mercoledì 4 settembre 2013
IL GIUDICE DEI DIVORZI
Una notizia....
nel mirino della NSA anche l'Unione Europea (spia i computer....)
Prosegue in:
il giudice dei divorzi (2)
MARIANA. Oh, meno male! il Signor giudice dei divorzi è già seduto
sul seggio per l'udienza. Questa volta si decide: dentro o fuori; questa
è la volta buona per restar libera da tasse e dazi, libera come lo spar-
viere.
VECCHIETTO. Per l'amor di Dio, Mariana, non strombazzare tanto
sta faccenda! Parla piano, per la passione che Dio Partì; bada che hai
già stordito tutto il vicinato con le tue grida; il signor giudice ce l'hai
davanti: gli puoi esporre la tua causa senza strillare così.
GIUDICE. Che lite è la vostra, brava gente?
MARIANA. Divorzio e ancora divorzio e mille volte divorzio!!
GIUDICE. Da chi e perché, signora?
MARIANA. Da chi? Ma da questo vecchio qui presente.
GIUDICE. Perché?
MARIANA. Perché non posso più sopportare le sue ubbie, né star
perpetuamente a curare le sue magagne, che non si contano, signor
giudice prima si sogna li mori, poi ci va a nozze, poi vuol il riscatto,
e poi ci sono li cinesi, poi ancora altri strani duelli....; mica mi alle-
varono i miei genitori per far l'infermiera o la serva d'ospedale! Gli
portai nei tempi passati, una bella dote a questa sporta d'ossa che
mi ha guastato l'esistenza; quando venni in suo potere la faccia mi
riluceva come uno specchio ed ora ce l'ho che uno straccio.
Vossignoria, signor giudice, mi smariti se non vuole che m'impicchi.
Guardi, guardi, i solchi che mi attraversano il viso dalle lacrime che
verso ogni giorno vedendomi maritata a questa mummia.
GIUDICE. Non piangete, signora, abbassate la voce e asciugate le
lacrime che io vi farò giustizia.
MARIANA. Mi lasci piangere, vossignoria, che così mi sfogo.
Son quasi cinquant'anni che questo vecchio mi assilla, che avrò mai
fatto di male per meritarmelo, questo vecchiaccio. Nei regni e nella
repubblica ben organizzati, la durata dei matrimoni dovrebbe esser
limitata: ogni tre anni si dovrebbero sciogliere o rinnovare, come si
fa con i contratti d'affitto; e non già farli durare tutta la vita con per-
petuo dolore d'ambo le parti!
GIUDICE. Se questo progetto si potesse o si dovesse attuare, e
magari con i quattrini, si sarebbe già fatto; ma specificate meglio,
signora, le ragioni che vi spingono a chieder divorzio.
MARIANA. L'inverno di mio marito e la primavera degli anni miei,
il perder il sonno per dovermi alzare nel cuor della notte a riscaldar
panni e impacchi di semola da mettergli sui fianchi; il dovergli fare
ora questa, ora quella faccenda; il prendermi la briga di portargli in
piena notte al capezzale sciroppi lentivi perché non soffochi dal ca-
tarro; e l'esser costretta a sopportare il tanfo della bocca che gli
puzza a distanza d'archibugio (anche quando non è ubriaco...).
CANCELLIERE. Sarà qualche dente marcio.
VECCHIETTO. No, non è possibile; che il diavolo se lo porti se
mi rimane un solo dente in tutta la bocca.
PROCURATORE. C'è proprio una legge, a quanto ho sentito di-
re, per cui, anche soltanto a causa del puzzo di bocca, si può se-
parare la moglie dal marito o il marito... dalla moglie...
(Prosegue.....)
martedì 3 settembre 2013
DA NORIMBERGA A VENEZIA (Europa del 1492, il pittore) (1)
Precedenti capitoli:
il mercante di armature (5) &
la cena segreta
Gli uomini di affari tedeschi, specie quelli
di Norimberga, avevano a Venezia, per i loro traffici,
un 'fondaco', magazzino, albergo, camera di commercio.
Merci, uomini, informazioni fluivano dall'una all'altra città,
per il Tirolo, il passo del Brennero e la valle dell'Adige.
Sulla stessa strada si incamminò, nel 1494, un giovane artista,
Albrecht Durer.
Albrecht Durer, di 23 anni, lascia la sua città, Norimberga, nell'ottobre
del 1494, diretto a Venezia.
Viaggia a piedi e a cavallo, evita di competere coi velocissimi corrieri
che mantenevano i collegamenti d'affari tra le due città e si muove con
una certa lentezza, pronto a indugiare per dipingere all'acquarello quel
che vede per via.
Era di una città ricca e colta, aperta agli interessi umanistici, aveva com-
piuto la propria formazione professionale e in Italia cercava forse la for-
ma della cultura nuova che i suoi colleghi a meridione delle Alpi attinge-
vano alle fonti antiche.
In Germania se ne sapeva per discorsi e racconti e anche per aver visto
qualche foglio stampato da lastre incise, una tecnica ancora abbastanza
nuova.
Il De Beatis, che accompagnando il cardinal d'Aragona compì in senso
inverso quasi lo stesso viaggio del Durer (da Verona a Norimberga)
una generazione più tardi, descrive Norimberga 'copiosissima di mercan-
tie et varii artificii, maxime di cose di ferro', una città di ingegnosi mec-
canici; il cardinale infatti vi ordina orologi e altri oggetti di ferro e ottone
per un buon gruzzolo di ducati.
Il canonico osserva ancora il ricco arsenale di armi e artiglierie, i magaz-
zini di granaglie e 'una lunga et grande casa' piena di carbone, perché
si potesse continuare a lavorare il ferro anche in caso di assedio.
La forza economica della città era risultata accresciuta quando all'inter-
scambio con l'Italia e la Germania settentrionale erano state affiancate
le attività inerenti l'estrazione e la lavorazione dei metalli. Le ferriere
erano numerose a monte della città sulla Pegnitz, il fiume che con le
ruote ad acqua dava energia ai trafilatoi dei metalli; i fonditori erano
considerati i migliori della Germania; fioriva anche la tipografia, la mani-
fattura nuova, strettamente collegata alle tecniche metallurgiche per la
preparazione dei caratteri mobili.
La città era in una posizione di avanguardia e predominio per la stam-
pa di libri illustrati...e per la la libertà che concedevano i suoi 'editori'.
Un libro del genere era la 'Neue Weltchronik', o 'Chronica mundi' nel-
l'edizione latina, del medico norimberghese Harrtmann Schedel, pubbli-
cata nel 1493 da Anthoni Koberger, padrino del Durer, con le silografie
di Michael Wolgemut e del suo figliastro Wilhelm Pleydenwurff: vi si
leggeva che essendo la città costruita su sterili sabbie, il popolo che l'-
abitava aveva sviluppato l'industriosità e la serietà nell'impegno.
Gli storici individuerenna proprio in quest'epoca, nel panorama econo-
mico e sociale della Germania, il passaggio dalla preminenza di città
commerciali tradizionali quali Colonia e Lubecca a quella delle città
in cui si sviluppa un 'capitalismo moderno': Norimberga, appunto, e
la non lontana Augusta.
Dalla grande città della Franconia, l'itinerario per Venezia attraversava
le colline dell'Alb, una delle regioni da cui veniva il minerale per le fer-
riere norimberghesi, scendeva nella valle del Danubio ad attraversare
il fiume, che scorreva lento tra i prati, risaliva la Lech per arrivare ad
Augusta, proseguiva per l'altopiano svevo-bavarese, mentre si disegna-
vano all'orizzonte le rocce e le nevi delle Alpi di Baviera; Mittenwald,
Innsbruck, il Tirolo sui due lati del valico del Brennero.
Philippe de Commynes, che aveva iniziato la carriera alla corte di Bor-
gogna conoscendo il meglio della 'douceur de vivre' europea, esprime
un'opinione secca dei tedeschi: 'ilz sont ruddes et vivent ruddement'.
Il molfettano che tenne il giornale di viaggio del cardinale d'Aragona
registra più variegate impressioni: apprezza le immancabili trote che
ogni oste tiene nell'acqua corrente di vivai davanti all'osteria; le fan-
tesche delle locande sono giovani e belle, accettano di bere e chiac-
chierare coi clienti; uomini e donne vanno molto in chiesa e non vi
si parla 'de mercantie ne se festegia' come in Italia, ma si prega in
ginocchio.
Si vedono però molte ruote di supplizio e forche con uomini impic-
cati e anche donne, segno, per il canonico, che 'se fa gran justitia,
quale non è dubio in tali paesi sia necessariissima'; nei castellotti di
piccoli nobili, sparsi per il paese, si congregano i ribaldi; i 'populani
facultosi' che governano la città 'franche' non hanno la mano leggera
nel difendere la proprietà e l'ordine.
(L. Camusso, Guida ai Viaggi nell'Europa del 1492)
Prosegue in:
da Norimberga a Venezia (2) &
da Norimberga a Venezia (3) &
appunti eretici di viaggio
venerdì 30 agosto 2013
I 'PASSI' DEI PELLEGRINI (55)
Precedente capitolo:
L'economia corrotta (54)
Prosegue in:
I Diavoli della montagna (moderna geografia alpina) (56)
Durante l'epoca romana parecchie strade erano state costruite per collegare
tutta l'Europa a Roma, capitale dell'Impero.
Le strade erano organizzate secondo rigidi schemi di achitettura romana: lar-
ghe almeno quanto il semiasse di un carro, dotate di canali laterali di scolo per
le acque, cippi militari che ne indicassero le distanze, viadotti e ponti dove ne-
cessari, stazioni di sosta dislocate lungo il percorso.
Il sistema viario romano era stato trascurato durante i secoli bui delle invasioni
barbariche e dell'Alto Medioevo: alcune strade erano state sfruttate dagli eserci-
ti invasori, altre percorse dai pellegrini e dai mercanti, ma molte erano cadute
in disuso e si erano completamente rovinate.
Durante il Basso Medioevo e il Rinascimento le vie erano state restaurate e am-
mordenate, grazie alla ripresa dei traffici commerciali, ai contatti politici e di-
plomatici tra le varie corti europee, e all'intensificarsi degli spostamenti dei mo-
vimenti religiosi.
Mentre molti pellegrini dall'Europa del nord si recavano a Roma, al centro del
continente, a cavallo della catena alpina, nascevano movimenti riformisti sci-
smatici alla chiesa di Roma. Gruppi di fedeli si spostavano da una valle all'al-
tra, fuggendo dalle persecuzioni o alla ricerca di un po' di pace.
Quindi nuove attività economiche erano state sviluppate e sempre più le popo-
lazioni si spostavano lungo le antiche strade.
Sulle Alpi erano stati aperti parecchi passi che permettevano il transito da un
versante all'altro delle montagne. Iosa Simler nel suo 'De Alpibus' (1574) ci
fornisce una immagine nitida sulle 'Difficoltà e i pericoli delle strade alpine e
come si possono superare':
"I percorsi alpini sono difficili e pericolosi o per la strettezza dei sentieri, posti su
precipizi, o per il ghiaccio e la neve, o infine per il freddo, le bufere e le aspre
tormente.
In primo luogo dunque sulle montagne più alte i sentieri sono quasi ovunque irti
e stretti, talvolta addirittura intagliati nella roccia con faticoso lavoro dell'uomo:
a tal punto stretti, da lasciar passare a stento un animale da soma, e talvolta po-
co più ampi di due piedi.
Spesso, quando difetta il percorso, due rocce scoscese sono addirittura collega-
te da una trave gettata come ponte; oppure vengono saldate alle pareti di nuda
roccia, su pilastri, delle pertiche parallele, e mediante zolle di terra e fascine si
stendono dei viadotti.
Spesso, se pur non vi sono rocce a stringere la strada, questa s'affonda angusta
nell'immensa profondità della neve, dove la fatica dell'uomo ha aperto un varco
sicuro al passo: ma la neve soffice e alta ai fianchi non permette al viandante di
uscirne.
Di solito poi il panorama che da quei punti si apre sulle profondissime valli sotto-
stanti incute al passeggero gran paura; talché molti per timore di vertigini si fan-
no condurre per mano dagli indigeni, abituati a quei percorsi, oppure chiedono
di essere trasportati sulle loro cavalcature, in grado di varcare con assoluta sicu-
rezza i passaggi più difficili e angusti.
In compenso le difficoltà di queste vie fanno sì che, pur non essendo mai le Alpi
insuperabili, tuttavia non per ogni strada si può guidare un esercito per le diffi-
coltà del trasporto dalle salmerie e delle macchine da guerra.
Spesso poi in montagna, anche là dove gli itinerari sono generalmente più confor-
tevoli, si presentano lunghi tratti di strada difficile; per cui i viandanti procedono
cauti per non ferirsi, e soprattutto per non danneggiare i mandriani di buoi e ca-
valli".
Il rapporto dell'uomo con le Alpi cominciò gradatamente a cambiare: nel Medio-
evo le montagne intimorivano il viandante che le considerava orride, estrema-
mente pericolose, e spesso le affrontava come espiazione di peccati.
Nel Cinquecento l'uomo si accostò alle Alpi con maggior curiosità, riconsideran-
dole oggetto di indagini e scoperte, ed esorcizzandone così i pericoli.
Sempre nel Medioevo gli ordini monastici eressero ospizi in vetta ad ogni passo
per assistere i pellegrini e, nel caso dell'ospizio del Gran San Bernardo, soccor-
rerli con segugi da neve appositamente addestrati.
Nella stessa epoca fino all'avvento dell'Illuminismo le Alpi furono fonte e teatro
di superstizione, per molti rappresentavano l'inferno, combinando le gelide con-
dizioni avverse con miti ben nutriti dalla religiosità chiusa nelle sue vallate.
Quando gli uomini vi si avvicinavano era solo per valicarne i passi il più in fret-
ta possibile, stando all'erta contro i pericoli incombenti.
Molti viaggiatori erano trasportati con una benda sugli occhi per evitare che ve-
nissero sopraffatti dal terribile spettacolo. Questo era un regno le cui zone più
alte erano, a detta di tutti, la dimora di una razza di esseri subumani deformi e
malvagi: le vette superiori erano abitate da Dèmoni di ogni specie, e nessuno
nutriva dubbi sul fatto che nelle grotte alpine vivessero serpenti pronti a incene-
rire chiunque mettesse piede al di sopra della linea delle nevi perenni.
(Prosegue....)
lunedì 26 agosto 2013
L' ECONOMIA CORROTTA (53)
Precedente capitolo:
Fu nostra cultura (52)
Prosegue in:
L'economia corrotta (54)
Durante il Pellegrinaggio del 1300 a Roma vi regnava un afflusso continuo
di Pellegrini. Ci dice lo Stefaneschi: 'Dentro e fuori le mura della città si
ammassava una fitta moltitudine, sempre più, quanto più passavano i gior-
ni e molti restavano schiacciati nella calca.
Fu allora adottato un rimedio salutare, anche se non radicalmente sufficien-
te, aprendo nelle mura una seconda porta per fornire ai pellegrini una via
accorciata, tra il Monumento di Romolo e l'antica'; e io intendo tra il pre-
sunto Sepolcro di Romolo davanti a S. Maria in Transpontina e, probabil-
mente, la 'porta Castelli'.
Un rimedio improvvisato: come quello di cui parla Dante, pel ponte di Ca-
stel S. Angelo, per dividere la folla:
Come i Roman, per l'esercito molto,
L'anno del Giubileo, su per lo ponte
Hanno a passar la gente modo colto;
Che da l'un lato tutti hanno la fronte
Verso ' castello, e vanno a San Pietro,
Da l'altra sponda vanno verso il monte.
Dunque una 'moltitudine infinita', un 'esercito molto': tutte espressioni che
in qualche modo volevano rendere la grande meraviglia per un numero di
romei mai prima visto.
Ma noi moderni, uomini di cifre e statistiche, vorremmo sapere qualcosa
di più preciso, numericamente. Ci risponde Giovanni Villani, che fu pelle-
grino: 'Al continuo in tutto l'anno durante aveva in Roma oltre al popolo
romano duecentomila pellegrini, senza quelli che erano per li cammini an-
dando e tornando'.
E il contemporaneo Guglielmo Ventura, mercante di spezie nonché croni-
sta astigiano: 'Uscendo da Roma nel giorno di vigilia di Natale vidi una
turba grande, che nessuno poteva calcolare e fama era tra i romani, che
vi furono più di due milioni tra uomini e donne'.
Si legge inoltre negli 'Annales Colmarienses' che 'fu fatto così gran con-
corso in Roma, che assai spesso in un giorno si ebbe un movimento di
trentamila romei entrati e trentamila usciti'.
Che conto dobbiamo fare di queste cifre?
Purtroppo, nulla di più che accoglierle anch'esse come tentativi di tradu-
zione, di un senso di stupore: che se in altri casi è possibile accettare
prudentemente dati statistici offerti da Villani o da qualche altro dei cro-
nisti maggiori - fu dimostrato da illustri storici dell'economia italiana - in
ordine ad una valutazione quantitativa della vita economica del tempo lo-
ro, nel caso di questa romeria certo non si può pensare ad accessi a fon-
ti statistiche di carattere più o meno ufficiale.
Le cifre hanno un valore esclamativo, direi, e non di calcolo: rappresen-
tano una indicazione di quantità che non va né presa alla lettera né sot-
tovalutata.
L'affluenza rimase sempre straordinaria.
Dopo la Pasqua, quando di solito si aveva una stasi nei pellegrinaggi, quel-
l'anno vi fu solo una 'vix dierum octo suspirii interpolatio': e poi subito una
ripresa.
Se i Pugliesi, i Sardi e i Corsi, ci dice lo Stefaneschi, giunsero per lo più
durante l'estate, dagli altri paesi giunsero soprattutto in autunno e in in-
verno.
'Dalla Spagna non pochi, numerosissimi poi di Provenza e anche moltissi-
mi della Gallia, di Inghilterra invece rari per causa delle guerre, e così o-
gni altra nazionalità di occidentali, avendo atteso condizioni di tempera-
tura conformi ai loro paesi, vennero pellegrinando al principio di autunno
o d'inverno, in folla austera e devota.
In verità non soltanto questi trovarono favorevole tale temperatura, che
anzi nel tempo medesimo gli Alemanni e gli Ungari delle regioni settentrio-
nali arrivarono in turni ripetuti e per tutto l'anno centenario fu quello sem-
pre il tempo preferito'.
La remissione dei peccati è un affare d'oro....
(Prosegue.....)
sabato 24 agosto 2013
FU' NOSTRA CULTURA (51)
Precedente capitolo:
Non rompetegli le 'Baal' (50)
Prosegue in:
Fu' nostra cultura (52)
Aveva comprato una casetta nei dintorni..., a Vaucluse........
La passione mondana gli era un po' passata, quella per Laura l'aveva
sfogata in versi, e ora preferiva una vita più semplice e più raccolta.
Aveva per compagni due servitori, un cane, la natura e i libri.
Lanciò la moda dell'alpinismo scalando - forse per primo - il monte
Ventoux.
Pescava.
Faceva del giardinaggio.
Ma soprattutto inondava il mondo di suoi scritti (non di messaggini...)
nel più puro stile ciceroniano. Latinizzava anche i nomi dei destinatari,
chiamandone uno Lelio, un altro Scipione, un altro Ovidio. Li spronava
a frugare gli archivi alla ricerca di testi classici.
Quando sapeva che n'era stato trovato uno, non aveva pace finché
non se n'era fatto mandare una copia o l'originale che poi copiava da
sé.
Dalla Grecia ricevette un Omero.
Spasimò per un Euripide.
Scriveva, pur di scrivere, anche ai morti: a Tito Livio, a Virgilio eccetera...
Questa per la letteratura classica era la sua vera passione...
Nel 51 ' era di nuovo a Vaucluse a scrivere un piccolo saggio, 'De vita
solitaria'. E per la prima volta lo troviamo impegnato in una polemica stiz-
zosa che gli procurò parecchi nemici.
Il pretesto glielo fornì la cattiva salute di Clemente VI, il poeta gli scrisse
esortandolo a diffidare dei dottori che sono un branco di ciarlatani e ba-
sta. Era il prologo di un libello che poco dopo compose contro di loro, co-
sì acrimonioso da farci sospettare che sotto ci fosse un caso personale,
forse non stava bene nemmeno lui... in loro compagnia...
Prima di morire, in una lettera, si era augurato che la 'falce' lo sorpren-
desse mentre leggeva o scriveva.
Fu esaudito.
Lo trovarono con la testa reclinata su un libro.
Nel testamento lasciava 50 fiorini per comprare un cappotto e una co-
perta a Boccaccio, che moriva di freddo e di fame...
Lui si chiama Petrarca....
(Prosegue....)
venerdì 23 agosto 2013
NON ROMPETEGLI LE 'BAAL' (le visioni dei 'folli' e la follia del genere umano) (49)
Precedenti capitoli:
La politica di 'Giulio' &
Terza Giornata (quarta novella) (48) &
Forma e immagine (da):
Prosegue in:
Non rompetegli le 'Baal' (50) &
Il vecchio... Bruegel...
Il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede un sapere antico così inaccessi-
bile e altrettanto temibile.
Mentre l'uomo di ragione e di saggezza non ne percepisce che degli aspetti fram-
mentari, e perciò tanto più inquietanti, il folle lo porta tutto intero in una sfera
intatta riconducibile alla genialità: questa palla di cristallo che per tutti è vuota,
è piena ai suoi occhi di un sapere invisibile, inaccessibile.
Brueghel si burla dell'infermo che tenta di penetrare in questa sfera di cristallo.
Ma è proprio lei, questa bolla irridata del sapere, che si dondola senza romper-
si mai - lanterna derisoria ma infinitamente preziosa - in cima alla pertica che
Margot, la Folle, porta sulla spalla.
E' lei inoltre che figura sul rovescio del Giardino delle delizie.
Un altro simbolo del sapere è l'albero, un tempo piantato in mezzo al Paradiso ter-
restre, esso è stato sradicato e forma ora l'albero maestro della Nave dei Folli.
Che cosa annuncia questo sapere dei folli?
Senza dubbio, in quanto sapere proibito (ed anche eternamente perseguitato per-
ché affine alla verità giullaresca tanto bistrattata...), predice a un tempo il regno
di Satana e la potenza terrena e la successiva caduta infernale.
La visione di un grande sabba della natura: le montagne sprofondano e diventano
pianure, la terra vomita i morti (soprattutto di notte), e le ossa affiorano sulle tom-
be; le stelle cadono, la terra prende fuoco, mostri campeggiano nell'alto dei cieli
ad espiare l'anima del mondo, ed ogni vita si dissecca e perisce.
La fine non ha valore di passaggio o di promessa; è l'avvento di una notte in cui
si consuma in toni orgiastici la vecchia e saggia ragione del mondo, l''Anima-
Mundi' viene così eternamente sacrificata e crocefissa in nome di Baal....
La pittura ha contribuito molto alla comprensione della follia-verità-saggezza, co-
sì come la poesia. Brueghel, Thierry Bouts, Durer e tutto il silenzio delle immagi-
ni. Il silenzio e l'infinita saggezza delle immagini e della poesia, compreso nello
spazio della pura visione che la follia dispiega i suoi poteri.
Fantasmi e minacce, pure apparenze del sogno e destino segreto del mondo: la
follia in questo caso ha una forza primitiva di rivelazione: rivelazione che l'oniri-
co è reale, che la sottile superficie dell'illusione nel contesto creativo si apre su
una profondità innegabile, e che il momentaneo brillio dell'immagine lascia il mon-
do in preda a simboli inquieti che si eternano nelle sue notti (ma soprattutto nelle
eterne persecuzioni della storia...); e rivelazione inversa, ma altrettanto dolorosa,
che tutta la realtà del mondo sarà assorbita un giorno nell'Immagine fantastica, nel
momento intermedio dell'essere e del nulla che è delirio della pura distruzione:
il mondo già non è più, ma il silenzio e la notte non si sono ancora chiusi del tut-
to sui di lui; esso vacilla in un ultimo scoppio, in un estremo disordine che precede
immediatamente l'ordine monotono (e folle) del compimento.
E' in questa immagine subito abolita che giunge a perdersi la verità del mondo!
Lo spirito dell'uomo, nella sua (falsa) finitezza, non è tanto una scintilla della
grande luce quanto un frammento d'ombra. Alla sua intelligenza limitata non è
dischiusa la verità parziale e transitoria dell'apparenza; la sua follia scopre sol-
tanto il rovescio delle cose, l'immediata contraddizione della loro verità.
Elevandosi fino a Dio, l'uomo non deve solo superare se stesso, ma strappar-
si interamente alla sua essenziale debolezza, dominare di colpo l'opposizione
tra le cose del mondo e la loro essenza divina; poiché ciò che della verità tra-
spare nell'apparenza non è il suo riflesso ma la sua crudele contraddizione:
"Ogni cosa ha due volti", dice Sèbastien Franck, "perché Dio ha deciso di
opporsi al mondo, di lasciare a questo (solo) l'apparenza e di prendere per
sé la verità e l'essenza delle cose.... E' per questo che ogni cosa è il contra-
rio di ciò che sembra essere nel mondo (è per questo, che ancor oggi, qual-
che 'Eretico' della politica reclama l'impossibilità a partecipare alla verità del-
le cose nel dominio pubblico dell'esercizio della 'democrazia): un silenzio ca-
povolto".
L'abisso di follia in cui sono sprofondati gli uomini è tale che l'apparenza di
verità che vi si trova ne è la rigorosa contraddizione. Ma v'è di più: questa
contraddizione tra apparenza e verità è già presente all'interno stesso dell'-
apparenza; perché se l'apparenza fosse coerente con se stessa, sarebbe al-
meno allusione alla verità, e come sua forma vuota. E nelle cose stesse che
occorre trovare questo capovolgimento: capovolgimento che da allora in
poi non avrà né direzione unica né termine prefissato; non dell'apparenza
verso la verità, ma da un'apparenza a un'altra che la nega, poi di nuovo ver-
so ciò che contesta e che nega la precedente negazione, così che il movi-
mento non può mai essere interrotto.
...Insomma per concludere, non c'è niente che non sia calato nell'immedia-
ta contraddizione, niente che non inciti l'uomo ad aderire da se stesso alla
propria follia; misurato alla verità delle essenze e di Dio, tutto l'ordine uma-
no non è che follia....
(M. Foucault, Storia della follia)
(Prosegue...) &
(Prosegue....)
lunedì 19 agosto 2013
ERETICI E POLITICI
Con voce d'angelo, lingua esperta, non blesa,
con parole sottili, più lisce di tela inglese,
ben disposte, ben dette e senza ripresa,
meglio ascoltate, senza tossire, che apprese,
con gemiti e singhiozzi mostrano la via
di Gesù Cristo, che ognuno dovrebbe
seguire, come Egli volle seguirla per noi;
vanno predicando come potremo vedere Dio.
Se non mangiamo, come loro, la buona rete di vitello
e il pesto ben battuto che si potrebbe berlo
e il bollito grasso di gallina ruspante
e, a parte, agresto fresco con bietole
e un vino che non potrebbe essere migliore,
quello di cui l'Ospetaliere si ubriaca più facilmente,
se ben vivendo e vestendosi, ben mangiando e dormendo
si conquista Dio, essi possono veramente conquistarlo.
Come quelli che bevono birra
e mangiando pane di loglio e di crusca
e ai quali ripugna il brodo di bue grasso
e che non vogliono condimento a base d'olio
né pesce fresco e polposo di vivaio
né intingolo né salsa che frigga!
Perciò consiglio a chi pone in Dio il suo spirito
di nutrirsi delle loro pietanze, se può averne.
La prima comunità religiosa fu creata
da gente che non voleva né disturbo né rumore;
ma i giacobini, dopo pranzo, non rispettano il silenzio;
anzi disputano su quale sia il vino migliore,
(perché vedon doppio a quasi tutte le ore....).
Hanno istituito una corte per far processi
(solo alli innocenti che gli stanno in mezzo ai denti)
ed è valdese chi da ciò li distoglie,
(ma anche a lui rompono le ossa a tutte le ore,
...perché sono i più grandi e fieri truffatori....).
E vogliono sapere i segreti di ogni uomo
in modo da farsi meglio temere
(per poi truffarlo a tutte le ore
del giorno e della notte...
pregando poi un gran Dio
a forma di botte.....
e raccontare a tutti le nostre storie....
perché .... son peggio delle mignotte....).
La loro non è povertà 'di spirito':
tengono il loro e prendono quello che è mio
(questa la rima di Dio quattrino......).
Per molli tuniche, tessute con lana inglese,
lasciano il cilicio, ché per loro è troppo aspro.
E non dividono il loro vestito
come faceva san Martino
(anzi dicono che pure la vecchia
che un giorno li cullò dentro una
lettino a forma di botte,
rubarono il vestito che ancor non
avea cucito,
per barattarlo con un buon libro
tutto in latino....
così da confondere l'intero volgo
...come fosse un cretino....).
Ma le elemosine, con le quali si suole mantenere
la povera gente, vogliono averle tutte per loro
(dopo che il libro avea istruito....
il loro sapere antico....).
Con vesti leggere e ampie, con la cappa ben spiegata,
di cammellotto in estate, spessa in inverno,
con scarpe delicate - provviste di suole francesi
quando fa freddo - di pregiato cuoio marsigliese,
solidamente allacciate con maestrìa
- perché allacciare male è imperdonabile -
vanno predicando, con il loro sottile sapere
(dopo aver bevuto tutto....
.... a nostre spese....),
che a servir Dio mettiamo il nostro cuore e i nostri beni.
Se fossi marito avrei grande terrore
che un uomo senza calzoni sedesse accanto a mia moglie:
queste e quelli hanno infatti una gonna
della stessa ampiezza
e con il grasso il fuoco si accende in un baleno.
Delle beghine non saprei dirvi nulla:
ce n'è qualcuna di sterile che porta frutto.
Fanno simili miracoli, lo so per certo:
di padri santi, possono essere santi gli eredi.
(Peire Cardenal, Contro i giacobini predicatori, 1230)
domenica 18 agosto 2013
TERZA GIORNATA (quarta novella) (47)
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Fate la carità (46)
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Terza Giornata (quarta novella) (48)
Un articolo (col permesso del Cavaliere...)
Rimini meeting di CL celebra larghe intese.....
....Secondo quanto mi è stato riferito, nel rione di San Pancrazio visse un certo
Puccio di Rinieri, un uomo benestante e sostanzialmente buono, ma di certo non
un aquila.
Dato che era tutto dedito alle cose dello spirito, finì con l'iscriversi al terzo ordi-
ne della regola di San Francesco e fu chiamato frate Puccio. Questa sua scelta
fece sì che, potendo permettersi di non fare nessun mestiere, anche perché do-
veva mantenere che una moglie e una serva, cominciò a frequentare la chiesa
molto più di prima.
Diceva i paternostri, andava alle prediche, non mancava mai a una messa né a
un canto in lode al Signore. Per di più, si era imposto una disciplina ferrea, fat-
ta di digiuni persino di flagellazioni.
Sua moglie, che si chiamava Isabetta, era ancora giovane, avrà avuto ventot-
to e i trent'anni. Era fresca come una rosa e rotondetta che pareva una bella me-
la rossa, carnosa e sugosa. A causa della santità del marito e forse anche della
sua età piuttosto avanzata, la poverina era costretta a fare delle diete molto più
lunghe di quanto avrebbe voluto.
Quando sarebbe andata volentieri a letto con il marito, anche soltanto per diver-
tirsi e scherzare insieme, si sentiva raccontare la vita di Cristo o le prediche di
frate Nastagio o il lamento della Maddalena o cose simili.
Al tempo della storia che vi sto raccontando, capitò che nel convento di San Pan-
crazio tornò da Parigi Don Felice, un monaco giovane, bello e colto, dotato di
più di quel che si dice un cervello fino.
Frate Puccio, che continuava a bazzicare i luoghi sacri, lo conobbe ed entrò in
una certa confidenza e famigliarità. Cominciò a ricorrere alla sua competenza per
sciogliere i molti dubbi che aveva in materia di dottrina e così finì con l'apprezza-
re anche l'uomo nel suo complesso e gli sembrò un autentico santo.
Perciò, prese ad invitarlo a pranzo e a cena a casa sua.
Isabetta, per amore del marito, accoglieva sempre l'ospite con piacere e si dimo-
strava un'ottima padrona di casa. Dopo un po', anche lei aveva acquistato una
certa confidenza con il bel religioso. Il quale, continuando a frequentare quella
famiglia e notando quella moglie ancora giovane e piena di vita, capì qual era la
cosa di cui lei più sentiva la mancanza e decise, per liberare Puccio da quella fa-
tica, che gliel'avrebbe data lui stesso.
Cominciò provocatorio a guardarlo in un certo modo, come se la volesse man-
giare con gli occhi. Usando quella tattica giorno dopo giorno, riuscì a far nasce-
re in lei lo stesso desiderio che aveva lui.
Quando la vide cotta a puntino, il monaco non appena si presentò l'occasione,
le parlò in modo esplicito e la trovò pienamente disponibile a prendersi e a dar-
gli quel piacere che lui le aveva prospettato.
Come potevano fare, però?
Isabetta non si sarebbe fidata a stare con lui in un posto diverso da casa sua e
lì non era possibile, perché Puccio non stava mai via a lungo. Il monaco non si
diede per vinto e, pensa che ti ripensa, escogitò un modo per potersi godere
quella donna nella stessa sua dimora, nonostante la presenza del marito.
Così, un giorno che quest'ultimo era andato da lui per le solite questioni dottri-
nali, gli disse:
- "Puccio, le tue domande mi convincono sempre più che tu hai un unico desi-
derio: quello di diventare santo. Ma mi sembra che per diventarlo tu abbia scel-
to una strada troppo lunga, mentre ce n'è una molto più breve.
Il Papa e i più importanti prelati la conoscono bene e la utilizzano, ma non vo-
gliono che se ne parli troppo in giro. Se tutti avessero la possibilità di diventare
santi facilmente, il clero, che vive soprattutto grazie alle donazioni di chi non ne
fa parte, andrebbe a catafascio, perché i laici non provvederebbero più al suo
mantenimento né con le elemosine né in altro modo.
Ma, dato che sei mio amico e sei sempre stato gentile con me, io te la insegne-
rei, questa via rapida, purché tu mi dischiarassi di volerla seguire e, soprattutto,
mi giurassi di non farne parola con anima viva".
Frate Puccio, a quelle parole, non stette più nella pelle.
Cominciò a pregarlo con l'insistenza di insegnarli quella strada. Se non fosse
stato in grado, l'avrebbe intrapresa seduta stante, giurando e spergiurando che
non l'avrebbe mai rivelata a nessuno, a meno che non avesse avuto esplicito per-
messo da lui.
- "Dato che tu mi fai questa promessa,
fece allora il monaco
- io te la mostrerò. Devi sapere che i Santi Dottori affermano che chi vuol diven-
tare beato deve fare la penitenza che adesso ti dirò. Apri bene le orecchie. Non
dico che dopo tu non sarai più il peccatore che sei, ma succederà che tutti i pec-
cati che tu avrai commesso fino a quel momento saranno purgati e quelli che tu
farai in seguito, per gravi che siano, non ti danneranno, ma potranno essere lava-
ti via con l'acqua santa, come se fossero tutti veniali.
Prima di cominciare questa penitenza, è necessario che tu ti confessi con grande
scrupolo. Poi, dovrai cominciare un periodo di digiuno e astinenza di almeno
quaranta giorni, durante i quali non dovrai nemmeno sfiorare non dico altre don-
ne, ma la tua stessa moglie. Oltre a ciò, è indispensabile che tu abbia in casa un
posto da dove di notte si possa vedere il cielo. Qui ci dovrà essere una tavola
pittosto larga, messa in modo che tu possa, stando in piedi, appoggiarti ad essa
con la schiena. Tenendo i piedi a terra, dovrai distenderti sulla tavola come se
ti avesseto crecefisso. Se vuoi, potrai far mettere sulla tavola dei pioli su cui ap-
poggiare le braccia.
Dovrai rimanere in questa posizione dalle nove di sera alle tre del mattino, im-
mobile, con lo sguardo fisso al cielo. Durante tutto il tempo della penitenza, ci
sarebbero da dire certe orazioni che io ti insegnerei, se tu fossi più colto. Ma
non lo sei, e allora andranno bene trecento paternostri e trecento avemaria che
tu dovrai dedicare alla Santissima Trinità, con gli occhi sempre rivolti alle stelle,
mi raccomando, e con la mente sempre occupata a pensare a Dio creatore e
alla passione di Cristo, Lui sì crocefisso davvero per i nostri peccati. Poi, non
appena suoneranno le tre, se vorrai, potrai andartene e gettarti vestito sul tuo
letto per dormire.
La mattina, dovrai andare in chiesa e ascoltare almeno tre messe e dire cin-
quanta paternostri e altrettante avemarie. Dopodiché, potrai tranquillamente
attendere ai tuoi affari e poi pranzare.
Alle sei del pomeriggio, dovrai essere di nuovo in chiesa e dire alcune orazio-
ni che io ti darò scritte, perché senza di esse tutto il resto non serve a niente.
Verso le nove di sera, dovrai essere di nuovo a casa per ripetere la simulazio-
ne di crocifissione. Se tu farai con devozione tutte le cose che ti ho detto, io
spero che tu, com'è capitato a me, possa sentire, ancor prima che la peniten-
za abbia termine, un po' della meraviglia della.... beatitudine eterna...".
(Prosegue...)
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