IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

lunedì 15 giugno 2015

PRIMA LETTERA (un veliero) (3)















        













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Il  Tempo
bussa, scalcia, annuncia la frattura fra il definito e l’indefinito.
        Fra il creato e l’increato.
        Fra l’inizio e la fine.
        Fra la creazione e l’infinito.


Al Capitano quei minuti paiono secoli.
Come una lenta evoluzione che viene a
rinnegare il suo principio.


Al Capitano si ghiaccia il sangue,
un procedere a ritroso nell’Universo .
Una antica simmetria, una pace lontana,
una perfezione immutata posta fra il principio e la fine.

       Lo sguardo e l’occhio appaiono gelidi,
                                                     indefiniti,
                                                     morti…
       Quella vista lo riconduce nell’abisso
                                    di un interrogativo.
Il Capitano muto appare,
silenzioso, come l’origine di ogni cosa.


        Il marinaio sale in cima all’albero maestro.
        Sembra fuggire più che osservare.
        Il mozzo è sceso nella stiva.




Al buio di quella caverna le ombre appaiono lo specchio
                                                          di una vita già vissuta.
Di una dimensione mal sopportata.
Di una oscurità non accettata.
Di una tortura mai raccontata.

        Il mozzo ricorda l’antica piazza,
                                               il vecchio rogo.
La sua è un’anima antica.
La sua è una tribolazione mai confessata.
La sua è una religione mai del tutto svelata.
        Non vista, non celebrata e non ancora
                                                                  annunciata.

Gli uomini di quella costa, di quella terra, di quella fortezza,
                                                                        di quella Chiesa,
appaiono sicuri e decisi.
Da lontano sembrano urlare qualcosa,
             sembrano voler dire qualcosa.  


Il  filosofo fa gli onori di casa,
la sua saggezza sembra disorientarli,
                                          intimidirli.

         
      - Benvenuti! ….in questa umile nave,
                                  in questa umile terra,
                                 in questo grande mare,
               …… in questa antica discendenza.


I padroni del mare e della terra,
i conquistatori della natura,
i dominatori del mondo,
gli sfruttatori della potenza ….
……..salgono lenti le scalette del veliero.
          Il marinaio stende il ripido tappeto di una scaletta
          fra l’onda e la terra ferma.
          Fra la libertà e la civiltà.
          Fra il regno ed il nulla.
          Fra il pensiero e l’azione.
          Fra l’istinto e la coscienza.
          Fra ….Dio e l’inferno del suo regno mai creato.
 Ma severamente difeso.





In questa unione di elementi, il marinaio,
dopo il doveroso compito, scompare,
come se mai fosse apparso.
Il suo è un vento lieve ….
È una brezza antica quanto una giornata di Primavera.
Quando ricorda, la brezza ondeggia lieve.
Quando pensa, il mare si agita.
Quando piange, la bufera incalza ….ed il vento urla.
Quando guarda, lo specchio del suo pensiero
si desta per un ordine,                                                                            per una  creazione.


        Ognuno in questa nave vive di ricordi e creazioni.
        Come miliardi di vite vissute, e poi tornate a contemplare
         i cimiteri delle loro esistenze.
   …….Che ora di nuovo appaiono.

        
         Appaiono muti salir le scale.
         Stesso tempo, stesso remare.
         Stessa impassibile sicurezza e fierezza.


Alla fine dell’ultimo scalino, dell’ultima tavola di legno
unita alla corda …., appare il Capitano.


        Muto, solo, il volto un mare di tranquillità.
                             Gli occhi, oceano di vita.
                              La barba silenziosa testimonianza
di una antica geologia,                                                                                  di una antica frattura.
        Il lento divenire, stratigrafie di terreno che non lasciano
        vedere il primo fondale di pelle. La prima crosta.
        Il ghiaccio sembra aver ceduto il passo ad un barlume di colore.


Il filosofo gli è vicino.
L’uomo diviene due.
La perfezione del numero compone la  segreta geometria in questo
sconosciuto Universo.
Sconosciuto per gli increduli ospiti.




        Gli ospiti, ora, danno il benvenuto ai nuovi padroni della terra.
                                    …..E forse dell’intero Universo.
        In questi opposti …gli ‘ospiti’, gli antichi Signori,
        gli antichi Padroni,
        non possono e debbono spiegare.
Il sogno antico, la prima coscienza.
Il Sé originario.


        Debbono accettare le nuove combinazioni di elementi,
                                                                         di evoluzioni,
                                                                          di situazioni,
         di padroni che a forza governano una piccola regione 
         della ‘barba’ del Capitano, che non curante, accende
         la sua prima pipa della giornata.


Il filosofo fa gli onori di casa, la sua saggezza
sembra disorientarli,                                                                                        intimidirli.


- Benvenuti in questa umile nave, in questa umile terra,
  in questa antica discendenza.



        I forestieri salgono lenti le scalette calate dal marinaio.
……Poi anche lui scompare.
        Forse ….anche lui, prigioniero dei suoi ricordi.
        Ognuno in quella nave sembra vivere di essi.
        Come miliardi di vite vissute, e poi ….tornate
        a contemplare i cimiteri delle loro esistenze.
        Che ora di nuovo appaiono.
        Appaiono muti salir le scale….


Stesso tempo, stesso remare.
Uguale persecuzione, medesima volontà.
Stessa impassibile fierezza e sicurezza, …ostentata,
                                                                   dimostrata,
                                                                   sbandierata.
Il volto dell’ignoranza che governa il mondo,
il volto dell’arroganza che detta la via,
il volto della potenza che cerca il dominio.
Il dominio, l’antica ragione, il cimitero
della coscienza, dell’intelligenza.
La morte di ogni elemento che naviga libero nella
spirale di ogni  creazione.
Il Dio della Bibbia  combatte contro il suo Creatore.
Il Creatore tace, osserva, medita…
Naviga per altri porti, per altre Chiese, per altri mari…
                                                            per altre mute verità.

            
Alla fine dell’ultimo scalino e dell’ultima onda,
del cuore del Capitano,
della coscienza del marinaio,                           del pensiero del mozzo,                                                                                                                                 della verità del filosofo,


………. appare ….. il dominio vestito,
              appare l’inganno mascherato,
              appare una nuova terra che pretende
              la sua stratificazione geologica.
              Il nero catrame appare, la fredda calce, 
              in questo profondo Oceano di perfezioni geometriche.
              Di vita che muta osserva se stessa.
              Di forma incantata che studia le proporzioni.
                   Di numeri, che piano prendono consistenza
                   nelle simmetrie di un Universo divenuto Terra,
                   che osserva la tirannia del falso.




        
-  Buongiorno a voi!    ufficioso tuona il primo che poggia l’eleganza della figura divenuta divisa sulla Nave.
- Siamo i custodi del Mare e della Terra
  che state solcando,  o forse causa i venti,
  ‘casualmente navigando’.
- Siamo i custodi dei confini,
   quelle rette e diagonali che formano le nostre
    e vostre mappe.
- Siamo i custodi del Tempo:
  Tempo di navigare, pensare,
   pregare e …pagare.
- Siamo custodi dell’oro e dell’argento,
   che questa disciplina impone per i nostri forzieri.
- Siamo i signori della guerra, perché da noi
   la pace  è obbligo, la ricchezza un dovere
   ed il razzismo un privilegio,
   che i reietti si concedono  come un lusso  
   troppo caro da lasciare in balia delle onde, 
   del vento, o forse anche della giustizia.
 - Siamo custodi del pensiero, lo costringiamo
    in monasteri, lo sacrifichiamo in antichi altari,
    lo inganniamo e immortaliamo in splendidi affreschi.
    Pieghiamo le croci fino a farne degli uncini.
    La regola ed il lavoro governano la nostra vita,
    e formano i nostri istinti.
    La tradizione è il patto antico,
    perché noi interpretiamo la segreta disciplina.



        - Siamo i custodi dei confini.
        - Siamo i fari del porto che vedete in lontananza.
        - Siamo i doganieri della nostra Terra.
        - Potete chiamarci con il nostro nome
           in ogni luogo ne abbiamo Uno.
                                                         

        - Primi colonizzatori delle Terre che vedete e di
           quelle…. che non vedete….
        - Primi guerrieri, primi padroni.
        - Vi porgiamo i saluti e gli stendardi
            della nostra terra.
        - Vi porgiamo il benvenuto e le usanze
            dei nostri avi.
        - Vi porgiamo il saluto del nostro Re e padrone.
        -  La nostra ricchezza è il commercio, per ogni dove
            e  con chi che sia.
 - Per ogni Terra, per ogni mare.       
 - I nostri forzieri sono la sicurezza di ogni viandante,
                                                                   di ogni navigante,
                                                                     di ogni capitale.



- La nostra disciplina votata alla ‘regola’
   è patto e garanzia,
  fedeltà per ognuno che ripone in noi la sua ricchezza.
  Il corpo abbisogna della sua serenità in terra.
  Noi custodiamo tale principio.
  L’anima può così aspirare al Paradiso dei Santi.
  Al Paradiso dei Beati, tanto in terra, quanto poi….
                                                                                     in cielo….
 Per questo riconosciamo tassi di interesse sicuri
 e discrezione assoluta,
 per ogni nuvola del creato,
 per ogni montagna del Paradiso,
 e per ogni mare da solcare per raggiungerlo.

      - Questo è il motto inciso sulle mura del grande castello  del nostro Re:      La ricchezza ai pochi,
                                                        la compassione a tutti,
                                                        le sofferenze ai molti.
     - I vetici, padroni di tutti i tesori,
        noi siamo la loro parola ed il giusto benvenuto.

      - Quale il nome del vostro vascello …Comandante?


       Il Filosofo tacita il Comandante, ed avvicinandosi al Soldato
       risponde in vece dell’interrogato.


      - Molti nomi ha, e potrebbe avere questo vascello….,
  ora quello che qui conviene è Esilio al porto del
 vostro vessillo… e come ad ogni nobile e Filosofo della retta e saggia parola conviene fedele alla sua disciplina leggo una lettera di benvenuto cui il Comandante destina la rotta a voi poco gradita….  



    
                            

                                   
                           Lettera  de l  Capitano



     
Così navigo nei mari per questo approdai anche in Terra di esiliati: confini varcati e privilegi ben arroccati nei forzieri della ricchezza, conservata custodita e troppo spesso celata e falsata come il bilancio scritto nella dignità della ugual vita. Sempre falsato nella contraddizione che contraddistingue la moralità che giammai orna e conia la moneta di nessuna Eresia. Non compone nessuna nobile Poesia con cui condividere il sentimento della comune rotta per potersi creder ricco al porto della vita.
‘Nobili gentil-uomini’ questa non può dirsi ricchezza con la quale la materia sazia la pretesa di condividere la stessa via, e poi pensare di salvare l’anima all’ombra della cattedrale antica nell’eterno pellegrinaggio dell’Ortodossia quale esempio nell’ago di una bussola che indica la rotta  destino della nave…. al faro della vita. Specchio del libero arbitrio a lungo conteso, ed al sermone di una bibbia che recita ugual strofa interpretata ad uso di una strana parola rotta della Memoria. Rimembro la Parola con cui indicate le coordinate della Storia: rette e parallele nella comune via al porto della vita. In verità le croci della falsa memoria ad un chiodo fissate la cima.
Io Pagano e fors’anche Apostata nel comune oltraggio subito alla stiva di una Parola comune cammino della Memoria, nel navigare al vento del vostro Dio pregato, posso dire l’umiliazione Parabola e rotta condivisa con gli altri umiliati… giù nella stiva. In quanto Evoluzione gradita per chi condivide il comune razzismo nella bufera scritto: Eterno Teschio della vita. Ma con tutta l’onestà nel timone bilancio della vita, posso dire di non aver arrecato offesa o oltraggio al Teschio di nessuna vita. Io, quale Eretico, conosco l’antica e nuova via, l’antica e nuova disciplina che giammai fa rima con la vostra strana e diligente diplomazia. Conosco la rotta di ogni Filosofia e di ogni retta Disciplina, giusta navigazione al porto dell’evoluzione della vita, e mi pare una strana rima la vostra falsa ed intollerante via, la strana navigazione al porto di ogni Terra (così ben) in vista. Di ogni costa conquistata con ugual croce ed antica filosofia al seggio (ed al servizio) di una strana democrazia (da tutti osannata e condivisa alla banca della vita).
Al regno sovrano della vostra ricca via…
Ed oggi voglio aggiungere un asterisco a quella Memoria, l’onda che navigai nel mare in odor di Eterna Eresia, non certo per salvare la povera anima mia, ma per dire con il privilegio della Rima, che la rotta non è smarrita. Giammai smarrita nel privilegio di codesta vita. Perché questa, sempre ciclica nella Gnosi antica, giammai eterna come l’anima che si aggira nell’eterna ricerca della Terra nominata vera vita al mare della Dottrina. E ricordare che se pur navigando avvertimmo il Vento di un diverso elemento. Se pur pregando ugual intento avvertiamo un antico pregiudizio nemico del comune Dio. Perché, se pur cercando, quali Esploratori (Trovatori della antica Memoria per sempre perduta) armati al porto di un nobile coraggio la moneta di Dio, ed ornati con l’araldo, invisibile motto antico quale comune destino, dimora terrena ed eterna certezza di  Eresia nel condividere una povertà troppo antica per essere dalla materia appena capita, troviamo moneta  giammai coniata al porto della Sua Parola. 
Giacché contraria alla volgare ricchezza rubata al principio della Vita così mal nutrita allo Spirito dell’araldo della frontiera cui confinate la comune rotta, certezza nell’oceano della vita. Giacché lo stesso mare con cui condividere, non solo i porti, ma le rotte Storia della via, e.... 














domenica 14 giugno 2015

UN VELIERO



































Prosegue in 










La   gente  ci è  ostile!  


...Urlò  il  Capitano  dall’alto  del  ponte.


- La  gente  ci  confonde, ci vende, ci scambia  per altro.

-  Possibile  non  vi  sia  verità? 


….Rispose  il  marinaio.


Il  mare  è agitato, pur la contraria  apparenza.
Il mare di queste vallate ci vorrebbe inghiottire,
ci  vorrebbe dominare,
vorrebbe impossessarsi dell’antica potenza.
Il mare di queste vallate è infestato da demoni,
vestiti da santi.
Il mare  di queste vallate è l’antica crosta della terra, 
quando i demoni combattevano con gli Dèi.



Il mare di queste vallate è l’errore della creazione
….non ancora divenuta evoluzione.
Il mare di queste vallate mi rapisce vista e pensiero
quando questo non ancora nato
perché nostro l’intero Creato così pensato
nel sogno donato
… e poi immaginato come possibile Creato!
Il mare di queste vallate è la prima sostanza
la prima vita.

Noi Dèi di altri mondi attendiamo gli eventi.
Noi Stranieri di altri Oceani attendiamo la Creazione. 
Noi Uomini dai mille volti, dalle mille forme …attendiamo la vita,
morta prematuramente all’ombra di un antica Croce.
Noi uomini di verità e parola scrutiamo la menzogna
che galleggia all’ombra di un campanile,
di un castello, di un altare.


La nave vacilla, ondeggia, si piega.
S’alza…. poi ricade.
Si torce, imbarca acqua, spezza le onde.


- La storia ci attende…


…Sussurra ora il Capitano.





La storia torna improrogabile ad infrangersi
sulla nostra prua.
 Le vele urlano, si gonfiano, …l’albero rischia di spezzarsi.
Dal porto, da ogni porto, ci osservano, ci scrutano,
ci spiano.
Titani di altri mondi.
Ciclopi mai nati e mai morti.
Un male mai sconfitto.
Un male mai morto.
Dal porto contemplano muti il nostro ondeggiare.
Qualcuno spia il nostro navigare.
Qualcuno prega la nostra rovina.

           -  Eppure…

….spiega fra se il Capitano,


           -  Eppure ….le nostre merci sono il pane
della terra.
                Sono le radici della vita.
           -  Eppure…
 
….camminando lungo il ponte della nave,


          -  Siamo noi la verità che combatte contro
la tormenta di questo  nuovo inganno.  
 Di  ogni  inganno.
              I fari di ogni porto ….per  questo  mare, per  questa costa ….
             che a forza dobbiamo navigare, ci indicano gli scogli di una riva
            troppo  bassa, troppo piccola, troppo ostile,
per il nostro coraggio,
per la nostra intelligenza, per la nostra umiltà,
per la nostra povertà.
            I fari ci indicano solo la via, cartelli infiniti lungo
i sentieri.
                Uno  simile all’altro, uno uguale all’altro.
                Stessa  luce, stesso  intervallo, stesso parlare
                                                                                    per questo grande mare.

Stesso  tempo, stessa  rotta.
Analoga litania, analoga preghiera.
Medesima Chiesa.
Stesso Altare! 

- TERRA  IN  VISTA!            Urla il Marinaio.
-  Un altro miraggio                          Sussurra piano il capitano.
-  Fari sulla costa!                              Annuncia il mozzo.
-  Un altro incubo!                            Impreca sudato il capitano.





- Bella la vita che ci scorre davanti, se quella è la vita.            Se quelli ne sono i cantori, se quelli ne sono
 gli interpreti.
 Se quelli, con queste luci, ne sono i custodi.
 Custodi di una sfida.
   Di una idea.
   Di una croce di legno.   


-  Noi  non piantiamo croci.             Prega  il Capitano.
-  Noi non sacrifichiamo agnelli.     Piange  il marinaio.
-  Noi non preghiamo.                        Impreca  il  mozzo.
-  Noi non siamo ancora nati
                                alla terra.      Sentenzia il filosofo di bordo.
-  Stiamo di nuovo nascendo alla vita.
-  Dal profondo del nostro Dio…
   
    Il vecchio filosofo è apparso di nuovo.
    Agitato, sudato, trascinato, stanco.
    Confuso.
    Il vecchio filosofo è interprete di ogni onda per questo mare.
    Il maestro a cui ognuno di noi ripone la propria ombra,
    il proprio destino.
    La propria saggezza.
    La coscienza del capitano.
I suoi occhi e le sue orecchie, dicono…
    E’ apparso di nuovo, la speranza non lo ha mai abbandonato.
    La speranza di attraccare la sua nave in un porto sicuro.
    Una saggezza infinita.
    Una lotta contro il tempo.
    Riparano Chiese e fari.
I campanili delle loro angosce. Dei loro confini. Dei loro limiti.




   Quando hanno paura di navigare,
   quando hanno paura del loro fare,
   segnano la via, tracciano la rotta.
   Si raccontano pace e umiltà.
       Poi…
Si uccidono con gentilezza. Senza colpo ferire.
    Impugnano il crocefisso.
    Impugnano il pane e il vino.
    Mangiano l’agnello.
    Bevono il sangue.
    Mangiano le carni.
Presiedono la memoria e l’inganno.
    Confondono il miracolo.
    Confondono la via.
    Confondono l’essere e l’apparire.
    Confondono la rotta.


Una vecchia lotta, una antica appartenenza.
Una antica discendenza fra chi, costretto a navigare,
e chi, sazio di merci, difende la sua ricchezza, il suo privilegio.


- Ci hanno tolto la terra.
- Ci hanno strappato le radici.

   Sentenzia il Capitano.
   Il filosofo non risponde , …..la sua è una saggezza troppo antica
   per i beni materiali.
   La sua è una sostanza senza tempo, ed infinita quanto Dio.

       Dio non risponde, Dio sembra un notaio.
       Prende atto.
       Muto osserva.
       Sembra assente nella sua impercettibile presenza.
       Sembra leggere solo le leggi che governano il giusto navigare 
                                                                      il giusto guardare
       L’invisibile misura, l’occhio che muta colore,
                                                                      il segreto ed

                                                                      il governo del mondo.

























giovedì 11 giugno 2015

IL PRIMO DIO











































Prosegue in:

Il Primo Dio (2)













Potrei morire dopo tanta bellezza, camminando silenzioso, sconfitto sulla cresta di un baratro. Ciò che vedono ed hanno visto, desiderato e compiuto. Ma nelle tante morti, mi sia concessa non una poesia, ma un grido. Cercavo solo simmetrie uguali in ‘segmenti’ e ‘perpendicolari’ di verità universali, che compongo sulla carta, attraverso l’apparente nulla delle parole. Muto di nuovo osservo, tutto potrebbe essere lì davanti a noi nel minuscolo evento della vita, divenuta visione in una spirale che ho ammirato in una primavera di migliaia di anni fa’.
Ora, seduto, immobile, non so più cosa sia questo segmento che attraversa il Viaggio in questo Universo da  qualcuno nominato Tempo. Il sole mi accarezza il viso, i ricordi scaldano lo spirito.

Questa natura il nostro Dio la esalta e la suscita, con i suoi movimenti regolari quando si avvicina, e la fa diminuire e estinguere quando si allontana: per meglio dire, la vivifica continuamente con il suo movimento e con l’infusione del suo spirito vitale, mentre il suo allontanarsi e il suo volgersi altrove è causa di distruzione per gli esseri corruttibili …..Il mondo intelligibile forma un’unità assoluta che preesiste da sempre a ogni essere e che, nella  sua unità, abbraccia insieme ogni cosa. In che modo? Nel suo insieme l’universo non è forse un essere vivente, ripieno nella sua totalità di anima e di intelligenza, perfetto per la perfezione delle sue parti?
(Giuliano l’apostata, A Helios re) 

Spesso coloro che hanno sfiorato ‘verità’ popolano mondi invisibili. Mi sussurrano un frammento di eternità a loro spesso negata al sole di una vita breve, come il sorgere e morire di una stagione. Mi scrutano silenziosi mentre cerco di porre in essere una immagine reale di un  significato: una probabile dimensione, non realtà acerrima nemica della verità. Cerco frammenti scavando come un primitivo nella caverna dei ricordi. Poi, come un archeologo li elevo alla realtà di una vita eterna ed infinita da dove provengono prima di cadere nella prigione della materia riflessa nel divenire di tante anime prigioniere che sembrano ascoltare ma non udire, leggere ma non capire, parlare ma non spiegare.
Che il rogo, limite terreno del divenire, non mi uccida ancora una volta.




Non bisogna dunque cercare, se estra il cielo sia loco, vacuo o tempo; perché uno è  il loco generale, uno il spacio immenso che chiamar possiamo liberamente vacuo; in cui sono innumerabili ed infiniti globi, come vi è questo in cui vivemo e vegetamo noi. Cotal spacio lo diciamo infinito, perché non è raggione, convenienza possibilità  senso o natura che debba finirlo: in esso sono infiniti mondi simili a questo, e non differenti da questo; perché non è  raggione né difetto di facultà naturale, dico tanto potenza passiva quanto attiva per la quale, come in questo spacio circa noi ne sono, medisimamente non ne sieno in tutto l’altro spacio che di natura non e’ differente ed altro da questo.
(G. Bruno, De l’infinito, universo e mondi)

C’è tuttavia qualcosa di molto fuorviante nell’immagine delle stelle come una collezione di entità separate, perse, ognuna per conto suo, nelle profondità infinite dello spazio.  Nonostante le abissali distanze che le separano, un individuo-stella è una cosa altrettanto inusuale nel nostro universo quanto lo può essere un individuo-albero. …..Le stelle non vivono per sempre, nascono e muoiono. …E le galassie sono la forma primaria di organizzazione della materia del nostro mondo. ….La durata della vita di una stella decresce al crescere della massa in modo quasi altrettanto rapido: varia con l’inverso del quadrato della massa. ….Con l’esplosione, la stella restituisce anche la maggior parte della sua massa al mezzo interstellare. ...In fine, sono proprio queste stelle massicce che diventeranno buchi neri. …La sostanza della velocità di rotazione delle stelle di un disco di una galassia a spirale è una delle scoperte scientifiche più straordinarie degli ultimi 50 anni ...Tipicamente, qualcosa come l’80 o il 90 per cento della materia di una galassia si trova diffusa al di là del disco e non si presenta sotto forma di stelle e gas visibili. ….La materia oscura come viene chiamata, potrebbe essere costituita da antiche stelle ormai consumate, o da buchi neri, o da polvere molto fredda, o da qualche combinazione di tutti questi ingredienti. …Per riuscire a vedere i processi chimici del mezzo interstellare come l’analogo dei processi che avvengono nella nostra atmosfera, bisogna pensare a diecimila anni come se fosse un secondo. …Più precisamente è meglio vedere il mezzo interstellare non solo come l’atmosfera del disco della galassia a spirale, ma come la sua  atmosfera, il suo oceano, le sue calotte polari, tutto mescolato insieme. Infatti, come l’acqua sul nostro pianeta, il mezzo interstellare consiste di nubi di materia presente in fasi diverse, fasi analoghe al ghiaccio, all’acqua, al vapore. …..Una galassia è dunque un sistema in cui i processi di formazione delle stelle hanno luogo di continuo: fanno parte integrante di un ciclo di energia e di materia apparentemente stabile. ….In realtà è molto vicina ad un ecosistema.
(L. Smolin, La vita del cosmo)




Io dico l’Universo – tutto infinito – perché non ha margine, termino, né superficie: dico l’universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio – tutto infinito – perché da se esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio – totalmente infinito – perché  tutto lui è in tutto il mondo , ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità de l’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti  (se pur, riferendosi all’infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello.
(G. Bruno, De l’infinito, universo e mondi)

Per non indugiare oltre sullo stesso argomento, come sappiamo, Helios, determinando il solstizio d’inverno e quello d’estate, è il padre delle stagioni e, poiché non abbandona mai i poli, è l’Oceano, signore di una duplice sostanza. Saremo forse ancora oscuri nelle nostre parole, visto che anche Omero disse prima di noi: ‘L’Oceano che diede origine a tutte le cose ….’.
(Giuliano l’apostata,  A Helios re)

…..E dall’Oceano dove sono nato viaggio per ritornarvi.
Ora nella sua quiete ciò che più mi preme è dar vita e forma a questo scritto nella disordinata apparenza che accompagna il normale vivere. Questi Viaggi iniziati e non portati mai a termine, Viaggi senza ritorni sospesi in una oscura geografia, dove, pur toccando tutte le cime è come se mi trovassi sempre ai piedi della vetta. Forse perché la vetta sono io.

IO, quella scura montagna fatta di roccia e ghiaccio, liscia e difficile, ricolma di strapiombi, piena di insidie, dove il tempo non è mai certo e sempre pronto per qualsiasi cambiamento. Illudendolo di una possibile conquista. Solenne nel silenzio scruto infinito e consistenza, composta di milioni di anni di storia geologica stratificata e ammassata per il piacere di chi poi, venne e fuggì....




















domenica 7 giugno 2015

L'ORRORE































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L'orrore (2)













Proseguo per il sentiero ad ogni ponte e ponticello Vela rallenta il passo ha paura dell’abisso, forse del rumore scrosciante delle acque, certo è proprio un ‘diavolo’ di animale. Lei e l’abisso con l’impeto delle acque mi appaiono un tutt’uno. Sembra conoscerne la forza primordiale, quella che dal ghiaccio emette impeti di acque della potenza del fuoco. Hanno scavato, formato, costruito. L’orrendo frastuono mi affascina, la forza che emana l’apparente tranquillità della neve e  ghiaccio evocano il principio della vita che mi attira in maniera istintiva, come se in quei frangenti si perdesse la capacità del flusso del pensiero il quale migra attraverso elementi esterni. Quell’ordine preciso di cristalli di neve che pian piano si frantumano ed esplodono per nuovi Universi, scompongono in fasi di transizione e celebrano la forma di ciò che loro chiamano Dio.
Un principio troppo grande di quanto pensano scorgere.
Un mare troppo agitato per essere navigato.
Un pensiero troppo vasto per essere percepito.
Un Universo immenso per essere immaginato.
Questa spirale che si scompone e ricompone appartiene (come tutta la natura) al suo moto (dell’Universo).

Noi e loro….

…Loro cosa vedono?...






(Il simbolismo e le metafore dell'immaginario lupesco non sono vasti, ma sono potenti. Sono radicati nel fondamento dell'anima. La tradizione del lupo eroe guerriero è vecchia quanto la storia. Le leggende di Romolo e Remo e di altri bambini allevati da lupi fanno emergere un'altra immagine antica, quella della lupa benevola. La morte di uomini scambiati per lupi mannari e bruciati vivi nel Medioevo rappresenta un ennesimo evento negativo legato al lupo. Altrettanto vecchie, sebbene non così diffuse al di fuori dell'Europa, sono le immagini sessuali associate ai lupi: in latino la 'lupa' è la meretrice e la femmina del lupo, in inglese il fischio di ammirazione emesso al passaggio di una donna si chiama 'fischio del lupo', e poi c'è il già citato idioma francese, 'elle a vu le loup', per connotare la perdita della verginità. Sui muri di una catacomba romana, la giovane Susanna insidiata da due anziani è dipinta come una pecora assediata da due lupi. Ho già detto del lupo in quanto simbolo del crepuscolo. Altri scrittori suggeriscono, trovandomi d'accordo, che il lupo fosse un simbolo che rifletteva due caratteristiche umane della guerra: impulsi istintivi e comportamento razionale. Nel corso della storia, l'uomo ha esternato la sua natura bestiale, trovando un capro espiatorio sul quale potesse accumulare i peccati e la cui morte sacrificale ne costituirebbe l'espiazione. Ha attribuito al lupo i suoi peccati di brama, lussuria e inganno e lo ha condannato a morte in letteratura, nel folklore e nella vita reale. Il conflitto nodale tra la natura benigna e quella maligna dell'uomo è palesato nelle immagini gemelle del lupo in qualità di killer famelico e madre che nutre e cresce i figli. La prima era il lupo mannaro, la seconda la madre di bambini che fondavano nazioni. Oggi, come gran parte dei popoli nella storia, noi stiamo dalla parte delle madri-lupi surrogate, anche se lo consideriamo un fenomeno folcloristico. Ma non abbiamo più notizie dei lupi mannari, che rappresentavano una dura realtà nel Medioevo. La loro presenza fisica non era messa in dubbio, e nella sfera simbolica costituivano tutto ciò che di indegno esisteva nell'uomo, soprattutto ferocia e lussuria. - B. Lopez, Lupi - )





E noi cosa scorgiamo?


 Assaporiamo l’infinita sfumatura della vita e quando si annuncia mi ammutolisce con impeto e delicatezza, dai tanti colori, dai troppi profumi, poi, dopo avermi accarezzato e asciugato le lacrime, torna, come un Dio o Dèi verso quadri che mi appartengono da secoli, millenni; …da sempre. 
La rincorro ancora.
Pazzo, con la barba incolta, con l’occhio lucido, con l’impeto del folle, con il cammino che diventa corsa, con il sorriso dopo il pianto, riso di chi ogni volta vede svelato un mistero nuovo.
Poi mi fermo e contemplo senza parole il lento e preciso alternarsi nella sorte apparentemente infinita dell’Universo.
In questa ‘anima’ l’‘umano’ mi riduce brandelli.
Mi guarda con lo sguardo pietoso, ride di me e della nostra follia.
L’‘umano’ mi fa tesoro delle sue calunnie, dei suoi insulti, delle sue risate.
L’‘umano’ palesa la ricchezza, la superiorità, il controllo.
Se io appartengo alla natura, l’umano ‘cristianizzato’ vuole ed esige il controllo, il destino, la potenza, la volontà, il sacrificio. Crede di farlo, è il suo compito, la distruzione gli appartiene. Mi rincorre per questi e altri sentieri, impone la disciplina, il principio, mi vuole assoggettato ai limiti di una visione divenuta potenza, divenuta falso miracolo alla corte di un Secondo Dio.



  
(Ritenni di non dover passare sotto silenzio il fatto che nel periodo della lite di GROSSOLANO, cioè precisamente l'8 maggio 1105, si scoprirono delle preziose reliquie nella chiesa di S.Maria alla Porta; perciò in quel giorno i canonici della cattedrale con tutto il clero indicono solenni festeggiamenti nella chiesa suddetta. A testimonianza di ciò rimane questa lettera: "I cardinali ordinari della santa Chiesa di Milano, il primicerio con tutti i sacerdoti e tutto il clero di Milano, tutto il popolo e ogni ordine di laici a tutti i sacerdoti, chierici e laici di ogni ordine della diocesi della Chiesa di Milano augurano la pace, la salvezza da Dio e una piena partecipazione di gioia. Poiché è naturale e giusto che quando il capo esulta esultino assieme a lui anche gli altri membri, non vogliamo che rimaniate estranei all'immensa letizia che la pietà divina ci concesse senza che la meritassimo e la sperassimo. Vogliamo perciò che sia noto a voi tutti che abbiamo or ora trovato, per volontà e dono di Dio, inestimabili tesori e incomparabili perle, più brillanti del sole e più fragranti di ogni aroma e cioè: parte del sudario del Signore e della sua Sindone, un frammento di pietra dove sedettero gli angeli che annunciarono la resurrezione del Signor Nostro Gesù Cristo, un pezzo di legno che sicuramente appartenne alla croce salvatrice del nostro Salvatore, un lembo della veste della S. Maria, alcune ossa del SS. Casto e Polimio, nella Chiesa che si chiama di S. Maria alla Porta. Perciò non solo in quei giorni, ma anche nei giorni seguenti, ci fu un continuo e straordinario concorso di gente di entrambi i sessi che gloriava e magnificava Dio perché si era degnato in questo tempo di rivelarci per sua bontà tali TESORI e speriamo che essi daranno protezione e salvezza non solo alla nostra chiesa, ma anche a tutta la diocesi, per misericordia di Dio. Si fece anche una processione generale in onore di Dio e del nostro Salvatore tanto grande, solenne e mirabile quale mai prima avevamo visto o ricordiamo sia stata fatta….)




 Mi rincorre con lettere e telefonini, porta in braccio i nuovi figli del domani che sanno di cemento, che sanno di barbarie; mentre con incredibile perfidia divora la vita e chi la celebra. Poi, dopo, imita, volendo sostituirsi a noi; il rito sacrificale comporta dopo il pasto, questo pregare.
Dovrebbe essere eccitante per questo ‘umano’ estendere i brividi dell’acciaio con saette di fuoco, fra mari di stelle. Così nascono tutte le visioni dell’orrore.
L’orrore oltre ai fiumi perenni delle guerre, dei volti sofferenti di milioni di fantasmi che si aggirano in deserti privi di vita, neanche più consapevoli di una possibile speranza. Hanno sacrificato anche quella all’altare del nuovo pavone.
L’orrore della ‘loro’ ricchezza ostentata senza limite.
L’orrore di quei volti pallidi su moderne carrozze, mentre con disprezzo mi volgono lo sguardo, non per un ‘Tempio’, ma per ‘finirla’ ancora una volta, martoriandola con nuovi sport estivi.
L’orrore dei profili, mentre il disprezzo è la moneta per i fasti del nuovo accento ritrovato.
L’orrore di quelle risate, mentre bruciano e divorano.
L’orrore del loro linguaggio, dei loro giornali, dei loro pensieri, del loro cibo, delle loro impronte indelebili.
L’orrore dei ‘servi’ che ripiegano nell’inganno della vita che riserva loro ad ogni carovana di ‘razze evolute’, i credi di una nuova liturgia per confondere la realtà nelle grotte di pensieri senza riflessi di ombre.
L’orrore di quei sorrisi, di quelle pose, di quelle attese, nei sentieri che ho reso sacri per celebrare la vita.
L’orrore della ‘volontà di potenza’che si cela nella previsione di eventi: braccano l’aria che respirano, l’acqua che muove e torna a precipizio nel grande mare del principio.
Debbo riprendermi e nascondere questi pensieri e cercare di mantenermi integro verso l’orrore. 

La quarta opera dell’Anticristo è quella per la quale edifica e costruisce insieme, nella messa, tutta la religione e la santità del popolo, dopo aver fatto un unico tessuto di varie cerimonie, ebraiche, pagane e....
















martedì 2 giugno 2015

LE DIMENSIONI INVISIBILI (nell'Universo del 'nulla' di Einstein)




















































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Mi piace pensare all’Universo come a un essere organico, qualcosa di vivo. Noi tutti siamo cellule di questo essere, e spandendo luce tutte le stelle che vediamo nel cielo forniscono il sangue che fluisce attraverso i suoi immensi cicli. Le forze che governano questo essere unico sono forze fisiche, proprio come quelle che controllano e compongono gli esseri umani. E come avviene per ciascuno di noi, quando osserviamo il quadro d’insieme vediamo che l’individuo trascende di gran lunga il meccanismo che controlla i pezzi da cui è composto il tutto.
L’impresa di Einstein fu la costruzione di un modello matematico, basato sulla relatività generale, di questa bestia gigantesca. Il modello descriveva l’Universo nei termini di un’insolita sostanza chiamata ‘fluido cosmologico’. A comporre questo fluido erano delle molecole straordinarie: niente meno che intere galassie. Einstein scoprì presto che la sua equazione del campo gravitazionale gli permetteva di ricavare le relazioni fra tutte le variabili che descrivevano l’Universo, oltre che il modo in cui queste variabili cambiavano nel tempo.  Tuttavia, quando si mise all’opera, ebbe una spiacevole sorpresa. La sua equazione indicava che l’Universo non era statico ma in continuo movimento. Secondo la relatività generale, noi dovremmo vivere in un Universo che si espande, un Universo nato da una violenta esplosione nella culla del Big-Bang.
Sotto certi aspetti quest’Universo irrequieto rivelato dalla relatività generale è proprio come certe persone: una belva selvaggia, incivile, indomabile. Solo che questo Universo lunatico deve la sua irrequietezza a un semplice problema ormonale: la gravità attrattiva.




Questo è vero sia che rappresentiamo la gravità come una forza, sia che la rappresentiamo come una geometria. Lo dice il buon senso: la terra ci attrae verso il suo centro, non ci respinge in cielo. In tutti gli scenari possibili, per il semplice fatto che la gravità è attrattiva, l’Universo non accetta di star fermo. Vuole ostinatamente muoversi, espandendosi oppure contrarsi, una cosa che Einstein si rifiutava di credere. E qui prende avvio il suo terribile errore: il tentativo affannoso di ricavare un Universo statico dalle equazioni di campo.
Nel 1917, l’eternità dell’Universo era un articolo di fede della filosofia occidentale.
‘I cieli esistono da sempre e per sempre’. Perciò, scoprire che la sua equazione di campo predicava un Universo non eterno turbò enormemente Einstein. Messo di fronte a questa contraddizione fra la sua teoria e le solide convinzioni filosofiche del tempo, Einstein cedette…. Modificò la sua teoria.
Forse, se fosse stato appena un po’ più ottuso, non avrebbe mai fatto una tale castroneria. Non sarebbe stato capace di trovare un modo per aggiustare un problema che non esisteva, e alla fine avrebbe accettato quello che i suoi stessi calcoli matematici stavano cercando di dirgli. Ma per come stavano le cose fu la sua eccessiva intelligenza a giocargli un brutto scherzo, ed egli trovò ben presto una semplice modifica delle sue equazioni di campo che gli permise di costruire, nella sua mente, un Universo statico. Lo fece introducendo un nuovo termine nella sua equazione di campo, la cosiddetta costante Lambda (dal nome della lettera greca che egli adottò per simboleggiarlo), spesso chiamata ‘costante cosmologica’.
Era una modifica astrusa, che consisteva sostanzialmente nell’assegnare un’energia, una massa e un peso al nulla, ossia al vuoto. Era anche uno sgradevole ingrediente artificiale a una teoria altrimenti bellissima, qualcosa che era stato introdotto arbitrariamente con il solo motivo di garantire che un Universo statico potesse essere previsto dalla teoria della relatività generale.
Vi fu un tempo in cui gli scienziati ritenevano che ‘qualcosa’ pervadesse il ‘nulla’. Quel qualcosa fu battezzato ‘etere’, un equivalente scientifico dell’actoplasma. La teoria dell’etere raggiunse le vette della popolarità del XIX secolo, insieme alla teoria elettromagnetica della luce; e benché oggi possa apparire stravagante, un momento di riflessione rivela che il concetto di etere è, a priori, assolutamente sensato.




 L’argomentazione a sostegno dell’esistenza dell’etere procedeva, nel modo seguente: la luce è una vibrazione, ossia un’onda: questo era stato ben compreso già allora e aveva il sostegno di una gran massa di prove. Tutte le altre vibrazioni – le onde sonore, per esempio, o le increspature che si formano in uno stagno – necessitano di un mezzo che le sostenga, di qualcosa che possa effettivamente vibrare. Se con una pompa rimuoviamo l’aria di un contenitore, nessun suono può propagarsi attraverso di esso, dato che non c’è nulla che vibri in forma di suono. La presenza di onde in uno stagno asciutto non ha assolutamente alcun senso. Ma se con una pompa svuotiamo una scatola di tutto ciò che contiene e creiamo al suo interno un vuoto perfetto, la luce continuerà a propagarsi attraverso di essa. Infatti, benché nello spazio interplanetario ci sia un vuoto eccellente, noi possiamo vedere le stelle brillare nel cielo.
Quel qualcosa era l’etere, una fine sostanza che pervadeva tutto e la cui esistenza si poteva dedurre esclusivamente per mezzo della luce stessa. Non lo si poteva toccare o percepire in altro modo, e nemmeno la si poteva estrarre da un contenitore; e     tuttavia, come attestava la propagazione della luce, quella sostanza eterea era onnipresente. Si riteneva perciò che l’etere facesse parte della realtà così come ogni altro elemento, tanto che lo si può trovare indicato sul margine della maggior parte delle tavole periodiche del XIX secolo.
L’etere fu ucciso dalla teoria della relatività speciale di Einstein perché contraddiceva la costanza della velocità della luce: un vento d’etere avrebbe accelerato o decelerato le vibrazioni a cui faceva da supporto, cioè la luce. 
Einstein fu il primo a proporre che la luce fosse una vibrazione senza un mezzo, un’onda ‘nel vuoto’.Senza questo balzo concettuale, formulare la teoria della relatività speciale non sarebbe mai stato possibile. In effetti, se qualcuno di voi trova la relatività speciale non troppo....