IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 9 novembre 2018

IL BASTONE DEL FILOSOFO (avverso al Tempo e al metodo) (9)









































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Da Dio al religioso (8)

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Il bastone del filosofo (10)











                                             
Emerson e gli altri trascendentalisti eccellono come teorici della natura; Thoreau, da pratico. Il primo ne parla, la racconta, la utilizza, la strumentalizza, la verbalizza, la teorizza, la sottomette al suo sistema accanto al fuoco di un caminetto, nel corso di una conversazione con dei conoscitori di Platone, Plotino e Kant, mai lontano dai libri che costituiscono il suo orizzonte; il secondo la vive, la tocca, la assapora, la respira, in canotto sul fiume, nudo nell’acqua del lago, sulla cima degli alberi sui quali si arrampica, impantanato in un oscuro acquitrino, vestito con colori naturali per non turbare il movimento della natura, vivendo in un capanno di legno costruito con le sue mani, mangiando il pesce pescato da lui o le verdure coltivate nel suo orto.

Emerson il filosofo, anche nella caricatura la quale vuole che, come Talete, il pensatore sia caduto nel pozzo che non aveva visto perché completamente assorto a contemplare le stelle; Thoreau il saggio.

Oppure, e più giustamente, Emerson il professore di filosofia, mai troppo diverso dal pastore carente di divinità da adorare, e Thoreau il filosofo che, come i filosofi antichi, vive il suo pensiero e pensa la sua vita.




Ossia, il teorico, re del verbo, e il pratico, imperatore di sé e della sua vita filosofica. Ecco perché una frase del Journal che potrebbe essere considerata un aneddoto, se non una cattiveria gratuita, ha invece un grande valore filosofico: Thoreau afferma di non vedere come Emerson potrebbe attraversare Concord spingendo una carriola.

Sotto la causticità della battuta, si cela una lezione: la teoria di un pensatore implica, per essere convalidata, la sua incarnazione in una vita filosofica. Le dichiarazioni liriche fatte da Emerson sulla Natura obbligano a una pratica conseguente. Altrimenti, è solo una filosofia da salotto, dunque una faccenda da professore di filosofia, e nient’affatto una filosofia o di una saggezza.




La storia di Romolo e Remo allevati con latte di lupa ha evidentemente un suo significato: non si realizzano grandi cose senza avere una relazione privilegiata con l’energia della natura. Thoreau fa l’elogio degli ‘stimolanti e delle cortecce che rinvigoriscono l’umanità’. Invita ad allungare il tè americano con infusioni di abete per tonificare l’anima dei civilizzati troppo saturata di Europa.

Il filosofo, alla maniera di Diogene, vuole ‘rendere selvatico’ il suo popolo. Il cavernicolo negli Indiani ama anche il loro senso dell’orientamento. Nessuno di loro si è mai smarrito nella natura: in qualunque ora, di notte e di giorno, d’estate e d’inverno, il selvaggio sa leggere le informazioni che essa gli dà. Dispone di un magnetismo infallibile che gli impedisce di smarrirsi. Nessun Indiano ha infatti tagliato il cordone ombelicale con la natura, né si considera pari o superiore ad essa, ma dentro la natura, come uno dei suoi elementi costitutivi.




Un Indiano fa parte della natura allo stesso titolo di un arcobaleno, di una rana o delle formiche, né più, né meno. Un’ombra, una traccia, un ramo spezzato, la presenza di un muschio particolare e il suo orientamento, la densità del fogliame di un albero, le stelle, il sole e la luna ovviamente, un profumo, un odore, una deiezione animale, la sua consistenza, il colore, una piuma, un ciuffo di peli, un fiore particolare, il colore di un cielo, la temperatura di un’acqua, la sua trasparenza, e mille altre cose costituiscono altrettanti geroglifici enigmatici e insignificanti, se non addirittura invisibili per il civilizzato, il camminatore urbano, ma è grazie ad essi che la tribù vive, sopravvive, si sposta e si armonizza con le stagioni.

Il cristianesimo ha separato gli uomini dalla natura, ha posto l’uomo al vertice della creazione e gli ha dato il diritto di farne un uso smodato e irrazionale. Gli animali, sprovvisti di anima, come d’altronde il resto della creazione, i vegetali e i minerali, esistono ontologicamente al di sotto degli umani i quali, in base a questa falsa gerarchia, si vedono accordare tutti i diritti sulla natura, dunque contro di essa.




L’homo sapiens sfrutta la natura, vive di fronte ad essa, da nemico. Gli Indiani pensano e agiscono, all’inverso, da amici, complici, partner.

Per Thoreau sono loro i grandi uomini: gli Indiani.

Quando scrive Uomini rappresentativi, sottotitolo I superuomini, Emerson esalta artisti planetari, poeti di fama mondiale, capi militari costruttori di imperi, parla di Platone e di Swedenborg, di Goethe e di Napoleone, di Montaigne e di Shakespeare. Con Margaret Fuller, scopriva Michelangelo e Leonardo da Vinci. Conversando col suo caro amico Carlyle in Inghilterra, si era trovato d’accordo nel condividere il ‘culto degli eroi e l’eroico nella Storia’, sottotitolo dell’opera Gli eroi, tra i quali la palma spetta a Odino, Maometto, Dante, Cromwell, Napoleone e altri.

Ma questi grandi uomini non impressionano Thoreau.

Nel suo universo semplicemente essi non esistono.




Gli eroi di Walden sono topi e marmotte, uccelli e pesci, formiche e nenufari. Mentre Emerson si eccita per gli ‘uomini universali’, Thoreau si rallegra per gli uomini naturali.

L’uno si preoccupa della trascendenza cosmica incarnata in figure insigni di carne e ossa; l’altro apprezza al di sopra di tutto l’immanenza naturale di sconosciuti rimasti semplici, a contatto diretto con la natura, senza la mediazione o il concorso di qualche artificio culturale.

Emerson gira attorno a Napoleone come una falena attirata dalla luce di un lampo?

Thoreau descrive minutamente il suo piacere nell’incontrare un eremita del bosco di ventotto anni, una variazione sul tema del selvaggio.

Ai suoi grandi uomini, l’Indiano e l’eremita dei boschi, Thoreau aggiunge il Bramino.




Sappiamo che fu un lettore attento della letteratura vedica, un buon conoscitore dei testi induisti, e a più riprese, ma in modo impressionistico, esprime la sua simpatia per quei filosofi antichissimi che furono i bramini, saggi indù che praticavano l’ascesi più austera, incarnavano la loro teoria in una pratica e conducevano una vita filosofica.

In un passo di Walden relativo alla sua dieta, Thoreau fa sapere al lettore che, lui che ama tanto la filosofia indù, avrebbe dovuto mangiare più riso. Ciò che a Thoreau piace del pensiero orientale è il modo di vivere distaccato nei confronti di ciò che non è essenziale. La mattina, legge il Bhagavad-Gita e si dice stupefatto di quella antica verità che fa impallidire tutta la letteratura del suo tempo, improvvisamente diventata insignificante e trascurabile.



Immagina di chiudere il suo libro, andare a cercare l’acqua del pozzo, incontrare gli eroi della mitologia induista e impregnare il proprio mondo della saggezza vedica.

Scrive:

‘L’acqua pura di Walden si mescola all’acqua sacra del Gange’.

E poi, un racconto che fonde la saggezza degli Indiani, il talento per la scultura del legno dell’eremita e la pazienza di chi è tormentato dall’assoluto del Bramino: a Kouroo, un artista si era proposto di arrivare alla perfezione. Decise di fare un bastone.

‘Avendo riflettuto che, per un’opera imperfetta, il tempo conta, mentre per un’opera perfetta il tempo è una quantità trascurabile, si disse: sarà perfetto sotto ogni punto di vista, anche se non dovessi fare altro nella mia vita’.

Si mise perciò in cerca del materiale migliore perlustrando senza sosta i boschi. E siccome il tempo non contava niente, si prese tutto il tempo che gli serviva. Ma i suoi amici persero la pazienza, lo abbandonarono e ognuno finì per invecchiare e morire nel proprio cantuccio.

Lui, invece, non invecchiava.




La sua eterna giovinezza derivava ‘dal suo unico scopo, dalla sua risoluzione e dalla sua profonda pietà’.

La sua determinazione a non scendere a patti col tempo ebbe ragione del tempo, che finì per scomparire dalla sua vita. L’artista continuava a cercare il legno adatto. Il tempo lo risparmiava, ma continuava a produrre i suoi effetti sul resto del mondo: la città di Kouroo non esisteva più da molto tempo, e lui si sedette sulle rovine per iniziare il suo lavoro; la dinastia più potente era scomparsa, e lui cominciò a tagliare il suo legno; scrisse con la punta del bastone il nome dell’ultimo rappresentante di quella razza; riprese il suo lavoro; finì di grattare e di pulire il suo bastone, la stella polare non esisteva più; posò la bacchetta e l’impugnatura ornata di pietre preziose, nel frattempo Brahma si era addormentato e svegliato molte volte – e sappiamo che ognuna delle sue giornate è lunga due miliardi centosessanta milioni di anni; l’oggetto finito divenne la più bella delle creazioni di questo dio indiano, mentre si erano succedute nuove città e nuove dinastie; guardando i trucioli caduti ai suoi piedi, vide che lo scorrere del tempo era stato un’illusione: il materiale era puro, la sua arte anche, il risultato meraviglioso.




Conclude Thoreau:

‘Aveva fatto nascere un nuovo sistema facendo del bastone un mondo dalle proporzioni belle e definite’.

La storia, enigmatica – come parecchi brani dell’opera del filosofo, lettore e appassionato della letteratura vedica – ha dato luogo a diverse interpretazioni.

Il bastone conta poco in questa vicenda, mentre l’essenziale è il progetto: arrivare alla perfezione. La risoluzione sospende il tempo, la costruzione di sé dà accesso all’eternità. In questa vicenda, la solitudine è grande. Gli avvenimenti che l’accompagnano non contano nulla. Esiste solo la volontà del progetto che sospende il tempo e dona l’immortalità. Volersi, costruirsi, significa assicurare di non morire mai.

Verità vedica.



Thoreau manifesta a più riprese questa predilezione per parabole che fanno sudare i cattedratici da più di un secolo. Una di esse somiglia a una specie di enigma, su cui gli ermeneuti impazziscono, mi sembra senza successo.

Eccola:

‘Tempo fa ho perduto un cavallo baio e una tortora, e ancora li cerco. Ho chiesto a numerosi viaggiatori se li avessero visti, descrivendo la strada che avevano imboccato, e a quali nomi rispondevano. Ne ho incontrati uno o due che avevano sentito il cane e il passo del cavallo, e alcuni che avevano visto la tortora scomparire dietro una nuvola, e sembravano anche desiderosi di ritrovarli come se a perderli fossero stati loro stessi’.

Un cane? Un cavallo? Una tortora?

Gli specialisti di simboli possono lasciar perdere.

I più furbi andranno magari a cercare in un bestiario orientale, inseguiranno questi animali nei testi vedici, ma Thoreau non è il tipo che si mette a creare enigmi intellettualistici, a criptare i suoi scritti per godere della cerebralità necessaria a decifrarli. Niente gli si addice meno della citazione dissimulata, del significato nascosto destinato agli iniziati. In compenso, il senso di queste storie straordinarie è dato dal filosofo in parecchi altri luoghi della sua opera, quando afferma di preferire di gran lunga il poema al ragionamento, l’immagine alla dimostrazione, la sensazione alla dialettica.




Non c’è affatto bisogno, quindi, di fornire un canovaccio logico, una proposta filosofica chiara e distinta, quando bastano una parabola, una storia, un mito, una favola, una allegoria.

L’artista della città di Kouroo e il suo bastone non servono a sostituire un discorso sul tempo, l’eternità e la potenza dell’uomo su queste istanze a partire dal momento in cui dispone di una volontà e di un progetto, ma a produrre nel lettore una finzione generatrice di immagini e di sensazioni. Il bestiario degli animali smarriti anche. 

(M. Onfray; Fotografie di A. Masuri)
















lunedì 5 novembre 2018

UNA SOTTILE CATENA DI INNUMEREVOLI ANELLI (concordi nella bellezza) (5)









































Precedenti capitoli:

Chi è costui?






















Acqua Fuoco Vento... (4/1)

Prosegue in:

Una sottile catena di innumerevoli anelli (dall'Albero al politico) (6) &

Dal politico al Religioso (7) &

Dal Religioso a... Dio... (8)














La nostra età è retrospettiva. Costruisce i sepolcri dei padri. Scrive biografie, storie e critiche. Le generazioni precedenti hanno visto Dio e la natura faccia a faccia; noi, attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo anche godere di una relazione originale con l’universo? Perché non dovremmo avere una poesia e una filosofia dell’intuizione e non della tradizione, e una religione per rivelazione per noi, e non la loro storia? Costruita per una stagione nella natura, le cui piene di vita fluttuano intorno a noi e attraverso di noi, e ci invitano dai poteri che forniscono, all’azione proporzionata alla natura, perché dovremmo brancolare tra le ossa secche del passato, o mettere la generazione vivente in mascherarsi dal suo guardaroba sbiadito? Il sole splende anche oggi. C’è più lana e lino nei campi. Ci sono nuove terre, nuovi uomini, nuovi pensieri. Esigiamo le nostre opere, le nostre leggi e il culto.

Per andare in solitudine, un uomo ha bisogno di ritirarsi tanto dalla sua camera quanto dalla società. Non sono solitario mentre leggo e scrivo, anche se nessuno è con me. Ma se un uomo sarebbe solo, guardi le stelle. I raggi che provengono da quei mondi celesti, si separeranno tra lui e ciò che tocca. Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata resa trasparente con questo disegno, per dare all’uomo, nei corpi celesti, la presenza perpetua del sublime. Viste per le strade delle città, quanto sono grandi! Se le stelle dovessero apparire una notte tra mille anni, come crederebbero e adorerebbero gli uomini? e preservare per molte generazioni il ricordo della città di Dio che era stata mostrata!




Ma ogni notte escono questi inviati di bellezza e illuminano l’universo con il loro sorriso ammonitore.  Le stelle risvegliano una certa riverenza, perché sebbene siano sempre presenti, sono inaccessibili; ma tutti gli oggetti naturali producono un’impressione affine, quando la mente è aperta alla loro influenza. La natura non ha mai un aspetto meschino. Neanche l’uomo più saggio cancella il suo segreto e perde la sua curiosità scoprendo tutta la sua perfezione. La natura non è mai diventata un giocattolo per uno spirito saggio.

I fiori, gli animali, le montagne riflettevano la saggezza della sua ora migliore, tanto quanto avevano deliziato la semplicità della sua infanzia. Quando parliamo della natura in questo modo, abbiamo un senso distinto ma più poetico nella mente. Intendiamo l’integrità dell’impressione fatta da molteplici oggetti naturali.

È questo che distingue il bastone di legno del taglialegna dall’albero del poeta.




L’affascinante paesaggio che ho visto questa mattina è indubbiamente composto da circa venti o trenta fattorie. Miller possiede questo campo, Locke e Manning il bosco oltre. Ma nessuno di loro possiede il paesaggio. C’è una proprietà nell’orizzonte che nessun uomo ha se non colui il cui occhio può integrare tutte le parti, cioè il poeta.

Questa è la parte migliore delle fattorie di questi uomini, ma per questo i loro atti di garanzia non danno alcun titolo.

Per parlare veramente, poche persone adulte possono vedere la natura.

La maggior parte delle persone non vede il sole. Almeno hanno una visione molto superficiale. Il sole illumina solo l’occhio dell’uomo, ma brilla negli occhi e nel cuore del bambino. L’amante della natura è colui i cui sensi interiori ed esteriori sono ancora veramente adattati l’uno all’altro; chi ha conservato lo spirito dell’infanzia anche nell’èra della virilità. Il suo rapporto con il cielo e la terra, diventa parte del suo cibo quotidiano. In presenza della natura, una gioia sfrenata attraversa l’uomo, nonostante i veri dolori. Natura dice ‘è una mia creatura’. Non il sole o l’estate da soli, ma ogni ora e ogni stagione rende il suo tributo di gioia; per ogni ora e ogni cambiamento corrisponde e autorizza un diverso stato della mente, dal mezzogiorno senza respiro alla mezzanotte più cupa.




La natura è un’ambientazione che si adatta ugualmente bene a un pezzo di comico o di lutto. In buona salute, l’aria è un cordiale di incredibile virtù. Attraversando un nudo comune, nelle pozze di neve, al crepuscolo, sotto un cielo annebbiato, senza avere nei miei pensieri alcun evento di speciale fortuna, ho goduto di una perfetta euforia. Sono felice per l’orlo della paura. Nel bosco anche, un uomo getta via i suoi anni, come il serpente la pelle andata, e in quel periodo soave della vita, è sempre un bambino. Nei boschi, è la gioventù perenne. All’interno di queste piantagioni di Dio, un decoro e un regno di santità, una festa perenne è vestita, e l’ospite non vede come dovrebbe stancarsi di loro in mille anni.

Nei boschi, torniamo alla ragione e alla fede.

Lì sento che nulla può accadermi nella vita, nessuna disgrazia, nessuna calamità, (lasciandomi i miei occhi), che la natura non può riparare. In piedi sulla terra nuda, la mia testa bagnata dall’aria melliflua e sollevata nello spazio infinito, tutto svanisce nell’estasi. Divento un occhio trasparente; io non sono niente; vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale circolano attraverso di me; sono parte o particella di Dio.




Sono l’amante della bellezza incontaminata e immortale. Nel deserto, trovo qualcosa di più caro e connaturale che nelle strade o nei villaggi. Nel paesaggio tranquillo, e specialmente nella lontana linea dell’orizzonte, l’uomo si presenta un po’ bello come la sua natura. La più grande delizia che i campi e i boschi minano, è la suggestione di un rapporto occulto tra l’uomo e il vegetale. Non sono solo e non riconosciuto. Annuiscono per me e io per loro. L’ondeggiare dei rami nella tempesta, è nuovo per me e per i vecchi. Mi sorprende, eppure non è sconosciuto. Il suo effetto è simile a quello di un pensiero superiore o di un’emozione migliore che viene su di me, quando ho pensato che stavo pensando giusto o facendo bene. Eppure è certo che il potere di produrre questo piacere, non risiede nella natura, ma nell’uomo, o in un’armonia di entrambi. È necessario usare questi piaceri con grande temperanza. Perché, la natura non è sempre ingannata in abiti da festa, ma la stessa scena che ieri ha respirato il profumo e luccicata come per la folleggiatura delle ninfe, è oggi ricoperta di malinconia.

La natura indossa sempre i colori dello spirito.

Per un uomo che lavora sotto la calamità, il calore del suo stesso fuoco ha tristezza in esso. Poi, c’è una sorta di disprezzo per il paesaggio da lui sentito che ha appena perso per sempre un caro amico. Il cielo è meno imponente in quanto si spegne per un valore inferiore nella popolazione.

Chiunque considererà la causa finale del mondo, discernerà una moltitudine di usi che ne conseguono. Tutti ammettono di essere stati catapultati in una delle seguenti classi; Comodità; Bellezza; Linguaggio; e Disciplina.




Sotto il nome generale di comodità, classifico tutti quei vantaggi che i nostri sensi hanno nei confronti della natura. Questo, naturalmente, è un beneficio temporaneo e mediatore, non ultimo, come il suo servizio all’anima. Tuttavia, sebbene sia basso, è perfetto nel suo genere ed è l’unico uso della natura che tutti gli uomini percepiscono. La miseria dell’uomo appare come una petulanza infantile, quando esploriamo la disposizione stabile e prodiga che è stata fatta per il suo sostegno e diletto su questa palla verde che lo fluttua attraverso i cieli.

Quali angeli hanno inventato questi splendidi ornamenti, queste ricche comodità, questo oceano di aria sopra, questo oceano di acqua al di sotto, questo firmamento di terra in mezzo?

Questo zodiaco di luci, questa tenda di nuvole che cadono, questo cappotto a strisce di climi, questo quadruplo anno?

Animali, fuoco, acqua, pietre e grano lo servono.

Il campo è al tempo stesso il suo piano, il suo cortile, il suo terreno di gioco, il suo giardino e il suo letto.

‘Altri servi aspettano l’uomo di quanto ne prenda atto’.

La natura, nel suo ministero per l’uomo, non è solo il materiale, ma è anche il processo e il risultato. Tutte le parti lavorano incessantemente l’una nelle mani dell’altro per il profitto dell’uomo.

Il vento semina il seme; il sole fa evaporare il mare; il vento soffia il vapore sul campo; il ghiaccio, dall’altra parte del pianeta, condensa la pioggia su questo; la pioggia alimenta la pianta; la pianta nutre l’animale; e così le interminabili circolazioni della carità divina nutrono l’uomo.




 Le arti utili sono riproduzioni o nuove combinazioni dall’arguzia dell’uomo, degli stessi benefattori naturali. Non aspetta più che le bombe favoriscano, ma per mezzo del vapore, realizza la favola della borsa di Eolo, e porta i venti due e venti nella caldaia della sua barca. Per diminuire l’attrito, spiana la strada con sbarre di ferro, e, montando una carrozza con un carico di uomini, animali e mercanzie dietro di lui, corre per il paese, di città in città, come un’aquila o una rondine l’aria. Dall’insieme di questi aiuti, come cambia la faccia del mondo, dall’era di Noè a quella di Napoleone!

Il povero privato ha città, navi, canali, ponti costruiti per lui. Va all’ufficio postale e la razza umana corre per le sue commissioni; alla libreria, e la razza umana legge e scrive di tutto ciò che accade, per lui; alla corte, e le nazioni riparano i suoi torti. Egli mette la sua casa sulla strada, e la razza umana va avanti ogni mattina, spala fuori la neve e taglia un sentiero per lui. Ma non c’è bisogno di specificare particolari in questa classe di usi. Il catalogo è infinito, e gli esempi così ovvi, che li lascerò alla riflessione del lettore, con l’osservazione generale, che questo beneficio mercenario è quello che ha rispetto ad un bene più lontano.



Un desiderio più nobile dell’uomo è servito dalla natura, cioè dall’amore per la bellezza. Gli antichi greci chiamavano il mondo (kosmos), bellezza. Tale è la costituzione di tutte le cose, o tale il potere plastico dell’occhio umano che le forme primarie come il cielo, la montagna, l’albero, l’animale, ci danno una delizia un piacere derivante da contorni, colori, movimenti e raggruppamenti. Ciò sembra in parte dovuto all’occhio stesso. L’occhio è il migliore degli artisti. Tramite l’azione reciproca della sua struttura e delle leggi della luce, viene prodotta una prospettiva che integra ogni massa di oggetti, di qualsiasi carattere, in un globo ben colorato e ombreggiato, in modo che laddove gli oggetti particolari siano mediocri e non affetti, il paesaggio che compongono, è rotondo e simmetrico. E come l’occhio è il miglior compositore, così leggero è il primo dei pittori. Non c’è nessun oggetto così osceno che la luce intensa non renderà bella. E lo stimolo che offre al senso è una sorta di infinito che ha, come lo spazio e il tempo, una simmetrica convergenza con la natura.

Anche il cadavere ha la sua bellezza.

Ma oltre a questa grazia generale diffusa sulla natura, quasi tutte le forme individuali sono gradite allo sguardo, come dimostrano le nostre infinite imitazioni di alcune di esse, come la ghianda, l’uva, la pigna, l’orecchio di grano, il uovo, le ali e le forme della maggior parte degli uccelli, l’artiglio del leone, il serpente, la farfalla, conchiglie, fiamme, nuvole, gemme, foglie e le forme di molti alberi, come la palma.




Per una migliore considerazione, possiamo distribuire gli aspetti della Bellezza in una triplice maniera.

In primo luogo, la semplice percezione delle forme naturali è una delizia. L’influenza delle forme e delle azioni in natura è così necessaria all’uomo che, nelle sue funzioni più basse, sembra trovarsi ai confini della merce e della bellezza. Per il corpo e la mente che sono stati ostacolati da lavoro o compagnia nocivi, la natura è medicinale e ripristina il loro tono. Il commerciante, l’avvocato esce dal frastuono e dall’arte della strada, vede il cielo e il bosco ed è di nuovo un uomo.

Nella loro eterna calma, si ritrova.

La salute dell’occhio sembra esigere un orizzonte.

Non siamo mai stanchi, purché possiamo vedere abbastanza lontano.

Ma in altre ore, la Natura soddisfa con la sua bellezza e senza alcuna mescolanza di benefici corporali.

Vedo lo spettacolo del mattino dalla sommità della collina sopra la mia casa, dal giorno al sorgere del sole, con le emozioni che un angelo potrebbe condividere. Le lunghe barre sottili di nuvole galleggiano come pesci nel mare di luce cremisi.




Dalla terra, come una riva, guardo fuori in quel mare silenzioso. Sembro partecipare alle sue rapide trasformazioni: l’incantesimo attivo raggiunge la mia polvere, e io dilato e cospiro con il vento del mattino.

In che modo la natura ci deifica con pochi ed economici elementi!

Dammi salute e un giorno, e renderò ridicola la pompa degli imperatori. L’alba è la mia Assiria; il sole e la luna sorgono il mio Tempio, e regni inimmaginabili di Imperi. Non meno eccellente, tranne la nostra minore suscettibilità nel pomeriggio, è stato il fascino, l’ultima sera, di un tramonto di gennaio. Le nubi occidentali si divisero e si suddividono in fiocchi rosa modulati con sfumature di indicibile morbidezza; e l’aria aveva tanta vita e dolcezza, che era un dolore venire dentro le porte. Che cosa avrebbe detto la natura? Non c’era alcun significato nel riposo vivo della valle dietro il mulino, e che Omero o Shakespeare non potevano riformare per me a parole?

Gli alberi senza foglie diventano guglie di fuoco nel tramonto, con il blu orientale per il loro sfondo, e le stelle dei calici morti dei fiori, e ogni stelo appassito e stoppia con il gelo, contribuiscono alla musica muta. Gli abitanti delle città suppongono che il paesaggio rurale sia piacevole solo per metà dell’anno. Mi compiaccio delle grazie dello scenario invernale, e credo che ne siamo toccati tanto quanto dalle influenze geniali dell’estate.
Agli occhi attenti, ogni momento dell’anno ha la sua bellezza, e nello stesso campo, vede, ogni ora, un’immagine che non è mai stata vista prima e che non sarà mai più vista. I cieli cambiano ogni momento e riflettono la loro gloria o oscurità nelle pianure sottostanti. Lo stato del raccolto nelle fattorie circostanti altera l’espressione della terra di settimana in settimana. La successione di piante autoctone nei pascoli e nei bordi delle strade, che rende l’orologio silenzioso con cui il tempo racconta le ore estive, renderà sensate anche le divisioni del giorno a un osservatore acuto. Le tribù di uccelli e insetti, come le piante puntuali al loro tempo, si susseguono e l’anno ha spazio per tutti. Con i corsi d’acqua, la varietà è maggiore. A luglio, l’erba con le erbacce fiorisce in ampi letti nelle parti basse del nostro piacevole fiume, e brulica di farfalle gialle in continuo movimento.

L’arte non può competere con questa pompa di porpora e oro.




In effetti il fiume è un gala perpetuo e ogni mese vanta un nuovo ornamento. Ma questa bellezza della Natura che è vista e sentita come la bellezza, è la minima parte. Gli spettacoli del giorno, la rugiada del mattino, l’arcobaleno, le montagne, i frutteti in fiore, le stelle, il chiaro di luna, le ombre nell’acqua immobile e simili, se cacciate troppo avidamente diventano semplicemente spettacoli e ci prendono in giro con la loro irrealtà. Esci di casa per vedere la luna, e non è un semplice orpello; non piacerà come quando la sua luce brilla sul tuo necessario viaggio.

La bellezza che brilla nei pomeriggi gialli di ottobre, chi mai la potrebbe afferrare?

Vai avanti a cercarlo, ed è sparito: c’è solo un miraggio mentre guardi dalle finestre della diligenza.

La presenza di un elemento superiore, cioè, dell’elemento spirituale è essenziale per la sua perfezione. La bellezza alta e divina che può essere amata senza effeminatezza è quella che si trova in combinazione con la volontà umana. La bellezza è il marchio che Dio mette sulla virtù. Ogni azione naturale è aggraziata. Ogni atto eroico è anche dignitoso e fa splendere il luogo e gli astanti. Ci viene insegnato da grandi azioni che l’universo è la proprietà di ogni individuo in esso. Ogni creatura razionale ha tutta la natura per la sua dote e la sua proprietà.




È suo, se vuole.

Può privarsene; può insinuarsi in un angolo e abdicare al suo regno, come fanno molti uomini, ma ha diritto al mondo con la sua costituzione. In proporzione all’energia del suo pensiero e della sua volontà, prende il mondo in se stesso.

‘Tutte quelle cose per le quali gli uomini solcano, costruiscono o salpano, obbediscono alla virtù’, disse Sallustio.

‘I venti e le onde’, disse Gibbon, ‘sono sempre dalla parte dei più abili navigatori’.

Così sono il sole e la luna e tutte le stelle del paradiso.

I cieli e la terra visibili simpatizzano con Gesù.

E nella vita comune, chiunque abbia visto una persona dal carattere potente e dal genio felice, avrà notato con quanta facilità ha preso tutte le cose insieme a lui, le persone, le opinioni e il giorno e la natura sono diventati ausiliari per un uomo lascia che i suoi pensieri siano di uguale grandezza. Lascia che i suoi pensieri siano di portata uguale, e la cornice si adatta all’immagine.




C’è ancora un altro aspetto sotto il quale la bellezza del mondo può essere vista, cioè, in quanto diventa un oggetto dell’intelletto. Oltre alla relazione delle cose con la virtù, hanno una relazione con il pensiero. L’intelletto cerca l’ordine assoluto delle cose mentre stanno nella mente di Dio e senza i colori dell’affetto. Le potenze intellettuali e quelle attive sembrano succedersi a vicenda e l’attività esclusiva dell’una genera l’attività esclusiva dell’altro. C’è qualcosa di poco amichevole l’uno nell’altro, ma sono come i periodi alternati di alimentazione e di lavoro negli animali; ognuno si prepara e sarà seguito dall’altro. Perciò la bellezza, che, in relazione alle azioni, come abbiamo visto, non viene accettata, avviene perché non è richiesta, rimane per l’apprensione e la ricerca dell’intelletto; e poi ancora, a sua volta, del potere attivo.

Niente di divino muore!

Tutto il bene è eternamente riproduttivo.

La bellezza della natura si riforma nella mente, e non per una sterile contemplazione, ma per una nuova creazione. Tutti gli uomini sono in qualche modo impressionati dalla faccia del mondo; alcuni uomini persino per deliziare. Questo amore per la bellezza è Gusto. Altri hanno lo stesso amore in tale eccesso, che, non contenti di ammirare, cercano di incarnarlo in nuove forme.

La creazione della bellezza è arte.

La produzione di un’opera d’arte getta una luce sul mistero dell’umanità. Un’opera d’arte è un’astrazione del mondo. È il risultato o l’espressione della natura, in miniatura. Perché, sebbene le opere della natura siano innumerevoli e tutte diverse, il risultato o l’espressione di esse è tutto simile e unico.

La natura è un mare di forme radicalmente uguali e persino uniche.

Una foglia, un raggio di sole, un paesaggio, l’oceano, fanno un’impressione analoga nella mente. Ciò che è comune a tutti loro - quella perfetta e l’armonia, è la bellezza. Lo standard della bellezza è l’intero circuito delle forme naturali, la totalità della natura; che gli italiani hanno espresso definendo la bellezza ‘il più nell’uno’. Niente è abbastanza bello da solo: nient’altro che è bello nel complesso. Un singolo oggetto è solo così bello come suggerisce questa grazia universale.

Il poeta, il pittore, lo scultore, il musicista, l’architetto, cercano ciascuno di concentrare questo splendore del mondo su un punto, e ciascuno nelle sue diverse opere per soddisfare l’amore per la bellezza che lo stimola a produrre.

Così è l’arte, una natura passata attraverso l’alambicco dell’uomo.

Così nell’arte, la natura opera attraverso la volontà di un uomo pieno della bellezza delle sue prime opere.

Il mondo esiste quindi all’anima per soddisfare il desiderio di bellezza. Questo elemento chiamo un fine ultimo. Nessun motivo può essere chiesto o dato perché l’anima cerca la bellezza. La bellezza, nel suo senso più ampio e profondo, è un’espressione per l’universo. Dio è onnisciente. La verità, la bontà e la bellezza non sono che volti diversi dello stesso Tutto. Ma la bellezza nella natura non è il massimo. È il messaggero della bellezza interiore ed eterna, e non è solo un bene solido e soddisfacente. Deve stare come una parte, e non ancora l’ultima o la massima espressione della causa finale della Natura.

(Emerson; Fotografie di Joanna Rzeźnikowska)

















sabato 3 novembre 2018

CHI E' COSTUI? (3)




































Precedenti capitoli:

Si raccontò poi per molti secoli dopo... (1/2)

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Chi è costui? Acqua Fuoco Vento.... (4)












                                             
‘Che cosa è?,

…chiese Niceta dopo aver rigirato tra le mani la pergamena e aver tentato di leggerne qualche riga.

‘È il primo mio esercizio di scrittura’,

rispose Baudolino,

‘e da quando l’ho scritto — avevo, credo, quattordici anni, ed ero ancora una creatura del bosco — me lo sono portato appresso come un amuleto. Dopo ho riempito molte altre pergamene, certe volte giorno per giorno. Mi pareva di esistere solo perché a sera potevo raccontare quello che mi era accaduto di mattina. Poi mi bastavano dei regesti mensili, poche linee, per ricordarmi gli eventi principali. E, mi dicevo, quando fossi avanti negli anni — come sarebbe a dire ora — sulla base di queste note stenderò le Gesta Baudolini. Così nel corso dei miei viaggi mi portavo dietro la storia della mia vita…




Ratispone Anno Dommini Domini mense decembri mclv kronica Baudolini cognomento de Aulario
io Baudolino di Galiaudo de li Aulari con na testa ke somilia un lione alleluja sieno rese Gratie al siniore ke mi perdoni
a yo face habeo facto il rubamento più grande de la mia vita ciò e o preso da uno scrinio del vescovo Oto molti folii ke forse sono cose de la kanccl cancelleria imperiale et li o gratati quasi tutti meno ke dove non veniva via et adesso o tanto Pergamino per schriverci quel ke volio cioè la mia chronica anca se non la so scrivere in latino
se poi scoprono ke i folii non ci sono più ki sa ke cafarnaum viene fuori et pensano ke magari è una Spia dei vescovi romani ke voliono male all’imperatore federico
ma forse non li importa a nessuno in chancelleria schrivono tutto anca quando non serve et ki li trova [questi folii] si li infila nel büs del kü non se ne fa negott

ncipit prologus de duabus civitatibus historiae AD mcxtiii conscript
saepe multumque volvendo mecum de rerum temporalium motu ancipitq

qveste sono linea ke i era prima et non o potuto gratarle bene ke devo saltarle
se poi li trovano questi Folii dopo ke li ho scriti non li capise gnanca un cancelliere perké qvesta è una lengva ke la parla queli de la Frasketa ma nesuno la mai schrita
però se è una lengva ke nesuno capise ndovinano subito ke sono io perké tuti dicono ke a la frasketa parliamo na Lengva ke non è da christiani dunque devo nasconderli bene

fistiorbo ke fatica skrivere mi fa già male tuti i diti




 Prima di marciare su Roma, Federico aveva fatto una puntatina in Lombardia. Da tempo Milano non pagava più i tributi, trascurava la manutenzione di strade e ponti, negava ospitalità ai legati tedeschi e angariava con guerricciole e spedizioni punitive il piccolo comune di Lodi, vassallo fedele dell’Impero e fiorente mercato, cui affluivano i prodotti agricoli di Crema, Pavia, Cremona e Piacenza che, in altri tempi, venivano convogliati su Milano.

Nel marzo del 1153, tre ambasciatori lodigiani erano stati inviati a Costanza per denunciare i milanesi. Il Barbarossa aveva spedito in Lombardia il conte Sicherio che vi era stato accolto a lazzi e sberleffi. I milanesi l’avevano addirittura malmenato, obbligandolo ad abbandonare di notte la città e a rivalicare le Alpi.

Poi, impauriti del proprio gesto, avevano inviato all’Imperatore un anfora colma di monete d’oro. Ma Federico non aveva voluto neppure ricevere i donatori e nell’ottobre dello stesso anno con un esercito di due mila cavalieri era sceso in Italia. Giunto a Roncaglia, nei pressi di Piacenza, aveva convocato i rappresentanti dei comuni padani. Lodi aveva ribadito le sue accuse. Le forze tedesche erano troppo scarse per un’azione di guerra contro  Milano, perciò il Barbarossa si era limitato a spianare al suolo i castelli di Momo, Trecate e Galliate.

Poi aveva puntato su Tortona, nemica acerrima di Pavia, filo – imperiale, e l’aveva cinta d’assedio. Dopo due mesi di resistenza, la città, vinta dalla fame e dal tifo, aveva capitolato. Nell’aprile, Federico era partito per Roma. Al calar dell’estate era tornato in Germania dove, durante la sua assenza, erano scoppiate qua e là piccole rivolte di vassalli.

Dopo la capitolazione di Milano la maggior parte dei comuni alleati di Milano mandarono ambasciatori al Barbarossa, in segno di omaggio. Domata la città ribelle e pacificata, almeno in apparenza, l’Italia del Nord, l’Imperatore convocò una solenne dieta a Roncaglia alla quale parteciparono non solo vescovi, principi e consoli, ma anche insigni giuristi dell’Università di Bologna.

Federico voleva che la grande Assise sanzionasse sul piano giuridico i diritti dell’Impero e fissasse gli obblighi dei sudditi. Chiese pubblicamente ai due maestri di diritto bolognesi, Bulgaro e Martino Gosia, se spettava all’Imperatore il titolo di signore del mondo. Bulgaro rispose di no, Martino disse di sì e fu premiato con un magnifico cavallo bianco. Fu posto poi il quesito se era meglio pagare un tributo all’Impero e goderne la protezione, oppure essere sottoposti a un vescovo o a una città vicina.

I comuni lombardi, minacciati dalle mire espansionistiche di Milano, dichiararono che era meglio essere vassalli dell’Impero. Meglio due anime e sangue misto purché…

(gli autori di codeste orrende e sgrammatiche pagine vengono – per loro incolumità – taciuti….)