giuliano

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IL TOMO

domenica 23 settembre 2012

I GENI DELLA FORESTA



































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Fu il 15 giugno che il colonnello ordinò l'inizio dei tagli nel Bosco Vecchio.
Evitato definitivamente il pericolo di Matteo, Sebastiano Procolo ordinò
che si abbattesse una lista di piante in corrispondenza del centro della fo-
resta; si apriva così un varco utile per l'eventuale trasporto di altri tronchi
dalla sommità della valle.
Gli operai attaccarono un grandissimo abete, di circa 40 metri, al limite
del bosco.
Verso le ore 15,30 il colonnello uscì di casa per andare a vedere; lo ac-
compagnò il vento Matteo.


























Avvicinandosi, udiva farsi più distinto il rumore della sega. Quando giunse
sul posto rimase meravigliato di trovare una folla di uomini in semicerchio
attorno alla pianta. Matteo avvertì che erano geni venuti per assistere alla
fine del loro compagno. Non erano tutti; si erano riuniti soltanto quelli del-
la zona di bosco vicina.
Tra essi il Procolo vide subito il Bernardi.
Erano persone alte ed asciutte, con occhi chiari, il volto semplice e come
seccato dal sole. Portavano vestiti di panno verde fatti secondo la moda
del secolo prima, senza pretese di eleganza ma molto puliti. Tenevano tut-
ti in mano un cappello di feltro. Nella maggioranza avevano capelli bianchi
ed erano sbarbati.
Nessuno sembrò accorgersi che fosse arrivato il colonnello.
Il Procolo ne approfittò per avvicinarsi alle loro spalle e assistere così


























più da vicino a quello che stava succedendo. E come fu a ridosso della
schiera dei geni, con molta circospezione, toccò la falda di una delle lo-
ro giacche, constatando che era stoffa vera e non una semplice illusione.
I boscaioli continuavano il lavoro con la massima indiffirenza, come se
non ci fosse nessuno a osservarli. Quattro facevano andar su e giù la se-
ga che aveva ormai oltrepassato la metà del tronco. Il quinto era salito
per attaccare la fune che sarebbe servita per far cadere l'albero dalla
parte giusta.
Seduto su un sassone, da solo, vicino alla base dell'albero, stava uno
dei geni, simile a tutti gli altri; era il genio dell'abete che si stava taglian-
do. Seguiva il lavoro dei boscaioli con grande attenzione.
Tutti stavano zitti.
Si udiva soltanto il rumore della sega e il fruscio dei rami mossi involon-
tariamente da Matteo. Il sole andava e veniva a causa delle frequenti
nubi.





























Il colonnello notò che sull'abete che si stava abbattendo non c'era nep-
pure un uccello mentre quelli intorno ne erano addirittura rigurgitanti.
Ad un tratto il Bernardi si staccò da un punto del semicerchio, avanzò
per il terreno libero e si avvicinò al genio che sedeva solo, battendogli
una mano sulla spalla.
"Siamo venuti qui per salutarti, Sallustio!"
disse a voce alta come per far capire che parlava a nome di tutti gli al-
tri compagni.
Il genio dell'abete rosso si alzò in piedi, senza però staccar gli occhi
dalla sega che rodeva il suo tronco.
"Quello che succede è triste, non ci siamo assolutamente abituati"
continuò il Bernardi con voce pacata.


























"Ma tu sai quanto io abbia fatto per cercare d'impedirlo. Tu sai che
siamo stati tutti quanti traditi e che ci è stato rubato vento (e aria)".
E così dicendo rivolse i suoi sguardi, forse per puro caso, in direzio-
ne del colonnello Procolo, nascosto dietro la schiena dei geni.
"Siamo venuti a dirti addio"
Continuò il Bernardi.
"Questa sera tu sarai lontano, nella grande ed eterna foresta di cui
in gioventù abbiamo sentito tanto parlare. La verde foresta che non
ha confini, dove non ci sono conigli selvatici, né ghiri, né grillitalpa,
che mangiano le radici, né bostrici che scavino il legno, né vermi che
divorino le foglie.
Lassù non ci saranno tempeste, non si vedranno fulmini o lampi, nep-
pure nelle calde notti d'estate".


























"Ritroverai i nostri compagni caduti. Essi hanno ricominciato la vita
questa volta definitivamente. Sono tornati piantine a fior di terra, han-
no di nuovo imparato a fiorire e sono saliti lentamente verso il cielo
(senza bisogno di scalare nessun montagna). Molti di loro devono
esser già cresciuti bene. Salutami il vecchio Teobio, se lo rivedi, digli
che un abete come lui non si è più visto, e si che sono passati più
di 200 anni. Questo gli potrà far piacere".
...Non si è riusciti mai a capire perché Sebastiano Procolo, con quel
tempaccio se ne stava immobile, ormai perfettamente scoperto, per-
ché i geni se n'erano andati.
Lo stormire dei rami nella foresta faceva un rombo cupo che spesso
riusciva a coprire il rumore della sega.....
(D. Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio)











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