IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

lunedì 17 giugno 2024

LA STORIA

   








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RICORDARE LA STORIA 

 

 

‘La storia intellettuale dell’umanità – ha scritto Jurij M. Lotman – si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi'. La verità di questa osservazione non ha bisogno di essere dimostrata. Basta ripercorrere rapidamente i momenti fondamentali della storia dell’Europa e del mondo per trovarci davanti a continue conferme. Se ne viene prendendo coscienza sempre più man mano che l’onda di alta marea della cultura europea si ritira e fa emergere storie di culture represse o dimenticate. Non è la prima volta che questo accade. La stessa cultura europea prima di diffondere nel mondo il calendario di un tempo giudaico-cristiano dovette fare i conti con l’antichità pagana.




Ma oggi nella lotta per la memoria, l’Europa, per secoli protagonista nell’uso della sua cultura come mezzo per conquistare e addomesticare tutte le altre, appare sempre più in posizione di difesa quando non di silenzioso arretramento. E davanti alla sua storia sembra provare un desiderio bizzarro: quello di fermarla. Forse anche oggi, come nell’età del classicismo francese descritta da Paul Hazard in un suo celebre libro, ‘il povero navicello umano ha toccato finalmente il porto: possa rimanervi a lungo, rimanervi sempre! […] si vorrebbe fermare il tempo'. E magari oziare tra le pagine di un libro di gran successo dello storico israeliano Yuval Noah Harari che pochi anni fa (dunque prima del Covid-19) parlava di un trionfale presente in cui l’umanità si era lasciata per sempre alle spalle 'carestie, pestilenze e guerre'. Allora, in laboratori accademici più cauti la crisi della coscienza europea aveva già rallentato gli assemblaggi frettolosi di storie del mondo intero (Global History e World History). Quei bilanci di chiusura, buoni per guardare serenamente a una umanità tutta unita e pacificata lasciandosi alle spalle barriere identitarie e rancori nazionalistici, cozzavano sempre piú con una esplosione incontrollabile di etnie, religioni e tradizionalismi chiusi, intolleranti e arcigni verso chi bussava alla porta del ricco Occidente.




Un fatto è certo: siamo davanti a un mutamento profondo. Chi nel 1989 (Francis Fukuyama) aveva immaginato ormai raggiunta la 'fine della storia' col crollo del muro di Berlino e giunto il tempo di fermarsi a godere i frutti della liberaldemocrazia e del capitalismo ha poi dovuto fare i conti con l’unica legge fondamentale della storia umana, il mutamento. Cambiano le generazioni e i figli assomigliano ai loro tempi più che ai loro padri4, come scrisse Marc Bloch. La prospettiva delle nuove generazioni si è fatta diversa da quella dei loro padri, il mondo umano è cambiato, gli spazi e i tempi nuovi sono diversi dagli antichi, quelle che sembravano conquiste ferme e indiscutibili devono di nuovo sottoporsi alla prova della nuova configurazione del mondo. E chi profetizzava la fine della storia è stato presto disingannato. Quello che invece si è fatto sempre più evidente è un processo che potremmo definire di distruzione del passato. La definizione non ci appartiene. È stato Eric Hobsbawm nel suo celebre Secolo breve a individuare questo fenomeno con parole degne di attenta lettura:

 

La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono.




Da quando sono state scritte queste parole il fenomeno si è fatto sempre più evidente, tanto da suscitare diversi allarmi dando vita a diagnosi di vario genere. Oggi si va dicendo che una nuova malattia sociale incomberebbe su di noi: quella della memoria. Inevitabile pensare per analogia alla patologia individuale dell’Alzheimer. Ma mentre questa suscita angoscia al solo evocarla, l’offuscarsi della coscienza e della conoscenza storica nella società sembra passare quasi inavvertito. Eppure è un fenomeno diffuso in molti ambienti e in diverse fasce sociali, minaccia specialmente le nuove generazioni e il mondo della scuola e devasta quello della politica. La cosa non riguarda solo l’Italia: affligge anche altri Paesi di un’Europa formalmente unita eppure resa da questa malattia sempre più fragile e spesso irriconoscibile. 


È l’Europa in primo luogo colei che appare oggi nel mondo come smarrita e dimentica della sua grande eredità culturale. Da molti anni la delusione per la costruzione europea nasce soprattutto davanti alla perdita di memoria di una grande realtà risorta dalle macerie e dalle ceneri di milioni di vittime col proposito di restaurare il ricordo e il rispetto dei suoi valori ideali ma che sembra tornare sempre più indietro: tanto indietro da scambiare per valori europei quelli finanziari di borse e banche, col risultato di emarginare e minacciare di esclusione la Grecia e lasciare spesso l’Italia sola davanti al dovere di accoglienza e aiuto per il popolo dei migranti. C’è voluto il ritorno del flagello biblico del Covid-19 o altrimenti detto coronavirus perché voci isolate richiamassero alla consapevolezza dell’esistenza di valori superiori a quelli della finanza e della produzione di ricchezza: per esempio, quello della tutela della semplice e nuda vita umana, la si ritenga dono divino o frutto del caso. Oggi la minaccia di una pandemia globale costringe credenti e no, cultori del Vangelo o dei valori illuministici, a incontrarsi e riconoscersi d’accordo sulla vera scala dei valori.




Ma intanto bisogna fermarsi a riflettere sul problema della perdita del senso della storia e del generale declino di questa dimensione, negli studi e nella società. È da tempo che i sociologi mandano segnali d’allarme e parlano di perdita di memoria collettiva e di ignoranza della nostra storia recente e delle sue tragedie. Ma è anche da tempo che si moltiplicano segni di allarme davanti a precisi segnali di una tendenza diffusa, con ripetute quanto vane denunzie delle responsabilità delle classi dirigenti e dei poteri pubblici. Il fenomeno è aggravato dalla poca cura dedicata a biblioteche, archivi e musei, considerati enti inutili e non redditizi, colpiti da continue riduzioni di personale, mezzi e strumenti. Ed è rimasta inascoltata la voce di un grande storico e combattente per la libertà come Franco Venturi che nel lontano 1968 scriveva queste parole: ‘L’Italia è […] uno dei paesi in cui è più difficile e faticoso giungere a contatto con i testi e i documenti […] Siamo l’unico paese civile a non possedere una biblioteca nazionale, una biblioteca, intendo, in cui ci si possa ragionevolmente attendere di trovare qualsiasi libro e foglio apparso in ogni angolo del proprio paese, dall’invenzione della stampa ad oggi'. Il suo augurio conclusivo era allora che 'nelle mani dei bibliotecari e degli archivisti nostri vengano finalmente posti mezzi e strumenti che permettano di rendere accessibili a tutti, con ben diversi orari e con strutture organizzative completamente trasformate, i luoghi dove si conservano le testimonianze delle idee, delle lotte e delle speranze delle generazioni passate’.




Lotte e speranze, generazioni passate: cioè storia. Che non è memoria, termine che da tempo sostituisce insidiosamente quello di storia, magari con l’aggiunta di aggettivi come storia ‘collettiva’ o con più ardite semplificazioni cariche di veleni ideologici, come ‘identità’. Cosa debba intendersi per memoria collettiva è domanda che ha trovato molte risposte da quando – quasi un secolo fa – il grande pensatore ebreo francese Maurice Halbwachs (morto a Buchenwald nel 1945) propose la sua geniale tesi sull’argomento. A suo avviso, le due realtà non si confondevano né si sovrapponevano: piuttosto, si succedevano e si opponevano. La storia comincia quando finisce la tradizione vivente, quando si estingue il gruppo sociale che quella memoria aveva conservato e trasmesso. Ma dai tempi di Halbwachs molte cose sono cambiate, i gruppi sociali sono diversi e non hanno più una memoria che li leghi o che possa essere trasmessa come lascito vivente all’interno della famiglia e dell’ambiente di lavoro. L’eredità culturale è qualcosa che ogni individuo si fabbrica grazie alla scuola, alle letture, ai casi e agli incontri della sua vita essendosi dissolti ben presto dietro di lui eredità e ricordi che le generazioni precedenti non hanno avuto modo di trasmettergli. In questo il nostro tempo è diverso dalle grandi civiltà del passato su cui l’egittologo Jan Assmann ha elaborato le sue proposte sulla trasmissione di ricordi, identità e culture. Sull’esperienza del tempo presente, dominata dal contrasto fra il deposito da conservare e la ridotta capacità di ricordare, è stata la sua compagna di vita e di lavoro, l’antropologa Aleida Assmann, che ha proposto di recente una sua tesi sul tema dell’oblio: secondo lei la memoria culturale è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica. 




Funziona come un collo di bottiglia: vi passa attraverso solo una parte del deposito di esperienze e di ricordi. Ma come si rende possibile la selezione e la conservazione della memoria culturale di una società? Secondo la sua analisi, quello che la garantisce e governa è 'il tetto protettivo delle istituzioni socialmente deputate alla conservazione del patrimonio, come gli archivi, le biblioteche e i musei'. Grazie a loro, le cose e le persone che sfuggono all’oblio automatico vengono separate da una forbice e depositate le une nel canone, le altre nell’archivio. Entrano nel canone opere, persone, eventi destinate a fare parte del ricordo attivo della vita sociale delle generazioni future, mentre nell’archivio – una istituzione dalle tante forme e di lunghissima esistenza nelle culture della scrittura – finisce il materiale su cui si potrà esercitare la curiosità storica. Aleida Assmann ha riportato un caso esemplare, che potrebbe dare materia di riflessione agli italiani in tempi di revisione e derisione di monumenti: la vicenda postuma di uno scrittore svizzero, Wilhelm von Scholz (1874-1969) che aveva goduto vivente di grande fama e ricevuto gli onori pubblici della sua città, Costanza. Dopo la morte, lo attendeva l’oblio “conservativo”, cioè la fase di oscurità provvisoria che passa tra la celebrità del vivente e il balzo nel pantheon dei grandi artisti riservato a pochi. Ma ecco che la scoperta di una sua poesia scritta in omaggio a Hitler ha determinato misure pubbliche formali di “oblio attivo” per relegarne nome e opera nell’oscurità.




Possiamo contare dunque sull’educato e ben regolato funzionamento a regime delle istituzioni culturali per selezionare ciò che vale la pena di ricordare? O non sarà piuttosto la violenza del mutamento sociale periodico a spazzare via ogni volta le tracce del passato? Il pensiero va a come sono finite le reliquie dei sovrani di Francia con lo scoppio della Rivoluzione francese, o alla sorte delle statue di Stalin e di altri dittatori del Novecento, un tempo incontro obbligato in tutte le capitali dell’Europa continentale. E proprio sotto i nostri occhi di contemporanei si sta svolgendo la tumultuosa iconoclastia scatenatasi negli Stati Uniti col movimento del Black Lives Matter che non ha risparmiato nemmeno le statue di Cristoforo Colombo.

 

Non è un caso, tuttavia, che queste considerazioni di tipo antropologico e sociologico quando si concentrano sulla età contemporanea non parlino più di memoria ma di oblio. La questione della memoria difettosa o deformata rende di nuovo attuali le esperienze e i suggerimenti ereditati da culture diverse o più antiche, facendoci scoprire quanto delicata e preziosa sia sempre stata considerata questa facoltà della nostra specie, che essendo priva dell’istinto ereditato dalle altre specie viventi ha dovuto inventare tecniche apposite per rimediare. Così si è riaccesa la curiosità per le arti della memoria, nel tentativo di capire che cosa le abbia fatte ritenere importanti nel passato della grande tradizione occidentale. La loro caratteristica fondamentale era quella di connettere parole e immagini. Oggi quella più sviluppata e che ci è più familiare nella vita quotidiana sembra essere la connessione tra luoghi e memoria: a lei hanno dedicato la loro attenzione antropologi come Mary Douglas e Pierre Bourdieu. Ma c’è una soglia fondamentale che divide il mondo moderno dall’età preindustriale…. 

(A. Prosperi




Fra i paesi vincitori, l’Italia era quello che più profondamente mostrava le conseguenze· della Grande Guerra. La lunga polemica che aveva preceduto l’intervento nel 1915 continuava a lasciare le sue tracce e il modo in cui le rivendicazioni italiane venivano prese in considerazione alla Conferenza di Parigi non faceva che esasperare, sui due fronti opposti, le tensioni esistenti nel paese: esasperava i nazionalisti poiché dava loro la sensazione che gli Alleati non volessero mantenere gli impegni assunti con il Patto di Londra, facendosi scudo dell’ostilità di Wilson verso gli accordi segreti; esasperava gli oppositori del governo, che imputavano ai rappresentanti italiani a Parigi (Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino) l’incapacità di fare valere il loro punto di vista e nell’insieme contribuivano a porre le basi del mito della ‘vittoria mutilata’. 


Questa era un’espressione usata dal poeta Gabriele d’Annunzio per sintetizzare la teoria secondo la quale gli Italiani avevano ottenuto una vittoria apparente e una sconfitta sostanziale, pagata con un alto prezzo umano ed economico-sociale e dunque avevano serie motivazioni per schierarsi nel campo revisionistico piuttosto che solidarizzare con le potenze ‘soddisfatte’ (ammesso che ve ne fossero). Ed esasperava, quella situazione, anche coloro che, specialmente nel campo della sinistra democratica e nel mondo socialista, avevano considerato un errore o addirittura un crimine la partecipazione alla guerra: un errore e un crimine la cui inutilità era confermata dai fatti. 




Da questa insoddisfazione usciva una serie di agitazioni politiche che rendevano ancora più difficile il ritorno a una normalità che in Italia non vi sarebbe forse più stata. L’impresa di d’Annunzio a Fiume non fu che il primo di una serie di episodi legati alla nuova posizione internazionale dell’Italia, un episodio che indicava la via dell’illegalità e dell’avventurismo che Mussolini avrebbe poi imitato negli anni successivi. D’altra parte anche la situazione politico-sociale interna non era tale da convergere verso un rapido recupero. I problemi esistenti in tutti i paesi che avevano partecipato al conflitto erano vissuti, da un’economia debole e da una struttura politica fragile come quella italiana, in modi ancora più tesi. 


È vero che la struttura economica era stata irrobustita dalla guerra, la quale aveva imposto alti investimenti all’industria pesante, accelerando un ritmo di crescita e di profitti, secondo la tendenza del decennio precedente. Tuttavia la conversione industriale postbellica, la persistente povertà nelle campagne, la miseria del Mezzogiorno erano aggravate dopo la fine delle ostilità dal problema del reinserimento dei reduci nella vita produttiva. In questo clima economico erano maturate novità politiche importanti. 




Nel gennaio 1919 don Luigi Sturzo aveva fondato il Partito popolare, la prima organizzazione d’ispirazione cattolica che entrava come soggetto autonomo nella vita italiana, senza lasciarsi condizionare dalle esigenze del trasformismo. Il Partito socialista, fondato nel 1892 e divenuto già nel periodo prebellico una potente forza di attrazione per le classi lavoratrici, si rafforzava ulteriormente sino a presentarsi come la principale organizzazione politica del paese. 


I partiti della democrazia prebellica stentavano a adeguarsi alla trasformazione. Quando, nel novembre 1919, si tennero per la prima volta elezioni a suffragio universale e con rappresentanza proporzionale, i socialisti ebbero quasi il 32 per cento dei voti, i popolari poco più del 20 per cento. I partiti nuovi nell’insieme ricevevano più consensi di quelli discendenti dalla tradizione politica postunitaria. Era un mutamento che indicava soprattutto il rafforzamento della sinistra, rispetto alla quale il movimento cattolico non riusciva certo a restare indifferente, sebbene i suoi dirigenti propendessero verso un’alleanza con le forze borghesi. 


In questo quadro politico-economico, la situazione sociale ribolliva. Gli scioperi si susseguivano; il Partito socialista era formidabilmente attratto dall’esperienza russa e si sentiva vicino alla rivoluzione. L’ala riformista divenne minoritaria rispetto ai massimalisti, che furono a loro volta aggirati a sinistra dal gruppo di ‘Ordine Nuovo’ che nel gennaio 1921 diede vita al Partito comunista italiano. Questo però accadeva al culmine di un periodo di scioperi e incertezze politiche che avevano lasciato il segno. I governi di Nitti (1919) e di Giolitti (1919-2 1) cercarono di mediare le crisi facendo calare le tensioni degli scioperi secondo un metodo graduale e di contrattazione. 




Nessuno dei due riuscì ad avere appoggi sufficienti per attuare programmi coerenti. Lo scontro sui temi di politica estera (e in particolare la questione giuliana) e il coerente laicismo di Giolitti circoscrivevano le forze politiche e il consenso del quale i due statisti potevano godere. Il colpo più forte al sistema fu dato però dall’acuirsi improvviso della crisi nazionale verso la metà del 1921.  A tale aggravamento contribuirono in modo ovviamente opposto due ordini di fatti: l’azione del movimento fascista e la spinta rivoluzionaria che nel marzo-aprile 1920 portò all’occupazione delle principali fabbriche settentrionali. 


Il movimento fascista era stato fondato da Mussolini nel marzo 1919. Benito Mussolini era già stato socialista massimalista, poi interventista acceso, poi esponente del mondo combattentistico. La sua persona e il suo movimento rappresentavano e raccoglievano nel 1919 una serie contraddittoria di istanze: una violenta opposizione alle classi dirigenti tradizionali, colpevoli di non aver fatto una politica sufficientemente energica nei confronti degli Alleati (Mussolini appoggiò, pur con qualche riserva, l’impresa dannunziana), ma al tempo stesso un’altrettanta violenta avversione contro il socialismo, accusato di avere tradito i valori nazionali. 




Mussolini si dichiarava rivoluzionario, ma pensava in termini di rivoluzione politica, non di rivoluzione sociale. Egli scorgeva la decadenza delle forze politiche prebelliche e la difficoltà di creare nuove alleanze di potere e cercava di trovare in questa crisi lo spazio per affermare forze dirigenti nuove, dai programmi non chiari, ma animate tutte dalla volontà di imporre un cambiamento dell’élite politica e da un feroce antisocialismo. Il limite del movimento fascista, al di là degli atteggiamenti declamatori e demagogici del suo capo, era rappresentato dall’incapacità di raccogliere consensi nel mondo medio e piccolo borghese, a causa dei metodi violenti usati dalle squadre fasciste nelle loro azioni contro i socialisti. 


Questo rapporto cambiò tra la fine del 1920 e il 1921. Il 1920 fu l’anno nel quale si ebbe in Italia il maggior numero di scioperi. La grande paura che il movimento sindacale e i partiti di sinistra provocavano negli ambienti imprenditoriali rafforzò il movimento fascista (che a sua volta aveva definito meglio il suo carattere anti socialista). L’occupazione delle fabbriche, che Giolitti affrontò con metodi che sul piano storico sono largamente apprezzati per la loro abilità, non fu accolta dagli imprenditori e dal mondo borghese con eguale perspicacia. 




Il rumore così prossimo della rivoluzione rafforzò coloro che premevano per la repressione violenta. Il movimento fascista incominciò a crescere. Le sue squadre si sparsero nelle città e nelle campagne contro gli operai e contro i braccianti agricoli. Divennero il braccio secolare della repressione imprenditoriale. Dal punto di vista politico Mussolini venne legittimato poiché i partiti borghesi pensavano che il fascismo fosse solo una malattia breve ma necessaria: una rapida applicazione di violenza repressiva avrebbe rimesso la situazione in ordine, in un ordine entro il quale anche i fascisti avrebbero poi dovuto adattarsi. 


Fu così che in occasione delle elezioni del maggio 1921 candidati fascisti vennero inclusi nel ‘blocco nazionale’, come esponenti dell’assetto borghese che essi avevano dichiarato di voler distruggere e del quale erano diventati difensori. Nel novembre 1921 il movimento fascista divenne partito. In seno al Parlamento e al paese Mussolini riuscì a manovrare con abilità ed energia, sino a presentarsi come il solo uomo capace di dare all’Italia quella scossa salutare che, purché di breve durata, la facesse uscire dalla perdurante confusione postbellica e dall’instabilità governativa. 




I socialisti non riuscirono a contrattaccare con sufficiente determinazione. Nell’ottobre 1922, sulla scia di un movimento di forze fasciste verso Roma, orchestrato e accompagnato da innumerevoli connivenze governative, Mussolini venne incaricato dal re, Vittorio Emanuele III di Savoia, di costituire un governo di coalizione. Per l’Italia incominciava un nuovo periodo storico, sebbene molti non ne fossero perfettamente consapevoli. Mussolini infatti guidava un partito che alla Camera dei deputati aveva solo una trentina di deputati. Dovette costruirsi una maggioranza autonoma e lo fece adottando una legge maggioritaria iniqua e poi conducendo una campagna elettorale all’insegna dell’intimidazione. 


Dopo i risultati che gli confermarono la scontata vittoria (novembre 1923), il nuovo governo attraversò la sua fase più difficile. Proprio i metodi elettorali fascisti avevano indignato sia gli avversari politici sia gli esponenti di molte forze filofasciste. Quando, nel giugno 1924, venne ucciso il deputato socialista Giacomo Matteotti, che protestava per l’appunto contro l’illegalità del risultato elettorale, Mussolini venne additato come il colpevole o, quanto meno, l’ispiratore del delitto*




[*Il 30 maggio Matteotti prese la parola dal suo banco di deputato. Il suo discorso, che avrebbe potuto esaurirsi in meno di un’ora, ne durò quattro perché continuamente interrotto dai fischi e dagli urli dei fascisti. Presidente dell’Assemblea era Enrico De Nicola, che invano scampanellava per riportare la calma. I fascisti, quando non urlavano, picchiavano ritmicamente i pugni sul banco per coprire la voce dell’oratore che, imperterrito, diceva dei risultati elettorali del 6 aprile: ‘Contro la loro convalida, noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti, cotesta non li ha ottenuti di fatto e liberamente’. Scoppiò il putiferio. Matteotti aspettò che si placasse, poi cominciò ad elencare le prove del clima di violenza che aveva falsato il verdetto popolare. Ad ogni tempesta di fischi e minacce, Matteotti rispondeva: ‘Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumore. I fatti o sono veri, o li dimostrate falsi’. ‘Voi svalorizzate il Parlamento’ urlò una voce. ‘E allora sciogliete il Parlamento’. Farinacci esplose: ‘Va’ a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!’ ‘Fareste il vostro mestiere’ ribatté Matteotti, e ricominciò a motivare le sue denunce nel solito frastuono. ‘Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade...’ ripeteva De Nicola, e rivolgendosi a Matteotti, lo sollecitò: ‘Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti’. Matteotti s’infuriò: ‘Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare’. ‘Sì, ma ho anche quello di raccomandarle la prudenza’ ribatté De Nicola, come presago di quanto sarebbe accaduto. ‘Io chiedo di parlare non prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente’ ribatté Matteotti, e riprese la sua requisitoria intesa a chiedere l’invalidazione delle elezioni del 6 aprile. Quando ebbe finito, nel solito uragano di grida e minacce, disse, rivolto ai suoi vicini di banco: ‘Ho detto quel che dovevo dire, ora sta a voi preparare la mia orazione funebre’. Qui si pone la domanda perché mai Matteotti avesse pronunciato un discorso così scopertamente provocatorio. Come dice De Felice, non è pensabile ch’egli sperasse di ottenere da quella Camera il riconoscimento della propria invalidità. Evidentemente, egli si proponeva di spezzare sul nascere, anche a rischio della propria vita, le tendenze affiorate nel proprio partito a qualche compromesso col fascismo, ricreando un’atmosfera da scontro frontale. E così dovette intenderla anche Mussolini. Muto e immobile, egli aveva seguito il discorso di Matteotti senza mai interromperlo, e anzi dando segno di fastidio per il chiasso che facevano i suoi. Ma il volto pallido e tirato denunciava il suo furore. Quando l’avversario ebbe finito, si alzò di scatto, attraversò l’aula a passi concitati, e rientrò a palazzo Chigi. Nell’anticamera del suo ufficio s’imbattè in Marinelli, e lo investì: ‘Che fa la Ceka? ...Che fa Dumini? ...Se non foste dei vigliacchi, nessuno avrebbe mai osato pronunciare un simile discorso!’.




Per un semestre la sua posizione fu in bilico. Alla fine del 1924 egli era riuscito a recuperare i consensi necessari e la fiducia del re. Nel gennaio 1925 dava l’avvio a una serie di provvedimenti legislativi che avrebbero trasformato lo Stato liberale italiano in un regime autoritario, e, qualche anno dopo, in una dittatura personale. L’Italia era il primo dei grandi paesi europei che subiva tale trasformazione. L’ascesa di Mussolini al potere in Italia non mostrò subito la sua portata eversiva per la vita internazionale. 


Sin dal 1922 egli cercò di appagare due esigenze: quella di presentarsi all’interno come il vero artefice della grandezza e della potenza italiana; quella di ottenere dalle altre potenze il riconoscimento del ruolo italiano in Europa e nel mondo. 


Nel 1923 egli diede un breve saggio della propria capacità di recare disordine nella vita internazionale, ma pochi vollero prendere sul serio il significato della sua azione. Del resto l’episodio era circoscritto e si poteva anche fingere di non vederlo. Per rispondere all’uccisione del generale Enrico Tellini, che guidava una commissione di esperti incaricata di tracciare sul terreno il confine greco-albanese (agosto 1923), il governo italiano pose a quello greco un ultimatum dalle condizioni inattuabili (non foss’altro perché esso chiedeva la cattura e la condanna dei responsabili entro pochi giorni) e, per rappresaglia rispetto all’inevitabile inadempienza greca, fece occupare, dopo un bombardamento navale che provocò numerose vittime, l’isola di Corfù, lasciando intravvedere l’idea che tale occupazione potesse con il tempo diventare definitiva, se le circostanze lo avessero consentito. 




Mussolini agiva in quel modo poiché, essendo al potere da meno di un anno, aveva bisogno di successi di prestigio (o di clamore) che mostrassero all’Italia e al mondo il senso della svolta avvenuta con l’ascesa al potere del futuro dittatore. A sua volta il governo greco, reduce dalla sconfitta subita contro la Turchia, reagì con energia, investendo della questione il Consiglio della Società delle Nazioni, che avrebbe dovuto deliberare sia in merito alle richieste contenute nell’ultimatum italiano sia rispetto alle proteste della Grecia. Questa deliberazione tuttavia non ebbe luogo poiché il Consiglio preferì espropriarsi di ogni competenza, considerando che il compito di discutere il problema spettasse in primo luogo alla Conferenza degli ambasciatori, cioè all’organismo creato dalle potenze per seguire l’attuazione pratica dei trattati di pace, dal quale gerarchicamente dipendeva anche il gen. Tellini. 


Questa rinuncia all’esercizio della propria autorità esprimeva però una situazione diversa da quella prospettata sul piano giuridico. Mussolini aveva ammonito gli altri membri del Consiglio che qualora essi avessero discusso nel merito alla protesta greca, l’Italia avrebbe anche potuto ritirarsi dalla Società delle Nazioni (riducendone ulteriormente il peso specifico), mentre la Francia, che ricambiava in quell’occasione l’appoggio ricevuto dall’Italia durante l’occupazione della Ruhr, indicò la via d’uscita nel compromesso giuridico. 




Ma era anche un compromesso che non diceva nulla di incoraggiante rispetto all’efficacia della Società delle Nazioni nell’adempimento dei compiti che il Covenant le affidava, mentre diceva molto di scoraggiante sulla subordinazione degli interessi generali della pace e del diritto internazionale alle esigenze della politica delle potenze. Nonostante il sintomo preoccupante rappresentato dalla crisi di Corfù e la grossolana polemica con la quale, alla fine del 1924, Mussolini aiutò Chamberlain ad affossare il progetto di protocollo di Ginevra, elaborato da Herriot e MacDonald, per alcuni anni la politica estera italiana parve dominata dalla volontà di collaborare alla restaurazione di un clima di normalità in Europa. In realtà, e a meglio guardare le cose, dietro il pacifismo mussoliniano si celavano sin dall’inizio ambiguità e risentimenti non dissimili da quelli avvertiti in altri paesi europei, ma che il capo fascista intendeva tradurre nei fatti al più presto. 


La principale di tali ambiguità consisteva nell’assoluta spregiudicatezza circa i mezzi mediante i quali pervenire all’obiettivo del rafforzamento mediterraneo, balcanico e imperiale dell’Italia. Mussolini ragionava in termini di pura politica di potenza e non aveva avvertito, se non per l’aspetto russo, la portata dei cambiamenti in corso. La sua viscerale avversione verso Wilson, maturata durante la crisi del 1919 sulla questione fiumana, si traduceva sul piano psicologico in una forte difficoltà a considerare gli Stati Uniti altro che una potenza finanziaria, trascurando il loro potenziale politico. 




Perciò la sua strategia diplomatica si basava sulla contrapposizione latente nella vita europea tra forze tendenti all’ordine e forze tendenti al cambiamento. Egli sceglieva la posizione italiana secondo le circostanze e non sulla base di un disegno continuo e articolato. Finché la situazione europea fu dominata dalle potenze vincitrici, la sua libertà di manovra rimase circoscritta. Ma il modo secondo il quale egli oscillò tra una posizione filo-francese nel 1923-24 e una posizione filo-inglese tra il 1924 e il 1929 (salvo momentanee incrinature) anticipava la !abilità dei suoi impegni. 


Poteva forse servire alla diplomazia inglese contare su una potenza che in Europa e nel Mediterraneo si contrapponesse a quella che veniva considerata l’egemonia francese. Tuttavia, al di là di questa strumentalizzazione, esisteva l’orientamento italiano, cioè la disponibilità a una spregiudicatezza che riassumeva tutta la fragilità delle illusioni concepite in materia di normalizzazione europea. Del resto, la politica italiana nella penisola balcanica e in materia di disarmo navale non faceva che confermare queste tendenze. E dunque, nella meno forte delle potenze vincitrici, la restaurazione veniva condotta con metodi nuovi e con un affiorare di ambizioni antiche ma affermate con nuova energia, che gettavano nell’insieme una luce sinistra su ciò che sarebbe potuto accadere, al mutare delle circostanze.







mercoledì 12 giugno 2024

IL PASSO DEL LUPO










Precedenti capitoli 


circa la Bestia  


& in Memoria di 


Giacomo Matteotti 










(22/5/1885 - 10/06/1924)   









Prosegue il 30 maggio 


1924-2024








Uno dei motivi – numerosi, tanti, troppi, non ce la farò ad elencarli tutti, e in effetti vi dedicherei l’intero seminario... uno dei tanti motivi per cui ho scelto, in questo insieme di proverbi, quello che forma il sintagma ‘a passo di lupo’, è proprio perché l’assenza del lupo è anche espressa nell’altra operazione silenziosa del ‘passo’, del vocabolo ‘pas’ che implica e lascia percepire, ma senza alcun rumore, la selvaggia intrusione dell’avverbio di negazione (‘pas’, passo di lupo, non ci sono lupi, non c’è il lupo) l’intrusione clandestina dell’avverbio di negazione ‘non’ nel nome, nel ‘passo di lupo’. Un avverbio abita un nome. L’avverbio ‘non’ si è introdotto in silenzio, a passo di lupo, nel nome del ‘passo’.

 

Tutto ciò per dire che là dove le cose si annunciano a ‘passo di lupo’, il lupo non c’è ancora, non il lupo reale, non il lupo cosiddetto naturale, non il lupo letterale. Il lupo non c’è ancora là dove le cose si annunciano ‘a passo di lupo’. C’è solo una parola, un vocabolo, una favola, un lupo delle favole, un animale favoloso, addirittura un fantasma (phantasma nel senso dello spirito greco; o fantasma nel senso enigmatico della psicanalisi, per esempio nel senso in cui il totem corrisponde ad un fantasma); c’è solo l’altro ‘lupo’ che simboleggia un’altra cosa - un’altra cosa o qualcun altro, l’altro la figura favolosa del lupo, come un sostituto o un suppletivo metonimico, annuncerebbe e dissimulerebbe, paleserebbe e maschererebbe.




E non dimenticate che in francese si chiama ‘loup’, ‘lupo’ anche la maschera del velluto nero che un tempo indossavano le donne soprattutto, le ‘dame’ più spesso degli uomini, indossavano, in un certo periodo, in certi ambienti, e in particolare in occasione dei balli in maschera. Il suddetto ‘lupo’ permetteva loro di vedere senza essere viste, di riconoscere senza lasciarsi riconoscere.

 

E l’essenza di questo lupo inafferrabile di persona se non attraverso la parola di una favola, questa assenza afferma allo stesso tempo il potere, la risorsa, la forza, l’astuzia, lo stratagemma di guerra, lo stratagemma o la strategia, l’operazione dell’invisibile dominio. Il lupo è tanto più forte, il significato del suo potere è tanto più terrorizzante, armato, minaccioso, virtualmente predatorio in quanto in questa denominazione, in queste locuzioni, il lupo non appare ancora di persona ma solo nella persona teatrale di una maschera, di un simulacro, di una parola, cioè di una favola o di un fantasma.

 

La forza del lupo è tanto più forte, addirittura sovrana, ha tanto più ragione di tutto in quanto lupo non c’è, non c’è il lupo stesso, salvo un passo di lupo, eccetto un ‘passo di lupo’, tranne un ‘passo di lupo’, solo un ‘passo di lupo’.





Direi allora che questa forza del lupo insensibile (insensibile perché non lo si vede né lo si sente arrivare, insensibile perché invisibile e non udibile, dunque non sensibile, ma anche insensibile perché tanto più crudele, impassibile, indifferente alla sofferenza delle sue vittime virtuali), dico allora che la forza di questa bestia insensibile sembra aver ragione di tutto perché attraverso questa singolare locuzione idiomatica (avere ragione di, quindi prevalere su, essere il più forte), si annuncia la questione della ragione, quella della ragione zoologica, della ragione politica, della razionalità in generale: che cos’è la ragione?

 

Che cos’è una ragione?

 

Una buona o una cattiva ragione?

 

E voi vedete bene che quando passo alla domanda ‘che cos’è la ragione?’ alla domanda ‘che cos’è una ragione?’, buona o cattiva, il senso della parola ‘ragione’ è mutato.

 

E cambia ancora quando passo da ‘aver ragione’ (dunque avere una buona ragione da far valere in un dibattito o in una lotta, una buona ragione contro una cattiva ragione ingiusta), la parola ‘ragione’ cambia quindi ancora quando passo da ‘avere ragione’ in una discussione ragionevole, razionale, ad ‘aver ragione di’ in un rapporto di forza, una guerra di conquista, una caccia, addirittura una lotta all’ultimo sangue.




(a) È giusto che ciò che è giusto sia seguito, è necessario che ciò che è più forte sia seguito.

 

(b) La giustizia senza la forza è impotente: la forza senza la giustizia è tirannica.

 

(c)  La giustizia senza la forza è contestata, perché ci sono sempre malvagi; la forza senza giustizia è messa sotto accusa.

 

(d) Bisogna dunque mettere insieme la giustizia e la forza e, perciò fare ciò che è giusto sia forte, o ciò che è forte sia giusto.

 

(e) La giustizia è soggetta a contestazioni, la forza è riconoscibilissima e senza dispute.

 

(f) Così non si è potuto dare la forza alla giustizia, perché la forza ha contraddetto la giustizia, e ha affermato che quella era ingiusta, e ha detto che solo lei era giusta.

 

(g) E così non potendo far sì che ciò che è giusto fosse forte, si è fatto sì che ciò che è forte fosse giusto. 

 



Comunque si capisca la parola, l’analogia è sempre una ragione, un logos, un ragionamento, o anche un calcolo che si muove, risale verso un rapporto di produzione, o somiglianza, o comparabilità in quale identità e differenza coesistono. Qui, ogni volta che parleremo della bestia e del sovrano, avremo visualizzato un’analogia tra due rappresentazioni correnti (corrente e quindi problematico, sospetto, da interrogare) tra questo tipo di animalità, o essere vivente, che viene chiamato la ‘bestia’ o che viene rappresentato come bestialità, da un lato, e dall’altro, una sovranità che il più delle volte è rappresentata come ‘umana’ o ‘divina’, in un aspetto ‘antropo-teologico’.

 

Ma coltivando questa analogia, chiarificandone il suo territorio, non significa né accreditarlo né semplicemente viaggiarci dentro in una sola direzione, ad esempio riducendo la ‘sovranità’ (politica sociale o individuale, e queste sono già diverse e terribilmente problematiche dimensioni), come è più spesso situato nell’ordine umano, [riducendolo, quindi] a prefigurazioni dette zoologiche, biologiche, animali o bestiali.

 

Non dovremmo mai accontentarci di dire, nonostante le tentazioni, qualcosa del tipo: il sociale, politico, e in essi il valore o l’esercizio della sovranità che sono semplicemente manifestazioni mascherate di forza animale, o conflitti di pura forza; la verità che ci è data dalla zoologia, cioè in fondo bestialità o barbarie, o crudeltà disumana. Sarebbe e sarà possibile citare mille e una dichiarazione che si basano su questo schema, un intero archivio o una biblioteca mondiale.




Noi potremmo anche invertire il senso dell’analogia e riconoscere, al contrario, non che l’uomo politico è ancora animale ma che l’animale è già politico, e mostrare, come è facile fare, in molti esempi di quelle che vengono chiamate società animali, ovvero la comparsa di organizzazioni raffinate, complesse, con strutture gerarchiche, attributi di autorità e potere, fenomeni di credito simbolico, tante cose che sono così spesso attribuite e così ingenuamente riservate alle cosiddette civiltà umane dotate di cultura, in opposizione alla natura.

 

Per fare solo un esempio, molto vicino al nostro seminario, è incontestabile che ci sono società animali, organizzazioni animali che sono raffinate e complicate nell’organizzazione dei rapporti familiari e nelle  relazioni sociali in genere, nella distribuzione del lavoro e della ricchezza, nell’architettura, nella eredità delle cose acquisite, dei beni o delle capacità non innate, nella condotta di guerra e pace, nella gerarchia dei poteri, nell’istituzione di un capo assoluto(per consenso o per forza, se si possono distinguere), di un capo assoluto che ha diritto di vita e di morte sugli altri, con possibilità di rivolte, riconciliazioni, perdoni concessi, ecc.; non basterà tenerne conto questi fatti poco contestabili per concludere da essi che c’è politica e in particolare la sovranità nelle comunità di esseri viventi non umani.




‘Sociale-animale’ non significa necessariamente animale politico; ogni legge non è necessariamente etica, giuridica o politica. Quindi è il concetto di diritto, e con esso quello di contratto, autorità, credito, e quindi molti, molti altri che saranno al cuore delle nostre riflessioni. È la legge che regna (in un modo che è del resto differenziato ed eterogeneo) in tutte le cosiddette società animali della stessa natura di ciò che intendiamo per legge dei diritti umani e/o ‘politica-umana’?

 

Ed è la complessa, anche se relativamente breve, storia del concetto di sovranità in Occidente (un concetto che è esso stesso un’istituzione che cercheremo di studiare come si può) la storia di una legge la cui struttura si ritrova anche nelle leggi che organizzano i rapporti gerarchizzati di autorità, egemonia, forza, potere, potere di vita e di morte nel cosiddetto ‘animale di società’?

 

La domanda è tanto più oscura e necessaria per il fatto che la caratteristica minima che deve essere riconosciuta nella posizione di sovranità, e ciò  nemmeno un preliminare, è, come abbiamo insistito in questi ultimi anni con rispetto a Schmitt, un certo potere di dare, di fare, ma anche di sospendere la legge.




È  l’eccezionale pretesa di porsi al di sopra del diritto, il diritto del non giusto, se posso dire ciò, e che corre il rischio di portare l’’ ‘umano-sovrano’ al di sopra dell’umanità, verso l’‘onnipotenza divina’ (che sarà del resto il più delle volte hanno fondato il principio di sovranità nella sua sacra origine teologica) e, a causa di questa arbitraria sospensione o rottura del diritto, corre il rischio di far sembrare il sovrano la bestia più brutale che non rispetta nulla, disprezza la legge, si pone immediatamente al di sopra della legge, a distanza dalla legge.

 

Per la rappresentazione attuale, alla quale ci riferiamo tanto per cominciare, sovrano e bestia sembrano avere in comune il loro ‘essere-fuori-la-legge’. È come se entrambi si trovassero per definizione a distanza, da o al di sopra delle leggi, non rispettando la legge assoluta, la legge assoluta che esse fanno o che sono (rappresentano), ma che non devono rispettare.

 

‘Essere-fuori-legge’ può, senza dubbio, da un lato (e questa è la figura della sovranità), prendere la forma di essere al di sopra delle leggi, e quindi assumere la forma della Legge stessa, all’origine delle leggi, il garante delle leggi, come se la Legge, con la L maiuscola, la condizione della legge, erano prima al di sopra, e quindi al di fuori della legge, esterna, o anche, eterogeneo rispetto alla legge.




Ma l’essere-fuori-legge può anche, d’altra parte (e questa è la figura di ciò che più spesso si intende per animalità o bestialità), [l’essere-fuori-legge può anche] situare il luogo dove la legge non compare, non viene rispettata, o viene violata.

 

Questi modi di essere-fuori dalla legge (sia il modo di quella che viene chiamata la bestia, sia quello del criminale, anche di quel grande criminale di cui parlavamo l’anno scorso del quale Benjamin ha detto che affascina la folla, anche quando è condannato e giustiziato, perché, insieme alla legge, sfida la sovranità dello stato come monopolio della violenza; sia l’essere-fuori-legge del sovrano stesso), questi diversi modi di essere-fuori-legge possono sembrare eterogenei tra loro, o anche apparentemente eterogenei rispetto alla legge, ma resta il fatto, condividendo questo comune essere-fuori legge, ‘bestia criminale e sovrano’, hanno una somiglianza inquietante: si invocano e si ricordano l’un l’altro, dall’uno all’altro.

 

C’è tra sovrano criminale e bestia, una sorta di complicità oscura e affascinante, o addirittura, una preoccupante reciproca attrazione, un rapporto inquietante, un tormento reciproco. Entrambi, tutti e tre, l’animale, il criminale e il sovrano, sono... al di fuori della legge, a distanza o al di sopra delle leggi: criminale, bestia e sovrani si somigliano stranamente mentre sembrano situati agli antipodi, agli antipodi l’uno dell’altro.




Si intravede inoltre, la breve ricomparsa del lupo, e che il soprannome di ‘lupo’ è dato a un capo di stato come padre della nazione. Mustapha Kemal che si era dato il nome di Atatürk (Padre dei Turchi) era chiamato dai suoi partigiani il ‘lupo grigio’, in ricordo del mitico antenato Gengis Khan, il ‘lupo blu’.

 

Credo che questa inquietante somiglianza, questa preoccupante sovrapposizione di questi due esseri-fuori-legge o ‘senza leggi’ o ‘al di sopra delle leggi’ di cui entrambi sono sovrani, e se visti da una certa angolazione - credo che questa somiglianza spiega e genera una sorta di fascino ipnotico o irresistibile allucinazione, che ci fa vedere, proiettare, percepire, come in una radiografia, il volto della bestia sotto le fattezze del sovrano; o viceversa, se preferite, è come se attraverso le fauci della bestia indomabile, una figura del sovrano possa apparire e generarsi ai vostri occhi.

 

E come in quei giochi di specchi, in cui una figura si sovrappone all’altra nella vertigine di questa unheimlich, perturbante allucinazione, una sarebbe come una preda a un’infestazione, un contagio, o meglio, allo spettacolo di una spettralità contagiosa: l’infestazione, la possessione del sovrano dalla bestia e la bestia dal sovrano, colui che abita o che ospita l’altro, l’uno diventa l’ospite intimo dell’altro, l’animale diventando l’hôte (ospite e ospite), anche l’ostaggio, di un sovrano del quale sappiamo anche che può essere molto stupido [très bête] senza che ciò influisca affatto l’onnipotenza assicurata dalla sua funzione o, se si vuole, da uno dei ‘re’ dei due corpi. 




Nella copertura metamorfica delle due figure, la bestia diventa il sovrano che diventa bestia; c’è la bestia e [et] il sovrano(congiunzione), ma anche la bestia è [est] il sovrano, il sovrano è [est] la bestia.

 

Donde, e questo sarà uno dei punti focali maggiori della nostra riflessione, il suo maggior orientamento politico attuale, e donde l’accusa così spesso formulata oggi nella retorica dei politici contro gli stati sovrani che non rispettano l’internazionale legge del diritto, e che sono chiamati ‘stati canaglia’ [États voyous], cioè stati delinquenti, stati criminali, stati che si comportano come briganti, come ladri di strada o come volgari furfanti che fanno quello che sentono, non rispettano il diritto internazionale, stando ai margini della civiltà internazionale, violare la proprietà, le frontiere, regole e buone maniere internazionali, comprese le leggi di guerra (essendo il terrorismo una delle forme classiche di questa delinquenza, secondo la retorica dei capi di Stati sovrani che dal canto loro pretendono di rispettare il diritto internazionale).

 

Ora ‘Étatvoyou’ è una traduzione dell’inglese ‘rogue’, ‘rogue state’ (in tedesco, Schurkeche può anche significare ‘mascalzone’, limite, imbroglione, truffatore, marmaglia, farabutto, criminale, è la parola usata anche per tradurre canaglia). ‘Stato canaglia’ in inglese sembra essere il primo nome, poiché l’accusa fu formulata per la prima volta in inglese dagli Stati Uniti. Ora noi vedremo, quando andremo in questa direzione e studieremo gli usi, la pragmatica, e la semantica della parola ‘canaglia’, molto frequente in Shakespeare, ciò che riguarda anche noi sull’animalità o la bestialità.




La ‘canaglia’, sia che abbia a che fare con l’elefante, la tigre, leone, o ippopotamo (e più in generale animali carnivori), [la “canaglia”] è l’individuo che non rispetta nemmeno la legge della comunità animale, o del branco, l’orda, nel suo genere. Con il suo comportamento selvaggio o indocile, rimane o si allontana dalla società a cui appartiene. Come sapete, gli stati che sono accusati di essere e comportarsi come ‘stati-canaglia’ spesso respingono l’accusa contro il pubblico ministero e sostengono a loro volta che i veri ‘stati-canaglia’ sono gli Stati-nazione sovrani, potenti ed egemoni che iniziano con il non rispettare la legge o il diritto internazionale a cui affermano di fare riferimento, e danno lungo e praticano il terrorismo di stato, che è semplicemente un’altra forma internazionale di terrorismo. 

(Derrida) 

 

La Bestia è tornata

 

Non che fosse scomparsa, ce l’aveva solo fatto credere. Aveva imparato a nascondersi bene. Poi ha capito che poteva uscire di nuovo allo scoperto, e senza che questo destasse particolare stupore, né riprovazione, né indignazione, anzi. La Bestia ha semplicemente cambiato pelle. Con un suono diverso ha ricominciato a ringhiare in noi. Oggi, settantanove anni dopo essere stata abbattuta, è rispuntata come una nera fenice.

 

Dunque rieccola qui, sotto nuove spoglie.




Mutata. Disarticolata. Rimodellata. Rieditata. Mitigata. Ingentilita. Decontestualizzata. Ricontestualizzata. Subdola. Liquida. Disaggregata. Proprio per questo più insidiosa. In apparenza depotenziata, e dunque digeribile. Almeno nella mente di chi l’ha risvegliata e l’ha rimessa in libertà. Per calcolo. E perché quel calcolo, nei progetti di chi lo ha fatto, è considerato vincente.

 

La Bestia è il fascismo che torna sulla tavola degli italiani. La tavola della democrazia nata dall’antifascismo, dalla resistenza partigiana, dalla lotta di liberazione. Quel desco che al centro ha la nostra Costituzione repubblicana e che adesso si ritrova di nuovo, come commensale sgradito e inatteso, lui, il ‘fascismo nuovo’. Una sintesi tra postfascismo, neofascismo, criptofascismo e populismo. Che va persino oltre i partiti che l’hanno risvegliata: oltre la politica.

 

Perché la Bestia ha capito che per rialzarsi basta riconnettersi alla pancia di un Paese che quel passato non lo ha mai davvero metabolizzato. Non lo ha mai espulso. Semmai, culturalmente, lo ha semplicemente congelato in attesa di capire se davvero l’organizzazione democratica del nostro Stato sia la migliore delle forme di governo possibili.




La Bestia è tornata in silenzio, senza che ce ne accorgessimo. Nel ventre della democrazia che salvaguardia la libera espressione del pensiero. In realtà, come ripete da anni, tra gli altri, Liliana Segre, il fascismo non se n’era mai andato. Era lì, sul fondo del Paese o Nazione, con la N maiuscola, per dirla con la narrazione della premier Giorgia Meloni, già fan del duce criminale Benito Mussolini e del razzista repubblichino Giorgio Almirante.

 

Attenzione, si badi bene: qui non parliamo del fascismo storico, quello iniziato con la marcia su Roma e che poi, alleato coi nazisti, perseguitò, rastrellò e deportò gli ebrei. Quel fascismo resta scritto nei libri di storia; sta nella memoria di chi lo ha vissuto sulla propria pelle. No, parliamo di qualcosa di diverso, di sorprendente; così multiforme e dilatato, e coperto, da rendersi a volte invisibile. Eppure, prima al buio e ora sempre più alla luce, la Bestia te la trovi di fronte; ti ci devi misurare. Conviene descriverla così.

 

È l’avvento di un ‘fascismo’ ideale, culturale; un’ispirazione o un’attitudine fascista a cui attingono a piene mani non solo gli inguaribili nostalgici, non solo l’uomo della strada, ma tutti coloro, e sono tanti, rappresentati politicamente da partiti di governo che puntano a raggiungere il 30 per cento dei voti e propongono modelli rassicuranti, come li chiama Mimmo Franzinelli in ‘Il fascismo è finito il 25 aprile 1945’.




Parliamo di quei leader politici più o meno carismatici che lavorano, nemmeno troppo sotto traccia, per silenziare il diritto al dissenso, reprimere e mettere nell’angolo minoranze scomode, imporre il proprio potere con arroganza e decisionismo cesarista. Accendere la rabbia e spremerla per ricavarne profitto. Riattizzare una visione patriarcale della società, pompare il nazionalismo, colare retorica sulla patria, l’orgoglio, il coraggio. Oggi Meloni e Fratelli d’Italia sono in cima al podio dei falsi ‘modelli rassicuranti’.

 

Per capire la Bestia bisogna pensare a un comune sentire, su cui la destra estrema che oggi governa l’Italia ha lavorato per renderlo presentabile e sfruttabile come veicolo di consenso. Un’arma di marketing politico, una sfida da campagna elettorale perenne.

 

I concetti alla base delle tesi fasciste hanno ancora presa su parte degli italiani?

 

Quanto rendono?

 

È la domanda che si deve essere fatta Giorgia Meloni quando ha iniziato la sua corsa, prima alla leadership della coalizione di governo che la vede alleata con Lega e Forza Italia, e poi verso Palazzo Chigi. La risposta sta in quello che è successo prima e dopo le elezioni del 2022: fatalmente, nel centenario della marcia su Roma che decretò l’inizio del fascismo in Italia. È chiaro ed evidente che per la leader di FDI riattizzare – tra ambiguità e infingimenti – la storia politica rappresentata dalla fiamma tricolore è stata una strategia vincente. Se l’è giocata così e ha fatto bingo. Se e fino a quando durerà la rendita del jackpot è difficile prevedere.




Ma finora è andata così.

 

Lo sdoganamento intenzionale della Bestia è stato insieme causa ed effetto di una forma virale penetrata nel corpo della democrazia. È un virus che contagia – è vero – istituzioni, enti, associazioni, organismi, fondazioni; insomma tutto ciò che permette di gestire il potere. Ma il vero obiettivo di chi ha rimesso in libertà la Bestia è un altro: infilarne il ringhio nella testa dei cittadini, nei comportamenti, nella mentalità che definiamo corrente. Influenzare o storpiare il ragionamento; mutare, stravolgere convinzioni, certezze, dati acquisiti. Conquiste sociali che credevamo granitiche.

 

La ragione si piega facilmente. L’inganno del sovranismo è vendere l’illusione di vedere rimesse in ordine le cose, governato il caos. Un piano propagandistico che in realtà serve alle forze politiche specializzate nella strumentalizzazione della paura. Che poi il caos è più utile se non viene risolto. Così si ha la possibilità di speculare sull’emergenza, di costruire facile consenso, di macinare voti. E dunque di governare. Che in effetti vorrebbe dire risolvere i problemi, non lasciarli lì come strumento su cui far leva. Ma tant’è.

 

Nella stagione del melonismo la Bestia trova il suo momento di massima libertà ed esaltazione. Questione di eredità ideologiche, certo, di matrice. Di un passato con cui l’Italia non solo non ha mai fatto i conti, ma con il quale non ha mai davvero rotto. Fratelli d’Italia ancor meno, anzi: molti suoi esponenti rivendicano l’eredità di quel passato, se ne appropriano; lo assorbono nella narrazione neopatriottica per dargli continuità.




In una dimensione di ambiguità continua, voluta, cercata dalla stessa leader. Meloni – preceduta con parziale successo da Salvini, prima che si suicidasse politicamente osando l’inosabile, e cioè chiedendo nel 2019 agli italiani, al culmine della folle estate del Papeete, di dargli pieni poteri come fece Mussolini – ha coltivato la piantina. Ha concimato un humus italiano. Lo ha fatto per calcolo.

 

Si è mossa dentro uno schema che prevede due dimensioni o due binari. Il primo, quello governativo: facciata conservatrice più o meno rassicurante per le cancellerie europee, per la NATO, per gli Stati Uniti, soprattutto nel tempo dei conflitti che stiamo vivendo (Russia-Ucraina, Israele-Hamas). Il secondo, quello più identitario, intransigente, passatista, legato a una radice mai recisa. La radice che non gela. E se anche fosse vero (ma è tutto da dimostrare) che Meloni intende tagliare i ponti con il passato fascista, resistenze sparse e assai diffuse in FDI le ricordano continuamente il rischio di perdere una parte significativa del proprio elettorato, quella tutt’altro che moderata. È ostaggio di un passato politico che è anche il suo.

 

E tutto questo avviene al riparo di uno scudo, quello della paradossale battaglia contro il pensiero unico, contro il politicamente corretto. Un pensiero unico che in molti casi è semplicemente buon senso, etica, principi minimi e civili di ogni democrazia. Perché parliamo di battaglia paradossale? Perché a parlare di pensiero unico da sconfiggere sono esponenti, prime e seconde linee, di una destra famelica che governa, che occupa spazi con una voracità inaudita, che controlla i media pubblici e influenza quelli privati che fanno capo alla famiglia dell’alleato Forza Italia. 

(P. Berizzi)