CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 28 gennaio 2020

SECESSIONE ovvero un Esame storico (22)














































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Proprio mentre Lincoln stava per insediarsi alla Presidenza degli Stati Uniti, Cavour   vedeva la sua opera quasi al culmine….

Di lì a tre mesi egli sarebbe sceso nella tomba.

Quattro anni dopo Lincoln avrebbe avuto un destino stranamente simile: quello di mancare al suo paese e al suo partito proprio nell’ora suprema, nella crisi di passaggio tra due ere; e, come Cavour, Lincoln avrebbe lasciato la direzione della politica nelle mani di uomini che (sotto l’aspetto di continuatori dell’opera sua) ne sarebbero stati in realtà i capovolgitori e gli eversori.…

Il processo di formazione della nazione americana era stato allora solo avviato: ed ora questa nazione doveva sorgere, salda, unita, omogenea, capace di armonizzare gli interessi del Mezzogiorno e del Settentrione, di adattare le vecchie strutture agrarie alla nuova realtà della rivoluzione industriale senza però sopprimerle.




Nella persona di Lincoln il Medio Ovest aspirava a divenire arbitro tra i due mondi ‘l’uno contro l’altro armato’. Ma il Sud aveva fatto ricorso alla secessione: ora l’Unione doveva essere salvata, se il processo di formazione della nazione americana doveva andare avanti.  E’ uno dei grandi drammi storici che i due moti, per la formazione di una nazione americana omogenea da una parte, e per l’indipendenza di un’autonoma nazione sudista dall’altra, si siano così tragicamente incontrati su un’area ove dei due ideali doveva venire inesorabilmente sacrificato.

E’ chiaro che nel pensiero di Lincoln il Sud doveva avere un posto, e un grande posto, nella nuova nazione: ma l’indipendentismo sudista doveva essere irrimediabilmente bandito. Abbiamo citato prima il nome di Cavour e non a caso… Perché Lincoln era veramente il Cavour di questo nuovo risorgimento americano le cui battaglie stavano per combattersi. E come per Cavour il processo di unificazione nazionale italiana doveva portare non ad un’Italia qualunque, ma ad un’Italia liberale e parlamentare, così per Lincoln la ‘grande Repubblica’ doveva essere essenzialmente fondata su uno sviluppo ulteriore della democrazia.

Questo doveva essere l’Unione: questo, o nulla!




Lincoln non era un nazionalista… Per lui si trattava di salvare l’unità ove un governo del popolo si era potuto stabilire ed ove, se pure ancora sopravvivevano (e probabilmente sarebbero sopravvissute a lungo) disuguaglianze e ingiustizie, la strada era tuttavia aperta per il pacifico progresso verso un’età in cui tali disuguaglianze e ingiustizie sarebbero state eliminate per sempre. La democrazia doveva ‘elevare le condizioni dell’uomo, scaricare da ogni spalla i pesi inutili, aprire per tutti il cammino verso lodevoli imprese, garantire a tutti un punto di partenza senza intralci ed una onesta possibilità di riuscire nella gara della vita…’.

Ma questo non era possibile accettando la secessione: ‘Il nostro governo popolare è spesso stato definito un esperimento. Due suoi capisaldi il nostro popolo ha già definitivamente stabilito: la possibilità di fondarlo con successo e di amministrarlo con successo. Uno ancora ne rimane: la possibilità di mantenerlo con successo di fronte ad un formidabile tentativo di rovesciarlo… E in questa lotta è in gioco ben più che il destino di questi Stati Uniti….





Essa infatti pone all’intera famiglia umana il problema se una repubblica costituzionale, o una democrazia, – un governo del popolo, per opera del popolo, – può o no mantenere la sua integrità territoriale contro i suoi nemici interni…

Ciò ci costringe a chiederci: una debolezza su questo punto è forse inerente e fatale a tutte le democrazie?’.




Così il suo sguardo si levava a dominare prospettive politiche immense, ben di sopra e di là dagli orizzonti di tutti i suoi conterranei, e spaziava oltre i confini degli Stati Uniti, sul mondo. Da quando i patrioti dell’indipendenza avevano fondato l’Unione, essa era parsa una sfida all’intera Europa feudale e assolutista e di là dall’Atlantico monarchi e tiranni ne avevano atteso con impazienza la caduta.  Essi, per il vero, avevano irriso alla pretesa democratica di lasciare i destini dello stato nelle mani del popolo: e avevano profetizzato il prossimo crollo di quella grande comunità in cui gli uomini avevano osato tentare di vivere liberi ed eguali!

Ora, la democrazia non poteva reggersi che sul rispetto della volontà della maggioranza: se si consentiva alla minoranza di andarsene a fondare un’altra unione, allora la democrazia era morte e non rimaneva ai monarchi e ai tiranni che seppellirla, dopo aver dimostrato che solo piegando il popolo sotto la sferza si poteva mantenere l’unità dello Stato. I sudisti che avevano fatto la secessione amavano la democrazia non meno di Lincoln ed erano pronti per i suoi principi a dare la vita: ma la loro visione pareva piuttosto ‘locale’, mentre quella del grande Presidente spaziava sul mondo intero (oltre i piccoli e meschini interessi della piccola o grande borghesia di provincia) ove le sorti stesse della democrazia erano in gioco.




Un giorno, parlando al suo segretario John Hay, Lincoln ebbe a dire senza riserve:

‘per parte mia, io penso che l’idea base di questa lotta consista nel provare che il governo popolare non è un’assurdità. Noi dobbiamo chiarire ora questo problema: se, in un governo libero, la minoranza ha il diritto di spezzare in due lo stato quando meglio crede. Se noi falliremo, ciò sarà portato come prova dell’incapacità del popolo a governarsi da solo. Ci può essere una sola considerazione  da fare per obiettare ad un tale giudizio: che cioè nel caso nostro si è in presenza di un vasto e ramificato elemento perturbatore tale che non si troverà mai nella storia di alcun’altra nazione libera. Questo tuttavia non lo dobbiamo dire ora. Prendendo il governo come lo abbiamo trovato, vedremo se la maggioranza può preservarlo’.




La vittoria della secessione avrebbe però significato per lui non solo la disfatta morale della democrazia, ma lo spezzettamento del Nord America in potenze ostili, a somiglianza dell’Europa: contese senza fine, un milione di uomini incessantemente in armi dalle due parti del Potomac, e da qui, militarismo, convulsioni interne, reazione sociale. La vittoria dell’Unione avrebbe non solo salvato la democrazia americana per l’oggi, ma l’avrebbe preservata per i tempi futuri, ed essa avrebbe potuto allora passare all’offensiva e dare il suo aiuto ai popoli d’Europa il giorno in cui nel Vecchio Continente si dovessero combattere le decisive battaglie per la disfatta delle tirannidi e l’avvento della libertà…

Così Lincoln si levava, con l’impressionante realismo dei visionari, a spingere lo sguardo non solo al di là dai confini del suo Continente, ma addirittura oltre il tempo, verso i secoli venturi.




Portandosi ad un’altezza infinita ponderava il futuro e tracciava le direttrici della politica americana per un secolo a venire. Certo non poteva valutare appieno il continente misterioso che da quell’altezza riusciva a intravvedere: in esso vi erano specchi e foreste e su molte aree gravava pauroso l’ignoto; forze oscure e latenti vi si sarebbero scatenate, che egli non poteva per anco misurare. Ma l’audacia e l’immensità della sua prospettiva lo elevavano sopra tutti i politici della sua era, sopra il dignitoso e prestigioso Jefferson Davis, sopra l’abile e astuto Seward, sopra il Sud e il Nord, nella visione della grande Democrazia capace di guarire da sé con pazienza e perseveranza le sue piaghe e di porgere al mondo una mano fraterna.

Al servizio di questa causa Lincoln recava le sue doti rare di carattere: la schiettezza e l’onestà, la bontà profonda, la sincerità, la fermezza. Paziente e comprensivo ma saldo; umile e modesto ma pieno di dignità; portato istintivamente a valutare con esattezza la natura umana e capace di trarre da ogni individuo il meglio, egli era il più indicato per trattare con gli uomini, il più adatto ad amalgamare e far lavorare assieme persone diverse e che talora si detestavano. Se Davis fu mai  capace di creare un vero governo ‘di gabinetto’, Lincoln invece non lavorò mai che sulla base di una scelta équipe.




A differenza del suo grande avversario, non fuggiva gli uomini di saldo carattere e di forte personalità, ma cercava di averli vicini a sé; sapeva come prendere ciascuno per il suo verso, soggiogarlo e porlo al lavoro; non imponeva mai: argomentava, discuteva e persuadeva. Pochi statisti furono come lui abili ed esperti conoscitori di uomini. Pronto a transigere su tutto, era inflessibile sulle questioni di principio; sapeva convincere, ma possedeva, sotto il guanto di velluto, un pugno d’acciaio. La gente semplice del suo Illinois lo amava. Egli era salito in alto senza staccarsi da loro, era rimasto ‘l’onesto Abe’, il buon avvocato della povera gente, il figlio del popolo nato nella capanna di tronchi, sulla selvaggia frontiera. Non era diventato una macchina politica, era rimasto un uomo. E in certi momenti la sua capacità di comprendere e di soffrire, che non si era lasciata ottundere dalla politica, lo assillava. Allora egli sentiva profondamente la misera e il mistero della condizione umana e cadeva in crisi profonda, inconsolabile malinconia.




Come tutti gli uomini capace di ironizzare, pronti alla battuta e allo scherzo, il suo animo celava una vena di tristezza, e spesso in lui il riso palese nascondeva, occulte, le lacrime… Egli aveva sognato una patria grande per la sua benevolenza e la sua bontà, ed ecco: era costretto a guidare un popolo che stava per impugnare le armi. Aveva amato la pace, e stava per divenire il condottiero di una tra le guerre più tremende e inesorabili. Aveva amato ed amava tutti gli uomini, e stava per scagliarne una parte contro un’altra. Sì, in certi momenti la tristezza lo assaliva e, forse, presentimenti oscuri si affacciavano ancora informi al suo animo pieno di infinita pietà per tutti gli esseri viventi.




Il cocchio si avvicinava al Campidoglio di cui ora era possibile vedere chiaramente la grande cupola in costruzione, con solo il basamento già terminato. Non era quello il simbolo dell’Unione, ancora soltanto per metà edificata e già minacciata di distruzione? I soldati vegliavano ai crocevia. Quando Lincoln era partito in treno da Springfield pioveva. La folla muta, ammassata attorno alle rotaie nel giorno tetro e grigio, aveva notato sul suo viso una espressione di tristezza sconfinata quasi tragica. Poi il treno si era avvicinato lentamente, si era allontanato. Giunto a Filadelfia, Lincoln era stato avvertito che in Baltimora, città sudista, si tramava per assassinarlo in occasione del suo passaggio. Già: oltre la Pennsylvania c’era la Linea Mason e Dixon, ed oltre quella linea c’era il Sud.

Washington stava là, come un posto avanzato in mezzo ad un territorio potenzialmente nemico. Così egli aveva dovuto traversare Baltimora in segreto e di notte, ed era arrivato a Washington quasi di nascosto alle sei del mattino. Ora il cocchio presidenziale era giunto al Campidoglio. Nel luogo classico ove tutti i Presidenti avevano prestato giuramento, sulla scalinata est, era stato costruito un palco; due batterie di artiglieria vigilavano l’edificio: tiratori scelti erano appostati alle finestre e sui tetti. Poi il Presidente trasse un fascio di carte e con voce chiara, limpida, senza enfasi, piena di fermezza, cominciò la lettura….



"Concittadini degli Stati Uniti; sembra esista un sentimento di apprensione tra la popolazione degli Stati del Sud, che, in seguito all’avvento di un Governo Repubblicano, la loro proprietà, la loro pace e la loro sicurezza personale abbiano ad essere minacciate. Non vi è mai stato alcun ragionevole motivo per simile preoccupazione… Io dichiaro che non ho alcuna intenzione di interferire, né direttamente né indirettamente, nell’istituzione della schiavitù in quegli Stati ove essa esiste. Credo di non avere alcun diritto legale di far ciò, e non ho alcuna inclinazione a farlo. Io, ritengo, però, che secondo la legge universale e la Costituzione, l’Unione di questi Stati sia perpetua. La perpetuità è implicita, anche se non espressamente citata, nella legge fondamentale di tutti i governi delle nazioni. E’ sufficiente dire che nessun governo correttamente stabilito ebbe mai nella sua legge istitutiva alcuna clausola alla Costituzione ed alle leggi, l’Unione è tuttora intatta; ed io farò tutto quanto sta in me, come la Costituzione stessa espressamente mi impone, affinché le leggi dell’Unione siano regolarmente applicate in tutti gli stati. Per far ciò non c’è bisogno di spargimento di sangue o di atti di violenza: e non ve ne saranno, a meno che l’autorità nazionale non vi si veda costretta. Il potere che mi è stato dato sarà usato allo scopo di tenere, occupare e possedere la proprietà e le località appartenenti al Governo, ma a parte ciò non vi sarà invasione, né uso della forza contro o tra la gente di alcuna località. Nelle vostre mani, miei concittadini scontenti, e non nelle mie sta la tremenda possibilità della guerra civile. Il Governo non attaccherà voi (anche se in questi giorni funesti io vedo lo spettro della schiavitù come un male…)"

(R. Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana)

(Prosegue...)













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