IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 2 settembre 2015

COSA E' LA MEMORIA? (1)




















Prosegue in:

Cosa è la Memoria? (2)














Gli antichi fasti di Bisanzio sono trascorsi, la Memoria, dicono, giammai perduta solo evoluta da ciò che era e non sarà mai più. Sembra una bella battuta una buona dicitura, una buona rima per coniugare o alleviare i mali della vita, ma perché proprio Bisanzio per l’apertura di questa nuova Poesia giacché in coro dicono mai la vera Memoria smarrita… anzi ogni giorno rettamente nutrita? Perché regnò una antica disputa ove l’infallibile Teologia governò la volontà nel ‘presidio’ confino senza più Dio.
Iconoclastia fu detta.
Per tanti un qualcosa che assomiglia alla plasticità con cui condividere la Vita, in verità una disputa nella quale l’icona preludio di una antica e moderna ‘visione’ con cui pregare l’ortodossa via nel paradosso della dottrina in cerca del volto cui condividere i nuovi Dèi trapassati a miglior vita nell’immagine figurata desiderata evoluta adorata dispensata… e forse anche pregata… in minimo ingombro contenuta al ‘canone’ della comune ‘Parabola’ celebrata… 



 
- Cui discutere i Principi padroni del peccato, oppure ancor più vero, come ‘peccare’ con maggiore ingegno e senza peccato, e senza, per questo, recare torto alcuno in attesa del perdono acquistato al ‘libero mercato’ Pellegrinaggio annunciato… Due Aver un Pater et qualche santa offerta che il peccato è così abdicato ad altro agnello immolato in ragione del Dio così pregato nell’eterno inganno… Ed il Prefetto annunciato presieda l’Opera in maschera del lieto evento presidiato affinché ognuno ne rimanga estasiato fra un funerale et un nero pellegrino affogato in alto mare in ‘onda’ rivenduto per carne da macello dai fascisti dal grande ingegno accompagnati dal coro dell’Interno… 
- Cui sacrificare l’Eresia peccato senza icona e Notaro a certificare la Verità taciuta e confusa… al rogo… scolpita nella Parola muta, e come la Storia dispensa et insegna, perseguitata all’ora del Tempo senza Memoria affinché l’oste possa saziare il banchetto dell’eterno et ingordo appetito… così et per sempre nutrito… 
- Cui discutere eterno Verbo al sacrificio della Vita divenuta d’improvviso antica prigione dello Spirito ove anche quello all’anno 1984 del nuovo Evo Antico di nuovo perseguitato da chi custode della Verità taciuta…
- Cui governare popoli e idee al rogo della dottrina ove l’immagine di Dio per sempre rivenduta nell’eterna guerra nominata Vita… Finché c’è quella c’è sana e duratura speranza è commercio del ‘libero mercato’ assistito e partorito dal moderno ingegno al califfato rivenduto prima e dopo l’eterno e templare macello affinché la ‘geostrategia’ avanzi e i popoli… carne che cammina… Se son troppe formiche dal satellite assistite affogheranno nella pozzanghera del nero mare giusto concime dell’eterna macchina dell’umano ingegno partorite cui affidare le nostre… e altrui vite…  
Un Tempo perduto un miraggio lontano deserto divenuto al mare rubato, l’immagine del Creato visione di peccato all’odierna icona crocefissa divenire pietra di nera Memoria, ove ugual Dio governare e dividere l’Ortodosso ed Eretico principio nel comune spazio della Storia cresciuto numerato e di nuovo al mare tornato e perito… là dove appena partito…
Questo il Pensiero gnostico che governa il Secondo nella frazione senza Tempo a condividere il Frammento ciclico della Storia che annuncia la nuova e antica venuta. E se il Tempo dicono evoluto nello spazio condiviso in verità giammai esistito nel baratro e nell’Abisso cui l’uomo  caduto.
E se il Tempo custode della Materia ove la Vita evoluta allora componiamo diversa preghiera cui affidare la paura che da lui deriva.
E se il Tempo tuona ugual Secondo nell’Opera creata  rimembriamo l’ora della Prima venuta… quando l’eretica Verità annunciata e perseguitata…




…Scusate non è pazzia mentre increduli si avvia  Tempo e Pensiero di una diversa dimensione ed in cui l’educazione e con essa la futura cultura edifica la ‘stratigrafia’ della discussa venuta… La Stagione mutata e all’inizio del nuovo Autunno ogni alunno si accinge al viale alberato ove incorniciare il nuovo ed antico ricordo…
La scuola avvia la stagione della Vita.
Ogni grado Inferiore o Superiore misurato alla nuova stagione imprimere  l’impronta di ciò che fu’ la via, di ciò che sarà la Vita. La Natura compie sempre il proprio corso…: un viale alberato per chi un po’ dell’antica fortuna, oppure un ricordo sudato al mare di un pensiero gravitato e sospeso fra uno sbarco indesiderato e il desiderio di un amore conquistato fra un’onda e un ballo al ritmo del tempo evoluto… La danza un rito strano fra tribù nemiche al passo doppato di un nuovo amore digitalizzato fra una coltellata e una nuova marca cui nominare il tribale e macabro ballo… tele-comandato per la febbre della stiva cui ogni giovane contempla l’ebbrezza del viaggio desiderato… vera e sana pedagogia misurata al ‘libero mercato’ della sinagoga… antica… (ad uso del Bernardo che fu e sarà…: ‘sinagoga’ non essere riferimento anti… ma proprio loro martirio…). 
Anche questa è fuga dalla terra… natia…  
…Oppure un piacere incorniciato fra un passo e un nuovo sport d’altura, ove la Natura suda per l’altrui avventura… Ove l’antica Dèa sospira di tanta incredula confusione dalla volgarità con cui celebrato il riposo ‘rifugiato’, se non fosse Lei la vera esule perseguitata cercare eterno Spirito ‘esiliato’ e nascosto con cui condivise amore corrisposto… All’Eretica sua e mia confessione Ella per il vero rispose e contraccambia ugual sorriso con un boato simile ad un urlo forse un ruggito con fratello Ruscello infangato da tanto… troppo oltraggio subito ricco pasto condito… Parente bandito da tanto scempio sofferto, ad interrompere ogni ingordo appetito per nutrirsi del pasto suo antico in apparente assenza di Dio. Se non fosse proprio Lui l’oggetto della preghiera cui il Pellegrino implora il perdono agognato certamente non ricambiato in quanto il peccato consumato nell’affaticato passo è il sacrificio del Dio immolato per nessun peccato… arrecato… nel digiuno comandato…




La cornice della Vita ci accompagna sino ai banchi di ogni nuova ‘salita e discesa’ per questa strana pista, o per chi più saggio, Sentiero Planetario donde cresciuta la pasciuta creatura… o potto che sia nella barocca icona evoluta. Se poi hanno imparato la lezione della maestra o professore che sia, nella grande confusione in cerca dell’amore fuggito… che no! Non è stagione trascorsa… ma ricca moneta che aggrada la carne e ‘nutre’ lo Spirito smarrito in cerca del Dio quattrino con cui allietare il ricco pasto esiliato dalla Mammona condito all’ombra della mafia padrona della capitale cialtrona. Ove il Regno detta l’antica gloria alla rovina di una disfatta cui condire saggia e paradossale scuola di vita… e che Dio li perdoni e consoli all’eterno ‘ufficio’ comandato nel baratro della democrazia tradita. 
Donde il Pellegrino condividere l’antica preghiera alla saggia elemosina contesa: per taluni bottino e scuola di vita..., per altri…, retta dottrina cui accudire il Principio fortuna e rovina dell’altrui Vita…
Spirito eternamente esule dal corpo così mal nutrito dalla scuola maestra di vita, rifugiato ad una Natura che suda paura antica narrare terrore ogni volta che l’uomo progredito ed evoluto compie ‘messaggino’ composto ed alla materia convenuto, araldo ed icona alla ‘Parabola’ dell’eterna sua venuta, ove scrivere e comporre il ‘canone’ della via… Canone ripetuto comandato ed anche organizzato così da non smarrire retto e giusto ingegno et giammai subire o patire l’atroce ‘dramma’ di ciò che un tempo fu nominata Parola nella Rima fuggita e… bandita…




…Scusate… posso…? Giacché io son connesso con Cecco (a cotal punto ‘preciso’ e giammai lo contrario ‘non meglio imprecisato’ pongo asterisco… Che l’indice della bianche pagine o notti sudate con tutti i loro ministri et incaricati et devoti operatori mi perdonino per cotal bestemmia  (- Gui il generale è a tavola anche…lui…) - per la Storia all’anagrafe censita uno essere detto di nome, o forse suggerisce il manuale, di cognome… il fu… Angiolieri. L’altro D’ascoli… controllino signori… lo secondo fu un poco abbrustolito o forse smarrito dimenticato alla brace ma certamente così servito per taluni rende l’oroscopo più saporito…! Pregasi vivamente, suggerisce lo parroco, da non confondere o mischiare quest’ultimo con le più note olive dell’oste… dal ‘canone’ servite… A codesto annuncio Bernardo lo generale è pronto per ricevere lo ‘messaggino’ che sia ben condito e nutrito…) et anco lui avea qualche antico diverbio con il suo Dante… ma è Rima e Poesia antica per lo più volgarmente scritta e male….educata…
Cotal connessione venga controllata difetta di Rima….!!  
Per questo apostrofiamo l’eterno Spirito prigioniero della vita rimembrare una morte antica. La poesia donde per il vero proviene la stratigrafica comune Memoria smarrita. E se la  via confusa barattata persa… bandita, quali eterni esuli della vita… celebriamo la strofa della Memoria uccisa.
Non rinnovo diletto ed immutato amore per una Natura sofferente incredula divisa e combattuta fra un fuoco improvviso e un’onda violenta, voce di Dio, apostrofare chi vuol conquistare dall’Inferno ogni nuovo Paradiso… Per il vero in codesto Tempo immutato la Natura sacrificata nell’Opera compiuta… questo il Pensiero che ingombra lo Spirito questa la paura che confonde il passo indeciso alla selva ove affido la fuga dall’eterna pazzia nominata vita. In codesto Tempo fuggito senza retta Memoria dell’Anima taciuta ad ornare il quadro della Storia, ove, se pur il museo incornicia e conserva il ricordo cui evoluto lo Spirito, il deserto avanza impietrito, mare di ghiaccio alla crosta rinato nell’onda impazzita precipitata su una Terra sudata.




Mare ove sepolto il Sogno appena conquistato…
Usciti dall’Opera conservata (museo rinomato) il sudario di un diverso calvario compiere l’invisibile quadro celebrato, dipinge scolpisce annebbia la vista come un fuoco che acceca e tormenta la Memoria: vacilla agonizza tentenna, come una strada che semina peste ad ogni passo trascinato nel Tempo di un diverso secolo rimembrato investire l’odierno sentiero nel Teschio sacrificato. Poi freddo improvviso come acqua che scorre non più a rinfrancare il passo dell’eterno pellegrino, ma tormento per l’Opera ammirata e certamente non del tutto intuita…
…Giacché l’Arte e l’Artista alla Memoria della piacevole vista condivisa fedele discepolo della sua Natura… Natura ammirata implorata sofferta con cui condividere ogni segreto e Parola quale linfa dell’Opera così pregata e celebrata… Il segreto di ogni forma curva profumo colore sospiro e visione della Natura è per il vero taciuto amore di antica e platonica discendenza, di segreta disciplina, ove la Preghiera diviene rito e l’uomo si fa Sciamano e Oracolo di Dio.
Ove l’uomo si fa Dio…
In quanto tutto l’istinto dell’Infinito donde proveniamo (ri)creato è specchio della Sua Eterna Natura (ri)nata, e divenuta d’improvviso immortale e fedele misura di un Tempo giammai misurato dimensione d’insondabile e indecifrabile Abisso… cui precipitato lo Spirito nell’èstasi di un Sogno antico precedente al Creato. La Natura così composta e interpretata per ogni Opera nata divine d’improvviso immortale e fedele compagna di quanto creato nell’Universo nato…




La Stagione della vita narra il ciclo della Natura… e rimirarla per poi sacrificarla per un diverso principio è eterna offesa ad ogni artista ed al suo Dio in ogni museo e chiesa custodito. Pensiero e volontà diviso fra l’Abisso e la Prima Parola… Sospeso fra Sogno e desiderio… Smarrito e divenuto volontà… nella Materia tradotta… Per chi osserva (o peggio ruba) Parola divenire breve fra bello o brutto sospesa indottrinata imparata o non del tutto capita… Per chi, invece, al contrario, precede e presiede l’Opera… difficile composta sofferta e quantunque sempre dalla Materia tradita e tradotta e fors’anche giudicata o ancor peggio compresa nel Secondo di un’ultima pretesa nei Secoli sudata… fra un bello e brutto panorama smarrito… o forse non più gradito, o solo, quando il sudario affoga il riposo desiderato. Così narrano le scritture al giardino ammirato… mentre Eva ed il suo Adamo colgono e contemplano il Pomo proibito.
…Chi il Diavolo e Dio qui taccio e non dico Bernardo è al Secondo gradito la frutta abdicata al Verbo raccolto dalle scritture al ‘canone’ servite… Così il giardino e museo conservato pregato  ammirato… e diviso dalla Genesi di un Paradiso divenuto Inferno dall’Apocalisse condito…(‘guarda che proporzioni’ dice la donna al marito rapita nella Genesi del quadro dipinto… ‘Sono le prospettive’ replica lui; ‘gli sfondi si fan più nutriti o forse coloriti nel volo della nuova ora’ in ultimo è Boccaccio il custode a suggerire parola).
Per il vero chi orna la Stagione di ogni venuta nell’Opera compiuta è fedele servo dell’Eterna ed immutata Natura… Antica Dèa pregata e venerata nella bellezza infinita dall’alba fino al tramonto… quando un uomo al buio della sua caverna lascia impronta della Storia… Poi la contemplazione matura ad ogni Secondo della vita divenire icona e parola, giacché il Primo Dio dona il suo Pensiero ammirato scrutato pregato… anche se non compreso nella dimensione verbo di un diverso Dio cui la frattura compie l’evoluzione al ciclo della vita prigione dell’Infinito donde proveniamo…
L’Opera creata visibile Dimensione di quanto nato e nascerà dal ciclo infinito ove l’uomo diviene di ugual materia di Dio: invisibile allo spazio e Tempo numerato in quanto l’Infinito assente alla morte cui soggetta la vita. Così l’Opera celebrata ed ammirata quale specchio della Natura riprodotta figlia di Dio diviene quadro della memoria, inno e scrittura di Vita… 
…Al Sole della nuova preghiera… la Storia, e con essa l’Opera, compie la Memoria da noi solo numerata, sicché i secoli Secondi di un Primo oscuro ricordo celebrato nel calore della Vita dopo una notte profonda quanto un Abisso. Oscura come una nebbia densa dopo una piatta simmetria, poi gravità sospesa come un Tetide mare di vita....













COSA E' LA MEMORIA? (3)


















Precedenti capitoli:

Cosa è la Memoria? (2/1)

Prosegue in:

Cosa è la Memoria? (4)













Quando il giorno aveva una
diversa ora,
e mai vi era paura.
Accarezzo il corpo,
come la pietra che mi dona
un altro fossile della memoria.
Bacio la vanga che mi ha restituito
Divina creatura,
piango la memoria di un’altra
storia.
La forma nell’ora del giorno
assume ora un nuovo contorno.
Ogni strato di pelle
che semino lieve,
è una scultura che ridona sorriso.
La forma ora assume colore,
il Dio muta il corpo perfetto
in maschera di terrore.
Esorcizza paura e dolore,
una vita impastata coi Démoni:
una lotta fra la luce
e la più nera visione
di dolore. (5)

La lotta si fa dura,
fra il bene che avanza,
e il male che domina ogni
sostanza,
scritta nella dura terra
della rozza materia.
La pietra diviene diavolo contratto,
angolo perfetto dell’intera
costruzione.
La scultura mi dona paura antica:
una parola non ancora capita,
quando Dio sussurrava
la prima rima nella materia,
lenta poesia della vita. 
Ha ferito solo la memoria,
un bene donato e mai capito,
forse solo appena intuito
nel gene del primo elemento.
E nella forma perfetta di altro
Dèmone
dell’intricata storia. (6)

Rapirono così il ricordo di una
preghiera,
illuminata anch’essa
da una stella.
Così rubarono l’amore di un Dio
che lotta contro la prigione
di un profeta,
perché non è materia
come la sua terra.
Ora mi dona la stessa visione.
La poggio sulla sua terra,
ora che il mostro invade il sogno
e diviene incubo di un altro regno:
la pietra incisa assume la forma
di una divinità mostro indegno. (7)

Invase per molti secoli
questo regno:
forma estinta di un’altra vita,
morta di colpo per mano di una
meteora impazzita.
Incise la volontà di un diversa
coscienza,
divenuta principio di vita
scolpita nella pietra.
Pian piano ci mostra la bellezza
antica,
splendida nella forma scolpita,
con una testa proibita di bestia
divina.
Gene della memoria,
scava un primo ricordo
mai morto,
forse solo un Dio…
…appena risorto. (8)  

Ricordo questo sogno,
paura mai morta
come una divinità
sepolta,
estinta come lo scheletro
crepato di sete
sulla riva del torrente.
Ricordo la visione di un animale,
lento striscia e mi spia,
forma mai estinta di vita.
Ricordo la terra tremare
al passaggio di quella Dea.
Ricordo il diavolo assumere
nuova visione,
nel caos di una nuova dimensione.
La pietra mi dona tanti troppi
ricordi mai sepolti,
e assume un nuovo colore,
in questa giornata piena di sole. (9)

Sono uno scultore,
e in un sol giorno scolpisco
la memoria,
di milioni di anni di storia.
Capisco che il chiodo è solo
l’ultimo minuto di uno stesso Dio,
morto troppe volte all’ombra di una
pietra,
della mia grande scultura.
È visione antica nominata mitologia,
ripetuta nella mente
di questo piccolo torrente.
La incido con amore e sudore
dalla mattina alla sera,
di un giorno infinito
….senza preghiera. (10)

La pietra,
più la giornata passa e muta
colore,
più assume diverso spessore.
La scultura antica diventa profilo,
si beffa del mio sudore
accompagnato al triste destino.
Ride al sole della nuova venuta,
ride come un satiro della mia scoperta,
ride della forma che incido,
ride osservando il mio profilo.
Mentre io scruto il suo
levando la polvere.
Lui mi asciuga la fronte di tanto
sudore,
e mi fissa con l’occhio rivolto
in un'altra direzione. (11)

Mi fissa e ride dell’illusione
del tempo che scorre.
È nato ridendo
ed è morto contento,
con la certezza che il tempo
mai è esistito,
quando adornava la tomba
del suo Dio.
Quando vegliava la sua casa,
quando annunciava il nuovo
martirio,
divenuta ultima tentazione
per un mondo migliore. (12)

Il caso lo volle ubriaco di gioia,
per ugual stella
che illumina la luce della parola.
Lo vuole ora,
muto testimone, 
con solo il riso della comprensione
di un’altra visione.
Continua a ridere,
mentre lo poggio a terra,
il mulo fedele spalanca la bocca
appena lo vede.
Il cane abbaia al vento,
urla alla bestia,
che scalcia e tira l’aratro
in un'altra direzione. (13)

La statua ride dello scompiglio,
è di nuovo padrona della situazione.
La stella muta colore
e dona nuova visione.
Un popolo intero trema
per questa divina creatura.
Chi prega, chi cerca riparo,
chi ritrova parola.
Lui nel riso del suo Dio,
prova solo compassione
per tanta incomprensione. (14)
 
Ride di gusto,
è la sua preghiera,

osservando il volgo...











lunedì 17 agosto 2015

I PUPARI (dell'economia)




                 












Precedenti capitoli:

Dietro le scene (2/1)













Traffico di droga uguale riciclaggio!
E' impossibile che i profitti derivati dal commercio di stupefacenti giungano ai
beneficiari per vie legali. Da qui la scelta della clandestinità...Per tre (3) moti-
vi: il carattere illegale dell'affare; le eventuali restrizioni all'esportazione di ca-
pitali; la naturale prudenza di spedizionieri e destinatari.
Poiché le manovre finanziarie necessarie per riciclare il denaro sporco possono
venire effettuate integralmente dalle organizzazioni interessate - cui fanno difet-
to le competenze tecniche necessarie -, il compito è affidato a esperti della
finanza internazionale, i cosiddetti 'colletti bianchi', che si pongono al servizio
della criminalità organizzata per trasferire capitali di origine illecita verso paesi
più ospitali, i ben noti 'paradisi fiscali'.




E' sempre difficile individuare le tracce di operazioni del genere.
Il riciclaggio - che consiste in operazioni dirette a ripulire la ricchezza dalla sua
origine illegale - per essere combattuto efficacemente richiederebbe armoniche
legislazioni internazionali e una seria collaborazione tra gli Stati interessati.
La legislazione italiana non è ancora adeguata alla gravità e alle dimensioni, spe-
cialmente sul fronte delle indagini patrimoniali e bancarie. E il nuovo Codice di
procedura penale non è venuto di certo a migliorare la situazione, con i limiti
temporali che impone alle indagini e con l'obbligo di informare la persona sospet-
ta.



Si sente ripetere sui giornali che il riciclaggio passa attraverso le finanziarie di
Milano. Ma quante ne sono state identificate?
Pochissime.
Si dice da più parti che i riciclatori si servono delle operazioni di Borsa.
Quante operazioni di questo tipo abbiamo scoperto?
Nessuna, che io sappia.




Affermazioni avventate di tal fatta possono influire in modo non irrilevante sul
mercato legale. A volte il semplice fatto che la stampa additi alcuni settori finan-
ziari come privilegiati dal riciclaggio basta a dirottare l'investimento con le intuibili
conseguenze negative. Per dirla coi banchieri, il denaro ha 'zampe di lepre e cuo-
re di coniglio'.
Raramente i grandi flussi di denaro sporco coinvolgono un solo paese.
E' indispensabile quindi una larga collaborazione tra Stati.




Indagando su Vito Ciancimino, nel 1986 accerto che su tre (3) conti di banche
svizzere, intestati a un sospetto italiano - chiamiamolo il signor X -, si erano verifi-
cati nel 1981-82 bruschi e importanti movimenti di capitali, presumibilmente pro-
venienti dal traffico di droga. Chiedo alle autorità elvetiche di poter consultare la
loro documentazione in materia.
Autorizzazione concessa.
Continuo l'indagine e scopro che le somme trasferite - cinque (5) milioni di dollari -
sono finite sul conto di una società panamense. Che le ha divise in due (2) parti:
2 milioni e mezzo di $ hanno preso la strada di una banca di New York, i rima-
nenti 2 milioni e mezzo di $ sono stati dirottati su una banca di Montreal. Nel 1991
i dollari si ritrovano di colpo insieme sul conto di una società di Guernesey, in Gran
Bretagna, che è del tutto all'oscuro della loro provenienza illecita.
Su ordine del signor X, la società divide i cinque (5) milioni in cinque (5) parti e
li deposita su cinque (5) diversi conti bancari. Da qui riprendono la strada per la
Svizzera, dove atterrano (senza alcuna preoccupazione....).
(Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra)
















lunedì 3 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO? (3)

















Precedenti capitoli:

Cosa è il progresso? (2)

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Cosa è il progresso? (4)













....Basso di civiltà si incontri qualcosa che si avvicina a questa condizione di perfezione?
In America del Sud e in Estremo Oriente, sono vissuto a lungo in mezzo a comunità selvagge che non hanno altre leggi o altra corte di giustizia se non l’opinione pubblica, liberamente espressa dalla popolazione. Lì, ognuno rispetta scrupolosamente i diritti del prossimo: un’infrazione a queste regole capita raramente, per non dire mai. Un’uguaglianza pressoché perfetta regna nella comunità: niente che assomigli a quell’ampia demarcazione tra educazione e ignoranza, ricchezza e povertà, padrone e servo, presente nella nostra civiltà. Non c’è nemmeno la divisione del lavoro che, pur aumentando la ricchezza, crea conflitti di interessi, né accanita concorrenza, né lotta per la vita.
Se considerassimo l’insieme delle nostre popolazioni, non potremmo vantarci di una superiorità reale sui selvaggi. Tuttavia, si avrebbe torto a generalizzare ciò che il grande naturalista e sociologo ha detto degli indigeni dell’Amazzonia e dell’Insulindia e ad applicarlo a tutte le popolazioni selvagge dei continenti e degli arcipelaghi. L’isola del Borneo, dove Wallace ha trovato quegli esempi di nobiltà morale che hanno determinato il suo giudizio, è la stessa grande terra che Boeck ha descritto sotto il nome di Paese dei Cannibali e che si potrebbe chiamare anche Paese dei tagliatori di teste, facendo allusione a quei Dayak che, per acquisire il diritto di chiamarsi Uomini e di fondare una famiglia, devono aver fatto cadere una o più teste con astuzia o in leale combattimento. Nello stesso modo, la meravigliosa isola di Tahiti, la nuova Citera, di cui i navigatori del diciottesimo secolo parlano con così sincero entusiasmo, non risponde che molto parzialmente agli elogi che ne fecero gli europei, incantati sia dalla bellezza del paesaggio, sia dall’amabilità degli abitanti. Certi personaggi solenni e dolci, certi venerabili anziani che sembravano con la loro nobile gravità completare le scene incantevoli del paradiso oceanico, appartenevano forse alla temibile casta degli Oro (Arioi) che, dopo essersi costituiti in un clero votato al celibato, avevano finito per diventare un’associazione di omicidi, dedita a riti infernali e all’assassinio di tutti i loro figli. Vero è che in questo periodo i Tahitiani stavano già evolvendo verso uno stadio culturale molto lontano da quello primitivo. Ma allora, invece di svilupparsi nel senso del progresso, si trovavano forse in fase di regressione, oppure i due movimenti si incrociavano nella vita sociale della piccola nazione, chiusa nel suo ristretto universo oceanico?
Qui sta la principale difficoltà.




Migliaia di popolazioni e di agglomerati etnici, riuniti dagli orgogliosi civilizzati sotto il nome di selvaggi, corrispondono a punti vitali molto diversi gli uni dagli altri, che si collocano variamente nel corso dei tempi e nella rete sconfinata degli ambienti. Alcune popolazioni sono in   piena evoluzione progressiva, altre in incontrovertibile decadenza. Le prime sono nel loro momento di ascesa, le seconde sulla via del declino e della morte. Ogni esempio citato dai diversi autori nella grande indagine sul progresso dovrebbe quindi essere accompagnato dalla storia specifica del gruppo umano in questione, perché due situazioni, pressoché identiche in apparenza, possono nondimeno avere un significato assolutamente opposto, a seconda che si riferiscano all’infanzia o alla vecchiaia di un organismo.
Un primo fatto spicca in modo evidente dagli studi di etnografia comparata. La differenza essenziale tra la civiltà di una popolazione primitiva, ancora poco influenzata dalle popolazioni vicine, e la civiltà delle immense società politiche moderne consiste nel carattere semplice dell’una e nel carattere complesso dell’altra. La prima, poco sviluppata, ha perlomeno il vantaggio di essere coerente e conforme al proprio ideale; la seconda, immensa per il ciclo che abbraccia, infinitamente superiore alla cultura primitiva per le forze messe in movimento, è complessa e diversificata, oberata di sopravvivenze, necessariamente incoerente e contraddittoria, senza unità, poiché persegue contemporaneamente obiettivi contrapposti. Nelle società della preistoria e del mondo ritenuto ancora selvaggio l’equilibrio può  stabilirsi facilmente, perché in esse l’ideale è semplice; di conseguenza, queste popolazioni, queste razze primitive con conoscenze scientifiche pochissimo sviluppate, avendo solo arti rudimentali e conducendo una vita senza grande varietà, hanno potuto nondimeno raggiungere uno stadio di giustizia reciproca, di equo benessere e di felicità, superando di molto il corrispettivo delle nostre società moderne, così infinitamente complesse, trascinate dalle scoperte e dai progressi parziali in uno slancio continuo di rinnovamento, mischiato variamente a tutti gli elementi del passato.
Perciò, quando noi paragoniamo la nostra società mondiale, tanto potente, ai piccoli gruppi impercettibili dei primitivi che sono riusciti a mantenersi lontano dai civilizzatori troppo spesso distruttori possiamo essere portati a credere che questi primitivi siano superiori a noi e che noi siamo regrediti nel corso dei tempi. Il fatto è che le nostre qualità non sono dello stesso ordine di quelle antiche; il confronto, quindi, non può essere fatto in modo equo….




…Tuttavia è un fatto ben noto che l’aria della città è carica di elementi mortiferi. Sebbene le statistiche ufficiali non presentino sempre a questo proposito la sincerità auspicabile, è nondimeno certo che in tutti i Paesi d’Europa e d’America la vita media dei campagnoli supera di parecchi anni quella dei cittadini; gli immigrati, lasciando il campo nativo per la via stretta e nauseabonda di una grande città, potrebbero calcolare in anticipo di quanto tempo approssimativamente abbreviano la loro vita in base al calcolo delle probabilità. Non solo il nuovo arrivato soffre in prima persona e si espone a una morte anticipata, ma condanna parimenti la sua discendenza; non si ignora che nelle grandi città, come Londra e Parigi, l’energia vitale si esaurisce rapidamente e che nessuna famiglia borghese va oltre la terza o la quarta generazione.
Se l’individuo può resistere all’influenza mortale dell’ambiente circostante, la famiglia invece finisce per soccombervi; senza continue immigrazioni di provinciali e di stranieri che marciano allegramente verso la morte, le capitali non potrebbero reclutare la loro enorme popolazione. I tratti del cittadino si affinano, ma il corpo si indebolisce e le sorgenti di vita si esauriscono.
Così anche dal punto di vista intellettuale, tutte le brillanti facoltà sviluppate dalla vita sociale sono dapprima sovreccitate, ma poi il pensiero perde gradatamente la sua forza, infine si indebolisce e cede prima del tempo. Sicuramente il monello di Parigi, paragonato al rustico giovane delle campagne, è un essere pieno di vivacità e di brio; ma non è proprio questo pallido monellaccio che si può paragonare, nel fisico e nel morale, a quelle piante malaticce che vegetano nelle tenebre delle cantine?
Insomma è nelle città, soprattutto in quelle che sono maggiormente famose per ricchezza e civiltà, che si trovano certamente gli uomini più degradati, poveri esseri senza speranza che la sporcizia, la fame, l’ignoranza bruta e il disprezzo di tutti hanno posto ben al di sotto del felice selvaggio che percorre in libertà le foreste e le montagne.  Accanto al massimo splendore che bisogna cercare l’infima abiezione; non lontano da quei musei dove si mostra in tutta la sua gloria la bellezza del corpo umano, bambini rachitici si riscaldano nell’aria inquinata esalata dalle bocchette delle fogne.




Se da un lato il battello a vapore conduce nelle città moltitudini sempre in aumento, dall’altro riporta nelle campagne un numero sempre più considerevole di cittadini che va a respirare per un po’ all’aria aperta e a rinfrescarsi le idee alla vista dei fiori e del verde. I ricchi, padroni di crearsi degli svaghi a loro piacimento, possono sfuggire alle occupazioni e ai logoranti piaceri della città per mesi interi. Ve ne sono anche altri che risiedono in campagna e che fanno solo fugaci apparizioni nelle loro case delle grandi città. In quanto ai lavoratori di ogni genere che non possono allontanarsi per molto tempo, a causa delle esigenze della vita quotidiana, la maggior parte di essi strappa nondimeno alle proprie occupazioni la tregua necessaria per andare in campagna. I più fortunati si prendono settimane di ferie che trascorreranno lontano dalla capitale, in montagna o in riva al mare. Coloro che sono maggiormente asserviti dal loro lavoro si limitano a scappare di tanto in tanto, per qualche ora, dallo stretto orizzonte delle strade abituali; si sa con quanta gioia approfittino dei loro giorni di festa quando la temperatura è dolce e il cielo è terso: in quel momento ogni albero dei boschi vicini alle grandi città ripara una allegra famigliola. Un numero considerevole di negozianti e di impiegati, soprattutto in Inghilterra e in America, sistema coraggiosamente moglie e figli in campagna e si costringe a fare due volte al giorno il tragitto che separa l’ufficio dal focolare domestico.




Grazie alla rapidità delle comunicazioni, milioni di uomini possono così riunire i vantaggi del cittadino e del campagnolo; il numero di persone che dividono così la loro vita non cessa di aumentare ogni anno. Intorno a Londra si possono contare a centinaia di migliaia quelli che tutte le mattine si buttano nel vortice di affari della grande città e ritornano tutte le sere nella loro tranquilla home della verde periferia. La city, vero centro del mondo commerciale, si spopola di residenti: di giorno è l’alveare umano più attivo, di notte un deserto. Sfortunatamente questo riflusso dalle città verso l’esterno finisce per imbruttire la campagna: non soltanto rifiuti di ogni specie ingombrano lo spazio intermedio compreso fra le città e i campi, ma cosa ancor più grave la speculazione si impadronisce di tutti i luoghi piacevoli delle vicinanze, li divide in rettangoli, li chiude entro mura tutte uguali, poi vi costruisce centinaia, migliaia di casette pretenziose.
Per chi passeggia e vagabonda attraverso i sentieri fangosi di queste pretese campagne, la natura è rappresentata solo da arbusti potati e fitte aiuole di fiori che si intravedono attraverso le recinzioni. In riva al mare, le scogliere più pittoresche, le spiagge più incantevoli, sono anch’esse, in molti punti, accaparrate da proprietari gelosi o da speculatori che apprezzano le bellezze della natura come i cambiavalute stimano un lingotto d’oro. Nelle zone di montagna, la stessa smania di possesso si impadronisce degli abitanti; i pascoli sono suddivisi in lotti e venduti al migliore offerente: ogni curiosità naturale, la roccia, la grotta, la cascata, il crepaccio di un ghiacciaio, tutto, fino al suono dell’eco, può diventare proprietà privata.
Degli imprenditori appaltano le cateratte, le circondano di barriere di legno per impedire ai viaggiatori non paganti di contemplare il tumulto delle acque, poi a forza di  pubblicità trasformano in bella moneta sonante la luce che gioca sulle goccioline in sospensione e il soffio del vento che dispiega bande evanescenti di vapori. 
Poiché la natura è profanata da tanti speculatori, proprio a causa della sua bellezza, non c’è da meravigliarsi che nei loro lavori gli agricoltori e gli industriali dimentichino di chiedersi se non contribuiscano all’abbruttimento della terra. Certo che il rude contadino si preoccupa ben poco del fascino della campagna e dell’armonia dei paesaggi, purché...















sabato 1 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO?










































Prosegue in:

Cosa è il progresso? (2)













Cosa è il progresso?
E’ quello che le ha attribuito lo storico Gibbon.
Egli suppone che, dall’inizio del mondo, ogni secolo abbia aumentato e aumenti ancora la ricchezza reale, la felicità, la conoscenza e, forse, la virtù della specie umana. Questa definizione, che contiene una certa perplessità dal punto di vista dell’evoluzione morale, è stata ripresa e diversamente modificata, ampliata o ristretta, dagli scrittori moderni; resta fermo il fatto che, nell’opinione comune, il termine progresso dovrebbe comportare il miglioramento generale dell’umanità nel corso della storia. Bisognerebbe però guardarsi dall’attribuire ad altri cicli della vita terrestre un’evoluzione necessariamente analoga a quella che ha percorso l’umanità moderna.
Le ipotesi assai plausibili che si riferiscono ai tempi geologici del nostro pianeta rendono alquanto probabile la teoria di un’oscillazione di periodi corrispondente in proporzioni considerevoli al fenomeno alterno delle nostre estati e dei nostri inverni. Un va e vieni che comprende migliaia o milioni di anni, o di secoli, comporterebbe una successione di periodi distinti e contrastanti, determinando evoluzioni vitali molto diverse le une dalle altre.
Che cosa diventerebbe l’umanità attuale in un’epoca di lungo inverno, se una nuova era glaciale ricoprisse le isole britanniche e la Scandinavia di un mantello ininterrotto di ghiaccio e le nostre biblioteche e i nostri musei venissero distrutti dal gelo?
 Bisogna allora sperare che i due poli non si raffreddino simultaneamente e che l’uomo possa sopravvivere, adattandosi a poco a poco alle nuove condizioni e trasferendo nei paesi caldi i tesori della nostra attuale civiltà?




Ma se il raffreddamento è generale, è ammissibile che una sensibile diminuzione del calore solare, fonte di vita, e l’esaurimento naturale delle nostre riserve di energia possano coincidere con uno sviluppo ininterrotto della cultura, nel senso di un miglioramento e quindi con autentico progresso?
Già in epoca contemporanea possiamo constatare che le normali conseguenze della siccità terrestre, successive all’era glaciale, hanno provocato incontestabili fenomeni di  regressione nelle regioni dell’Asia centrale. I fiumi e i laghi prosciugati, le dune dilaganti hanno causato la sparizione delle città, delle civiltà e delle stesse nazioni. Il deserto di sabbia ha sostituito le campagne e le città.
L’uomo non ha potuto resistere alla natura ostile.
Qualunque idea ci si faccia del progresso, un punto sembra innanzi tutto fuori discussione: in epoche diverse sono apparsi individui che, per alcune caratteristiche, si pongono in primo piano fra gli uomini di ogni tempo e di ogni Paese. Si riducono a una trentina i nomi dei personaggi che per perspicacia, capacità di lavoro, bontà profonda, virtù morale, senso artistico, o qualsiasi altro aspetto del carattere o dell’ingegno, costituiscono, nella loro particolare sfera, dei tipi perfetti, insuperabili.




La storia della Grecia, in particolare, ce ne mostra grandi esempi; ma altri raggruppamenti umani ne hanno posseduti: spesso li dobbiamo intuire dietro ai miti e alle leggende. Chi si potrebbe definire migliore del Buddha, più artista di Fidia, più inventivo di Archimede, più saggio di Marco Aurelio?
Negli ultimi tremila anni, il progresso, se vi è stato, è consistito in una più larga diffusione di quella iniziativa un tempo riservata a pochi e in un migliore utilizzo da parte della società degli uomini di genio. Alcuni grandi ingegni non si accontentano di ammettere queste fondamentali restrizioni: negano persino che ci possa essere un reale miglioramento nello stato generale dell’umanità. Ogni impressione di progresso sarebbe, secondo loro, una pura illusione e avrebbe solo un valore personale. Per la maggior parte degli uomini, il cambiamento si confonde con l’idea di progresso o di regresso a seconda che si avvicini o si allontani dal particolare gradino occupato dall’osservatore nella scala degli esseri.
I missionari, quando incontrano dei superbi selvaggi che si muovono liberamente nella loro nudità, credono di farli progredire dando loro abiti, camicie, scarpe e cappelli, bibbie e catechismi, insegnando loro a salmodiare in inglese e in latino. Da quali canti di trionfo in onore del progresso non sono state accompagnate le inaugurazioni di tutte le fabbriche industriali, con i loro annessi di bettole e ospedali!




Certamente l’industria ha portato effettivi progressi al suo seguito; tuttavia è importante criticare con molto scrupolo i dettagli di questa grande evoluzione!
Le miserabili popolazioni del Lancashire e della Slesia ci mostrano che nella loro storia non tutto è stato vero progresso!
Non basta cambiare ceto ed entrare in una nuova classe sociale per acquisire una più grande porzione di felicità; vi sono attualmente milioni di operai dell’industria, di sarte, di donne di servizio, che ricordano con le lacrime agli occhi la capanna materna, i balli all’aria aperta sotto l’albero secolare e le veglie di sera attorno al camino. E di che natura è il preteso progresso per le popolazioni del Camerun e del Togo, che hanno ormai l’onore di essere protette dalla bandiera germanica, o per gli arabi algerini che bevono l’aperitivo e si esprimono elegantemente in gergo parigino?
La parola civiltà, che si usa di solito per indicare il grado di progresso di questa o quella nazione, è come il termine progresso una di quelle vaghe espressioni i cui diversi significati si confondono.




Per la maggior parte delle persone, indica soltanto la raffinatezza dei costumi e soprattutto le abitudini esteriori di cortesia; ciò non toglie che uomini dal contegno austero e dai modi bruschi possano avere una morale di gran lunga superiore a quella dei cortigiani che fanno complimenti cerimoniosi. Altri vedono nella civiltà solo l’insieme di tutti i miglioramenti materiali dovuti alla scienza e all’industria: ferrovie, telescopi e microscopi, telegrafi e telefoni, dirigibili, macchine volanti e altre invenzioni che sembrano loro sufficienti testimonianze del progresso collettivo della società; non vogliono saperne di più, né penetrare nelle profondità dell’immenso organismo sociale.
Ma chi lo studia fin dalle sue origini, constata che ogni nazione civilizzata si compone di classi sovrapposte, che rappresentano in questo secolo tutti i secoli precedenti, con le loro corrispettive culture intellettuali e morali. La società attuale contiene in sé tutte le società anteriori allo stato di sopravvivenza; viste a contatto l’una con l’altra, le situazioni estreme presentano uno scarto sorprendente. Evidentemente, la parola progresso può essere causa dei più spiacevoli malintesi, a seconda dell’accezione in cui è presa da chi la pronuncia.
I buddisti e gli interpreti della loro religione potrebbero contare a migliaia le diverse definizioni del nirvana; allo stesso modo, secondo l’ideale sul quale impostano la propria vita, i filosofi possono considerare come passi in avanti le evoluzioni più diverse e persino le più contraddittorie. Per alcuni il riposo è il sommo bene: si augurano, se non la morte, almeno la perfetta tranquillità del corpo e dello spirito, l’ordine, quand’anche fosse solo abitudine. Il progresso, come lo intendono questi esseri stanchi, non è certamente quello concepito dagli uomini che preferiscono una pericolosa libertà ad una tranquilla servitù.




Nondimeno, l’opinione comune relativa al progresso coincide con quella di Gibbon ed implica il miglioramento della persona dal punto di vista della salute, l’arricchimento materiale, l’incremento delle conoscenze, insomma il perfezionamento del carattere, diventato certamente meno crudele, persino più rispettoso dell’individuo e, forse, più nobile, più generoso, più altruista. Considerato così, il progresso dell’individuo si confonde con quello della società, rinsaldata da una forza di solidarietà sempre più profonda. In questa incertezza, è importante studiare ogni fatto storico dall’alto e da lontano, per non perdersi in dettagli e per trovare il distacco necessario con cui poter stabilire i veri rapporti con l’insieme di tutte le civiltà connesse e di tutti i popoli interessati.
 Così, fra gli uomini di grande intelligenza che negano nel modo più assoluto il progresso e persino ogni idea di continua evoluzione in senso positivo, Ranke, pur storico di grande valore, non vede nella storia che periodi susseguenti, che hanno ognuno il proprio particolare carattere e che manifestano tendenze diverse, trasmettendo una vita originale, imprevista, persino piccante, alle diverse tappe di ogni età e di ogni popolo. Secondo questa concezione, il mondo sarebbe una specie di pinacoteca. Se ci fosse progresso, dice lo scrittore pietista, gli uomini, certi di un miglioramento di secolo in secolo, non sarebbero alle dirette dipendenze della divinità, che vede in modo sempre uguale tutte le generazioni che si susseguono nella serie dei tempi, come se esse avessero un identico valore. Questa opinione di Ranke, così in disaccordo con quelle che si è abituati a sentire fin dal diciottesimo secolo, giustifica una volta di più l’osservazione di Guyau secondo cui l’idea religiosa è in antagonismo con l’idea di progresso. 
Se quest’ultima è rimasta a lungo sopita, appena risvegliata nei filosofi del mondo antico più liberi di spirito, se ha preso vita e piena coscienza di sé solo con il Rinascimento e con le rivoluzioni moderne, la causa risale al dominio assoluto degli Dèi e dei dogmi che è durato dall’antichità al Medio evo. Infatti, ogni religione parte dal principio che l’universo sia uscito dalle mani di un creatore e che quindi abbia avuto inizio dalla suprema perfezione....