IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 7 febbraio 2016

LETTERE (di fine ed inizio secolo) (5)






































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...Ed inizio secolo...(6/7)

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...Ovvero il progresso si guarda allo specchio (4/1)













 (Arles, attorno al 7 febbraio 1889)

Mio caro Theo, dal momento che il mio equilibrio mentale era assolutamente sconvolto, sarebbe stato vano tentare di scriverti per rispondere alla tua bella lettera… Proprio oggi sono tornato temporaneamente a casa, speriamo bene…
Pare che la gente di qui abbia una leggenda che la induce a temere la pittura (ed amare la volgarità più inetta…), ed in città abbiamo parlato di tutto questo. So che è lo stesso anche in Arabia, eppure abbiamo una quantità di pittori in Africa, no? Il che prova che con un po’ di fermezza si possono modificare simili pregiudizi o quantomeno che uno può dipingere.
Per sfortuna, però, io sono molto portato a lasciarmi suggestionare, a far mie le credenze altrui e a non prendermi sempre gioco del fondo di verità che può esserci nell’assurdo. Anche Gauguin, del resto, è così, come avrai potuto constatare tu stesso, e anche lui era oppresso al pari di me, durante la sua permanenza, da non so quale inquietudine.
Io, ormai, avendo soggiornato qui per oltre un anno, avendo sentito pressoché tutto il male possibile sulla mia persona, di Gauguin, della pittura in genere, perché non dovrei lasciare le cose come stanno, aspettando qui quel che succederà?
Forse che potrei finire in qualche posto peggiore di quello in cui sono già stato due volte, in cella d’isolamento?
Il vantaggio che ho qui è che – come direbbe Rivet – qui ‘sono tutti malati’, sicché perlomeno non mi sentirò solo.  Poi, come ben sai, a me piace moltissimo Arles, per quanto Gauguin abbia assolutamente ragione di definirla la più sporca città di tutto il sud.
Tanti saluti a Gauguin, spero che mi scriva, gli scriverò anch’io…(*)




(*) Il 26 febbraio, Salles scrive un’altra volta a Theo:
‘…il vostro povero fratello è di nuovo ricoverato all’ospedale. Come avrete senz’altro saputo da lui stesso, era tornato a casa da qualche giorno. E nondimeno, tutto nel suo comportamento e nei suoi discorsi, faceva temere che il miglioramento costatato fosse soltanto apparente. Questo timore manifestato da tutti s’è fin troppo tradotto in realtà. Una petizione firmata da una trentina di vicini segnala ora al signor Sindaco il disagio che comporta lasciare quest’uomo completamente libero, e adduce fatti a sostegno. Il commissario centrale, al quale il foglio è stato trasmesso, ha subito fatto portare vostro fratello all’ospedale con esplicita raccomandazione di non lasciarlo uscire’. 
Quella miserevole petizione afferma in effetti che il suddetto Vincent… ha da tempo e ripetutamente dato prova di non essere in possesso delle proprie facoltà mentali; e di lasciarsi andare ad eccessi nel bere dopo i quali si ritrova in uno stato di sovreccitazione tale che non sa più quel che fa e quel che dice…
Appare chiaro che per iniziativa di pochi individui senza scrupoli (i coniugi Crevelin, bottegai similmente senza scrupoli, altri inquilini della casa gialla, e l’amministratore…), i vicini si sono fatti montare la testa. La petizione dà luogo ad una parodia d’inchiesta; alcune deposizioni (cinque, due delle quali si limitano a confermare le altre tre) inconsistenti ma velenose false e calunniose vengono oculatamente raccolte e il commissario di polizia, manifestatamente sfavorevole a Vincent, il 3 marzo può esprimere il parere: ‘è il caso di ricoverare quest’alienato in un ospedale speciale ed i suoi beni messi all’asta giudiziari così che i suoi calunniatori ne possano godere frutti e privilegi’.
Soltanto l’opposizione di menti più aperte – il reverendo Salles, il dottor Rey – consentirà di evitare un ricovero d’ufficio.
Dal 22 febbraio, Vincent non ha più scritto.




Dopo la ‘fuga’ di Gauguin, dopo l’annuncio del prossimo matrimonio di Theo, il ripudio da parte dell’intero vicinato nonché del borgo abitato, esaspera la sua solitudine. Soltanto il 19 marzo, ricevendo una lettera del fratello, Vincent riprende la penna: ‘Mio caro fratello, m’è parso di intravedere nella tua bella lettera tanta fraterna angoscia rattenuta che mi sembra mio dovere rompere il silenzio. Ti scrivo in pieno possesso delle mie facoltà mentali e non come un pazzo ma da quel fratello che conosci. Ecco la verità. Un certo numero di persone di qui hanno inviato al sindaco una petizione (c’erano più di 80 firme) indicandomi come un individuo indegno di vivere in libertà o qualcosa del genere. Il commissario di polizia o il commissario centrale ha allora dato ordine di ricoverarmi di nuovo. Mi hanno privato anche di alcune delle mie tele…
Sta di fatto che da giorni sono sotto chiave e chiavistelli e guardiani in isolamento, senza che la mia responsabilità sia provata o perlomeno provabile. Va da sé che nel mio intimo ho molto da ridire su tutto questo. Va da sé che non riesco ad arrabbiarmi e che in un caso simile, se chiedessi scusa, sarebbe come autoaccusarmi. Volevo solo avvertirti, riguardo alla mia liberazione, che in primo luogo io non te la chiedo, perché sono convinto che tutta l’accusa sarà ridotta a niente. Voglio solo dire che troveresti difficile liberarmi. Se non tenessi a bada la mia indignazione, sarei giudicato immediatamente pazzo furioso. Aspettiamo con pazienza; del resto, le emozioni forti possono soltanto far peggiorare il mio stato. Ecco perché ti invito con la presente a lasciar perdere, a non metterti in mezzo. Devi renderti conto che la ragione con questa gente non può nulla…
A maggior ragione perché capirai che io, pur essendo assolutamente calmo al momento, posso facilmente ricadere in stato di esaltazione in seguito a nuove emozioni morali. Ora pui ben capire quale colpo sia stato per me rendermi conto che c’erano qui delle persone tanto vili da mettersi in così gran numero contro un solo individuo e per di più malato…’.


















mercoledì 3 febbraio 2016

'PASSAGGI' all'età del progresso (ovvero il progresso si guarda allo specchio) (3)












































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Dire qualcosa sull’aspetto metodologico della stesura stessa: quando si attende ad un lavoro, tutto ciò a cui si sta pensando deve ad ogni costo esservi incorporato. Sia che in ciò si manifesti l’intensità del lavoro, sia che i pensieri portino in sé al principio un ‘telos’ ad esso rivolto.
Questo vale anche per il caso presente, in cui si devono caratterizzare e custodire gli intervalli della riflessione, le distanze tra le parti più essenziali di questo lavoro, rivolte con estrema intensità verso l’esterno. Bonificare territori su cui è cresciuta finora solo la follia. Penetrarvi con l’ascia affilata della ragione, e senza guardare né a destra né a sinistra, per non cadere preda dell’orrore che adesca dal fondo della foresta. Ogni terreno ha dovuto, una volta,  essere dissodato dalla ragione, ripulito dalla sterpaglia della follia e del mito.
E’ quanto occorre qui fare per il XIX secolo.




Questo scritto sui ‘passages’ parigini, è stato cominciato sotto un cielo libero, di un azzurro senza nubi, che si inarcava sopra le pareti ornate di foglie, e tuttavia è stato coperto dalla polvere dei secoli dai milioni di fogli, tra i quali stormivano la fresca brezza della solerzia, il respiro affannoso del ricercatore, l’impeto dello zelo giovanile, il lento venticello della curiosità. Poiché il cielo dipinto nei colori dell’estate, che si affaccia dalle arcate nella sala di lettura della Biblioteca nazionale di Parigi, vi ha steso sopra il suo manto sognante ed opaco. 




Il ‘pathos’ di questo lavoro: non ci sono epoche di decadenza. Un tentativo di guardare al secolo XIX in modo affatto positivo, così come nel lavoro sul dramma barocco mi sono sforzato di vedere il XVII. Nessuna fede in epoche di decadenza.
Similmente (fuori dai suoi confini) per me è bella ogni città ed è inaccettabile ogni discorso sul maggiore o minore valore di una lingua.




“Sui gradini spazzati dal vento della torre Eiffel e più ancora sulle zampe d’acciaio di un ‘pont transbordeur’ ci si imbatte nell’esperienza estetica fondamentale dell’architettura odierna: attraverso l’esile rete di ferro tesa nell’aria scorrono le cose, le navi, le case, i piloni, il porto, il paesaggio.
Esse perdono la loro figura ben delimitata: discendendo ruotano l’una nell’altra, confondendosi simultaneamente”.
Giedion, ‘Bauen in Frankreich’ (p. 7). Similmente lo storico oggi ha da erigere una sottile, ma solida struttura – una struttura filosofica – per catturare nella sua rete gli aspetti più attuali del passato. Ma come le grandiose visioni offerte dalle nuove architetture in ferro della città – vedi anche Giedion – rimasero a lungo privilegio esclusivo degli operai e degli ingegneri, così anche il filosofo, che vuole conquistare qui le prime visioni, deve essere un lavoratore indipendente, libero da vertigini e, se necessario, solo.
(W. Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo)




Facevano pena, nella loro lampante impotenza.
Più d’ogni altra cosa, avevano poi il sacro terrore di tutti coloro che indossavano una divisa e ogni volta che scorgevano un poliziotto attraversavano di fretta la strada e se la svignavano.
Per tutto il primo giorno, si trascinarono di qua e di là, nel mezzo d’una assordante confusione, totalmente sperduti; e finalmente verso sera, un agente li trovò che se ne stavano rannicchiati sotto un androne e riuscì a condurli alla più vicina stazione di polizia.
Il mattino seguente, si trovò un interprete e la famigliola fu presa e caricata su un tram elettrico, e le venne insegnata una nuova parola: ‘Macelli’. La gioia che provarono nell'apprendere che sarebbero usciti da questa nuova avventura senza separarsi da un altro po’ del gruzzolo prezioso, è indescrivibile. Si sedettero e guardarono fuori dal finestrino. Viaggiavano lungo una strada che sembrava correre senza fine, chilometro dopo chilometro  cinquantadue in tutto, ma non potevano saperlo  fiancheggiata da due file ininterrotte di misere e cadenti costruzioni in legno, a due piani.
 Gli scorci che potevano intravedere giù per le viuzze laterali erano sempre gli stessi: mai una collina, mai un declivio, sempre una distesa di casupole di legno, brutte e sudice. Qua e là, un ponte su un fiumiciattolo limaccioso, dalle sponde di fango indurito costellate di banchine e capannoni cadenti; qua e là, un paesaggio a livello, con ragnatele di scambi e locomotive sbuffanti e lunghe teorie di sferraglianti treni merci. Poi qualche grossa fabbrica, squallidi edifici punteggiati di innumerevoli finestre, con le ciminiere che vomitavano turgide spire di fumo che annerivano il cielo in alto e si depositavano sudice sulla terra in basso.




Ma, dopo ciascuna di queste interruzioni, la desolata processione di tetre casupole ricominciava da capo. Un’ora buona prima di entrare in città, i lituani cominciarono ad avvertire singolari cambiamenti nell’atmosfera che li circondava: l'oscurità sembrò farsi più fitta, più densa, e l'erba intorno sempre meno verde, meno lucida. Con il passar del tempo, mentre il tram elettrico procedeva a tutta velocità, era come se i colori delle cose s’andassero offuscando: i campi si facevano aridi e giallastri, il paesaggio cupo e spoglio. E, insieme al fumo che diveniva più denso, cominciarono a percepire un'altra caratteristica, un odore strano e pungente: non riuscivano a dire se era sgradevole o meno, qualcuno forse l’avrebbe definito
rivoltante, ma i loro gusti in fatto di odori non erano raffinati e quel  che sapevano per certo era che si trattava d’un odore curioso.
Adesso seduti in quel tram elettrico, si resero conto d’esser sul punto di giungere alla fonte di quell’odore..d'esser anzi venuti dalla lontana Lituania per trovarlo. Non era più un qualcosa di vago e distante, adesso che t’arriva a folate; adesso potevi letteralmente assaggiarlo, oltre che annusarlo, quasi afferralo, esaminarlo a tuo piacere, voltandolo e rivoltandolo. Le rispettive opinioni variavano al riguardo: c’era chi lo percepiva come un odore elementare, nudo e crudo; per un altro era ricco, quasi rancido, o sensuale e acuto; altri ancora lo inalavano quasi   fosse una sostanza inebriante; e alcuni affondavano disgustati il volto nel fazzoletto.




I nuovi arrivati erano ancora intenti ad assaggiarlo, perduti nel loro stupore, quando di colpo la vettura s’arrestò, dal di fuori la porta fu spalancata, e una voce gridò: ‘Macelli!!’. Scesero e si fermarono all’angolo, abbandonati a sé, lo sguardo fisso. Giù dalla via laterale potevano scorgere due lunghe teorie di costruzioni in mattoni e in fondo, racchiuse tra quelle due file d’edifici, una mezza dozzina di ciminiere svettanti, alte come la costruzione più alta, che sembravano trafiggere il cielo. Da esse si levavano altrettante colonne di fumo spesso, oleoso, nero come le tenebre della notte, un fumo che sembrava emergere dal cuore della terra dove divampavano senza posa i fuochi eterni.
Si rovesciava fuori dalla bocca delle ciminiere come premuto da una forza interiore, spingendo innanzi ogni cosa, un’esplosione senza fine, inarrestabile. Sostavi ad osservarlo nella convinzione che ad un certo punto dovesse pur fermarsi, e invece quelle dense volute gigantesche non cessavano di riversarsi nel cielo, stendendosi in vaste nubi di sopra delle ciminiere, arricciandosi e turbando lente, e infine fondendosi in un unico fiume smisurato che oscurava il cielo con un nero drappo funebre che si stendeva fin dove riusciva a spingersi lo sguardo.




La loro casa!
La loro casa!  
L’avevano persa!
Dolore, disperazione, rabbia lo travolsero…
Che cos’era, di fronte a questa spietata, straziante realtà, qualunque timore nutrito in carcere?
Di fronte alla vista di gente sconosciuta che viveva nella sua casa, che appendeva le proprie tendine alle sue finestre, che lo squadrava con occhi ostili?
Era mostruoso, era incredibile…
Non potevano farlo…
Non poteva esser vero!
Se pensava a quel che aveva passato per quella casa… le miserie che tutti avevano sofferto per quella casa il prezzo che avevano pagato pur di averla!
Gli tornò alla mente il ricordo di tutta la lunga agonia.
I sacrifici, quei trecento dollari che erano riusciti a mettere insieme, tutto quel che avevano al mondo, tutto quello che li separava dalla morte per inedia! E poi la fatica quotidiana, mese dopo mese, per racimolare i dodici dollari, oltre gli interessi, e poi le tasse e le altre spese e le riparazioni e che altro!
CI AVEVANO MESSO L’ANIMA per pagarsi quella casa, l’avevano pagata con il loro sudore, con le loro lacrime... Di più, il loro sangue.




Dede Antanas era morto in quella lotta per metter da parte il denaro… Sarebbe stato ancora vivo e arzillo, oggi se non fosse dovuto andare a lavorare nei bui sotterranei della Durham, per guadagnare la sua parte. E Ona, anche lei aveva dato salute ed energie per pagare la casa… E ora, era a pezzi, distrutta; e lui pure, che non più di tre anni fa era un giovane grande e grosso e ora se ne stava seduto lì, tremante, spezzato nel morale, vinto, a piangere come un bimbo isterico. Ah, avevano gettato tutti se stessi, nella lotta; e avevano perso, avevano perso! Tutto quel che avevano sborsato, era andato in fumo, centesimo dopo centesimo. Anche la casa era andata in fumo: erano tornati al punto di partenza, di nuovo per strada a morir di fame e di gelo! Ora, Jurgis riusciva a vedere tutta la verità; poteva vedersi, attraverso quella lunga sequenza d’avvenimenti, vittima d’avvoltoi famelici che s’erano gettati su di lui, strappandogli quanto aveva di vitale, divorandolo; di demoni che non gli avevano dato tregua, che l’avevano torturato senza perder l’occasione di deriderlo, di sghignazzarli in faccia. 
Ah, Dio, l’orrore di quella storia, la mostruosa, l’orrenda, la demoniaca perversione di tutto quanto!




Lui e la sua famiglia, donne e bambini indifesi, che lottavano per sopravvivere, ignorati, abbandonati a sé, sperduti, e intorno, quei nemici in agguato, pronti a balzar loro addosso, che li incalzavano da presso assetati del loro sangue! Quel primo maledetto volantino pieno di falsità! Quel maledetto agente immobiliare, untuoso e mielato! E poi la trappola delle spese extra, degli interessi, di tutti quei contributi che non avevano alcuna possibilità di versare, che nemmeno si sarebbero provati a pagare! E gli imbrogli degli industriali conservatori, loro padroni e loro tiranni… Le serrate e la mancanza di lavoro, gli orari irregolari, gli spietati aumenti di produttività, il taglio dei salari, il rialzo dei prezzi! E la crudeltà della natura intorno, il caldo e il freddo, la pioggia e la neve; la spietatezza della città, del paese in cui erano andati a vivere, delle sue leggi e delle sue convenzioni che non riuscivano a comprendere! Tutte queste cose avevano congiurato insieme contro di loro e a favore della compagnia, che li aveva segnati come proprie prede e aspettava solo l’occasione buona per colpirli. E adesso, con quell’ultima ingiustizia, l’occasione era giunta – armi e bagaglio – erano stati buttati fuori, la casa era stata loro tolta e rivenduta come nuova!
E non potevano farci nulla legati com’erano mani e piedi…
(U. Sinclair, La giungla)

(Prosegue...)

















martedì 2 febbraio 2016

CAMMINARE











































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La Terra estranea... o straniera (2)














…Posso agevolmente camminare per dieci, quindici, venti e più miglia, partendo da casa, senza incontrare alcuna abitazione, senza attraversare alcuna strada se non lo fanno la volpe e il visone: prima lungo il fiume, e poi il ruscello, e poi i campi e i boschi.
Per miglia e miglia intorno non vi sono abitanti…
Da alcune colline appaiono in lontananza le dimore dell’uomo e la sua civiltà. Gli agricoltori e le loro opere sono appena più visibili delle marmotte e delle loro tane.
L’uomo con le sue faccende, Chiesa e Stato e scuola, e i suoi traffici e i suoi commerci, le sue fabbriche e la sua agricoltura, e la sua politica, la più pericolosa di tutte. mi rallegra vedere quanto poco spazio occupino nel paesaggio.




La politica è un campo assai angusto, e quella strada, ancora più angusta, è a essa che conduce. E’ là che a volte dirigo il viaggiatore. Se volete andare verso il mondo della politica, seguite la strada maestra, seguite quel mercante, e la polvere dei suoi passi vi condurrà direttamente ad esso; perché anche quel mondo ha semplicemente un suo spazio, non occupa l’intero spazio.
L’oltrepasso, come oltrepasso un campo di fagioli, dirigendomi verso la foresta, e subito lo dimentico. In una mezz’ora raggiungo punti della superficie terrestre dove non è possibile all’uomo mettere radici, e dove dunque non può esservi politica, che è per l’uomo come il fumo del suo sigaro.
Il villaggio è il luogo verso cui tendono le strade, una sorta di espansione della strada maestra, come il lago rispetto al fiume. E’ il corpo a cui le strade fanno da braccia e da gambe, trivio o quadrivio, crocevia obbligato dei viaggiatori. La parola deriva dal latino ‘villa’ che insieme a ‘via’, ‘una via’, o ancora più anticamente ‘ved’ e ‘vella’, Varrone fa discendere da verbo, ‘trasportare’, poiché la villa è il luogo verso cui, e da cui, le cose vengono trasportate. ‘Vellaturam facere’ fu detto di coloro che vivevano raggruppati. Da qui deriva anche la parola latina ‘vilis’ ed il nostro ‘vile’, nonché ‘villain’. Questo testimonia il grado di degenerazione a cui sono esposti gli abitanti di un villaggio: spossati dal movimento che gli turbina intorno e li schiaccia, senza che loro stessi mai intraprendano un viaggio.




Alcuni non camminano del tutto; altri camminano lungo strade maestre; pochi attraversano i campi. Le strade son fatte per i cavalli e per i mercanti. Io, al contrario di loro, non percorro le strade, perché non ho fretta di raggiungere una locanda, o una drogheria, o una stalla, o un magazzino qualsiasi a cui esse conducono. Io cammino nella Natura come gli antichi Profeti e Poeti…
…Qui intorno, attualmente, la parte migliore della terra non è proprietà privata; il paesaggio non appartiene a nessuno, e il camminatore gode di una relativa libertà. Ma verrà forse il giorno in cui questa terra sarà smembrata in parchi per così dire di svago, di cui solo pochi godranno in modo limitato ed esclusivo, in cui i recinti saranno moltiplicati, e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica, e camminare sulla terra di Dio significherà attraversare senza permesso la terra di qualche gentiluomo. Godere di qualcosa in modo esclusivo generalmente significa essere esclusi dal suo autentico godimento. Approfittiamo dunque delle opportunità a noi offerte, prima che giungano tempi peggiori (o forse sono già arrivati…).




Cosa rende talvolta così difficile la direzione da scegliere?
La Natura possiede, io ritengo, un magnetismo sottile in grado di guidarci nella giusta (e retta…) direzione, se ad esso ci abbandoniamo. Non è difficile scegliere l’una o l’altra strada. Solo una è quella giusta. Ma siamo spesso così stolti ed incuranti da scegliere quella sbagliata. Vorremmo avanzare lungo quella strada, non ancora percorsa nel mondo reale, che sia il simbolo perfetto del cammino che amiamo intraprendere nel mondo interiore e ideale; ed è indubbiamente difficile scegliere la direzione, se essa non è ancora distintamente tracciata in noi.
Quando esco di casa per una passeggiata, ancora incerto sul luogo in cui dirigere i miei passi, e lascio che l’istinto decida per me, mi accade, per quanto strano e bizzarro possa sembrare, di risolvermi, alla fine, per una particolare direzione, verso un bosco, un prato, un pascolo abbandonato o una collina in quella direzione. Il mio ago è lento a risolversi, oscilla di alcuni gradi, e naturalmente non sempre tende nella direzione scelta – e su tali variazioni ha un’assoluta autorità – ma oscilla sempre tra ovest e sudovest. Il futuro è laggiù, per me, e da quella parte la terra sembra meno sfruttata, più ricca. La linea tracciata dei miei passi forma, più che un cerchio, una Parabola, o piuttosto l’Orbita di una cometa, una di quelle orbite che furono ritenute curve senza ritorno, in questo caso aprentesi verso ovest, e rispetto a cui la mia casa occupa la posizione del sole. Giro su me stesso, irresoluto, a volte anche per un quarto d’ora, finché decido, per la millesima volta, di dirigermi a ovest o a sudovest. Verso est vado solo se costretto, ma verso ovest mi dirigo liberamente.
Nessun impegno mi chiama.




Mi è difficile credere di poter trovare una Natura libera e selvaggia, per quanto possibile, oltre l’orizzonte a est. Non mi eccita la prospettiva di una passeggiata in quella direzione; penso invece alla foresta che si staglia contro l’orizzonte ad ovest; si estende verso il tramonto senza interrompersi mai, ed in essa non vi sono né paesi né città di dimensioni tali da infastidirmi. Lasciatemi vivere dove desidero, da questa parte c’è la città, da quella la Natura selvaggia, e con sempre maggior frequenza io lascio la città e m’inoltro nella Natura…

…Il mio stato d’animo infallibilmente si innalza in misura proporzionale all’essenzialità del paesaggio. Datemi l’Oceano, il Deserto, la Natura incontaminata!
Nel deserto l’aria pura e la solitudine compensano la mancanza di acqua e di fertilità. Dice Burton, l’esploratore, a questo proposito: ‘il morale migliora; si diventa franchi e cordiali, ospitali e sinceri… Nel deserto gli alcolici provocano solo disgusto. Vi è un acuto piacere nella pura esistenza animale’.  Coloro che hanno viaggiato attraverso la steppa dei tartari così riferiscono: ‘Nel riavvicinarsi alle terre coltivate, l’agitazione, la confusione, il tumulto della civiltà ci opprimevano e ci soffocavano; ci sembrava che l’aria mancasse e temevamo di dover morire per asfissia da un istante all’altro’.




Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile, a occhi cittadini, più tetra. Entro in una palude così come in una foresta come un luogo sacro, come in un ‘sancta sanctorum’. Qui risiede la forza, la quintessenza della Natura. La vegetazione selvatica ricopre il terreno argilloso, e la terra è benefica sia per l’uomo che per gli alberi. E come la terra ha bisogno di molto concime per essere fertile, così necessitano all’uomo, per la sua salute, grandi spazi intorno a sé. Nella palude si trovano le sostanze forti di cui l’uomo si nutre. La sopravvivenza di una città non dipende dalla rettitudine degli uomini che vi risiedono, ma dai boschi e dalle paludi che la circondano. Una regione in cui una foresta primitiva affondi le proprie radici nel materiale decomposto di un’altra foresta primitiva è un territorio che favorisce non soltanto la fioritura di grano e di patate, ma anche di poeti e di filosofi per le generazioni a venire… Se vogliamo proteggere gli animali selvatici dobbiamo garantire loro una foresta in cui possano vivere o a cui possono far ricorso.
Lo stesso accade per l’uomo!
Un centinaio di anni fa lungo le strade si vendeva la corteccia degli alberi delle nostre foreste. Nella semplice scorza di quegli alberi ruvidi e primitivi, io ritengo, qualcosa di fondamentale che rinvogoriva e consolidava le fibre del pensiero umano. Rabbrividisco se confronto quel tempo all’attuale degenerazione della vita nel nostro villaggio, in quest’epoca in cui non si è in grado di raccogliere un pezzo di corteccia di spessore adeguato, e in cui non si producono più né pece né terebinto! Le grandi civiltà, quelle che hanno lasciato un’impronta umana e non solo storica, generazionale e non solo materiale – sono sorte sul terreno imputridito delle antiche foreste primitive, e da esso hanno tratto nutrimento. Esse sopravvivono sin tanto che la terra non si esaurisce.
Povera cultura umana!




Ben poco si può sperare da una nazione che abbia esaurito la propria matrice vegetale e che sia costretta a far concime delle ossa dei suoi padri, dove il poeta si nutre solo del proprio grasso superfluo e il filosofo del proprio midollo…
…Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe, è perenne e costante. ciò che di più alto possiamo raggiungere non è la Conoscenza, ma l’Armonia con l’Intelligenza. Non so se questa conoscenza superiore sia qualcosa di più definito di un racconto; è la grandiosa e improvvisa rivelazione dell’inadeguatezza di ciò che sino a quel momento abbiamo chiamato Conoscenza, la scoperta che vi sono in cielo e in terra assai più cose di quante ne sogna la nostra filosofia…
…Mentre quasi tutti gli uomini si sentono spinti verso la società, pochi sono fortemente attratti dalla Natura. Nonostante il loro sapere, nell’atteggiamento verso la Natura gli uomini mi sembrano per la maggior parte inferiori agli animali, che hanno in essa un rapporto meraviglioso.
Quanto poco sappiamo apprezzare la bellezza del paesaggio!
…Per quanto mi riguarda, credo di vivere, rispetto alla Natura, una vita di frontiera, ai confini di un mondo entro cui compio occasionali, fuggevoli incursioni, e il patriottismo e il sentimento di fedeltà verso lo Stato nei cui territori apparentemente batto in ritirata sono quelli di un imboscato. Sarei pronto ad inseguire una chimera per paludi e acquitrini inconcepibili, pur di giungere ad una vita naturale, ma né la luna né le lucciole mi hanno mai mostrato il cammino. La Natura ha un carattere così vasto ed universale da non consentirci di identificarne un solo tratto. A chi cammina lungo i sentieri familiari che si snodano intorno alla città può accadere di trovarsi d’improvviso in una terra estranea, diversa da quella descritta negli atti di proprietà, quasi sperduta, lontano, ai confini di Concord, dove la sua giurisdizione ha termine e dove ciò che evoca il nome Concord non ha più alcun significato…
(Thoreau, Camminare; le opere iconografiche... Igor Morski)

(Prosegue...)
















giovedì 21 gennaio 2016

GLI ORRORI DEI GHIACCI E DELLE TENEBRE






































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Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre... (2)













Con il giorno della sua partenza Mazzini mi diventa distante proprio come
l'equipaggio della 'Admiral Tegetthoff'.
Il fatto che lo abbia conosciuto, diversamente dal macchinista Krisch o dal
nostromo Lusina, non mi permette molto di più che ricostruire delle proba-
bili situazioni; situazioni che non sono contenute negli appunti di Mazzini.




Così riordino le poche tracce di cui dispongo, colmo le lacune con delle
supposizioni, però, quando, giunto alla fine di una catena di indizi, dico
'così fu', sento come se ne abusassi peccando di indiscrezione.
La partenza di Mazzini mi pare allora come un trapasso dal mondo reale
a quello possibile.




Ricordo un pomeriggio, molto tempo dopo la scomparsa di Mazzini, quan-
do entrai per la prima volta nella sua stanza con Anna Koreth. La libraia in-
dossava un camice da lavoro e un foulard, come se avesse voluto protegger-
si dalla gran polvere.




Invece le particelle depositatesi in quei mesi erano appena sufficienti per
rendere visibile l'impronta di una mano sul piano di un tavolo o su uno scaf-
fale.
Anna Koreth aprì la finestra.
Lieve e continua, come traboccante dal colmo di un argine, la corrente d'a-
ria fredda lambì il davanzale, e una porta si chiuse con un tale schianto che
la vedova dello scalpellino, intenta in fondo a un corridoio a fare quello che
sempre faceva, si arrestò un attimo; il rumore della sua macchina per magli-
eria s'interruppe.




Anna Koreth prese dal cassetto del tavolo alcune posate nichelate e poi lo
richiuse, avvolse con carta di giornale le stoviglie, anche il barattolo del tè,
e stipò tutto in un cartone.
Alla sera la stanza era vuota.
Nell'avvolgere il tappetto, dalla lana saltarono fuori dei granelli di sale.
La macchia rosso pallido si dissolse come l'impronta terrosa su una palla
di neve fatta rotolare su un prato d'inverno.




All'epoca mi ero già così familiarizzato con i diari di Mazzini, che questa
macchia di vino rosso mi catapultò su un lastrone di ghiaccio: Mazzini a-
veva descritto gli orsi polari cacciati dall'elicottero con fucili anestetizzati.
E' un movimento inimitabile, quasi aggraziato, quello con il quale questi
animali si rizzano, allungano il muso verso l'alto fiutando qualcosa (poi...
talvolta nonostante l'enorme 'mole' corrono a perdifiato sul ghiaccio...).




L'elicottero si avvicina e allora accade ciò che nell'Artico non accade
quasi mai: gli orsi si danno alla fuga, si allontanano trottando, sempre più
veloci; infine non è più un trotto, ma una corsa elastica e possente.
Le bestie superano le ampie crepe che solcano le placche, attraversano i
 canali a nuoto e mutano improvvisamente e inaspettatamente direzione.




Ma poi l'elicottero è sopra di loro, vengono colpiti dalle frecce e la corsa
si trasforma in un malfermo barcollio.
Infine giacciono sul ghiaccio; lontani tra loro.
Sono tre.
Viene loro strappato un dente dalla bocca.
Una macchia di sangue stilla sul ghiaccio accanto al cranio.




Con una pinza si applica loro un marchio metallico all'orecchio, un sotti-
le rivolo rosso cola lungo la pelliccia sulla quale viene infine spruzzato an-
che un grande contrassegno colorato.
Così si potranno seguire i percorsi degli orsi per centinaia di chilometri di
ghiaccio. La macchia di sangue, sulla quale si formano rapidamente cristal-
li di ghiaccio, impallidisce.




(Anche a questa macchia si riallaccia un ricordo: nel corso della sua avven-
tura, l'equipaggio della 'Admiral Tegetthoff' abbatté 67 orsi polari, con fucili
Lefaucheaux e carabine Werndl.
I cadaveri venivano smembrati con scuri e seghe da ghiaccio sempre secon-
do il medesimo schema: il cervello agli ufficiali, la lingua a Kepes, medico del-
la spedizione, il cuore a Orasch, il cuoco, il sangue ai malati di scorbuto....
l'arrosto di polmoni e le cosce alla mensa comune, il cranio, la spina dorsale
e le costole ai cani da slitta, la pelliccia in un barile e il fegato...ai rifiuti...)




I cristalli di sale rimasti sul nudo pavimento di parquet non riportavano alla
mente nient'altro.
Quando abbandonammo la casa, la vedova dello scalpellino stava ancora
seduta alla sua macchina per maglieria; prese non noncuranza le banconote
che Anna le diede....
Era tardi.
Nell'oscurità cominciò a nevicare.....

(C. Ransmayr, Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre)

(Prosegue...)



















martedì 19 gennaio 2016

PENSIERI 'VUOTI' PER UN MONDO COLMO DI VIOLENZA













































In memoria di John Ruskin:

08/02/1819 - 20/01/1900

Prosegue in:

Visioni senza Tempo














Tempi brutti, jetsune kuchog - disse, dopo aver finito l'ispezione.
Lo spirito degli uomini è rivolto alla cattiveria, pensano solo a
farsi del male.
Cercando solo il proprio bene, preparano la loro rovina.
Sono ciechi; gli manca la tranquillità nella quale sviluppare la 'vi-
sione profonda' (ed anche quando pensano di ottenerla, la muta-
no a proprio vantaggio) che produce saggezza.
(A. David-Néel)

La geologia ha assodato che vi sono nel pianeta delle 'linee di
frattura' dove l'assestamente interno del globo non è ancora ter-
minato.
Intorno a quelle 'linee di frattura' si verificano i terremoti con tutti
i danni e le vittime che determinano (siamo arrivati proprio a ques-
to fiume mio 'amur', di una terra già ampiamente esplorata...).
Quando con l'andar del tempo, una linea di frattura si sistema, i
terremoti cessano e gli abitanti della zona possono finalmente vive-
re tranquilli. Succede pressapoco qualcosa di simile per quanto
si riferisce alle lotte degli Stati ed alle rivalità degli Imperi.
Vi sono delle linee di frattura sulle quali le nazioni e le stirpi non si
sono ancora assestate.
Quelle zone sono sismiche.
Vi si ammassano le fortificazioni, vi si condensano gli intrighi, vi
si arroventano le passioni fino a che si determina il piccolo terre-
moto, la crisi, od il grande terremoto, la guerra.....
Poi vi è una vasta terra che pensi di scorgere, scrutare, spia-
re...vedere... ma.......(P. Autier)
(M. Appelius)




























Un tempo, quando si voleva combattere gli uni con gli altri, ci si
misurava in base alla forza fisica; adesso basta un solo uomo che
imbracci un fucile dall'alto di una collina perché sia possibile sop-
primere migliaia di vite.
Questa è la civiltà.
Una volta, gli uomini lavoravano all'aria aperta soltanto finché pia-
ceva loro. Adesso migliaia di operai si ritrovano assieme e, per
matenersi, lavorano nelle fabbriche e nelle miniere. La loro condi-
zione è peggiore di quella delle bestie.
Sono obbligati a svolgere, a rischio delle loro vite, le più pericolo-
se mansioni, per il bene dei milionari....
Questa civiltà è tale che si dovrà solo avere un po' di pazienza e
si autodistruggerà.
(Ghandi)

E' mia ferma convinzione che l'Europa oggi non rappresenti lo
spirito di Dio o del cristianesimo, ma lo spirito di Satana.
E i successi di Satana sono tanto maggiori quando egli appare
con il nome di Dio sulle labbra.
L'Europa, oggi, è cristiana soltanto nominalmente.
In realtà adora Mammona.
(Ghandi)



















Voglio lo sviluppo, voglio l'autodeterminazione, voglio la libertà,
ma voglio tutte queste cose per l'anima.
Dubito che l'età dell'acciaio sia un avanzamento rispetto all'età
della pietra.
Mi è indifferente.
E' all'evoluzione dell'anima che l'intelletto e tutte le nostre facoltà
devono dedicarsi.
(Ghandi)

Vorrei che i nostri capi ci insegnassero a essere moralmente su-
premi nel mondo. Questa nostra terra, ci dicono, una volta era la
dimora degli Dèi.
Non è possibile concepire che gli Dèi abitino una terra resa pos-
sibile ed orribile dal fumo e dal fracasso di mille ciminiere e con
esse mille violenti in loro onore.
Fabbriche le cui strade siano traversate da motori rombanti, che
trascinano numerose vetture affollate di uomini la maggior parte
dei quali non sanno cosa cercano, che sono spesso distratti e i
cui temperamenti non migliorano per essere disagevolmente
pressati come sardine in scatola; che si ritrovano in mezzo a
completi estranei che li spingerebbero via, se potessero, come
essi butterebbero fuori quelli nello stesso modo, a loro volta.
Menziono queste cose perché sono considerate simboliche del
progresso materiale.
Ma non aggiungono un atomo alla nostra felicità.
(Ghandi)





















Il mondo è forse migliorato di qualche misura grazie ai veloci
mezzi di locomozione?
Come possono questi mezzi favorire il progresso spirituale?
E c'è un qualche limite all'ambizione dell'uomo?
Una volta ci accontetavamo di viaggiare a qualche miglio al-
l'ora; oggi abbiamo bisogno di superare centinaia di miglia al-
l'ora; un giorno potremmo desiderare di volare attraverso lo
spazio.
Quale sarà il risultato?
Il caos.
(Ghandi)

....Per concludere...
Detesto di tutto cuore questo folle desiderio di annullare la
distanza e il tempo, per incrementare gli appetiti animali e an-
dare in capo al mondo per poterli soddisfare.
Se la civiltà moderna sta in tutto questo, e io ho capito che è
così, ....LA DEFINISCO SATANICA.....
(Ghandi)















giovedì 14 gennaio 2016

AMMAZZARE IL TEMPO (pensieri Eretici contro-tempo) (1)















































Ritorno all'Uno.....







Prosegue in:

Ammazzare il Tempo (pensieri Eretici contro-tempo) (2) &

Ammazzare il Tempo (3)











Sono partito da un Viaggio apparentemente scomposto,
sgrammaticato, disordinato, a tratti affaticato sudato e
stanco, in certi 'ingorghi'... immerso e perduto fors'anche
confuso, fra dotte citazioni, improvvise ed incerte virgo-
le e strane visioni di nuovi mondi.....
Ma il mio nome è Giuliano, forse proprio per questo ami-
co fedele di un antico cavaliere di saggia arguta e intel-
ligente 'rinomanza', consistenza e letterata sostanza (da
non confondersi con moderni ed illetterati ciarlatani dive-
nuti 'cavalieri' ma son peggio dei loro fidi scudieri...).




In ragion sua non potevo che dar sfogo, fedele all'intico
e discusso trono, alla scienza della saggezza mista all'e-
retica parola (di nuovo qui ad Antiochia...).. perché per
chi ha dimistichezza con la strofa o la rima e certo non
per ultima la storia, fui più sacerdote che condottiero,
filosofo dalla plebe maledetto; e come dicevo, l'uno e l'al-
tro sposai al mio seggio (invisibile regno...).
Quindi, son partito, come un mio avo 'Cervantesco', con
un Viaggio, poi come lui ed un altro antenato... fui fatto
prigioniero, ma il seguito del triste accadimento mi riser-
vo di narrarlo al prode e fido scudiero.....




Colui che scopre la saggia verità da me rimata nell'invi-
sibile e eterna novella imprigionata... proverà piacere
e diletto. A colui.., invece, che della materia è schiavo
e prigioniero: chi dei  miei componimenti vuol farne
scherno per i suoi antichi 'movimenti', accompagno la
sua coscienza alla rima del mio dire qual miglior rispo-
sta alla volpe della sua bassezza. Lo lascio alla povertà
della sua moneta che certo non dà nessuna nobile e eter-
na ricchezza, al di fuori di questa meschina sua esistenza
confusa per nobile certezza.




E' logico che la favella (dando per scontato che ancora
ne possediamo una...) vi impone la retta domanda:
'ma quali saranno codesti movimenti', non sarà mica la
pazzia che il libro conferisce come una inguaribile ma-
lattia?'.
Certo, questa sembrerebbe una storica conclusione,
si sa di certo che la storia ha poi conferito degno ed e-
terno movimento, a chi, pur saggio nella ragione..., fu
confuso per.... (oggi dicono..) povero e pazzo coglio-
ne......
La verità, forse, è chi ispirò la mia rima, ed ugual con-
dottiero a cui presto il mio eterno frammento come un
antico giuramento per via del detto nome, fu saggio
maestro; chi lo fu meno di lui, invece, come un capro-
ne ridusse il Primo e Eterno dire.... nel recinto della
bestiale e moderna certezza...., confondendo e barat-
tando verità e ragione con la moneta della breve e me-
schina illusione....




Perdonatemi, ma il sentiero che iniziò una mattina,
è sì tortuoso e difficile come una impervia via, ma
anche coerente con la storia che troppo di sovente
la ragione vuol nascondere oppure pugnalare alle
spalle, o peggio, inchiodare ad un Teschio!
Quando lo intrapresi quale difficile ed umil scelta
(eretica memoria), visto che l'invisibile nemico non
conferisce altra via, volli esser onesto e narrare o
meglio spiegare quali inganni riserva il 'grande movi-
mento' del progresso.... che lungo il sentiero si mo-
stra, non certo quale nobile ed attento scudiero, ma
come bestia vestita che nel regno che meno gli com-
pete, al di sotto di un caprone, oppure antenato scim-
mione, si vuol palesare nella forza della sua (falsa)
ragione.




So per certo che non vi è ragione, ragionamento, Dio
e fede, saggezza antica, e natura che prega e sospira
... ed anche ispira, in quel contorto mucchio di fili e
circuiti impazziti, mezzi astuti che dicono evoluti.
La mente in quel contesto non conosce progresso o
meglio evoluzione, solo lo scimmione torna a cammi-
nar carponi ingobbito ed impoverito ed anche impie-
trito, fisso e chino al suo (piccolo)... telefonino....
Fosse solo quello, l'operatore di turno perdonerebbe
 la mia eresia, ma a quello tanti altri rami e cespugli
strani, tanti altri animali si sono aggiunti, con i loro
circuiti strani: televisioni connessioni computer e nuo-
ve invenzioni, radar armi razzi e onde invisibili nemi-
che della luce ed il suo 'immenso movimento' (Primo
pensiero... Dio invisibile per questo oscuro regno...)

(Giuliano Lazzari, Misopogon...., Introduzione al To-
mo di imminente pubblicazione)

(Fotografie di: Hengki Koentjoro)

(Prosegue....)