CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

sabato 15 ottobre 2016

AL DI LA' DEL VETRO (15)











































Precedenti capitoli:

L'isola della Memoria (14/1)

Prosegue in:

Al di là del vetro (16/1)














Antico in-folio dai fogli di pietra, città-libro, nei cui libri resta ‘ancora tanto da leggere, da sognare, da capire’, città di tre popoli (ceco, tedesco, israelitico) e, secondo Breton, capitale magica dell’Europa, Praga è soprattutto vivaio di fantasmi, arena di sortilegi, sorgente di antichi Spiriti ora resuscitati… Trappola che, se afferra con le sue brume, con le sue male arti, col suo tossicoso miele, non lascia più, non perdona…
…Il suonatore di armonica è proprio uno di quei dipinti barocchi in cui talvolta si riconoscono i tempi giammai andati solo rinati alla Memoria… Praga in cui vagano strampalati bande di alchimisti, di astrologi, di rabbini, di poeti, di giovani sognatori, di strani templari acefali, di angeli e santi barocchi confusi in brocche rivendute da moderni e… ignoranti nuovi mercanti… Praga di arcimboldeschi, di marionettisti, di concia brocche, di spazzacamini… Città aggrottescata ed arroccata di umori stravaganti e propizia agli oroscopi, alla clownerie metafisica, alle raffiche di irrazionale, agli incontri fortuiti (ti saluto mia figlia diletta…), ai concorsi di circostanze, ai ponti di scambio, al freddo barattato per nebbia in una pallida e gialla mattina confusa per tramonto al crocevia della vita, alle complicità inverosimili tra fenomeni opposti, ossia a quelle ‘coincidenze petrificanti’…
…Una vecchia Zigana mi narra ed incanta… al crocevia ove comprai l’Anima sua… ove narrai una strana avventura ove mi ricordai della sua venuta… Mi narra lo Spirito comprato e mai barattato… lei girava e vagava a piedi ed era primavera, profilo picaresco da padre mercenario ed alquanto scontento… Profilo da tovaglia imbandita ma non consumata… preferisce la vita… Profilo da giglio di campo in  cerca della sua Rima…
A te dedico questo Frammento questa Eretica poesia… O Praga mia… O figlia mia...












Se la differenza fra il mio tempo
e la donna con il suo fagotto,
e un bimbo che domanda moneta…,
è nella sosta della macchina quieta
con la sua mano che chiede preghiera,
e dona fastidio alla mia ora veloce
che non conosce riposo
ad un rosso che non cambia colore;
allora ho confuso nemico e parola,
pensiero ed ora, tempo e dovere.
Anche se ho udito il sacro Verbo
in un lungo sermone recitato a memoria
da un prete bigotto servito da un putto,
ma è solo figura dipinta sulla volta.
Bambino troppo grasso per un paradiso
perché lo vuole angelo senza peccato,
e sacro alla vista dell’intera congrega,
ora prega in umile e rispettosa attesa.
Con il sudore che scende lungo la schiena
e la spiga che cresce dalla zolla di terra,
diventa pane per un corpo che non conosce
l’oscuro peccato…(1)

Ci viene rubata
assieme alla farina e l’intero raccolto,
da un prete ciarlatano e anche bigotto.
E da un alto prelato potente quanto
un antico sovrano,
assieme ci confondono dalla sera
al mattino,
perché un Papa gli ha cinto la testa
corona d’oro di pietre preziose.
Giammai spine della nostra illusione,  
lasciando a noi solo il conforto
di una elemosina lungo la via.
Condannano in coro la turpe eresia, 
chi conosce solo fatica
e non ruba pane salato,
ma chiede moneta per il riscatto
da un oscuro peccato.
Di chiodi forgiati parlano i puritani,
di ferro battuto narrano i ciarlatani,
questa l’oscura colpa che li fece vagare
di giorno e di notte su un carico pieno
di botte.
L’ebreo o lo zingaro e con loro un frate
incappucciato,
dicono eretico ma il fuoco l’ha appena
bruciato.
Sono il solo peccato,
forse un pensiero divino mal pensato
perché invade ora la mia attesa nervosa,
in una nuova carrozza che non conosce
sosta. (2)

Pensiero lucente e apparente
di un’altra mente:
del lavoro ne fa il suo decoro,
della regola il solo motto,
mi cuce l’abito che ora qui
indosso,
nello strano e fiero ricordo
in nome del nostro Dio
per sempre risorto.
Inchiodato dal ferro di una antica
leggenda,
tradito da un Giuda come lo
zingaro,
perché legge il mio nobile
e sacro destino.
E per sempre deve vagare
in questo….
….ed in ogni altro reame. (3)


    

Interprete della parola di uno stesso
Dio,
ora turba la mia attesa vicino
ad un semaforo…, incrocio di fede.
Mentre il pedone attraversa di fretta,
certo della mia…sola, ed unica parola, 
per la donna con solo il fagotto,
è solo un’offesa accanto ad un semaforo
per sempre rotto.
Per lei tinto di rosso, del sangue e del
sacrificio,
una mano che implora moneta e perdono,
in nome di un torto mai arrecato
e per sempre subito nell’antico peccato.
Mito di un Dio trasformato in soldato,
lotta con un diverso principio
divenuto peccato.
Antico più del loro Cristo e il suo
martirio,
e il popolo domanda l’inutile
sacrificio senza il perdono
…di nessun Dio.
Agnello di Dio lava la coscienza
del mito elevato a coscienza,
che l’ha così trucidato…
in nome del loro peccato (4)
 
E se la preghiera con tutta
la congrega,
mi dona perdono per ogni peccato
arrecato,
questa donna con il suo fagotto,
mi dona la sola forza
di una smorfia senza il giusto
perdono.
Un Dio per sempre morto,
del suo sporco e lurido peccato.
Che no!
Non è una bestemmia
nella mia lunga attesa,
ma dovere per un uomo
di Fede. 
Il disprezzo lungo la via,
lasciando al male la sola e giusta
agonia,
una disgraziata elemosina
che invade la pace mia. (5)

Ero viandante,
o forse solo un onesto
e stimato commerciante,
quando secoli or sono,
non ricordo la data e il giorno,
viaggiavo a cavallo, e forse,
… neppure da solo.
Porto i denari e il mio sudato
commercio,
calzo i sandali da convento
a convento.
Stampo la parola di Dio
perché è Vangelo.
Stampo la parola del suo
popolo,
che no! Non è perdono.
Ma solo una Bibbia che insegna
il dovere,
e gonfia il ventre mai sazio
del mio personale scudiere.
Nominato anche banchiere,
oltre custode del verbo,
di cui vendiamo l’onesta
memoria,
stampata in questa sacra
storia. (6) 


 

Casto di giorno ubriaco di notte,
confuso fra una elemosina 
e il denaro dato in pegno…
ad un oste ed una botte.
Per non vedere gli scudi
dell’araldo già domani,
confiscare e poi confinare
il suo misero reame,
in nome del solo tributo
cui io sono l’onesto e accorto
cassiere.
Per la causa della vera fede.
Con solo la compagnia della
malasorte per questo privilegio
di corte.
Casto di giorno ubriaco di notte,
il buon banchiere di corte
non conosce diversa sorte:
un usura più antica della morte.  
Lasciando altri morir in buona
fede e senza preghiere,
gettati nel freddo della candida
neve,
come il loro Signore morto
nel gelo di un Teschio.
Per non aver onorato uguale
impegno,
nel Tempio maestro …
di questo principio di fede. (7)   

Navigo e viaggio
così come si deve,
per conferir parola
con lo stesso candore
della neve.
Per spiegare con umile dire,
che il passo ha progredito
l’ardire,
parola del ‘divino sapere’.
Proporla poi in stampa 
all’ombra di un torchio,
come unico e antico dovere,  
dove chi non presta la fede….
…finisce punito come si deve. (8)

La stampa è il mio nuovo
sacramento,
il convento la mia sola fede,
la bisaccia nutre così l’onesto
e ricco il banchiere.
Ora conta i denari
e ne presta a chi ne chiede,
con alto interesse nominato
dovere.
Questo il suo ed il mio mestiere,
la fede è cosa serie,
e la parola del profeta,
vale quanto l’oro di un’intera
congrega.
Veste la mia sposa ci dona ricca
stoffa,
la indossiamo nel giorno
in cui l’intera folla,
celebra il rito come sola strofa
dell’unico libro dell’intera storia.
Dentro una chiesa che urla opulenza,
fuori c’è chi domanda moneta.
Chi prega un tozzo di pane,
chi un miracolo vicino all’altare,
chi la tomba del santo…
per un miracolo che attarda
ad arrivare. (9)




La mia fretta non conosce
carità,
in questa ricca attesa,
solo la parola di un profeta
e la stampa della sua ora
divenuta preghiera per l’intera
congrega.
Conta il tempo
fuori e dentro la terra,
tomba segreta di un secondo
Dio,
diverso profeta,   
su questa morta stella. (10) 

Lungo la via la stessa donna
mi dona una rosa,
sulle braccia uno strano fagotto.
Mi ferma il cavallo,
sembra l’ombra di un peccato mai
raccontato.
La guardo,
la mano tocca la seta di un suo
ricordo,
mi dice che quella è solo la veste
di un giorno mai morto,
quando ornava un corpo troppo bello
per esser mostrato alla luce del giorno.
Mi dice che quello è il suo ornamento,
dono e tesoro di un uomo,
è passato un giorno senza tempo
divenuto sogno mai morto.
Ha sostato sull’uscio della sua porta,
l’ha accarezzata per l’intera notte
parlando di cose mai udite:
perdono umiltà e amore,
diverso da un corpo nutrito
e vestito
dalla sera al mattino.
Uno spirito risorto e forse mai morto,
ecco cos’è quell’Uomo e il suo lungo
discorso. (11)

Quell’uomo, mi dice,
le ha dipinto il corpo con foglie 
colme di albe a tramonti,
poi ha vestito il suo dolce dormire
con valli fiorite,
dopo un deserto di spine.
Il mio corpo ha contemplato, 
bello come l’intero creato:
un deserto prima della neve,
questi i ricordi nelle sue preghiere,
mentre scolpiva la parola nella 
pelle già morta. 
Dopo averla lavata e accarezzata,
le ha donato  un ruscello
trasparente,
come sangue che scorre nelle
vene.
A lui solo le spine per questo sogno
duro a morire,
per questa rima e l’intera poesia,
nominata vita. (12)




La donna,
accarezza il volto di un uomo
e prega la sua poesia.
Litania di una stella vista una sera
e cantata per tutta una vita.
Poi la verità racconta la segreta via:
ho allontanato i troppi clienti,
e per un attimo ho dimenticato
il misero peccato.
Il mestiere antico di chi vende
la vita e con essa il suo povero
corpo.
Ho preso la mano dell’uomo,
ho cercato le linee della terra
in una nuova alba e il suo tramonto.
Ho cercato la luce di una diversa
speranza,
perché non mi costringe a vendere
il frutto della sua creazione…
divenuta illusione d’amore. (13)

Ho visto degli strani crateri,
fuochi mai spenti
di una vita passata e non ancora
del tutto dimenticata.
Ho visto i fuochi e i bagliori
di una cometa,
baciare la nuda terra.
Ho visto la terra tremare
ed il vulcano raccontare,
lingue di fuoco e torrenti…
seminare sangue nero come la cenere.
Ho visto ogni cosa morire
ed il cielo sparire,
abdicare la luce del giorno
ad un tramonto senza contorno.
E mutare la vita in cupo terrore,
e la speranza in morte senza dolore. (14)

Ho visto la terra mutare colore,
aprirsi la pietra e l’acqua,
fuoco antico di un primo pensiero
pulsare dolore.
Un parto senza nessun Creatore.
Solo desiderio che d’improvviso
diventa primo terrore,
poi solo parole d’amore.
Ho visto le luci di mille colori,
poi l’uomo poggiare il suo orecchio
sulla mia schiena per sentirne il vigore.
Un cuore pulsa dal fondo della terra:
conta i battiti della mia ora,
conta i minuti della mia esistenza,
scruta le viscere della miniera,
semina il suo perdono
con una lacrima.
E incide come il fuoco che avanza
per tutta la stanza.
Non fu amore a pagamento,
così come è mio dovere
e sacramento.
Non fu coito veloce di chi cerca
facile piacere,
su una terra troppa bella
per prostituire l’amore.
Non fu orgasmo senza sorriso,
del mercante che cerca
un paradiso.
Non fu pensiero perverso
di chi non conosce il fiore.
Non fu mano invadente che stringe
il seno,
e arriva fin sul di dietro
per profanare ogni desiderio
a lui mai concesso.
Ma solo acqua,
lenta scorre da una montagna
di parole,
luce di vita dona alla mia vista
pensiero che avanza e illumina
la terra.
È l’amore di un nuovo Creatore.
La stella pian piano diventa pianeta,
con la certezza di aver visto un’antica
cometa,
una meteora come una lacrima antica,  
solo una luce divenuta visione,
ad illuminare il mio giorno
….di nuovo contorno. (15)




Quell’uomo mi ha lasciato il sogno
ed il ricordo,
una lingua diversa incisa nella memoria.
Quell’uomo mi insegnò la rima
di un’altra vita,
scolpita fuori la porta.
L’ho inseguito per mari e monti,
ho vagato stella per stella e atteso
ogni cometa,
l’ho cerco dall’alba al tramonto,
perché mi donò il sorriso lieve
di un diverso dovere.
Mi vuole povera di giorno
e profeta di notte
ad aspettare le giuste parole,
per raccontare la strana visione
che vuole la mia vita senza mèta
vagare in cerca di una stella. (16)

Mi vuole prigioniera
leggere la mano di uno sconosciuto,
e parlare con lui senza parole
una lingua oscura alla loro dottrina.
Sesso senza amore per questa
segreta via.
La materia invece vaga di giorno
come di notte,
alla ricerca di un nuovo eretico
incarnato,
e vuole il suo Universo svelato
in una stanza imprigionato,
e racchiuso in odore di peccato.
Vuole la prima sostanza increata 
trasmutata e confusa per immonda
eresia,
annunciare ad ogni maestro del tempio
il segreto verbo.
E parlare di suo padre nominandolo
per nome…
perché così diceva…:
son io il figlio di Dio,
non lo è certo il vostro Tempio
perché rinnega persino il mio nome. (17)

La donna ora
lo cerca in ogni incrocio della strada
divenuta ricco mercato per ogni
falso Signore:
non ricorda più il suo nome
pur pregandolo tutte le ore. 
Lo cerca per ogni carrozza
e per ogni cavallo fin troppo
sudato,
perché passano di fretta
per ogni strada di questo
nostro peccato.
Cercano la mano della donna
e la moneta,
parente di ogni peccato
e di un falso apostolo impiccato.
Cercano il chiodo del loro vile
gesto
ad una mano conficcato. 
È solo primo scopo
di ciò che nominano e chiamano
dovere di Chiesa.
Tacitare il vero peccato e sacrificare
l’agnello dell’eterno loro peccato.
Secondo Dio senza perdono,
e muto al ricordo
del Primo Creatore. (18)




Il suo sogno non ancora  morto
vaga ora in cerca di un uomo,
chiede moneta e non vende più
il suo bel corpo.
Lavoro non chiede perché
ha conosciuto solo le pene…
chi il lavoro non comprende
e sfrutta la povera gente.   (19)   

Ricordo ancora le sue parole.
Ricordo il silenzio farsi nudo, 
e il discorso entrar muto
nella mente.
Ricordo come sempre avessi saputo,
ma in un sonno profondo si fosse
chiuso,
il petalo d’amore che ogni cliente
cerca con il cuore e la mente.
Frugarono il mio corpo troppo giovane,
nella vana ed inutile speranza
di sentire quella brezza leggera,
chi nel sogno cerca la sua preghiera
che sa di eterna primavera.
Non trovarono primavera
e nessuna altra stagione,
in quella lurida preghiera.
Perché arido il pensiero e l’istinto
ancor più perverso. (20)

Scoprii poi la stagione mutar destino
una mano stretta dalla sera al mattino,
parlare di un lento cammino
e di vero amore.
Si apre come una rosa il mattino
per leggere la bellezza del creato,
nel mio giovane corpo ora pregato.
E con lui le tante epoche della terra
entrare nel ricordo inconsapevole
della memoria.
Ogni primavera aprirsi alla gloria
e ogni universo danzare la sua strofa
per raccontare un’altra storia. (21)




Mi disse baciandomi i piedi,
di cercare carità nei loro pensieri,
e attendere odio che non conosce
parole…,
solo inutile dolore.
Mi disse che quella è la disciplina
chi non ha udito il suono della vita.
Chi non ha mai visto una stella,
chi ha rinchiuso la segreta parola
e la nostra cena in un triste
destino,
fatto di pane e un poco di vino. (22)

Mi disse senza parole di cercare
carità,
senza il loro amore.
Perché confondono l’istinto
con il sacrificio del vero Dio.
Confondono poi la passione
con il dolore,
(scannando l’agnello in suo nome),
e l’amore con una strana ossessione
nominata amore
(in questo triste banchetto elevato a Tempio).
Chi invece ha scoperto l’amore
nel proprio Dio senza un nome,
con me contempla il suo Universo
fuori dal Regno nominato Creato.
Fu il sogno divenuto materia
che uccise l’anima di un ricordo
mai pregato.
Vaga per ogni corpo di quel sogno
pensato,
per scoprire la Prima forma perfetta
e invisibile,
alla sostanza di ogni loro sogno creato. (23)

Fui io l’eretica della sua parola.
Fui io perfetta amante della sua strofa.
Fui io la sola donna della sua vita.
Fu la più bella notte d’amore
nel ricordo di un corpo che è solo dolore.
Fui io che scoprii la preghiera del silenzio
senza parole.
Fui io che imparai la lingua
di un altro creatore.
Fui io che imparai a pregarlo
e vederlo per ogni elemento
e terra svelato.  (24)  


  

Quella notte ci cibammo
con un poco di pane e vino,
nell’occhio della sua natura
dove contemplo lo sguardo
del vero Dio.
Padroni di ogni elemento
perché ci nutre
più di ogni ricco banchetto,
in questa visione ora contemplo
l’amore,
non avendo imparato prima…
il suo vero nome. (25)

La mia anima caro signore
ha vagato per ogni dove,
talvolta negando alla mente
la verità di cui si nutre la gente.
Bruciarono il mio corpo secoli
orsono,
qui non ricordo.
Assieme al mio amore,
questo sì lo ricordo.
Ricordo poi…
boschi di sole e neve,
l’odore del vento,
e l’acqua di ogni ruscello.
I colori di ogni elemento
mai pregato solo annusato,
olfatto di uno strano creato
senza odor di peccato.
Libertà in ogni elemento
in questa segreta preghiera,
e la stessa gente rincorrere il sogno
divenuto bestia feroce,
in nome della dottrina d’amore.
Braccarono per ogni agnello divorato
scordando il rito per ogni loro peccato.
Ricordo poi il luogo del sogno
divenire elemento della terra
per tramutarci in pietra.
Acqua che disseta ogni preghiera,
fuoco che scalda un diverso ricordo,
parole regalate alla mente
scese da un cielo invisibile all’occhio
che vede.
Ma cieco alla dèa divenuta pietra.
Scoperta una mattina…
forse da quel Dio passato
una sera,
sul ruscello divenuto letto
di un eterno amore braccato…,
ma giammai trovato
nel desiderio pagato.
Perché il vero Creatore
accarezzò il volto…
…come fece quella notte,
e non ci fu sesso nell’acqua
che scorreva da quel letto
senza tempo. 
Senza nominar parola,
perché resuscita il gene
della sua prima memoria.
Strato di pelle dell’infinita mia storia
caduta in questo corpo
e legata ad un sogno mai morto,
vaga nel tempo di un Secondo Dio
mai risorto. (26)      

Mi disse senza muovere
le labbra,
di seguire un diverso destino,
che non sia lavoro distesa
su un letto di spine.
Chi la rosa vuol rapire dal suo
giardino per sempre fiorito,
convinto così di coglierne il 
profumo.
Ruba solo l’amore di un minuto,
in un sogno perduto,
non cogliendo la rosa
e il suo eterno profumo.
Ma l’eterno dolore
del tempo che avanza,
e orna muto la ricca creanza
fatta materia,
per ogni profumo della sua
stanza.
Chi coglie la rosa e il suo petalo,
dona a me solo le spine,
e all’uomo che qui narra la sua
strana preghiera,
una corona della stessa fine.
Nel giardino dell’amore
a loro mai rivelato,
e nel profumo…. 
….del loro primo peccato. (27) 



    
Poi volò via come il vento,
come uno sguardo perso
in mezzo al deserto,
pian piano diventa
ghiaccio,
poi solo neve.
Sparì dalla mia vista,
una mano toccò il mio
cuore,
ed io leggo tante,
troppe parole.
Sparì nell’attimo di un sorriso,
lasciando a me solo il dubbio,
di un uomo mai morto
e forse mai venuto,
in ogni stagione che porta
il suo frutto.
Sparì senza sangue macchiare
la neve,
dove cerco quel sogno
mai morto,
senza sangue macchiare quella
fredda veste di seta,
ma donandomi un sogno
che diventa preghiera. (28)

Lo cerco per sempre,
fuori da ogni porta in mezzo
alla strada,
per ogni incrocio senza un’anima,
dove l’uomo insegue una speranza
nominata ricchezza.
Lo cerco in ogni vetro che lavo,
in ogni  finestra e occhio indiscreto
che diviene il loro sguardo ottuso,
accompagnato con solo la rima
del vero disgusto.
È la loro parola con solo
una bocca,
per comporre una smorfia,
un inno alla ricchezza nascosta.
Viaggia sicura e porta parola
della dottrina che segna ogni via. 

(G. Lazzari, Frammenti in Rima)

(Prosegue...)
















domenica 9 ottobre 2016

FUGGIRE LA MISERIA (9) (lo Straniero)



















Prosegue in:

Fuggire la miseria (10)

Precedenti capitoli:

Fuggire la volgarità della vita (8/1)














La mattima seguente mi destai molto per tempo.
Quando aprii gli occhi era piuttosto buio e solo dopo qualche tempo udii
la pendola nell'appartamento di sotto, che suonava le cinque.
Volevo continuare a dormire, ma non fu possibile; mi destavo invece sem-
pre più e pensavo a mille cose.
A un tratto mi vengono in mente un paio di bei periodi adatti ad un trafiletto
o un racconto d'appendice, lampi d'ingegno abbaglianti e inauditi.
Ripeto tra me le parole una dopo l'altra e mi sembrano ottime.
Vi si aggiungono poi altri periodi e di botto mi trovo sveglio, mi alzo a sede-
re e prendo carta e matita dalla tavola dietro il letto. Come mi fosse scoppia-
ta una vena!
Una parola incalza l'altra, si allinea nell'ordine, si formano situazioni, le scene
si susseguono, e azioni, botte e risposte mi sgorgano dal cervello, e mi sento
invaso da un sentimento meraviglioso.
Scrivo come un ossesso, una pagina dopo l'altra, senza un istante di interval-
lo. I pensieri balenano così improvvisi e zampillano e scorrono così impetuo-
si che mi tocca lasciare da parte un monte di cose secondarie: per quanto
mi affanni non riesco a scrivere con sufficiente rapidità.
Sono in preda a un turbine di idee di un'energia impetuosa: ogni parola che
scrivo mi sale alle labbra spontaneamente. E quei momenti meravigliosi e
benedetti durano e durano a lungo.
Quando infine mi fermo e poso la matita mi trovo sulle ginocchia quindici
venti fogli pieni. Se quello che ho scritto ha qualche valore, sono salvo.
Balzo dal letto e mi vesto.
Il giorno si fa sempre più chiaro e luminoso.
Posso quasi decifrare l'avviso della direzione dei Fari laggiù accanto alla
porta, e presso la finestra c'è già luce a sufficienza per scrivere. Mi accin-
go immediatamente a rifare il manoscritto in bella copia.
Una strana nebbia di luci e colori fluttua da queste fantasie.
Sbalordito dalla lieta sorpresa rileggo i bei periodi concatenati e riconosco
che è quanto di meglio abbia letto finora. Sono stordito dalla felicità, la gio-
ia mi insuperbisce straordinariamente e mi sento di nuovo a galla.
Soppeso il manoscritto sulla mano e dopo un breve calcolo lo valuto senz'-
altro cinque corone per lo meno. Certo nessuno verrebbe in mente di mer-
canteggiare per cinque corone.
Escluso.
Anzi a essere onesti bisognerebbe riconoscere che in considerazione dell'-
ottimo contenuto cinque corone sarebbero un prezzo irrisorio. Non accetto
l'idea di cedere gratuitamente un lavoro così buono.
...... Lasciai un biglietto sulla tavola.
Giunto alla soglia mi fermai ancora e mi voltai.
La deliziosa sensazione di essere di nuovo a galla mi travolse e mi empì di
gratitudine verso Dio e il mondo intero; perciò mi inginocchiai davanti al let-
to e ringraziai Iddio ad alta voce per la grande prova di bontà che mi aveva
dato quella mattina.
Io sapevo, sapevo bene che quell'estatica ispirazione che mi era venuta
poco prima e mi aveva fatto scrivere era un'opera meravigliosa del cielo
nel mio spirito, una risposta al mio grido d'angoscia del giorno prima.
Questo è Dio! dissi tra me e piansi entusiasmato dalle mie stesse parole.
Ogni tanto mi fermavo in ascolto per sentire se qualcuno saliva le scale.
Silenziosamente scesi di piano in piano e senza essere visto per raggiungere
infine il padrone della mia povertà.
Le strade erano lustre della pioggia caduta nelle prime ore del mattino.
Il cielo pendeva sulla città basso e imbronciato e non si vedeva alcuna stri-
scia di sole.
Che ora sarà stata?
Come al solito mi diressi verso il Municipio e vidi che erano le otto e mezzo.
Potevo dunque passeggiare ancora un paio d'ore.
Era inutile andare al giornale prima delle dieci, forse anche prima delle undici.

(Knut Hamsun, Fame)







Prosegue in:
















Lo Straniero (11) &

Lo Straniero (12)







 
Nulla!
Io scorgo sotto questo cielo,
che sia pari al Primo Ingegno.
Nulla!
Dal Secondo creato
è degno della nostra umile
e infinita preghiera.
Pater segreto di un Universo
privo della infetta materia,
chiede  l'agnello quale sol dono....
di un Dio senza perdono.
Inferno dell'uomo
in quella cena segreta,
e chi pensò blasfema et eretica parola,
scorgendo quella natura crocefissa
alla sua stessa creazione.
Uomo dèmone della materia
senza la sua vera preghiera.
(G. Lazzari, Frammenti in Rima, 6, 10)


















venerdì 7 ottobre 2016

FUGGIRE LA VOLGARITA' DELLA VITA (7)




































Precedenti capitoli:

Sogni di un visionario (6/1)

Prosegue in:

Fuggire la volgarità della vita (8)














Non impressionatevi troppo – dice il mio compagno di Viaggio…
…Tra poco entreremo in un mondo diverso, un mondo musicale… Stiamo per giungere nel paese delle acque e fuggiamo quello delle grandi fogne a cielo aperto o sotterranee, nel regno sonoro vibrante iridato delle grandi cascate. Alcuni stranieri lo hanno chiamato il paese dei ‘Niagara d’Islanda’.
‘Nordamericani indubbiamente!’.
‘Dall’Occidente sono sempre venuti qui numerosi turisti; ma la guerra ci ha recato gli Americani’.
Ancora qualche tempo di marcia tra i roccioni sconvolti, poi l’orecchio comincia a tendersi. E’ un po’ la situazione di Renzo nei Promessi Sposi quando, durante la fuga nella notte, ode, or sì or no, il richiamo familiare dell’acqua corrente, la voce dell’Adda.




C’è infatti nell’aria un’eco di acque misteriose, quasi un lontano boato d’organo. Nell’estatico silenzio della terra artica esso diventa nota musicale, corrente di suoni, armonia.
Man mano che avanziamo mille voci diverse si rivelano: sono i diversi accenti delle acque, le gamme alte e basse che con i mormorii e tocchi infiniti scandiscono sulla infinita varietà dei basalti e dei quarzi le loro note, quasi sopra una gigantesca tastiera!
Ed ora raccogliamo una di queste armonie di queste Terre artiche…




Conobbi Knud a Reykjavik: lo vidi circa quattro mesi prima che….
‘Volete conoscere l’Eskimo?’,  mi aveva detto un amico che alloggiava allora con me all’hotel Borg. E’ arrivato stasera per mare e ripartirà domani per la sua amata Groenlandia…
Lo chiamano l’Eskimo, quantunque suo padre fosse danese. Ma Knud è nato in terra groenlandese, a Jakobshavn, da madre eschimese. E, più che un padre, egli era rimasto legato alla madre, da un attaccamento indistruttibile e da un affetto dolcissimo. Tutto il danaro (anzi tutto il suo danaro) da lui profuso per l’elevazione civile e culturale della razza eschimese, tutti i viaggi e le esplorazioni che aveva compiuto in terre abitate dagli indigeni artici per rivelare al mondo l’esistenza di questi uomini taciturni rudi coraggiosi, non era forse la restituzione d’un debito d’amore verso la madre?




Questo forse era il ‘complexus’ di Knud…
Quando lo vidi era un pomeriggio sereno e malinconico dell’estate artica…
Knud si trovava nella sala d’attesa di un Albergo (di questa vita…): è venuto per vedere la squadra dei volatori atlantici d’Italia giunti da poco a Reykjavik al comando di Italo Balbo. Essi hanno suscitato la curiosità e l’ammirazione del popolo islandese, ma in questa nuova esibizione all’attuale decennio hanno mortificato con la  loro volgarità l’intera regione…
Ma torniamo a Knud, basso piuttosto tarchiato, correttamente abbigliato all’europea, Knud ha, sotto una capigliatura color di foca, un volto rosso, quasi abbrustolito dal gelo polare e asiaticamente zigomato. Sembra ebbro: è silenzioso. Gli occhi, lunghi e azzurrastri, girano qua e là, su questo e su quello, ma paiono piuttosto sperduti, quasi storditi. Si può ben dire del suo sguardo che è inafferrabile e che ha quel ‘fascino’ cui i giovani d’oggi sembrano non credere…




Qualcuno mi sussurrò che Knud era solito bere molto alcool dai molti gradi. Ed anche quel giorno doveva aver bevuto!
‘E’ ubriaco!’.
La battuta non può essere completamente smentita, ma non risponde tutta al vero: è inoltre troppo realista, brutale. L’abitudine all’alcool, se mai, non è una colpa, ma piuttosto una difesa da parte di popolazioni costrette a lottare contro geli terribili, i massimi del ‘sotto zero’.
Nello sguardo di Knud non vi è soltanto un principio di ebbrezza alcolica, ma qualcosa oltre: c’è, coi ricordi del Viaggiatore e dell’esploratore, lo ‘spen’ dell’uomo Spirituale abituato a viaggiare per altri e più concreti mondi fuori dallo loro eterna Grande Notizia e falsa promessa: un debito con la madre, un debito con il suo Dio Straniero…





























mercoledì 5 ottobre 2016

SOGNI DI UN VISIONARIO (5)

















Precedenti capitoli:

Perle di vetro fuori e dentro l'Universo (4/1)  &

Il veggente incontra lo sciamano

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Sogni di un visionario (6)















A 56 anni, nel 1744, Swedenborg era quello che si dice un uomo arrivato e aveva raggiunto il culmine della carriera scientifica: era universalmente stimato e ammirato, in stretto rapporto con la corte svedese e i maggiori letterati, filosofi e scienziati d’Europa.
Era amico dei membri del Parlamento, e membro lui stesso della Camera dei Nobili. Conosceva otto lingue e il ‘smoderato desiderio’ di approfondirsi in tutti i campi dello scibile aveva fatto di lui una mente enciclopedica, certamente uno dei protagonisti del Settecento europeo. Aveva raggiunto la sicurezza economica e sociale: si era costruito una casa di campagna presso Stoccolma, dove viveva quando era in patria e dove poteva lavorare e meditare senza essere disturbato. Era del resto di abitudini sobrie e modeste, non beveva ed era di gusti alimentari semplicissimi.
Nei quarant’anni in cui si era dedicato alla scienza, Swedenborg non si era più occupato di religione. All’ardore mistico era subentrato un totale ribaltamento di interessi, con esclusione – forse volontaria – di ogni atteggiamento di fede per non influenzare in alcun modo la ricerca scientifica.  Si era anche allontanato da ogni pratica religiosa, e occorse veramente una particolare ‘chiamata’ perché cambiasse radicalmente il suo atteggiamento.




Come si intuisce dalle sue opere, aveva continuato a credere in un Dio creatore e in una vita dopo la morte, ma per decenni non aveva sentito la necessità di confrontarsi direttamente con questi problemi. Del resto anche dopo la sua metamorfosi rimase sempre lontano da ogni dogmatismo, dai libri e dalle dispute del tempo: da scienziato Swedenborg divenne un mistico, uno cioè che fa esperienza diretta di Dio senza bisogno di intermediari.
Alla crisi religiosa Swedenborg arrivò quasi inavvertitamente, quando dopo aver studiato la natura si mise alla ricerca del principio unificatore che tutto collega, e dallo studio del corpo umano volle passare a quello della psiche e dell’anima. La crisi religiosa non arrivò di colpo – maturava certamente da tempo, covava sotto la cenere – e la visione che segnò la metamorfosi definitiva trovò un terreno già predisposto, quasi in attesa. I primi segni di un cambiamento radicale di orizzonti furono i sogni: quelli di cui ci ha lasciato testimonianza del suo ‘Diario’. Da precursore anche in questo campo, Swedenborg ne riconobbe il carattere particolare e tentò di interpretarli: erano sogni che gli portavano intuizioni e simbolicamente gli preannunciavano nuovi indirizzi: come il sogno che fece tra il 25 e il 26 marzo 1744, in cui vide se stesso prendere una chiave con la quale riusciva ad aprire una porta chiusa.




Sono spesso i sogni che lo aiutano nel suo lavoro scientifico, esprimono le sue intuizioni, gli trasmettono messaggi fondamentali per la sua evoluzione. Oltre ai sogni, in questo primo periodo della sua crisi ci sono le visioni della luce: è una sorta di illuminazione interiore, abbinata a visioni di luci e fiamme. Tali visioni lo accompagneranno anche in seguito e saranno sempre per lui un segno della conferma divina delle sue intuizioni. Si rende conto che sogni e visioni gli trasmettono una conoscenza superiore e comincia a tendere esclusivamente ad essa.
Si dedica alla meditazione e riprende a praticare la ‘respirazione spirituale’ che da bambino usava intuitivamente e gli consentiva di rendere più intensa la preghiera. Ovvio che sogni e visioni di luce producano in Swedenborg conflitti interiori: è uno scienziato dedito alla ricerca empirica e all’osservazione attenta dei fenomeni naturali – e il nuovo indirizzo non può che turbarlo. Nel tempo però sogni, intuizioni, illuminazioni e visioni divengono sempre più ricchi, ampi, completi, lo coinvolgono sempre più, lo convincono che in lui sta operando una metamorfosi destinata a renderlo degno di accogliere rivelazioni superiori, e capace di trasmetterle.



 
La crisi definitiva lo coglie mentre sta preparando la pubblicazione del ‘Regnum animale’, la grande opera scientifica risultato di anni e anni di studi e ricerche sulla vita organica, l’anatomia dell’organismo umano e animale, le funzioni degli organi e del cervello. Un’opera destinata ad esaltare la gloria di Dio attraverso la Natura da Lui creata.  Attraverso i sogni comincia a capire che il suo compito è ‘scrivere di ciò che è superiore, e non più di cose terrene… Possa Dio illuminare i miei dubbi, perché io sono ancora in una certa oscurità sulla direzione che devo prendere’.
Come testimonia il Diario, il 1744 trascorre in questa tensione. Swedenborg prega, si interroga, attende, studia la Bibbia. Nel 1745, mentre è a Londra, grazie a un’altra visione supera definitivamente la crisi. E’ la metà di aprile, è passato un anno esatto dalla prima visione. In quest’anno Swedenborg ha pubblicato il terzo volume del ‘Regnum Animale’ e i due volumi di ‘Della saggezza e dell’amore di Dio’. Ecco, con le parole di Swedenborg, l’esperienza determinante:




‘Ero a Londra e stavo pranzando nel mio abituale ristorante. Ero affamato e mangiavo con grande appetito. Verso la fine del pasto mi accorsi che una specie di nebbia mi si faceva davanti agli occhi. La nebbia divenne più fitta e io vidi il pavimento della stanza coperto dei più orribili animali striscianti, serpenti, rospi e simili. Io ero stupefatto, perché ero in piena coscienza. Poi l’oscurità divenne più completa per sparire infine completamente, e ora in un angolo della stanza vidi seduto un uomo che mi terrorizzò con le sue parole. Mi disse infatti: ‘Non mangiare tanto!’. Poi tutto si oscurò di nuovo, ma di colpo si rifece luce, e mi ritrovai solo nella stanza. Questa visione mi indusse a tornare rapidamente a casa. Durante la notte mi si ripresentò lo stesso uomo, il quale mi disse che era Dio, il Creatore del mondo e redentore, e che mi aveva scelto per spiegare agli uomini il senso spirituale delle Sacre Scritture; lui stesso mi avrebbe dettato quello che avrei dovuto scrivere su questo argomento. In quella stessa notte, per convincermi, mi fu mostrato il mondo spirituale, l’inferno e il cielo, dove incontrai parecchie persone di mia conoscenza e di tutti i ceti sociali. Da quel giorno rinunciai.....

(Prosegue....)

















domenica 2 ottobre 2016

IL PALCOSCENICO DELLA VITA (coro a due voci nel Sentiero dell'Autunno)







































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Perle di vetro fuori e dentro l'Universo (2)













“Quando ero bambino e abitavo nella casa di mio Padre e mi dilettava della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall’Oriente, nostra patria, con le provviste del Viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande, eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo… Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, ed il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: ‘Quando andrai in Egitto e ne riporterai l’Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra di esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede nel nostro regno’ ".



Qual è il significato (ed intendo disquisire con tutti coloro che lo abbiano letto) della Perla?

La risposta a tale questione determina anche il significato della storia nel suo insieme. E’ facile rispondere alla questione, come particolare mitografico.
Nel glossario del simbolismo gnostico ‘Perla’ è una delle metafore fisse per ‘Anima’ nel senso soprannaturale (ed aggiungo: in senso metafisico visto che ci addentriamo ad un coro a due voci, intendesi per Eretica ragione e fisica dimensione quella entità posta prima ed eterna all’Universo ad immagine di un più probabile Dio e Pensiero riflesso nel Cosmo a Lui Straniero. Violare [l’Anima] è come profanare non più il guscio della propria consistenza ed appartenenza - precedente alla presunta o accertata e desunta genetica - ma altresì la  Prima eterna quanto disconosciuta sua Natura; giacché, se Kant procede nella  sua [e successivamente altrui] visione possiamo rispondere, con ugual arguzia e logica filosofica, che la presunta verità accertata è impropria a qualsivoglia terrena o solo bestiale disquisizione circa la spirituale Dimensione, superiore e precedente all’opera divenuta Parola o ‘verso’ che sia [non certo Poesia], giacché, quando l’eterna consistenza in simmetrica Rima disquisiva, l’Universo ancora non rivelato o appena rilevato  nel ‘verso’ di apparente ed istruita parola qual essa sia nella materia scomposta; così provare a postulare consistenza entro o fuori la suddetta, appare più un miserevole operetta di cui verificarne metro e misura nel limite dell’opposta deficienza di alta e superiore appartenenza… di cotal natura posta). 




Il termine perciò lo si può intendere quale nome segreto che un termine chiaro di quell’enumerazione; e inoltre sta in una categoria a sé perché sottolinea un aspetto particolare,  o condizione metafisica, di quel principio trascendente. La ‘Perla’ è essenzialmente la Perla perduta e che deve essere ricuperata. Il fatto che la perla è racchiusa in un guscio ‘terreno’ ( il testo in verità e per il vero riporta ‘animale’…) ed è nascosta nel profondo può essere stato tra le associazioni di idee che in origine suggerirono l’immagine.

‘Chi attenta la perla attenta Dio!’

Genesi dell’Operetta dal ‘superiore’ ingegno posta:




L’Universo era considerato il più perfetto esemplare di ordine e nello stesso tempo la causa di ogni ordine riscontrato nelle realtà particolari, che soltanto in gradi diversi si avvicinavano a quel Tutto di cui abbiamo ad ammirare…
Inoltre, poiché l’aspetto sensibile dell’ordine, la sua principale ragione interna è la bellezza, il Tutto in quanto ordine perfetto deve possedere bellezza e razionalità al massimo grado… (ed infatti lo leggiamo nell’Operetta posta ma rimembriamo anche ove composta tal Parola nel secolo dopo ed ancora dopo…).
In verità questo Universo fisico circoscritto, indicato dal nome ‘cosmo’, era considerato un’entità divina e spesso chiamato addirittura dio, ed infine persino il Dio. Come tale era naturalmente più di un sistema fisico, nel senso in cui intendiamo ora il termine ‘fisico’. Come i poteri generativi, creatori di vita della natura, segnalano la presenza dell’Anima, e la regolarità eterna e l’armonia dei moti celesti rivela l’azione di una mente ordinatrice, così il mondo deve essere considerato un tutto animato ed intelligente e persino saggio.




Già Platone, infatti, sebbene non considerasse il cosmo come lo stesso essere supremo, lo chiamava l’essere sensibile più alto, ‘un dio’ e ‘in verità una creatura vivente con anima e ragione’. E’ superiore all’uomo, che non è nemmeno la cosa migliore del mondo [ed in questo concordo]: i corpi celesti sono migliori di esso, sia per la sostanza che per la purezza e fermezza dell’intelligenza che attiva i loro moti.
…L’affermazione circa lo scopo, rilevato nella lettura di Cicerone nel suo ‘De natura deorum’, ha un significato profondo. Stabilisce il legame tra cosmologia ed etica, tra l’apoteosi dell’universo e l’ideale di perfezione umana [nel quale Kant si diletta]: il compito dell’uomo è quello teoretico di contemplare e quello pratico di ‘imitare’ l’universo; imitazione che viene più pienamente spiegata: ‘imitando l’ordine dei cieli nella maniera e durata di tutta la vita dell’uomo’ (Cicerone).

Dunque per il lettore cristiano non sarà fuori luogo ricordare che sono i cieli visibili (non il cielo spirituale della fede) che fornisce il paradigma dell’esistenza umana. Non si può immaginare un contrasto più significativo con l’atteggiamento… Gnostico…