IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 8 settembre 2017

L'UNIVERSALE SINGOLARE (3)


















Precedenti capitoli:













Nell'Anima collettiva (2)


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Alle origini del moderno ambientalismo (4)  &
















Ghiaccio eschimese (5)













Marc Augé ha affermato che nei segni della Storia non troviamo la nostra genesi, ma la nostra differenza: il che significa, anche, che i luoghi ‘differenziati’, con una propria identità oltre che pesaggistica (ma anche per il sottoscritto che scrive facendo tesoro delle proprie come altrui esperienze ed ideali umani - paesaggi e Natura -  meditare e mediare se medesima Primo Pensiero  perseguitato Intelletto…), sono luoghi della Memoria.




Sulla base di queste considerazioni, la percezione di Michel Serres a favore di una terra ‘diversa da tutti i luoghi sino a quel momento censiti o nominati’, cioè la Terra universa – e non pluriversa – dell’astrazione geometrica, quale utopico antidoto alla violenza del differente e dell’escludente, appare una delle tante teatralizzazioni neo-cartesiane chiamate a disinnescare anche nel pensiero la drammaticità della questione. Come se l’elemento locale di per sé si riducesse ad una piazzaforte (‘il qui produce la guerra ingiusta e inutile, combattuta dall’esser-ci, soldato, o meglio, luogotenente, inchiodato alla catena di vendette e riparazioni, per mantenersi al proprio posto’), scontando così il peccato della sua limitazione.




Ma il tema della de-limitazione non può essere ridotto all’espulzione dell’esistente dal tracciato del limen o del templum: quadrato di Terra svuotato, ‘invenzione di uno spazio locale vuoto’ in cui, secondo Serres, la separazione dello spazio sacro da quello profano costituisce l’archetipo di ogni altra pratica di delimitazione, dall’agricoltura al sacrificio alla guerra: in realtà questa operazione di ‘sbiancamento’, di tabula rasa, che il filosofo francese presuppone nella sua finzione teorica, assomiglia troppo al gesto cartesiano dell’espulsione del disordine naturale dalla costruzione di un universo puramente logico-geometrico, per non far sorgere qualche sospetto.




Se è qui inutile soffermarsi sulla capziosità delle argomentazioni di Serres, e sulla fondamentale confusione che nel suo testo regna fra spazio quantitativo e variamente misurabile e spazio qualitativo, come anche sul presupposto – tutto moderno! – che la simbolicità dello spazio escluda la calcolabilità geometrica e viceversa, occorre nondimeno ribadire che non è certo attraverso la semplice apertura (o ri-apertura) dello spazio geometrico, ‘letteralmente senza limite, propriamente immateriale, spirituale’, che si può sperare di diffondere ‘la giustizia e la pace’. L’equivalenza dei posti da cui ci si ripromette la fine dei conflitti non può essere pensata come l’astratta dignità di una pensabilità geometrica, né come il semplice assorbimento del locale nel globale: bensì con la ricchezza geografica in cui la differenziazione, comunque accaduta, è salvaguardata nel riconoscimento della sua inestirpabile identità locale, di Memoria. Il che non esclude in nessun modo la consapevolezza del globale, dell’interconnessione sistematica di tutti gli aspetti della Terra come anche della ‘globalizzazione’ accaduta a livello economico e culturale: anzi, è proprio dalla percezione globale che si muove qualsiasi discorso ecologista degno di questo nome, ossia che pensi la Terra come il nostro oikos, il luogo del nostro comune abitare, così come ogni posizione che rivendichi di non schiacciare il locale e il singolare sotto l’assolutizzazione dell’universale.




Quel che, in negativo, un simile discorso consente di rilevare, è come l’assolutizzazione di un unico modello, a produrre la violenza dell’estirpazione e dell’eliminazione: è l’universale pensato senza il singolare che diventa sbiancamento e tabula rasa, eliminazione violenza e molto altro ancora (parenti - aggiunge il sottoscritto - di antichi e non certo in disuso per medesimi evoluti fini e principi  di una persecuzione e relativa inquisizione con relativa sottrazione della Memoria e con essa di ogni Verità storica ad uso di una realtà come successivamente leggeremo materiale nei suoi invariati e ‘secolari’ intenti…)...




Se invece si pensa ad un universale-singolare, è possibile vedere come il limes, il confine, sia de-limitazione, ma come crinale di una coappartenenza, l’incontro di due bordi, la possibilità che figure diverse siano visibili e riconoscibili, che si diano le figure e i colori di una tipologia e geometria variabile, e dunque limen, soglia, ingresso, comunicazione.
Da un’eccessiva semplificazione della questione del confine possono proficuamente mettere in guardia sia la ricerca geografica che quella filosofica: se il limite è fondatore della differenza, differenza e limite sono essenziali, perché laddove la differenza fa difetto, è la violenza che minaccia. Il limite non è dunque ciò che è proiettato dal tracciato, di qui a là arbitrariamente, ma è il prodotto di una relazione. Poiché regola, il limite assolve alle funzioni di articolazione, unione e/o disgiunzione, oggetto di una possibile teoria ‘limologica’.




Una comprensione articolata e adeguata topologicamente e geograficamente del concetto di frontiera può farcela intendere come il tracciato di una linea ‘mediante la quale e sulla quale si devono  simultaneamente operare la divisione e il paesaggio’, che obbedisce ‘alla logica generela di ogni limite, in cui il limitante e il limitato non smettono di passare l’uno nell’altro’. 
E’ in particolare Nancy, nel suo pensiero geofilosofico, a sottolineare con forza come un soggetto che non si esponesse all’altro non potrebbe nemmeno assumere una figura, né venire in presenza. La logica della singolarità non è una logica dell’esclusione, ma della condivisione:

“Non c’è singolare che molteplice, come indica bene il latino, che conosce il termine ‘singuli’ solo al plurale: ‘uno per uno’, il singolare non ha senso che numeroso, staccato, con-diviso”.




Giacché l’azzeramento delle singole identità e delle singole singolarità è stata la vicenda della modernità, non certo ancora terminata, rivendicare l’universalità indeterminata dello spazio astratto suona come un’irrisione della sedimentazione storica e della Natura di Memoria dei luoghi. 
La nostra civiltà, con la logica del progresso e dell’accrescimento dei beni economici, ha scelto l’espansione, l’innovazione inarrestabile, l’incremento dei consumi, ma per farlo è stato ed è necessario un modello di pensiero che non riconosca limite alcuno alla propria potenza (o assoluta demenza): né il limite trascendente del divino, né quello, ecologico e fisico, della Natura quale dimensione intelligente (e pensante) del vivente. E dunque nemmeno la finitezza intrinseca della Terra e delle sue risorse ha costruito un’evidenza sufficiente ad orientare diversamente o a frenare la corsa, occidentale, ed ormai planetaria, alla distruzione accompagnata alla conseguente violenza irreversibile.




Ma se il ‘progresso’ non ha potuto arrestarsi nemmeno di fronte ai molteplici annunci della propria imminente fine per esaurimento delle materie prime e sovvertimento dell’equilibrio ecologico, nemmeno si è lasciato intralciare da tradizioni o culture o consuetudini diverse…(anzi si è ben organizzato e adoperato affinché tali singolarità siano soppresse confuse bandite nel cerchio confuso di un’approssimata e nuova mitologia alla parabola di una più confacente dottrina… al limite di un’odierna ed incompiuta filosofia che forse con l’intera geografia poco e nulla condivide eccetto una vaga ed approssimato ‘piano-regolatore’ ove deformare e circoscrivere ogni Natura prigioniera dell’odierno vivere… così malmente costruito e edificato…).
(L. Bonesio; accompagnata dalle composizioni grafiche di: Aksam Gunesi)

















lunedì 4 settembre 2017

COSCIENZA E VITA (1)










































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Nell'Anima collettiva (2)













…La coscienza non è la corrente dell’esperire vitale, ma nasce nella misura in cui quest’ultimo è trafitto dal lampo della comprensione.
Prendiamo in considerazione, per accertarci di ciò anche empiricamente, le forme in cui si manifesta la vita o, quanto meno, la vita organica.

Prendiamo ad esempio le piante!

In nessuna epoca e in nessun popolo si è mai dubitato del fatto che esse siano viventi; il pensiero autentico ha in comune con quello arcaico la tendenza a scorgere la pienezza della vita, ancor più che nell’irrequietezza dell’animale, proprio nella lussureggiante vegetazione del bosco primordiale, ed il culto degli alberi diffuso quasi dappertutto nella preistoria ha proprio in ciò le sue radici.
Nessuno, a meno che non sia già pienamente incorso nell’errore sopra esaminato, attribuirà perciò una coscienza alla pianta, ritenendola capace di avere comprensione tanto del raggio di sole quanto perfino del proprio esperire vitale della luce. E questo ci porta subito ad un punto ulteriore, in cui conoscenza e vita sono nettamente separate.

Le componenti della vita, nelle piante come negli animali, sono – come noto – le cellule.
La vita appartiene sempre al corpo cellulare; ma, in quanto tale, si sottrae interamente alla coscienza. In ciascuno di noi, senza dubbio la vita delle cellule risale ininterrottamente – attraverso milioni di morti e di nascite di caduchi individui – fino ai primi giorni agglomerati di protoplasma del ‘brodo primordiale’; i nostri ricordi coscienti, invece, non conservano neppure più la vita embrionale del corpo nel ventre materno, per non parlare delle esperienze vitali dei nostri progenitori. Mentre la vita in noi è soltanto la parte anteriore ogni volta istantanea di una corrente incessantemente fluente, che risale senza interruzione fino all’epoca in cui si formò la roccia scistosa cristallina, la coscienza si vede invece limitata alla durata esistenziale del singolo essere umano, e in confronto a quella diventa letteralmente un nulla.

E’ possibile che, nonostante ciò, vita e coscienza siano state confuse?

Intanto, non occorre guardare all’esterno, per trovare conferma del fatto che la coscienza assomiglia soltanto al lampeggiare che continuamente si accende sulle acque della vita, illuminando di volta in volta un raggio limitato, ma lasciando gli orizzonti lontani nella loro oscurità inafferrabile alla coscienza; quotidianamente, infatti, ne abbiamo coscienza da noi stessi.

Se la moderna scienza dell’Anima, che si presume tale, ha dovuto lasciare in parte allo pseudo sapere del cosiddetto ‘occultismo’, in parte allo pseudo sapere della medicina l’intero ambito del ‘dono profetico’, dal presentimento, dal sogno, dall’istinto, fino al sentimento della lontananza, alla chiaroveggenza e alla percezione sonnambolica - riuniti dal molto più illuminato Romanticismo nel concetto di ‘polo notturno della coscienza’ -, ciò è allora l’espressione non di una mera mancanza, bensì di una mezza paralisi del pensiero che ha la sua origine nel disconoscimento intellettualistico della vita…

La vita non è percepita, bensì sentita con oscura intensità… E a noi basta riflettere soltanto su questo sentimento, per accorgerci della realtà della vita con una certezza, oltre la quale nulla può essere più certo.
Se giudichiamo, pensiamo o vogliamo, oppure desideriamo, sogniamo, fantastichiamo, è l’unica medesima corrente del sentimento elementare della vita a sostenere e pervadere tutto ciò, ed essa non può essere paragonata a niente, ricondotta a nulla, né concepita né analizzata, e certo neppure mai ‘compresa’.
E poiché noi stessi, vivendo, sentiamo la vita, allora incontriamo la vita anche nell’immagine del mondo. Detto in breve: viviamo la nostra vita e in essa la vita universale…
(L. Bonesio, L’uomo e la Terra)







Esplicito cotal dire….


Sono stato eretico predicatore alpinista scienziato geologo geografo storico.
Ho combattuto guerre… mi hanno ucciso!
Mi hanno messo su una croce.
Ho discusso di resurrezione.
Ho avuto delle visioni e ho cercato di interpretarle.
Ma prima di esse sono stato sciamano.
E ancor prima… miriade diverse di forme viventi.
Ho pregato come un buddista sotto un albero.
Ho pianto come un druido all’ombra di esso.
 Poi ne ho studiato forma consistenza ed utilità.
Dalla bellezza dei rami e delle foglie ho compreso e studiato la loro funzione.  
Ho iniziato a respirare l’aria che mi ero guadagnato e grazie ad essa restituito in quieta specie di parlare.  
Sono divenuto acqua e ho scavato letti che ora percorro in cerca della memoria.  
Ho visto grotte ne conservo ricordi e disegni che vi ho tracciato. Sono stato cacciatore…, un tempo…  
Mentre adesso istintivamente guardo al suolo in cerca di qualcosa, una Vela mi insegna e fiuta il passato divenuto presente.
Mi hanno braccato… avverto l’odore della paura.  
Mi hanno ucciso.  
Piango me stesso sulle poche ceneri di un fuoco acceso di fretta.  
Mi hanno imprigionato… ancora vedo il maestoso castello in cui una volta ero signore.
La congiura di nuovo padrona.  
Ho fatto miracoli.  
Poi ho studiato i segreti della vita.
Più miracolosa ancora.
Ho incontrato gente diversa ma con caratteristiche comuni.
Ho parlato loro di filosofia e quando questa non bastava sono salito nello spazio profondo per spiegare la vita ancora prima della vita.
Ho perso forma peso e gravità. 
Mi sono dissolto in un gas scomposto.  Mentre la forza del calore divampava.
Perché urlavo contro il Tempo… questo maleficio questo diavolo che mi ha legato in questo luogo.  
Sono andato oltre la sua dimensione e qualche delatore mi ha denunciato… mentre pregavo la verità… una verità senza Tempo.
 Poi sono scomparso nel nulla di un punto e forma contratta alla materia.
Mentre gridavo all’orrore.
Sono morto tante volte… e poi rinato nella gioia di una natura che non mi disconosce.  
Ma è vero… con l’orrore negli occhi nella voce nel pensiero…
(G. Lazzari, l’Eretico Viaggio)

(Prosegue...)
















lunedì 28 agosto 2017

PREGHIERA NEL BOSCO



















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Preghiera nel bosco (seconda parte)  &












L'altro versante della montagna













Qui immobile e Fermo
All’invisibile Tempo mio
Medito e cogito
Quei numeri al vento
Agitare mare al cielo
Accompagnare l’epitaffio
E meditare giusto e retto componimento
Poesia rima di vita
Agitare chioma all’Infinito
Assente al moderno transitorio
Apparente… evento

Qui immobile e fermo
Alla Natura mia
Medito… foglia al vento
Corrosa al frammentato loro movimento
Ed ora di nuovo caduta
Nella breve stagione
Assente alla vera prosa
Specchio dell’innominato numerato…
…Loro Tempo…

Chi Infinito…
Natura e Dio…
Risorgerà dall’apparente nulla
Di un freddo Inverno
Riflesso della morta materia
Numerare e contare le stagioni
Della breve Memoria

Principiare …e meditare Pensiero
Estasi dell’invisibile evento
Apparente morte prima della vita
Nell’eterna Primavera di un Infinito Universo
Primo al Tempo di codesto breve inchino
Come una foglia caduta
Narrare il passo della strana loro avventura
Al rogo del tempo
Scaldare e agitare….
Falso Tempo…  











Cosa abbiamo imparato?

Cosa abbiamo imparato
dalla dura crosta
dalla mutevole materia
dal pane ingoiato come un cane
dall’oste confondere l’intera platea

Cosa abbiamo imparato?
dal Tempo
e la breve Storia

Cosa abbiamo imparato
da quei volti agghignati
dai lamenti urlati e ben pagati
da quell’odio ben nutrito
rivenduto e barattato
condito con inutile rancore
correre contrario
avverso ad ogni Elemento
nello spazio di questo loro tempo

Cosa abbiamo imparato
da quel rumore
dalla prima pietra
nell’eterno boato di questa guerra

Cosa abbiamo imparato
da quei volti
lucidi specchi
di raziocinio ed intelletto
così si pensano e vedono
ceche maschere di un falso intendimento

Cosa abbiamo imparato
da quel verso
divenuto ghigno
poi strofa

Cosa abbiamo imparato
dalla poesia
così come interpretano
e recitano la breve strofa della vita

Il confine e l’abisso
fra la morte e la vita
per ogni foglia che brucia
privata della giusta memoria
nel poema della vita

Cosa abbiamo imparato
dalla breve parola
offesa ad ogni Dio

Cosa abbiamo imparato
da quella foglia
da quel lamento di vento
dall’urlo dell’ultima bufera
prima del deserto
di una nuova frontiera
nell’esilio del rogo di questa vita

Retto e saggio verso
braccato dalla parola
e preghiera recita di ogni Tempo
privato del giusto Verbo

Cosa abbiamo imparato
da quella croce
da quell’esempio
da ogni Profeta
principio del Tempo

Retta parola
assente alla Memoria
così come contata
la Storia della breve strofa
senza poesia recitare
La Sua preghiera

Cosa abbiamo imparato
da questa tortura
per ogni chiodo
nell’infinita Sua preghiera

Ogni Profeta muore
sulla croce della materia
mentre l’aguzzino
edifica un Diavolo
spacciandolo per Dio

Cosa abbiamo imparato
da questa Natura
che ci guida ed indica la via

Camminare retta e giusta Parola
come fosse la Sua preghiera
vegliare il Tempo
pagato con l’inganno e l’offesa
della Storia
contare misera moneta

Cosa abbiamo imparato
dalla Storia e il Tempo che la conia… 

(Prosegue) 









    

mercoledì 26 luglio 2017

LO SPECCHIO DEI SAGGI


















Noi con la concezione di questa Filosofia (escatologia) possiamo comprendere che la Storia tutta intera ad essere ‘vista in ‘Hurqalya’ (la storia immaginale)….

Perciò gli accadimenti di questa storia sono molto di più di ciò che noi stessi chiamiamo ‘fatti’, sono visioni.

Per contro, tutto ciò che noi chiamiamo ‘storia’ e a cui diamo importanza come ‘storico’, tutto questo non è ‘visto in Hurqalya’ non è accadimento in Terra di Hurqalya, e di conseguenza è sprovvisto di interesse religioso e di significato spirituale: è storia metaforica, non storia vera.

Il passato non è dietro di noi, ma sotto i nostri piedi…

…E’ con un particolare impressionante che il Genesi mazdeo ci descrive la formazione delle montagne: sotto l’assalto delle potenze demoniache di Ahriman, la Terra fu presa da un tremito, fu percorsa d’orrore e di rivolta.
Come per opporre loro un baluardo, la Terra drizzò le sue montagne…




“Ieri pomeriggio, la morte redentrice ha accolto mio padre in un altro regno. Mi chiedo se ora guarda le altezze brillanti e luminose, le glorie di Dio, a cui egli ha sempre costruito così sicuro?”.
Ha scritto la figlia di Compton Marion il 23 marzo 1921al Dr. Karl Blodig, il fedele compagno amico di lunga data e arrampicata del defunto. 
E.T. Compton come  pittore e grafico ha creato i 2.000 disegni e dipinti e come alpinista fu in grado di trasportare più di 300 grandi salite. 

Compton è nato in un sobborgo di Londra, il figlio di un funzionario di assicurazione, da giovane ha frequentato diverse scuole d’arte inglese e ha creato i primi studi della natura, dove ha trovato motivazioni adeguate, soprattutto nelle zone inglesi dei laghi dove la sua famiglia trascorreva l’estate per molti anni. 
Nel 1867 si trasferisce a Darmstadt. 
Nel 1872 la giovane pittore sposò la Münchnerin Gusti di Romako e ha intrapreso con lei un viaggio di due anni che ha condotto la giovane coppia nel Tirolo Carinzia e Italia. 

E.T. Compton  ha effettuato viaggi in Nord Africa, Spagna, Corsica e la Scandinavia, ma la più grande impressione su di lui l’ebbe con l’enorme scenario alpino, nell’Oberland bernese, dopo di che si dedicò solo alla pittura di montagna. Inizialmente l’inglese ha sviluppato una presentazione sempre più realistica, dopo, dipinse dipinti ad olio e acquerelli, ma anche disegni a china realizzati e vista topografico accurate sulle montagne. 
Lavora con scene estremamente vivide le quali sono spesso di grande valore documentario che ci permettono una vista impressionante di queste gradi vette della Terra per non parlare del suo lavoro come illustratore per varie pubblicazioni e riviste alpine…




E’ perciò che noi possiamo tralasciare ogni discussione di topografia positiva, per considerare solo l’Immagine, la Forma immaginale, quale organo di percezione, e quale è percepita da una psico-geografia, da una geografia immaginale.

Ora, sono questi i quattro gradi del Cielo mazdeo (con i quali scaliamo la vetta…).

L’Alborz è dunque di fatto la ‘montagna cosmica’, eretta dal supremo sforzo della Terra per non essere separata dal Cielo.
Essa è ‘la montagna risplendente… dove non ci sono né notte né tenebre, né malattie dalle mille morti, né infezione creata dai demoni malvagi, là ove non regna e prospera il male’.



Durante la prima guerra mondiale Compton ha raggiunto un invito da parte dell’esercito austriaco a dipingere quadri del fronte montagna. Ma l’Alto Comando della Baviera ha proibito tale accordo quindi il pittore è stato espulso dalla Associazione degli Artisti di Monaco perché inglese. 
Con il suo lavoro E.T. Compton ha influenzato le opere di Ernst Heinrich Square, Karl Arnold, e non ultimo quello di suo figlio Edward Harrison Compton (1881-1960). 




Non ci meraviglieremo dunque più di trovare al principio dell’inno a Zamyat il richiamo delle montagne, e non vi vedremo un semplice ‘catalogo orografico di ogni contenuto religioso’: è la Terra che l’Immaginazione attiva mazdea ha trasmutato in simbolo e centro dell’Anima, e che è integrata agli accadimenti spirituali di cui l’Anima stessa è la scena. Quindi la ‘geografia immaginale’ è il luogo degli accadimenti dell’Anima, privati di questa essi non hanno più un luogo; ‘non hanno più luogo’.



Tuttavia, il geniale pittore di montagna era anche un ottimo scalatore. Tra i suoi numerosi tour in Alpi orientali e occidentali non ci sono meno di 27 nuove rotte e prime ascensioni. 
Dopo Purtscheller Compton prende tutti eccellenti arrampicatori con i quali camminare, ‘le sue abilità lucide alpinistiche su roccia e ghiaccio, la sua perseveranza quasi ammirevole, la sua inesauribile pazienza nel sopportare le difficoltà, davvero geniale talent scout, tutti sono ammirati  dalla sua sublime serenità e la sua serenità è olimpica ed indistruttibile’, così qualcuno… parla di lui…




…Possiamo allora affermare che Imago Terrae significa, insieme all’organo stesso della percezione, ciò che viene percepito circa gli aspetti e le figure della Terra, non più semplicemente attraverso i sensi né come dati empirici sensibili, ma attraverso la Forma immaginale, l’Immagine-archetipo, l’Immagine a priori dell’Anima stessa.

La Terra è allora una visione, e la geografia una geografia visionaria, una ‘geografia immaginale’. Perciò è questa Immagine sua e la sua propria Immagine che l’Anima ritrova ed incontra. Immagine proiettata da essa è al contempo quella che la illumina e quella che le riflette le figure a sua immagine, figure di cui a sua volta è essa stessa l’Immagine, vale a dire gli Angeli femminili della Terra che sono ad Immagine dell’Anima.
Ecco perché la fenomenologia mazdea della Terra è propriamente un’angelogia (opposta e contraria all’odierna demonologia del progresso…). 

(H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste)