giuliano

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IL TOMO

sabato 4 agosto 2018

QUANDO ESTELLE... (11)







































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Il 6 febbraio 1975 Estelle Neumann precipitò in un crepaccio del ghiacciaio Belgrano, nella Patagonia cilena. La sua morte privò la Harvard University del miglior glaciologo che lavorasse negli Stati Uniti; io persi una fedele alleata e una buona amica.

Non posso pensare a Estelle senza ricordare il suo umorismo, il suo talento per le statistiche e il suo coraggio cieco, irriflessivo, a cui mancava l’immaginazione per voltarsi indietro. La sua opera è continuata, ma in mani meno capaci; potrei dire in mani infide.

Nel febbraio dell’anno scorso il suo assistente dottor Helmut Leander (ora professore), dell’Istituto di glaciologia del Kydd College, Minnesota, pubblicò un attacco di 103 pagine contro il suo Ghiacciai dell’emisfero meridionale. Poi in settembre, al Simposio di Climatologia Mondiale a Tel Aviv, egli definì ‘irresponsabili’ le conclusioni a cui lei era pervenuta. Quella sera, nel bar dell’albergo Hilton, io colsi brani di conversazione in cui Leander spiegava, in tedesco e ad ascoltatori tedesco-occidentali, che la teoria Neumann era il prodotto dell’inguaribile ottimismo dell’autrice. ‘Oppure’, aggiunse in un bisbiglio ‘l’hanno comprata’.

Controllai e ricontrollai i dati di Estelle. Il lavoro mi prese sei settimane: mi lasciò esausto e con gli occhi rossi. Estelle aveva scribacchiato il suo materiale in tredici taccuini tascabili con la copertina di similpelle nera  equazioni, grafici, diagrammi, che solo lei era in grado di decifrare, o qualcuno che le era stato vicino come me. Avevo il dovere di farlo, in omaggio alla sua memoria, e per rassicurare le organizzazioni che avevano investito nelle nostre ricerche. Nei suoi dati, nel suo metodo e nelle sue conclusioni non trovai nulla da eccepire. Il lavoro di Estelle non poteva non turbare i catastrofisti. Dimostrava Inconfutabilmente che l’immissione di combustibili fossili nell’atmosfera non influiva né punto né poco sulla temperatura dei ghiacciai. Le probabilità di scatenare un’altra èra glaciale, almeno entro i prossimi diecimila anni, erano zero. E le asserzioni del dottor Leander e compagni rispecchiavano soltanto il pregiudizio dell’autodistruzione radicato nei circoli accademici americani.




‘Quegli zucconi!’ sospirava lei.

‘Quegli zucconi!’.

Estelle aveva pubblicato la sua tesi nel 1965, e da allora il suo lavoro attrasse l’attenzione delle industrie chimiche, petrolchimiche e aerospaziali. La Cliffhart Foundation (una sussidiaria della Heartland Oil) finanziò il nostro primo progetto con ben 150.000 dollari. Per cinque mesi studiammo la struttura dei ‘fiori di Tyndall’, le cavità a sei petali che appaiono in strati paralleli sulla superficie del ghiaccio in fusione e somigliano ai calligrammi sovrapposti di certi maestri zen giapponesi. (L’altro esperto del ramo, il dottor Nonomura Hideyoshi, si era ritirato in un monastero presso Nara). Prima che avessimo terminato, altre diciannove fondazioni ci sollecitarono ad accettare tutto il denaro che poteva occorrerci. Nessuna spesa sembrava eccessiva ai loro amministratori: desideravano soltanto che il lavoro continuasse.

Il 9 ottobre 1974, un luminoso giorno d’autunno turbinante di foglie scarlatte, Estelle e io pranzammo al Faculty Club di Harvard per parlare della nostra spedizione alla calotta di ghiaccio del Belgrano. Le uova alla benedetta erano pressoché immangiabili, la nostra conversazione annegò tra gli accenti lancinanti di cinque storici di Oxford al tavolo accanto. Estelle aveva quarantatré anni, era una bella donna mascolina dai capelli neri tagliati corti e portati a frangetta sulle cospicue sopracciglia. Anni di esposizione a sole, vento e neve le avevano brunito la pelle fino a darle la grana di un cuoio da scarpe; quando non sorrideva soddisfatta di sé, le rughette intorno agli occhi erano venate di bianco. Vestiva in modo semplice e senza pretese, golf e gonna di tweed per il laboratorio, niente di molto più raffinato per le festicciole con la fonduta che dava nel suo appartamento di Cambridge. Ma aveva un debole per i gioielli ‘primitivi’ della peggior specie – turchesi navajo, bracciali africani, perline d’ambra. Quella mattina un’aquila d’oro della cultura di Veraguas le svolazzava sul seno; non ebbi il coraggio di dirle che era un falso.




Durante il pranzo Estelle mi fece un riassunto critico della letteratura sui ghiacciai patagonici. Era in grado di ricordare se un opuscolo era stato pubblicato a Valdivia o a Valparaiso nel 1897 o nel 1899. Richiamò la mia attenzione su un recente lavoro del dottor Andrej Shirokogoff, dell’Istituto Antartico di Novosibirsk, che negli anni di Allende aveva esplorato la parete nord del Cordón Tannhäuser. Ma poi il suo discorso tornava sempre a battere su certi particolari topografici del ghiacciaio Belgrano. Mi guardò in modo singolare. Indagò con una serie di domande sul nostro fondo di ricerca – cosa in lei del tutto insolita. Fece persino domande sui nostri conti svizzeri. Posso dire con certezza che la mia faccia espresse un vuoto totale finché lei non desistette, tornando al suo registro superiore. Mi parlò quindi delle Ricerche patagoniche di Vaino Mustanoja, pubblicate in inglese a Helsinki nel 1939. ‘Il vecchio Mustanoja ti piacerà senz’altro’ mi disse. ‘La sua prosa ha uno stile assolutamente fascinoso’.

Ora, Estelle di prosa e di stile non capiva nulla, e ‘fascinoso’ era una parola che esorbitava largamente dal suo consueto repertorio di aggettivi. ‘Devo farlo fotocopiare’ proseguì. ‘Ne ho promesso una copia al bravo Shirokogoff. Sai una cosa? Il Peabody possiede la sola copia esistente. Pensa, i finlandesi non ne hanno nemmeno una’.

Chiesta licenza, corsi alla biblioteca del Peabody Museum e ritirai il volume in quarto di cui mi era sfuggita l’esistenza. La copertina di carta rosa era illustrata deliziosamente con un’acquaforte del Belgrano incisa dallo stesso Mustanoja. Lettere rustiche, a rametti di nothofagus, formavano i titoli. Nei margini c’erano vignette degli esemplari etnografici che l’autore aveva raccolto tra gli indiani tehuelche nella sua spedizione del 1934 e donato al Museo di Rovaniemi. Mi commosse pensare a questi manufatti australi in una città tanto boreale. Andai alle pp. 141-42. Un colpo di lametta, due belle pieghe, e il foglio finì in tasca mia.




La prosa di Mustanoja ha uno stile effettivamente notevole per un finlandese:

Dal lago Angostura la pista attraversava una pianura denudata dall’erosione eolica e sparsamente coperta di piante xerofite. Stenti arbusti di Berberis darwinii riuscivano a vivere, ma la regione era povera e selvaggia, abbandonata dai guanachi, inadatta alle pecore. Dopo una marcia di ventitré miglia con la polvere delle saline che mi entrava negli occhi, mi apparve la valle boscosa del Río Tannhäuser. Al di là vidi gli strati rosa e verdi della Meseta Colorada; e più in là ancora le azzurre cappe di ghiaccio della Cordigliera andina. «Una discesa di due ore mi portò all’accampamento di boscaioli di Puesto Ibáñez, dove speravo di comprar da mangiare dagli abitanti. Da una settimana ero ridotto a nutrirmi arrostendo “storni militari” (Trupialis militaris), non facili da cacciare, avendo un cranio straordinariamente duro per uccelli delle loro dimensioni. «Il sito era però in rovina, per le incursioni di un bandito cileno. Una donna era accovacciata davanti ai resti bruciacchiati della sua casupola; teneva tra le braccia un bimbo morto e indicava con un’espressione di desolata tristezza la fossa del marito scavata a metà. «A questa scena lugubre faceva da contrappeso, in certo modo, un magnifico Embothrium coccineum splendente di fiori scarlatti. Lungo la riva del fiume c’erano macchie di fucsia (F. magellanica), di bambù (Chusquea cumingia) e di Saxegothaea conspicua. Un’alstremeria era in fiore, e fiorivano violette gialle, calceolarie, l’orchidea bucaneve e un mimulus arancione, che risultò essere una specie nuova e che un mio amico, il dottor Bjørn Topelius di Uppsala, ha battezzato M.mustanojensis in mio onore. «Tre miglia a monte mi imbattei in una baracca di legno bruciata, nuova testimonianza dell’attività del bandito, da cui portai via un interessante frammento di teschio umano. Mi accampai in un’amena prateria, dove con mia soddisfazione notai tracce fresche di cervi huemul, e mi incamminai per procurarmi la cena. «Non avevo fatto trecento passi quando avvistai una cerva: l’abbattei con un colpo solo. Un cerbiatto corse verso la madre morta: abbattei anche lui. Non mi ero accorto, però, che il maschio era venuto sotto tiro dietro il cerbiatto. Il mio secondo colpo trapassò il cranio a quest’ultimo e asportò al maschio la regione sinfisiale della mascella inferiore. Così fui costretto a uccidere il terzo animale e a sterminare la famiglia. «Al mattino, ben rifocillato, partii per esplorare la Meseta Colorada...» .




La pagina seguente di Ricerche patagoniche – e anche ora tremo al pensiero di rivelarne il contenuto – descrive la scoperta fatta da Mustanoja di una valle ‘sperduta’, sfuggita nel 1902 ai topografi britannici della Commissione Holditch. Mi sgomentò pensare che Estelle ne conoscesse l’esistenza.

Il 3 novembre volai da New York a Buenos Aires. Ero solo, avendo procurato che fosse lei a tenere la F.Z. Boeing Memorial Lecture a Seattle, un invito che non poteva rifiutare. Avevamo convenuto di incontrarci a gennaio in un punto della frontiera argentina presso Esquel. Raggiunsi il lago Angostura il 9 novembre. Dal tempo di Mustanoja l’insediamento era cresciuto.

Adesso l’estancia apparteneva a un tedesco, Don Guillermo Meingast, giunto qui dopo la seconda guerra mondiale.

C’era un posto di polizia, un distributore di benzina e il bar-albergo Alhambra, un edificio di lamiera ondulata, tutto dipinto di un verde livido. Sul lato sopravvento la vernice era scomparsa, ròsa dalla polvere salina. La padrona era una giovane vedova malinconica, tendente al pingue, che passava le giornate a laccarsi le unghie e a sfogliare riviste argentine di calcio. La cena, l’invariabile cena della pampa patagonica, consisteva in una scatola di sardine, un pezzo d’agnello che rimbalzava sul piatto, e vino rosso, molto agro, servito in una brocca a forma di pinguino. Gli altri due clienti portavano la bombetta e giocavano a domino vicino a una finestra. Uno era un omone dal viso cotto e segnato, con una bocca implacabile e occhi vagabondi, vestito di nero da capo a piedi. Il suo compagno era un nano indio con la gobba. Il nano vinse la partita e disse quietamente: ‘Vamos!’. L’omone rinfoderò il coltello e fece sedere il nano sul suo avambraccio. Insieme si allontanarono a cavallo nella tempesta. La pista per Puesto Ibáñez rispondeva ancora alla descrizione di Mustanoja, ma non c’era traccia del campo dei boscaioli e il fondovalle era soffocato dai bambù. Senza una copia delle Ricerche patagoniche nessun viaggiatore avrebbe saputo trovare il sentiero su per le rupi della Meseta.




A 5050 piedi – se la mia lettura dell’aneroide è esatta – mi trovai in territorio cileno e guardai giù dalla cresta dove Mustanoja aveva avvistato per la prima volta la valle. Lasciai vagare gli occhi sullo scenario da lui descritto con tanta vivezza: la barriera di nubi violacee intorno alle calotte di ghiaccio; il «buco» di limpido cielo azzurro; gli arcobaleni; le cascate di pioggia leggera; il Belgrano stesso, ‘fluente come le pieghe di un velo nuziale’; i luccicanti ghiaioni di micascisti, i boschi neri e, molto più in basso, il fiume serpeggiante tra il verde intenso dei pascoli. Meglio che mai mi resi conto di ciò che egli intendeva per ‘microclima ideale’. Seguii la pista in discesa, zigzagando per un ‘prato fiorito’ di aquilegie, tulipani, narcisi, iris vedovili, crochi e fritillarie – tutte specie asiatiche; il numero di rarità del Caucaso e dell’Hindu-Kush dimostrava in effetti che il vivaista era un botanico di non comune competenza. Mi fermai accanto a un cipresso contorto per riposare in una capanna fatta di corteccia e radici d’albero e modellata sull’eremo di Rousseau nel parco di Ermenonville (secondo l’incisione di Hubert Robert). E la pista stessa era un’opera d’arte: sparsa di ghiaia bianca e con una pendenza graduata in modo da assicurare al piede un’andatura perfetta, senza l’intralcio di pietre fastidiose e detriti. Sfiorando cortine di lichene verde giada mi immersi nel bosco scuro di Nothofagus antarctica, silenzioso salvo per il toc-toc del picchio di Magellano. Un’altra discesa di trecento metri mi portò nella luce screziata di giovani esemplari di piante – pioppi, paulonie, pterocarie, betulle siberiane, larici delle Curili con gli aghi azzurri. Il fondovalle era un’ondulata distesa prativa che si rivelò non erbosa, ma un manto radente di fragola andina, tempestato di frutti che, a schiacciarli, emanavano un odore delizioso. Un nastro di cobalto di Iris kaempferi orlava un lago dalle acque di un pallidissimo verde argenteo, così trasparenti che la trota vagante sul fondo di ciottoli bianchi sembrava librarsi nell’aria. Queste iris erano i soli fiori azzurri della valle. Per il resto, la vegetazione consisteva di salici bianchi, aralie bordate di bianco, sorbi argentei, tanaceti. Tra i fiori c’erano un eremurus bianco, peonie di Moutan, la rosa del Monte Omei e le ceree pagode del gigantesco giglio himalayano. O altrimenti le piante erano nere, trillium neri, bambù dal fusto nero, la fritillaria del Cavaliere Nero della Camciatca. Le spate dell’Arisaema dracontium popolavano di ombre funeree un boschetto di salici.




La casa di Mr Tod – tale, infatti, era il nome del proprietario – era un arioso padiglione costruito su un poggio a un centinaio di metri dall’acqua. Quadrata, con lati di trentacinque piedi corrispondenti ai punti cardinali, aveva cinque finestre a ghigliottina su ciascun lato, tranne quello a nord. Le pareti erano di tavole verticali listellate, dipinte in color peltro. Le sbarre delle invetriate erano di un avorio caldo. La struttura non poteva essere più semplice. Derivava le sue linee severe e le proporzioni perfette dai progetti utopici di Ledoux e dalle case delle comunità di Tremolanti nello Stato di New York. Il solo accenno di decorazione era costituito da due esili modanature ad astragalo intorno all’intelaiatura delle finestre, dipinte l’una in lapislazzuli scuro, l’altra in rosso opaco. L’architetto, tuttavia, aveva evitato la regolarità assoluta della tradizione occidentale. Il tetto era lievemente incurvato alla maniera cinese; i muri non avevano esattamente la stessa lunghezza; tutti erano inclinati impercettibilmente all’indentro; e queste marginali asimmetrie davano all’edificio un’aria di movimento in quiete. La soglia era una lastra di scisto grigio, smussata agli angoli, in cui erano incassati rubini balasci. Un’aiola di ruta era stata piantata per celare le fondamenta, e il glauco fogliame sembrava sollevare la casa al disopra del suolo. Ai piedi del poggio c’era una colonna di legno alta tre metri e laccata di rosso cinabro. Ad essa era legato con una briglia verde uno stallone turkmeno baio chiaro. La sella era del tipo mongolo, di cuoio giallo, con basse staffe d’argento. Un ragazzo uscì dalla casa con un falco pellegrino sul guanto. Indossava una camicia senza colletto, di seta grigia, brache corte color tabacco e stivali di pelle rossa pieghettata come un organetto. I suoi occhi grigi guardavano soltanto negli occhi del rapace. Salì a cavallo e partì al piccolo galoppo verso ponente, alla volta di una fenditura della montagna. Un altro sentiero, superando un ponte cilestrino che s’inarcava sul rio, si perdeva in un pascolo. Una schiera di edifici appariva confusamente dietro una cortina vaporosa di pioppi bianchi...



















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