IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 11 settembre 2024

LEI CARO SIGNORE SCRIVE TROPPO…. (ALTRIMENTI PROVVEDEREMO AI SUOI SOGNI….)










































Precedenti capitoli:

Nelle Rondelline di primavera...

Prosegue in:

L'ora legale














…Ieri tornando verso casa - come spesso succedeva ed ancora si rinnova la costante opera malferma ed intimidatoria con cui si esprime e si veste (o meglio mimetizza ed inkappuccia il klan e son solo…) non l’uomo ma il ‘delinquente’ avverso non solo al libero volo ma al diritto d’ognuno in cui malfermo ed incapace, recepisco il messaggio deciso della ‘kavernosa’ parola e al grido veloce qual insulto delegata; giacché ne deduco incapace nel semplice comune camminare ‘incamminato’ verso cui procede la vera Opera dell’uomo senza il corrazzato fuoristrada dell’infelice loro progredire fors’anche regredire…

…Giacché ricordo loro che…, prima carponi poi  gradualmente retti nell’evoluzione del dovuto Sapere e non certo delegato ad artificiosi meccanici contesti privi di capacità di pensiero e parola, nascosti o al contrario transitare come animali carponi o cingolati infrattati in strani cespugliosi urticanti o al contrario abbatter ogni Genio ove dimora superiore ultrasecolare ingegno ed in capanni rinnovarsi e delegarsi malferma ugual medesima parola e promessa di morte in breve messaggino di incaricato terrore promettendo persecuzione e sevizia così come la grammatica che più li delizia e motiva…




La sevizia e non solo della Natura il loro piacere preferito dopo una notte di bianchi bagordi serviti e riveriti dall’oste al politico compiaciuto così ben asservito… giacché ognuno al Bar assiso qual futuro trono di secolar fascismo… regnare e deridere ogni Verità disgiunta con non sia un piatto di buona selvaggina accompagnata dal fiasco unito in nome della Patria digerita…

Così godono senza mai averne colto il frutto proibito ciò par chiaro per ogni Uomo - vero Uomo - qui rimembrato e crocefisso…

La Natura - ricordo loro - imprime ed ispira elevata saggezza nella rinnovata evoluta Ragione in noi come in tutti coloro che a Lei fanno Voto e non certo codesti ‘cacciatori’ non solo del Libero Pensiero, facendoci tesoro ed oro di un volo più elevato di un passo più fiero di una vita e un piatto più saporito in comunione con la sua linfa di cotal Genio solo con il semplice passo a lei vicino…

Un Voto saggio e ben meditato!




Un Voto affine al principio della Vita ed avverso al voto di tutti coloro di cui rimembro le vil gesta e non più passo in quanto l’orma persa così il pensiero nobilitato e riflesso delegato: lo si può riconoscere dall’urlo pari della bestia braccata non men del rinnovato pneumatico divenuto dottrina dal fucile anch’esso incaricato sputare fuoco e rogo d’una strana secolar sentenza privata della Legge incamminata ed avvelenata distillata per ogni citofono con cui si richiamano in cotal manovrate fiere gesta allo specchietto dell’improprio cacciato… o solo negato…

…Signori così evoluti e meccanizzati in queste antiche e nuove gesta nobilitati e votati, sappiate che siamo ispirati dalla Natura quanto da Dio che l’ha così splendidamente creata in superiore ed inferiore passo privo di cotal ingegnoso malfermo corazzato pneumatico ed anche privi, se per questo, del fucile e del fuoco così come si compone il rogo non men che del messaggino incaricato e dal corriere abdicato dalla piazza sino al cespuglio per il veleno di cui rinnova la strana sua alchemica medicina… d’un ‘papavero’ eletto nel campo barattato all’arma del libero mercato…




…E non solo l’Afgano…

 …Uniti nell’ingegno nell’esprimere l’odio delegato ad altrui malfermo intento e come sempre è stato ed ancora…  qualcuno urla e intima così come un Tempo che pensavamo andato.

Qualcuno nascosto vuol intimidire la libera opinione e non solo censurare l’arbitrio ma anche costringere la sana democratica Natura ad un ruolo subalterno.

Qualcuno tutti e nessuno come ebbe a dire un noto scrittore mi guarda con sguardo colmo d’odio trattenuto solo per aver sollecitato un Bosco di Geni a loro incompreso. Mi guardano con feroce disprezzo figlio di non so qual Dio ma questa Pasqua ed i motivi di quel Dio pregato mi danno forza per proseguire il cammino. Mi additano mi guardano in cagnesco ed in privato delegano e rinnovano minaccia ad un gruppo di soliti innominati superiori incaricati nel dovuto diritto privato.




Mi torturano ed avvelenano come leggo ed estendo all’altrui più evoluto passo ed intento con il veleno d’un rinnovato fascismo così come si compone il proprio ardire l’impropria natura della minaccia esportata in ogni luogo ove non regna democratica avversa discendenza ma libera e legittima calunnia e maldicenza accompagnata dalla possibilità di inforcare l’antico e nuovo strumento (telecomandato) e far della giustizia e diritto d’ognuno rogo e intimidire quanto non deve esser detto.

Ed allora….

…Questa mia rivolta a quei meschini.

A tutti quei vigliacchi che oltre avvelenare la Natura provano insano piacere nel singolo boccone avvelenato non meno del rogo e non solo della cultura ma anche del bosco - solo e perché - proprio lì dimorano superiori Geni a loro incompresi.

Signori che mi guardate con sguardo d’odio ed inferocito incaricato disprezzo pur non avendo a voi fatto del male alcuno e mi attendete, scusate, che dico mai, vi appostate per ogni dove tutti indistintamente ben connessi ancor privi del dovuto telecomando il qual confermerà quanto e come avete già fatto e compiuto, sappiate che non regna paura in questa mia non certo impresa ma amore per Madre Natura.




Sappiate che non regna paura del vostro sguardo armato non solo di fucile ma d’odio antico il quale rinnova il credo di una Natura che per sempre difendo e difenderò nell’immacolata Opera d’un Creato tradito dal Dio pregato e poi deriso.

Sappiate signori eleganti dotti e saccenti che la verità dei vostri inutili misfatti accompagnati da strani insoluti invisibili accadimenti e da insani proponimenti non intimidirà la Natura la qual mi accompagna e mi da forza, ed il vostro veleno abdicato alla radice d’una foglia ben respirata nel dovuto distingua di ciò che si compone foglia e coca mi conferiscono linfa e vita alla fotosintesi di quanto ammirato e di quanto visto nell’opera creata.

Non basta un rogo neppure un urlo neppure un gruppo di soliti ignoti protetti intimidire la tana come la casa depredata così come un tempo che pensavamo remoto… di loro si occuperà la Storia!




Non basta scrivere e pensare costantemente minacciato dall’opera di inetti deficienti; non basta il vostro sguardo d’odio senza nessun motivo eccetto la solita promessa d’una croce al Golgota qual unico martirio; non abbiamo paura dei vostri grugni inferociti colmi di disprezzo giacché sappiamo bene di non aver fatto del male a nessuno solo aver rimato ed apostrofato l’Opera del Creato ed in questo martirio vi ringrazio e rinnovo prendendo spunto dal molestato vostro disprezzo figlio di nessun dissenso - dove e come - si volge storica trama nella nostra quanto altrui patria.

Ed allora son più che fiero d’esser non solo arso al rogo dopo esser stato torturato ed avvelenato in ciò si compone più supremo ed alto sacrificio rinnovando il limitato ingegno di come si compone il diverbio in totale mancanza di democratico confronto.

Venghino pure signori la loro calunnia sarà ben accettata.

Venghino pure signori anche delegati da altri confini confinati i veri esiliati rispondono senza offesa alcuna solo il Pensiero delegato alla Parola da loro non gradita.

Venghino pure facciano d’un rogo il diverbio fondino il loro fascismo, si consumino in bivacchi di trappole e non solo per animali, noi andremo fieri della nostra civile comune ispirata Opera in nome non solo della Natura ma in tutto ciò che in lei respira ed ispira qual Superiore Dio ucciso costantemente dal profitto.

Venghino signori distribuiscano e deleghino paura e terrore a piene mani con spari precisi con roghi ignari con veleno da sano appetito nutrito, noi saremmo più forti di prima nell’indicare il chi ed il come.

Venghino Signori ci sputino sul viso e ci minacciano pure lungo il Sentiero divenuto Golgota in questo mondo crocefisso.  




Li ringrazio di cuore per ogni offesa incaricata dall’ingiuria per ogni minaccia accompagnata dal dovuto taglieggiamento e condita dalla promessa della morte annunciata, e non solo dal veleno del boccone offerto, ma dalla dinamite con la quale un tempo avete sacrificato la giustizia in nome di un diverso ideale il quale l’unica Poesia che intona e che compone fa rima con…  mafia…

…Quell’essere non ritraggo incarico qualche foto del suo ‘messaggio’,  a lui …che pesce non era ed è... ma forse lo sarà, in questa terra auguro una vita più evoluta... più sana... con acqua limpida e pulita con cui accompagnare l’insano cammino ubriaco ed avvelenato…

E cantar la sua canzone strana, che poesia o rima non è ed era, per ciò tutti ci auguriamo che da cacciator non sia proprio lui quello braccato, perché da uno stagno si posò proprio sopra un albero e noi tutti ...lo guardiamo nel suo movimento strano...

Ora non mi si chieda di che specie è o era la sua natura.

Ora non mi si domandi come mai è lì immobile proprio in mezzo a quei rami.

Io di certo mai l’ho creato in questo suo ‘movimento’ strano forse solo un’opera di un altro ...Dio.

Io sto parlando e resuscitando uno Spirito Elevato della mia ed altrui natura con cui volavo e morivo nella sua strana ...tortura.

A te dedico queste parole di poesia aguzzino lungo una via...





                                      UN FATTO (e più d’un rogo…)










Morte due aquile reali e una volpe. Sono stati gli escursionisti del Cai di Leonessa a scoprire le carcasse degli animali, domenica pomeriggio, in località Capo La Valle (Monteleone di Spoleto). Qui nei giorni scorsi era già stata segnalata la presenza di bocconi avvelenati, ingeriti da due cani: uno è morto e l’altro è sopravvissuto.




Due aquile morte Sul caso indagano i carabinieri forestali intervenuti nella zona montana oltre Gavelli (Sant’Anatolia di Narco), dove sono stati recuperati i due rapaci, forse gli unici che nidificavano nella zona, ma in ogni caso il danno è considerato gravissimo per l’intero ecosistema dell’area. Sia le aquile reali che la volpe saranno sottoposti all’esame autoptico dagli esperti dell’Istituto zooprofilattico di Umbria e Marche, dove gli esemplari sono stati trasferiti. L’ipotesi è che i tre animali siano morti in due tempi differenti ma tutti per avvelenamento: la carcassa della volpe, infatti, è apparsa più decomposta di quella delle due aquile reali, tanto che è probabile che la coppia di rapaci sia morta per avvelenamento dopo essersi cibata della volpe.




Arrivano i cani antiveleno Conferme sono comunque attese all’esito dell’autopsia, mentre in zona non risulta che siano stati rinvenuti bocconi avvelenati da portare in laboratorio per tentare anche di dare un nome a chi getta mix di carne e veleno nei boschi. In questo senso, però, i carabinieri forestali batteranno la zona con il nucleo cinofilo antiveleno, ossia dei cani addestrati per scovare le esche mortali o anche altre carcasse di animali che possono essere sfuggite agli escursionisti. Intanto il sindaco di Monteleone di Spoleto, Marisa Angelini, sui social spiega che «l’area sarà perimetrata» per la bonifica e «sarà informata la popolazione», attraverso comunicazioni e cartelli installati in loco. 

(C.A.I. Leonessa)





                               COMMENTI… senza  COMMENTI










L’interpretazione dei segni, dei gesti, di messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell’uomo d’onore. E di conseguenza del magistrato. La tendenza dei siciliani alla discrezione, per non dire al mutismo, è proverbiale.

Nell’ambito di Cosa Nostra raggiunge il parossismo. L’uomo d’onore deve parlare soltanto di quello che lo riguarda direttamente, solo quando gli viene rivolta una precisa domanda e solo se è in grado e ha diritto di rispondere. Su tale principio si basano i rapporti interni alla mafia e i rapporti tra mafia e società civile. Magistrati e forze dell’ordine devono adeguarsi. Nei miei rapporti con i mafiosi mi sono sempre mosso con estrema cautela, evitando false complicità e atteggiamenti autoritari o arroganti, esprimendo il mio rispetto ed esigendo il loro.

E’ inutile andare a trovare un boss in carcere se non si hanno domande precise da porgli su indagini che riguardano la mafia, se non si è bene informati o se si pensa di poterlo trattare come un qualsiasi criminale comune. I messaggi di Cosa Nostra diretti al di fuori dell’organizzazione –informazioni, intimidazioni, avvertimenti – mutano stile in funzione del risultato che si vuole ottenere.

Si va dalla bomba al sorrisetto ironico accompagnato dalla frase:

‘Lei lavora troppo, fa male alla salute, dovrebbe riposare’,

oppure:

‘Lei fa un mestiere pericoloso; io al suo posto, la scorta me la porterei pure al gabinetto’…

Due frasi che mi sono state rivolte direttamente.

Le cartoline e lettere decorate con disegni di bare o con l’eventuale data di morte accanto a quella di nascita, e i pacchetti con proiettili sono riservati generalmente ai novellini, per sondare il terreno.

Quando la mafia fa telefonate del tipo:

‘La bara è pronta’,

accentuando l’inflessione siciliana, ottiene senza alcun dubbio un certo effetto. In questo caso facili da interpretare, le minacce tendono a mettere in moto un processo di autocensura. Direi anzi che si minaccia qualcuno solo quando lo si ritiene sensibile alle minacce.

La mafia è razionale, vuole ridurre al minimo gli omicidi (come la libertà d’espressione). Se la minaccia non raggiunge il segno, passa a un secondo livello, riuscendo a coinvolgere intellettuali, uomini politici, parlamentari, inducendoli a sollevare dubbi sull’attività di un magistrato ficcanaso, o esercitando pressioni dirette a ridurre il personaggio scomodo al silenzio.

Alla fine ricorre all’attentato (in qualsiasi forma e luogo compone l’impropria ‘icona’).

Il passaggio all’azione è generalmente coronata da successo, dato che Cosa Nostra (ed – aggiungo io – i suoi molteplici interessi…) sa fare il suo mestiere (cioè capace….).

Tra i vari attentati falliti, voglio ricordare quello organizzato contro di me nel giugno 1989.

Gli uomini della mafia (ed i servizi…) hanno commesso un grosso errore, rinunciando all’abituale precisione e accuratezza pur di rendere più spettacolare l’attacco contro lo Stato. Al punto che qualcuno ha concluso che quell’attentato non era di origine mafiosa (ecco forse il fine…). Mi sembra che, più banalmente, capita anche ai mafiosi di sopravvalutare le proprie capacità, sottovalutare l’avversario, voler strafare…

(Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra)









   




martedì 10 settembre 2024

L'INGANNO

 























Prosegue nell':

Inganno (Seconda parte)  


(anche in formato ftblog; colgo 

l'occasione per ringraziare

il produttore per ciò che mai

abbiamo visto bensì udito!)








Ho visto e udito cose che superano ogni ingannevole immaginazione riflesse nell’occhio anamorfico del nostro tempo, accompagnate dalla illogica   incomprensione, disquisite e ciarlate giornalmente di comune sottinteso accordo, seminare e coltivare l’intelletto dell’uomo evoluto e di nuovo creato, oppure ed ancor peggio, derivato nell’impropria simmetrica cultura approdata all’inevitabile deriva…

 

Specchiarsi e ripiegarsi su sé stessa.

 

Vorrei appena accennare se le Parole frammentate dal costante veleno anticipate dall’intimidazione me lo consentono ancora, in ogni terra e nazione ove prospera apparente democratica libertà ben vigilata, descrivere l’errore di tal progredita evoluzione…

 

Non si può credere!

 

Non si può immaginare!



Non si può sperare che siffatta delirante agonia sia appena sufficiente a descriverne sussurrarne l’antico orrore e qualcuno raccoglierne il senno perso in ugual nera colonica Selva…

 

In nome e per conto dell’orgia del potere bel allevato…

 

Solo i direttori dei servizi agricoli del Ministero della Grecia del Nord seguivano con zelo e quasi con raccoglimento la brillante analisi scientifica del ‘principale’.

 

Quest’ultimo riprese:

 

‘Al momento delle irrorazioni il fogliame della vite deve essere interamente ricoperto. L’azione di questa ramatura è solo preventiva non bisogna mai trascurarla. Signori nel concludere questa rassegna dei mezzi capaci di combattere la peronospora permettetemi di ringraziarvi calorosamente per l’attenzione con cui mi avete seguito per tutta questa conferenza’.

 

Si udirono alcuni timidi applausi e il segretario di Stato Pompilius scese dal palco.




 Il Generale si alzò, attese che l’oratore avesse ripreso il suo posto in mezzo al pubblico poi, volgendo le spalle al palco, rivolto a tutti gli uomini di mezza età, ed al resto della ‘banda’, i più calvi e obesi che erano e sono prefetti o ufficiali di polizia – suoi subalterni – considerando con indifferenza soltanto i direttori dei servizi agricoli disse:

 

‘Colgo a mia volta questa solenne occasione per aggiungere qualche parola a quanto vi ha esposto così elegantemente il signor Ministro dell’Interno. Per quel che mi riguarda vi parlerò della nostra peronospora: i negri, gli emigrati, gli Stranieri, gli scrittori che non dovete leggere e di cui al momento avete solo ed appena intravisto un accenno; gli eretici; tutti i dissidenti del nostro grandioso Paese… Per me che ho assunto il controllo supremo delle forze di polizia della Grecia del Nord è questa l’occasione abbastanza rara di parlarvi qui dove sono riuniti i più alti servitori dello Stato, della peronospora ideologica che attualmente devasta il nostro glorioso paese. Abbiamo quindi bisogni di braccianti in grado con la loro forza muscolare, ma non certo intelligenza, di fare buona semina. Personalmente io non ho niente contro queste categorie di esseri, da sempre non provo per loro altro che ortodossa pietà cristiana anche lei abbondantemente seminata… Li ho sempre considerati pecorelle smarrite fuori dalla ‘dritta via’ della nostra civiltà elleno-romana-cristiana. Ed in ogni momento mi sono mostrato disponibile ad aiutarli, guidarli, ricondurli sulla buona strada del nazional-populismo!

 



Proprio come la peronospora, questi elementi debbono essere combattuti preventivamente, ed in conclusione, posso aggiungere con fermezza che grazie a questo metodo i campi fertili del nostro grande Paese non porteranno altro che buoni frutti, e le malattie della nostra epoca saranno definitivamente vinte’.

 

Sul palco in segno di volenteroso accordo il Ministro abbraccia un bracciante agricolo la cui opera considera d’esempio per il Paese intero…

 

(V.V. Z L’orgia del potere)  




Ho scritto Tomi interi dettati da savi Faggi accompagnati da altrettanti Geni solo per accennare all’antico veleno inquisitorio, ma ora debbo ripartire dall’animale che ero, anche lui inquisito più del deleterio virale batterio; mezzo uomo mezzo lupo come nel tempo non troppo antico, quando andava cibandosi per paesi e contrade di putti infanti e ciarlatani.

 

A lui mi alleo e quando mi si drizza il pelo trascino l’intero popolo nell’oscura Selva…

 

l’Animale da cui suddetto uomo evoluto possiede l’istinto, frutto della Natura in cui nato, pari all’equazione immaginativa dell’Intero Creato.

 

La vera sola naturale immaginazione ricca di mondo quantunque privata di qual si voglia ‘umano’ inganno!

 



Se l’uomo, il quale così dicono, sappia tener da conto dell’intera Storia da cui evoluto, dovrebbe imparare, se ancora non l’abbia fatto, di come la povera Natura e l’animale con cui accompagnata, privi di tutto ciò di cui l’uomo dotato nel tracciare magistrale geometrico intento ‘inversamente proporzionato ed elevato’, non più al cubo o quadrato, ma ad un numero illimitato da cui l’inganno nel preciso ed opposto fallace Disegno (e non certo geometrico) tracciato…

 

Che sia veleno o mannaia da palafitta la sostanza non muta il risultato dell’Equazione tratta nel quotidiano inganno in cui scritta suddetta formula!

 

Che Pitagora ci perdoni l’azzardo e ci conceda il dono di siffatta immonda scoperta!  

 

Da tal disegno convegno e calcolata stima si compone ogni più retta e lieta creazione, da quando cioè, nati in medesima Storia numerata: Bestie ed Animali congiunti ed evoluti da ugual più modesta Natura; dacché ci sorge il dubbio, e non solo geometrico-matematico, chi l’artefice di cotal Destino e Misfatto a cui l’uomo il più alto compito della Memoria…




…O duratura Orgia…

 

…Nel godimento pienamente ottenuto…

 

…Oppure quotidianamente naufragato!

 

Preferisco leggere assiso al morto congiunto di cui solo i resti del misero tronco i cerchi concentrici della comune Memoria per ogni anello in cui decifrare la vera Storia…

 

I morti non parlano, rivestiti dalla bellezza del trapasso, si sono portati via tutti i segreti e con loro ogni più probabile Verità negata, segreti che nessuna primavera con le sue preziose gemme saprebbe rivelare. Terra gravida di rivelazioni soffocati dalla saccenza, dalla più meschina volgarità, di Eretici Pensieri soffocati e braccati dal giorno alla notte, di falsi memorandum ad uso della Legge privata, schedari e schedati ad uso del corrotto potere, ad uso di corrotti colonnelli ben protetti nei loro bunker quotidiani in ogni luogo ove dimorano, arredati dai famosi archivi di Stato, e quando lo Stato li deve consultare facendo finta di archiviare coniando   falsa moneta per legittimare la quotidiana tortura offerta, tutti gli Atti depositati intorno alle ossa fredde come il sale.

 

I morti non sanno come si fabbrica la Storia e l’Inganno che l’accompagna.

 

La bagnano con il sangue del loro esiliato martirio, e non vengono e non possono mai venire a sapere quel che avviene prima durante e dopo il loro decesso.




 Un Inverno siberiano, ove la morte conserva intatto il corpo mummificato a beneficio dei carnefici di Stato. Non conoscono il loro sacrificio e questa apparente ignoranza li rende ancora più fieri nei volti nei Pensieri, nelle Poesie, nei Sentimenti che accompagnano i puri intenti. L’Inverno del potere conosce e dispensa morte ed orrore. E con lei la certezza di non poter mai più risorgere. Ne abbiamo contati tanti, troppi, superare il rigido freddo per poi morire nei rigori di codesto ingannevole inverno. Andavano al martirio con conoscenza di giustizia. Ma come pretendere, oggi come ieri, che ci si voglia sacrificare, quando non si crede che alla rettitudine accompagnata alla saggezza dei sentimenti, quando non si crede che alla semplice Logica del buon senso?

 

Chi ha mai avuto la pretesa che l’Ingiustizia, quella con la I maiuscola debba andare d’accordo con la giustizia, quella con la g minuscola, la povertà con la ricchezza, la pace con la guerra?

 

E benché nessuno l’abbia tentato mai, sono molti quelli che ogni giorno sembrano sostenerlo, con i loro atti e le loro parole, combattere l’Ingiustizia per non vedere trionfare la morale d’una falsa e fallace giustizia; il falso benessere della quotidiana sopravvivenza confuso tiranneggiato e sottomesso dalla falsa povertà ostentata e mantenuta nell’errata applicazione della Legge… Ne conosciamo tanti troppi di falsi poveri al bilancio falsato della Storia pretendere ricchezza e rispetto protetto.

 

La Lega del Nord della Grecia ne è colma.




 Così vedeva le cose, e perciò voleva parlare quella sera, ogni sera. Non era comunista. Si era fatto eleggere deputato indipendente di sinistra e confuso talvolta o troppo spesso per anarchico di estrema sinistra, gli schedari del potere abbondano di falsi ‘dossier’. Non era un teorico di nessuna ideologia precostituita, cioè per dirla in breve, un uomo prigioniero di un sistema di potere. Era aperto da ogni lato, sentiva le correnti passare in lui senza ostacoli. Ma, naturalmente preferiva tutti quei paesaggi simmetrici alla Natura approdati all’umana come al comune senso del libero arbitrio di poter scorgere la Terra liberata da uguale identico martirio cui ogni dittatura offre le proprie ferite con la fallace pretesa di guarirla, sottometterla, con il permesso e l’assenso di Dio.

 

Nelle tensioni più estreme come le odierne, riusciva a restare impassibile e bello, forse fiero, una fierezza che non aveva nulla a che fare con l’apatia, anche se talvolta la depressione offerta dal regime viene dispensata dagli oracoli digitalizzati come dai propri braccianti. Solo i fanatici possono sprofondare nell’apatia differente dalla depressione di Stato. Lui di certo non è un fanatico. Un aguzzino. Un inquisitore. Crede ancora nel buon senso smarrito ed abdicato al culto dell’ignoranza così cara al Regime, e nel proprio giardino spera che possa vincere di nuovo. Alcune parole debbono ritrovare il loro vero significato, alcuni atti il loro peso originale.




 Quella mattina mentre rimuginava udiva dalla radio la voce del Ministro di Stato, lo Stato che governa globalmente la propria ed altrui martoriata Terra; l’inganno tradotto per ciò che ode ma la Ragione non intende; simili a colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo, non ti aspetti mai che il Potere può offrire cotal spettacolo unito dall’inganno del mandante di Stato.

 

L’agnello rimane supino disteso su una pozza di sangue.

 

L’Eretico fuggito dal Paese natio avvelenato, ed ora in buono stato seppur più vegetale che umano; la voce della giornalista ricalca le virgole maiuscole in soccorso della nota grammatica da palcoscenico accompagnare la più corrotta economia precisando “presunto” avvelenamento di…. Stato…




 Così il potere ottiene il proprio compromesso.

 

La compiacenza il beneplacito dell’ultimo accordo siglato.

 

Gli autoblindati stanno eseguendo la dovuta necessaria secolare disinfestazione, l’annunciatrice proclama con voce commossa quasi ubriaca, che la Terra sarà purgata dalla virale pandemia…

 

Ogni tanto corregge qualche papera sparata a bruciapelo come una revolverata…

 

Il medico non riesce bene ad intendere ed interpretare il doppio senso di codesta morale.

 

L’Inganno sorge velato come una leggera nebbia su un Inverno nato…

 

L’Eretico più bestia che umano braccato…

 

 (V.V. Z L’orgia del potere) 


 (Prosegue...)








 
     

sabato 7 settembre 2024

L' ULTIMO RIBELLE (ovvero... il lupo & i tre e più porcellini [o porcili] )

 










Precedenti capitoli 


circa i criminali...  


&  quando incontrai... 


Prosegue con alcune...: 


Osservazioni







MA LUI DA CHE PARTE STA?


Il lupo Ligabue si è appena ripreso da un terribile incidente sulla tangenziale di Parma. L’hanno curato bene, è guarito e hanno deciso di restituirlo alla montagna; gli zoologi lo seguiranno sui monitor per vedere quanta strada fa. L’11 marzo 2004 gli fissano al collo il rilevatore satellitare e lo lanciano in una faggeta.

 

Ligabue sembra contento, anche se i lupi hanno sempre gli occhi tristi. Dopo una ragionevole convalescenza sul crinale appenninico sente il richiamo del nord e comincia il suo viaggio: Toscana, Emilia, Lombardia, Liguria, Piemonte. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre arriva sulle Alpi Matittime, al confine con la Francia. Sono belle le Marittime a settembre: i cirri filano il cielo e le nebbie appannano le distanze. Il satellite dice che Ligabue ha percorso cinquecentosessanta chilometri, ma probabilmente ne ha camminati il doppio.

 

Il lupo ha inventato il trekking prima dell’uomo.




Poi viene l’inverno e il segnale luminoso si ferma. E anche la vita di Ligabue. Il 17 febbraio 2005 lo trovano morto in Valle Pesio, sui monti di Mondovì. Ligabue è la prova che i lupi sono arrivati da soli. Anche se molti sostengono il contrario, non sono stati reintrodotti da naturalisti sconsiderati ma sono saliti sulle loro zampe dagli Appennini alle Alpi. Un passo dopo l’altro, in cerca di cibo, foresta e territorio. Adesso sono in Piemonte, e inquietano, e danno fastidio. Il lupo è il ribelle per eccellenza, fuorilegge e fuoritempo, perché rappresenta quello che non siamo più: la natura selvaggia, il coraggio di andare, l’emozione primordiale. La bestia ribelle abita terre ribelli.

 

Il centro di gravità dei lupi al tempo di internet oscilla tra le Alpi del mare e le valli di Cuneo, Saluzzo, Pinerolo e Susa, attraversando i luoghi che furono presidiati dai partigiani di Nuto Revelli, i crinali del comandante valdese Janavel, i villaggi delle rivendicazioni occitane, i boschi dei No TAV e della resistenza valsusina. Il ritorno del lupo ha fatto scalpore, scatenando una disputa furibonda tra i suoi amici, perlopiù ambientalisti e gente di città, e i suoi detrattori: montanari, pastori, allevatori.

 

Molti valligiani non lo sopportano.




Mariano Allocco, voce ascoltata nelle valli del Cuneese, scrive dalla Val Maira: parliamoci chiaro, la presunzione della convivenza possibile tra predatore e animali in alpeggio è un assunto ideologico. In Val Maira l’alpeggio ovino ha chiuso e tra breve andrà ridiscusso quello brado di bovini ed equini e l’alpeggio così come lo si è gestito per secoli non sarà più possibile. Il piano di difesa degli ovini dal lupo della Regione Piemonte prevede la sorveglianza continua del gregge, il confinamento notturno degli animali, i cani da guardiania, i dissuasori acustici, la gestione coordinata delle greggi...

 

E se, per assurdo, il problema in montagna non fossero i lupi, ma la presenza dei montanari?

 

Il lupo ha acceso lo scontro tra chi vive la montagna ogni giorno e chi semplicemente la difende, forse idealizzandola, immaginandola diversa: un grande laboratorio di biodiversità e convivenza ecologica nel cuore della vecchia Europa.

 

Il lupo è un catalizzatore di contraddizioni.




Porta un messaggio ancestrale e modernissimo. Ci dice che esiste la natura primitiva e che siamo in grado di annientarla, lo facciamo ogni giorno, tagliando un pezzo di noi. Perché noi siamo natura. Da questione ecologica è diventata questione ideologica. Visto da sinistra il lupo è un simbolo di libertà, visto da destra è un impostore. Visto da sinistra il difensore del lupo è un uomo di pace, visto da destra il giustiziere del lupo è un uomo d’ordine.

 

Ma il lupo non mangia solo gli ungulati, sfoltendo i capi in eccesso, il lupo mangia anche le pecore. E allora ecco il problema: come giustificare le pecore sbranate dal lupo? Non c’è figura più pacifica dell’agnello e non c’è immagine più prevaricatrice di chi gli beve sopra al ruscello (‘superior stabat lupus’) eppure lo incolpa di sporcargli l’acqua. La pecora rovescia gli schemi perché rappresenta la parte indifesa e oppressa, innegabile simbolo di sinistra.

 

Dunque il lupo da che parte sta?




Il cortocircuito ideologico è evidente, ma lui non c’entra. Pecore e lupi dovrebbero essere creature apolitiche come la luna, le farfalle e le stelle alpine. La politica appartiene all’uomo, avverte Wisława Szymborska: Siamo figli dell’epoca, l’epoca è politica. Tutte le tue, nostre, vostre faccende diurne, notturne sono faccende politiche... Perfino per campi, per boschi fai passi politici su uno sfondo politico... Il mangiatore di pecore sta spaccando la nostra società – almeno la comunità piemontese, ma anche quella francese – in due partiti agguerriti e distinti, senza se e senza ma; il lupo calamita estremismi e divisioni all’ultimo sangue. Ormai è diventato come il TAV: o stai di qua o stai di là, ugualmente sdegnato, senza mezze misure.

 

Come il treno ad alta velocità, le pale eoliche, gli organismi geneticamente modificati e altre cento questioni di questa confusa epoca politica, il lupo non è più un tema o un problema su cui riflettere. È un tabù ideologico. I pensieri non contano: conta l’appartenenza. La questione è recente ma ha solidi fondamenti storici. Il lupo era già un simbolo bipolare ben prima di essere cacciato, sterminato, cancellato dall’arco alpino. L’archetipo risale a molti secoli fa, come osserva lo storico Gherardo Ortalli: nessun altro selvatico è stato nell’età di mezzo altrettanto pensato, temuto, riconsiderato, tenuto presente, in un contesto generale per cui davvero è lecito chiedersi se la presenza del lupo fosse più inquietante o familiare per gli uomini del tempo.




…E il mondo medievale non soltanto lo combatté, ma di lui anche parlò, scrisse, pensò con un’intensità e una tensione tali da rimodellarne l’immagine in termini nuovi rispetto al passato, mettendo a punto una nuova cultura dell’animale. È nel Medioevo che nasce la figura del lupo ‘cattivo’. Ha successo e si afferma nei secoli successivi. Nel 1573, in un famoso e apprezzato trattato sulla Venerie, Jacques du Fouilloux afferma senza tema di smentita che

 

‘fra tutti gli animali selvatici il lupo è sicuramente il più malvagio, quello che più fa danno, il più nocivo, quello che merita di essere cercato, inseguito e cacciato dai cani e dagli uomini’.

 

E tre secoli più tardi, nel 1863, il barone Dunoyer de Noirmont sostiene ancora con convinzione che

 

‘di tutte le grandi cacce, quella al lupo è la sola che abbia un carattere di utilità pubblica’.




Secondo la credenza popolare il lupo attacca i bambini che portano al pascolo gli animali domestici. Il lupo non è solo un predatore di pecore, è anche un perfido infanticida. Le favole non l’hanno aiutato: oltre a Cappuccetto rosso, che ha colorato l’infanzia di molte generazioni, con il ‘cattivo’ si confrontano i Tre porcellini di Orchard Halliwell-Phillipps e il Pierino della fiaba russa musicata da Prokof’ev. Il lupo ha suggerito il nome del quartiere Louvre di Parigi e cento inquietanti toponimi nostrani: Prà del luv, Buel del lovo, Tana du luvu, Passo d’a lupa, Lova, Lupari, Lupicello, Lupaia, Lupicaia, Lupareccia...

 

L’epoca dei computer ha riportato i lupi sulle Alpi, non gli strumenti culturali per una convivenza tra uomini e lupi. Così nascono leghe ‘per la difesa dell’uomo dal lupo’ che impattano con le fedi di natura opposta. I montanari di Barcellonette fondano l’unione degli Indignati dell’Ubaye dichiarandosi neutrali ‘perché nessuno di noi è allevatore; agiamo semplicemente mossi dal buon senso a fronte delle flagranti ingiustizie determinate dalla presenza dei lupi che minacciano il mondo della pastorizia’.

 

Gli Indignati precisano: ‘Questa secolare attività fa parte del nostro patrimonio umano, storico e naturale, occorre proteggerla e incoraggiarla, ne dipende la qualità dell’ambiente’.




Sempre in Francia, nel 2015 le prefetture autorizzano l’abbattimento di una trentina di lupi dove la densità ha superato il limite di tolleranza. Per esempio in Savoia e nel Dévoluy. All’inizio di settembre gli allevatori infuriati sequestrano il presidente, il direttore e un collaboratore del Parco nazionale della Vanoise per quindici ore. Yves Derbez, presidente dell’associazione degli allevatori di alta quota, dice chiaro e tondo: ‘tra noi e i lupi la coabitazione non è possibile. Vogliono che teniamo in piedi un allevamento di montagna di qualità o vogliono i lupi? Se il governo sceglie la prima opzione, i lupi vanno sterminati tutti. Non c’è alternativa’.




Ogni partito ha le sue ragioni, anche se si scrivono e raccontano un sacco di sciocchezze: che i lupi sono migliaia, che agiscono in branco contro le persone, che attaccano gli escursionisti. In campagna elettorale un politico cuneese ha perfino scambiato il numero dei lupi con quello delle pecore. A tali assurdità si contrappone la semplificazione romantica di alcuni osservatori esterni, che non hanno pecore da difendere e vivono la montagna come la proiezione festiva di un sogno. Per questi cittadini, che probabilmente non lo incontreranno mai, il lupo è sempre quello delle favole, ma è diventato buono e giusto. Spesso la tolleranza degli amici del lupo sfocia in aperta simpatia, come testimoniano i duecentoquarantasei racconti che tra il 2011 e il 2012 hanno partecipato al concorso ‘Lupus in fabula’ della Fondation Grand Paradis, in Valle d’Aosta. Gli autori del concorso stanno quasi tutti dalla parte del cattivo, ignorando i problemi del rapporto uomo-lupo, pastore-predatore, domestico-selvatico.




Il conflitto, quando c’è, si stempera nella metafora morale (lupo buono e mondo malvagio) e sfocia nella vecchia antitesi tra natura innocente e civiltà pervertita. I bambini capiscono gli animali perché conservano lo stupore e la pietà, gli adulti uccidono perché sono accecati dal cinismo e dal materialismo. I racconti in concorso ribadiscono il mito romantico della città corrotta, anche se poi nella realtà, paradossalmente, sono i cittadini a prendere le difese del lupo.

 

Intanto la bestia scorrazza impunemente nei territori più caldi di storia, su montagne lavorate e abitate, convergendo sul triangolo magnetico del Monviso. Ancora lui, il Viso, la montagna dei piemontesi, che da quando la Regione Piemonte ha deciso di farne un parco pare l’ombelico del mondo. Lo tirano per la giacca come il lupo, da destra e sinistra. Grandi odi e grandi amori. 




Nel 2015 passa la legge regionale e s’insedia il nuovo Ente di gestione delle Aree protette del Monviso, che governa sulla vecchia Riserva del Pian del Re alle sorgenti del Po e sugli altri territori di pregio naturalistico. Il parco sale in cima al re di pietra e scende a proteggere gli altipiani tempestati di laghi multicolori, abbassandosi fino alla cembreta dell’Alevé in Val Varaita, nel giardino della Castellata. Le reazioni non si fanno attendere. Il 16 agosto 2015 il pittoresco sindaco di Casteldelfino, Domenico Amorisco, dichiara il lutto cittadino. Bandiera a mezz’asta e lutto al braccio. All’Assunta il sindaco fa la faccia scura e spiega:

 

‘Sarà il funerale della montagna, non una festa di paese; avremo candele al posto delle fiaccole’.

 

‘Perché?’, chiedono i giornalisti.




Perché il parco ‘è stato un omicidio politico e noi non possiamo farci niente, solo piangere come si piange un caro che muore’.

 

Poi la protesta si estende alla Val Maira, che si affaccia sul Monviso dal Colle di Sampeyre. Nelle fiere di ottobre gira una petizione intitolata ‘Laissatz-nosviure, lasciateci vivere!’. Il foglio porta due sottotitoli inequivocabili: ‘Basta lupi!’ e ‘Basta parchi!’.

 

Gli attacchi ripetuti contro le nostre greggi e mandrie vanno fermati: col fucile! Salviamo i pascoli, il nostro antico lavoro, il paesaggio alpino! I Parchi sono solo un business sostenuto artificialmente dall’Europa, ultima forma moderna di colonialismo cittadino. L’ambiente alpino è stato per secoli ben custodito dai montanari senza vincoli e controlli esterni. L’unica specie vivente a rischio di sopravvivenza sulle Alpi è l’uomo, in particolare l’uomo che coltiva la terra e alleva bestiame, i giovani e le famiglie: nelle valli oggi ci sono più lupi che bambini, più branchi di predatori che scuole!




La tesi è condivisa da tutti gli allevatori e da una parte della popolazione. I cacciatori sono contro il parco, gli artigiani sono indifferenti, gli operatori turistici si dividono tra chi non vuole vincoli e chi vede opportunità. I più avveduti sanno che un parco non vuol dire niente se resta una scatola vuota, mentre potrebbe diventare un logo straordinario se raccontasse al mondo gli incanti del Monviso, i suoi passati storici, la meraviglia di un monte che sorveglia la pianura come un dio pagano.

 

Nella ridda di voci favorevoli e contrarie al parco si distingue un’osservazione di ‘Nunatak’, la rivista di ‘storie, culture, lotte della montagna’, che nasce in Val Chisone. Il numero di settembre 2015 pubblica un articolo dal titolo L’istituzione di un parco non ha niente di naturale, firmato Giulio e Fra’, che nelle prime pagine argomentano: la montagna diventa area ‘protetta’ da chi attorno ad essa ha fatto il vuoto, devastando senza pietà.

 

Ed è questo uno dei punti su cui si basa la nostra critica: chi gestisce, promuove, finanzia il parco è principalmente lo stesso insieme di enti e soggetti responsabili dei peggiori scempi in valli probabilmente limitrofe... Le Alpi si sono trovate ad essere vendute all’interno della cultura di massa come depositarie di quella natura ‘selvaggia’ e ‘incontaminata’... creata su misura per il cittadino alienato dalla civiltà del cemento.

 

(E. Camanni)