CHI DELLA FOLLA, INVECE,

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LA LIBRERIA DELLA LIBERA IDEA

domenica 2 aprile 2023

IL RACCONTO prosegue con la Seconda parte, ovvero, gli (SCI)ATORI (2)

 









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del Silenzio Bianco







Anche quest’anno la poca neve disponibile ci costringerà a diversificare le nostre attività all’aria aperta in prossimità delle festività pasquali, a questo ci dovremo abituare e molti di noi già lo fanno nel rispetto della natura e in adattamento ai cambiamenti climatici in atto sempre più evidenti.

 

Che le precipitazioni in montagna (e non solo) siano sempre più scarse se n’è accorta anche la Provincia autonoma di Bolzano, che con un’ordinanza ha impartito una serie di indicazioni per il risparmio idrico tra le quali l’interdizione a qualsiasi tipo di innevamento tecnico. E pensare che ancora in tanti credono che l’acqua impiegata dai cannoni sparaneve non vada perduta ritornando in falda, anzi qualcuno arriva a sostenere che l’attivazione dell’innevamento artificiale sia utile per evitare che l’acqua piovana raccolta negli invasi si disperda a valle.

 

Peccato che non piova più, governo ladro! L’ordinanza bolzanina infatti ricorda che “le precipitazioni straordinariamente scarse dei primi mesi del 2023, dell’intero anno 2022 e dell’autunno 2021, così come la mancanza di una riserva nevosa rilevante anche in alta montagna hanno portato il deflusso dei corsi d’acqua superficiali di tutta la Provincia vicino al minimo storico e che per il momento non sono previste precipitazioni”.




Eppure qualcuno non si capacita di tutto questo, e continua a proporre di investire in nuovi impianti sciistici per il rilancio dell’economia dei territori di montagna. Dalle Cime Bianche al Terminillo, dall’Abruzzo al Friuli, dall’Alpi alle Piramidi è tutto un rincorrersi di progetti faraonici facendo a gara senza esclusione di colpi per diventare il comprensorio più grande ed attrattivo per il turismo vacanziero; evidentemente i soldi ci sono, probabilmente accantonati grazie ai tagli ai servizi che le Amministrazioni hanno operato in questi ultimi decenni dopo il periodo di vacche grasse del quale non siamo capaci di perdere memoria. Contro questa visione di un futuro costellato di impianti in ogni dove, lo scorso 12 marzo è stata organizzata una mobilitazione su tutto il territorio nazionale che ha visto il coinvolgimento di oltre un migliaio di partecipanti, “Reimagine winter – reimmaginiamo l’inverno”. Un altro futuro è possibile?




Già, i soldi. La pista da bob a Cortina ormai viaggia intorno a un preventivo di spesa di 124 milioni di euro più IVA; il dossier di candidatura parlava di 50 milioni, lievitati a 61 tutti regionali, poi inseriti nei costi del governo (DPCM Draghi, 26.09.2022) ed in seguito saliti a 85, poi 104, poi… Naturalmente i costi sono ben maggiori considerando tutte gli altri interventi previsti per le olimpiadi invernali del 2026: 73 opere complessive, per un totale di 2,68 miliardi di euro con appena 75 milioni di euro a carico del privato (fonte: Altreconomia).

 

Per gli impianti del Comelico si prevedono 50 milioni di euro, per le Cime Bianche ben cinque possibili ipotesi di collegamento tra i 72 e i 122 milioni di euro, circa 10 milioni di euro per il Corno alle Scale nel bolognese, 36 milioni di euro per un progetto di comprensorio con pista da sci in materiale plastico nelle Marche, si parla di milioni come di noccioline. Poi però si scopre che i fondi PNRR, che ci sono, non vengono spesi per una «generale inadeguatezza programmatoria» e «incapacità dell’amministrazione pubblica di impiegare le risorse stanziate» come riporta di recente la Corte dei Conti. Ma si sa, nell’emergenza diamo il meglio di noi stessi, basterà saltare qualche passaggio burocratico di controllo e rispetteremo i tempi previsti, con quali risultati lo vedremo poi.




L’abbiamo visto nel caso della funivia di Tires in Alto Adige, dove sono stati costruiti quasi mille metri cubi in più del previsto -un illecito poi sanato dall’amministrazione locale- trasformando in corso d’opera la classica funivia prevista in una cabinovia “cabrio” che ha portato ad una modifica delle stazioni di valle e di monte per permettere l’accesso al tetto rialzato della cabina.

 

Con una creatività tutta italiana, nonostante le origini mitteleuropee del territorio, alcune parti degli edifici sono state rese inaccessibili per compensare la volumetria costruita in eccesso, come se queste non impattassero sul paesaggio; contro questo pericoloso precedente le associazioni ambientaliste si sono rivolte al TAR onde evitare il ripetersi di tali procedure che favoriscono la cementificazione selvaggia. Per questo impianto di risalita è stato versato un contributo a fondo perduto di 11,3 milioni di euro di fondi pubblici.




 Se per caso vi fosse sfuggita la pubblicazione sulla nostra “bacheca sociale”, cioè il sito internet di MW, è stata convocata per il prossimo 15 aprile a Milano l’annuale assemblea ordinaria dei soci di Mountain Wilderness Italia. Si tratta certamente di un appuntamento formale nel corso del quale approvare i bilanci e relazionare sulle attività associative, ma è anche un’occasione per incontrarsi e conoscersi, per discutere avanzando proposte e critiche, per condividere idee e progetti. Vi aspettiamo!

 

Continua la campagna per il rinnovo della quota associativa 2023 di MW. Noi ci impegniamo tanto nel volontariato per cercare di difendere le nostre amate montagne, solo grazie al sostegno dei soci riusciamo a trovare le risorse economiche e motivazionali per raggiungere i nostri obiettivi. In vista della dismissione del conto corrente postale vi invitiamo ad effettuare i vostri versamenti tramite bonifico bancario, seguendo le indicazioni riportate sul sito. Contiamo su di voi!




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Nel frattempo, l’immancabile augurio per serene festività pasquali ed un 2023 ricco di soddisfazioni e di montagna, dalla parte della montagna.

 

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In natura non c’è niente di perenne, e meno che mai nei progetti umani. Come per le piste di sci, che prima o poi bisognerà capire se ce le possiamo permettere. Si dovrà reinventare la montagna turistica invernale e integrare le grandi infrastrutture con il turismo dolce, collegando l’inverno all’estate e alle mezze stagioni.

 

Ve la ricordate la barzelletta di Pierino? ‘Papà, dove comincia la neve perenne?’ ‘Ma che dici, figliuolo? La neve comincia sempre per enne!’ Ecco, molto di quanto sta succedendo al mondo dello sci e all’industria della neve risale a quell’aggettivo obsoleto, ma in fondo confortante, che ci insegnavano a scuola: “perenne”. Di solito era abbinato proprio alla neve, perché almeno su quella non si discuteva: in montagna ci sarebbe sempre stata, cadesse il mondo; la neve è perenne e basta. Invece era un’illusione, anzi un falso, perché in natura non c’è niente di perenne, e meno che mai nei progetti umani.




Di sicuro nella seconda metà del Novecento, quando le montagne furono trasformate in dorate periferie e lo sci portò soldi e promesse nei luoghi da cui i montanari emigravano per povertà, tutti pensarono che fosse una ricchezza senza fine, ma cinquant’anni dopo siamo qui a leccarci le ferite, non solo per avere spremuto oltre misura certi ambienti e distrutto la loro bellezza, ma soprattutto perché il sistema s’è inceppato e non esistono immediate alternative, dato che lo pensavamo eterno.

 

Perenne, appunto. La questione è complessa e ogni semplificazione porta fuori strada. Bisognerebbe evidentemente smettere di progettare nuovi impianti, rinnovando quelli vecchi solo quando ha senso, e occorrerebbe distinguere attentamente tra i comprensori “capaci di futuro” e quelli troppo bassi, obsoleti e antieconomici. Fare delle scelte, insomma, non più basate sulla speculazione di corto periodo ma su uno sguardo di lungo respiro, che sappia leggere attentamente le previsioni – purtroppo centrate, e perfino ottimistiche – degli scienziati della neve e del clima.




Nel recente libro-dossier “Inverno liquido”, una grande inchiesta sui territori dello sci dalle Alpi agli Appennini, Maurizio Dematteis e Michele Nardelli dimostrano come ovunque, senza eccezioni, le certezze siano svanite con il riscaldamento climatico, i costi dell’energia, i costi dei biglietti, la neve da cannone e una nostalgia di natura che sfiora anche l’industria artificiale dello sci, spiegandoci come ogni località reagisca alla crisi a suo modo, attingendo a quel po’ di lungimiranza che ha tenuto aperte delle vie d’uscita, oppure sprofondando nella monocultura.

 

Che sia la fine di una storia non c’è dubbio, perché lo sci di massa andrà sempre più sostenuto dagli investimenti pubblici, soldi nostri, e prima o poi bisognerà capire se ce lo possiamo permettere, e decidere dove, ma allo stesso tempo – scrivono i due autori – siamo anche all’inizio di qualcosa, speriamo virtuosa: si dovrà reinventare la montagna turistica invernale e integrare le grandi infrastrutture – funivie, impianti – con il turismo dolce, collegando l’inverno all’estate e alle mezze stagioni.

 

Sarebbe una trasformazione possibile, e anche realizzabile, se solo non ci attaccassimo alle vecchie logiche e ai logori pensieri, ma il gigantesco problema del capitalismo “avanzato” (o avvizzito) nasce proprio da lì: siamo in grado di fare quasi tutto, anche alterare il clima, non a cambiare direzione.

 

(Enrico Camanni per Mountain Wildrness)








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