cosa servono e per-
ché fanno impazzire non soltanto quelli che li leggono ma anche quelli che,
come l'autore, scrivendoli, perseguono un'altra non meno intangibile pazzia,
che è quella della fama e dell'onore nel tempo presente e dell'immortalità in
quello futuro?'.
Ricordiamo spesso che don Chisciotte divenne pazzo leggendo libri, ma
dimentichiamo che Alonso Quijano il Buono, riacquistando il senno, si ram-
marica soltanto del fatto che il ravvedimento gli giunga così tardi e non pos-
sa compensare tante cattive letture di libri pieni di frottole.






Non gli fa paura morire, anzi si rallegra di essersi affrancato dai libri di ca-
valleria, ma gli dà pena defungere senza averne letto altri 'che siano luce dell'-
anima'.
Che ammirevole voracità, quale irriducibile lettore fu don Chisciotte, e così
credette, perfino nelle fauci della morte, che dei libri potessero restituirgli la
vita che altri gli avevano tolto, contro l'opinione, naturalmente, di Sancio, che
non vide nella assennatezza del padrone altro che la propria estinzione come
personaggio.
Ricordiamo, ancora, che l'origine del 'Chisciotte' è un libro, un manoscritto
vecchio trovato al mercato di Toledo. Non è neppure una storia che s'inven-
ta Cervantes, ma che lui fa tradurre.
I giochi di specchi sono infiniti e il libro è allora il libro dei libri, al di là di tut-
ti i libri, come 'Las Meninas' è una metafora della pittura in cui si vede Velaz-
quez dipingere il quadro che, pur di spalle a lui, è quello che vede lo spettatore.
Naturalmente tanti libri da tutte le parti dovevano prestarsi a una lettura sim-
bolica, e quella che ha risulta chiara.
Assistiamo, dunque, allo scontro del vecchio mondo con il nuovo, il mondo
dei libri di cavalleria messo in discussione da una società che cominciava a
stancarsi di quelli, e combatte tra realtà e finzione, tra il mondo medievale
e quello rinascimentale.


























Si è detto, e con ragione, che il dramma di don Chisciotte è consistito nel
voler cambiare con armi vecchie, piene di ruggine e fuori uso, i torti e i so-
prusi del presente. Cioè: cambiare con le armi del passato un presente per
il quale hanno perduto ogni efficacia.
Uno dei componenti di quel vertice cui ci siamo riferiti è in quella che forse
può essere la suprema contraddizione e il più acuto dei contrasti di quel ro-
manzo, che riguarda non unicamente il mondo di un pazzo, ma quello di
tutti noi che leggiamo il 'Chisciotte': il confronto tra ciò che crediamo e ciò
che siamo, tra ciò che siamo e ciò che gli altri ammettono che siamo.
Tra l'eroe che immagina di essere don Chisciotte e la considerazione degli
altri, che lo ritengono pazzo, vi è la stessa distanza che vi è tra ciò che sia-
mo e ciò che la gente pensa di noi: questa è la fonte dell'insoddisfazione o,
se si vuole del desiderio.
(Andrés Trapiello, Le vite di Miguel de Cervantes)


 










  


mercoledì 6 giugno 2012

MERCOLEDI















Prosegue in:


http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2010/10/12/intermezzo-televisivo.html











Nel settembre del 1970 Malcom aveva sostenuto le prove scritte della sua
tanto ritardata laurea.
Tutto era andato magnificamente per le prime due ore; Malcom aveva spie-
gato in maniera avvincente il mito della caverna di Platone (i suoi misteri,...
i suoi scritti....). Aveva analizzato la condizione di due pellegrini dei 'Rac-
conti di Canterbury' di Chaucer, aveva discusso il significato dei topi nella
'Peste' di Camus, e si era aiutato con un po' d'improvvisazione a proposito
della lotta di Holden Caulfield contro l'omosessualità in 'Il giovane Holden'
di J.D. Salinger.






















Arrivato all'ultima pagina, si trovò di fronte a un ostacolo insormontabile:
'Approfondire almeno tre episodi di rilievo nel 'Don Chisciotte' di Cervantes,
chiarendo il significato simbolico di ciascun episodio, il suo rapporto con
gli altri due e con l'intreccio del romanzo, e mettere in luce il modo in cui
Cervantes si è servito di questi episodi per caratterizzare Don Chisciotte e
Sancio Panza'.
Malcom non aveva mai letto il 'Don Chisciotte'.
Per cinque preziosi minuti rimase a fissare il tema. Poi, con molta cura, pre-
se un foglio d'esame in bianco e cominciò a scrivere:
'Non ho mai letto il 'Don Chisciotte', ma credo che il protagonista sia stato
sconfitto da un mulino a vento.






















Non so cosa sia successo a Sancio Pancia'.
'Le avventure di Don Chisciotte e di Sancio Pancia, una coppia che, secondo
l'opinione pubblica corrente, andava in cerca di giustizia, possono essere pa-
ragonate alle avventure dei due personaggi più celebri di Rex Stout: Nero
Wolfe e Archie Goodwin. Per esempio nella classica avventura di Wolfe, in
'The Black Mountain'.



















Terminata la lunga dissertazione su Nero Wolfe imperniata sulla vicenda di
'The Black Mountain', Malcom consegnò le sue prove scritte, se ne tornò
a casa e si mise a contemplarsi i piedi nudi.
Due giorni dopo fu chiamato nell'ufficio del professore di letteratura spa-
gnola. Con sua sorpresa, Malcom non fu rimproverato per le prove d'esa-
me. Il professore, invece, gli chiese se lo interessavano i 'gialli'.
Malcom disse la verità:
'la lettura dei gialli lo aveva aiutato a mantenere una parvenza di equilibrio
mentale nel college'.





























Il professore gli chiese sorridendo se gli avrebbe fatto piacere di 'conser-
vare questo equilibrio per denaro'. Malcom rispose che gli avrebbe fatto
piacere senz'altro.
Il professore fece una telefonata e quello stesso giorno Malcom pranzò
col suo primo agente della CIA.
Non è insolito che professori e presidi dei colleges, nonché altri membri
ed insegnanti del corpo accademico, si occupino di reclutare personale
per la CIA. Agli inizi degli anni Cinquanta un insegnante di Yale ingaggiò
uno studente che in seguito fu preso mentre cercava di penetrare nella
Cina comunista.


























Due mesi più tardi Malcom fu dichiarato 'idoneo per impieghi ordinari'
(nella biblioteca cittadina), il che avviene al 17 per cento di tutti coloro
che fanno domanda per entrare nella CIA.
Dopo un affrettato periodo di preparazione speciale, Malcom salì la
breve scala di ferro dell'American Literary Biblioteca Comunale &
Historical Society che lo condusse verso Mrs Russell, il Dr. Lappe,
e la prima giornata come agente dello spionaggio.
(James Grady, I sei giorni del condor)















martedì 5 giugno 2012

PRENDETELO VIVO (politici & fondamentalisti)
































Precedenti capitoli:

www.terranews.it/opinioni/2011/05/cronologia-storica-di-un-terrorista &

www.terranews.it/opinioni/2010/01/william-casey-ovvero-il-padrino &

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2011/05/21/politici-e-fondamentalisti-3.html









.....I due ormai abitavano in motel economici a Laurel e College Park,
nel Maryland, ......a meno di 20 (venti) chilometri dalla Casa Bianca.
I 19 (diaciannove) terroristi erano entrati (ENTRATI) senza inconvenienti
già alla metà di luglio.
15 (Quindici) erano sauditi, compresi al-Mihdhar e al-Hazma, altri due
provenivano dagli Emirati Arabi Uniti; Mohammed Atta era l'unico egizia-
no e Ziad Jarrah l'unico libanese.
I dirigenti del gruppo, quelli addestrati come piloti, comprendevano gli e-
lementi della cellula di Amburgo (Germany), che avevano raggiunto la
Germania da Kandahar verso la fine del 1999 e poi si erano iscritti alle
scuole di volo americane.






















Nella prima metà del 2001 i cospiratori addestrati come piloti furono
raggiunti negli Stati Uniti dai loro collaboratori, reclute saudite non abilitate
al pilotaggio, giunte in Florida e nel New Jersey tra il 23 aprile e il 29 giugno,
che si sistemarono in appartamenti d'affitto a breve termine e motel, in attesa
del segnale.




















Gli ultimi sauditi provenivano in gran parte dalle zone irrequiete del sud-ovest
del regno.
Alcuni avevano frequentato l'università, altri non avevano istruzione superiore.
Alcuni avevano un passato da depressi o alcolisti, altri ancora non si erano di-
mostrati molto religiosi, prima di trovarsi all'improvviso di fronte a idee fonda-
mentaliste e radicali che cambiarono in modo sensazionale il loro atteggiamento.



























Quasi tutti i dirottatori erano stati in Afghanistan per la prima volta nel 1999
o nel 2000, quando Mohammed Atef e Khalid Sheikh Mohammed avevano
cominciato a organizzare la versione definitiva del loro piano suicida, che pre-
vedeva il dirottamento di aerei di linea.



















Secondo quanto dichiarò in seguito Tenet, alla maggior parte di questi
fiancheggiatori sauditi 'venne rivelato ben poco oltre il fatto di essere
destinati a una missione suicida negli Stati Uniti.






















Conducevano una vita tranquilla, senza nascondersi e senza dare nell'-
occhio. Non lavoravano e si spostavano spesso.
Non noleggiarono e non acquistarono telefoni cellulari, ma comunicaro-
no usando decine di carte telefoniche prepagate; presero lezioni d'inglese
e si addestrarono sui simulatori di volo della Boeing in una mezza dozzina
di scuole diverse.


















Tre furono multati per eccesso di velocità, ma non sollevarono sospetti.
Nawaf-al-Hazman, il saudita sorvegliato dalla CIA dopo la riunione in
Malaysia, viveva come se non avesse alcun timore di venire individuato
o fermato.






























Rimase sempre negli Stati Uniti (USA) dopo l'arrivo dall'Asia sudorientale
il 15 gennaio 2000.
Risultava nell'elenco telefonico di San Diego, aveva aperto un conto cor-
rente in una banca locale e una volta, il 1° maggio 2001, aveva addirittura
denunciato un tentativo di rapina per strada alla polizia di Fairfax, in
Virginia, anche se in seguito aveva deciso di non insistere nell'accusa......
(S. Coll, La guerra segreta della CIA)










    

venerdì 1 giugno 2012

VERSI E PROSA












































Prosegue in:


http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/06/02/ordine.html &

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2012/06/02/disordine.html











In linea generale, calcolare, misurare, sono operazioni del tutto umane.
Implica che si sovrappongono, realmente o idealmente, due oggetti per un certo
numero di volte.
La natura non pensa a questa sovrapposizione, non misura, calcola e conta!
Tuttavia la fisica conta, misura, mette in relazione tra loro le variazioni 'quantitative'
per ottenere delle leggi, e ci riesce. Il suo successo sarebbe inspiegabile, se il mo-
vimento costitutivo della materialità non fosse il movimento stesso che - da noi
proiettato al suo termine ultimo, sino cioè allo spazio omogeneo - alla fine ci fa con-
tare, misurare, seguire nelle loro rispettive variazioni i termini che sono funzione l'-
uno dell'altro.
Per effettuare questa proiezione, la nostra intelligenza ha solo bisogno di assecon-
dare la propria inclinazione, dato che è naturalmente orientata verso lo spazio e le
matematiche; intellettualità e materialità sono infatti della stessa natura e si produ-
cono nella stessa maniera.








































Se l'ordine matematico fosse qualcosa di positivo, se ci fossero, immanenti alla
materia, leggi paragonabili a quelle dei nostri codici, il successo della nostra scienza
avrebbe del miracoloso.
Quali probabilità avremmo, infatti di scoprire l'unità di misura della natura e di iso-
lare le variabili che essa avrebbe scelto per determinarne le reciproche relazioni?
Ma il successo di una scienza strutturata matematicamente sarebbe altrettanto in-
comprensibile se la materia non avesse tutto ciò che occorre per rientrare nei nostri
schemi.
Non resta dunque che una sola ipotesi plausibile: che l'ordine matematico non abbia
niente di positivo, che sia la forma cui tende, di per sé, una certa 'interruzione', e che
la materialità consista precisamente in un'interruzione di questo genere.








































E questo appunto perché alla base della natura non c'è alcun sistema definito di leg-
gi matematiche, e perché la matematica in generale rappresenta semplicemente la
direzione nella quale ricade la materia.
....Ma forse il filosofo si rifiuterà di fondare una teoria della conoscenza su simili
considerazioni. Ne avrà orrore, perché l'ordine matematico, essendo un ordine, gli
sembrerà racchiudere qualcosa di positivo.
Invano affermiamo che quest'ordine si produce automaticamente per l'interruzione
dell'ordine inverso, che è, anzi, questa interruzione stessa. Ciò non toglie che conti-
nui a sussistere l'idea che 'potrebbe non esserci affatto ordine', e che l'ordine mate-
matico delle cose, essendo una conquista sul disordine, possiede una realtà positiva.
Approfondendo questo punto, si potrebbe vedere quale decisivo ruolo abbia l'idea
di disordine nei problemi relativi alla teoria della conoscenza. Essa non vi compare
esplicitamente, ed è per questo che non ce ne si è mai occupati.
































...Difficoltà e illusioni derivano normalmente dal fatto che un modo di esprimersi
essenzialmente provvisorio venga assunto come definitivo. Derivano dal fatto che
un procedimento volto a una pratica venga trasposto nell'ambito della speculazio-
ne.
Se scelgo a caso un volume della mia biblioteca, posso riporlo dopo avergli dato
un'occhiata, dicendo:
non sono versi.
E' proprio questo che ho visto sfogliando il libro?
Evidentemente no!
Non ho visto, né mai vedrò, un'assenza di versi. Ho visto la prosa.
Ma siccome desidero la poesia, esprimo ciò che trovo in funzione di ciò che cerco,
e invece di dire 'ecco la prosa', dico 'non sono versi'.
Per contro, se mi viene voglia di leggere prosa ma mi imbatto in un volume di versi,
esclamerò: 'non è prosa', traducendo così i dati della mia percezione, che mi fa ve-
dere dei versi, nel linguaggio della mia aspettativa e della mia attenzione, che sono
fissate sull'idea di prosa e non vogliono sentir parlare d'altro.
























Ora, se David mi ascoltasse, dalla mia doppia esclamazione dedurrebbe che prosa
e poesia sono due forme di linguaggio riservate ai libri, e che queste forme dotte si
sono sovrapposte a un linguaggio più rozzo, che non era né in prosa né in versi.
Parlando di questa cosa che non è né versi né prosa, egli crederebbe del resto di
avercela in mente: si tratterebbe però solo di una rappresentazione.
Andiamo ancora più avanti: se David domandasse al suo professore di filosofia
in che modo la forma prosa e la forma poesia si sono sovrapposte a ciò che non
possedeva né l'una né l'altra, e se volesse ricavare in qualche modo la teoria dell'-
imporsi di queste due forme a tale materia semplice, allora la pseudorappresenta-
zione potrebbe creare uno pseudoproblema.
Il suo problema sarebbe assurdo, e l'assurdità deriverebbe dal fatto che egli avrebbe
ipostatizzato a sostrato comune della prosa e della poesia la negazione simultanea
di entrambe, dimenticando che la negazione dell'una comporta la posizione dell'altra.

































Supponiamo ora che ci siano due specie di ordine, e che questi due ordini siano
due termini contrari all'interno dello stesso genere. Supponiamo anche che l'idea di
disordine sorga nella nostra mente tutte le volte che, cercando una delle due specie
di ordine, incontriamo l'altra.
L'idea di disordine avrebbe allora un significato preciso nella pratica corrente della
vita; per comodità di linguaggio, essa oggettiverebbe il disappunto di uno spirito
che si ritrova in presenza di un ordine differente da quello di cui ha bisogno, ordine
di cui, per il momento, non sa che far(sen)e e che, in tal senso, per lui non esiste.
Ma di questa idea non si potrebbe fare alcun uso teorico.
E se, malgrado tutto, pretendessimo di introdurla in filosofia, perderemmo imman-
cabilmente di vista il suo vero significato. essa rilevava l'assenza di un certo ordine,
ma  a vantaggio di un altro; ma siccome essa può applicarsi di volta in volta a cias-
cuno dei due ordini, e anzi oscilla in continuazione tra i due, noi la cogliamo per
via, o meglio in aria, come il volano tra le racchette, e la trattiamo come se rappre-
sentasse non più l'assenza dell'uno o dell'altro ordine indifferentemente, ma l'assen-
za di tutti e due insieme: fatto che non può essere né percepito né concepito, ma
è una pura entità verbale.
Nascerebbe così il problema di sapere in che modo l'ordine si imponga al disordine,
la forma alla materia..........
(H. Bergson, L'evoluzione creatrice)