IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 19 febbraio 2017

L'INFERNO (di questa Compagnia) (18)













































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Gli impiegati della Compagnia (17/1)

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Discesa negli inferi (19)













A Febbraio lascio l’ospedale, incurabile (per tutti coloro che mi hanno visto… Ma chi ha goduto del dono di cui la luce all’occhio si compone? O forse scusate, ho confuso un lontano Cusano? O forse un Eckhart? O ancor prima di loro non distante da quella fonte un Giamblico - passo antico - il quale narrava ugual ‘cammino’…? Scusate il delirio proseguo codesto invisibile Sentiero giacché gli Spiriti che affollano quest’ora son troppi nella parabola nominata vita…)…comunque come dicevo a febbraio lascio l’ospedale, incurabile però guarito dalle tentazioni del mondo. Partendo, volevo baciare la mano della buona Madre, senza prediche, m’aveva insegnato la ‘via crucis’. Ma un sentimento di venerazione per qualcosa di sacrosanto m’ha trattenuto. Vorrei che accogliesse in ispirito il ringraziamento d’uno Straniero sconvolto, smarrito in un paese lontano!




Sì è vero mi hanno inviato in questa guerra invisibile ove il Kurtz innominato è la miglior compagnia rispetto alla ditta che risale lenta la china…
Così siamo due e…, per non offendere una fonte innominata della liquida storia qui narrata e non ancora del tutto solidificata al numero della vita, siamo in una dualità perfetta, e con questa Anima benedetta dovrò affrontare lunga disquisizione…, ma scusate io vado ora a narrarvi un breve mio inciampo per questo Inferno maledetto, giacché la Compagnia si appresta ad indagare l’Empedocle fuggito: non vuol godere né vista né correre ripido e rinfrescare dovuta ed invisibile intelligenza…
Lui è solo un fiume lontano per chi pensa godere della vista affissa ad una avversa parabola della vita…

Ed ecco che vedano l’Inferno…





E mentre taccio questi pensieri ed abbasso le tende della mia porta a vetri, noto in salotto, un gruppo di signore e signori che bevono dello champagne.
Sono certo degli stranieri arrivati stasera…
Ma non sono certo qui per divertirsi, hanno l’aria troppo seria, discutono, fanno progetti, parlano a bassa voce come cospiratori…. Come se non bastasse si girano sulle sedie e col dito indicano la mia camera.
Alle dieci la mia lampada è spenta, e m’addormento, tranquillo, rassegnato come un agonizzante.
Mi sveglio; una pendola suona le due, una porta si chiude e… balzo dal letto, come attirato da una pompa aspirante che mi succhiasse il cuore…
Appena in piedi, una doccia elettrica mi s’abbatte sulla nuca e mi preme sul pavimento.
Mi rialzo, afferro gli abiti e mi precipito in giardino, in preda a orribili palpitazioni.
Vestito per prima cosa penso ad andare dal commissario di polizia, per chiedere una perquisizione dell’albergo. Ma il portone è chiuso, e anche la guardiola del portiere, così debbo avanzare a tastoni, apro una porta sulla destra ed entro in una cucina dove sta accesa una piccola lampada. La rovescio e mi trovo in piedi, nell’oscurità profonda della notte.




La paura mi fa riprendere coscienza e, guidato dal pensiero che se mi sbaglio sono perduto, torno in camera mia.
Trascino una poltrona in giardino e, seduto sotto la volta stellata, penso a quanto m’è successo.
Una malattia?
Impossibile!
Perché stavo bene prima di svelare la mia identità.
Un attentato?
E’ chiaro!
Ne ho visti io stesso i preparativi!
D’altronde, qui in giardino, fuori dal tiro dei nemici di questa immonda Compagnia, la quale, in nome del Progresso ingombra ogni più certa via ogni rima ogni simmetria ogni diversa chimica invisibile alla congiunzione di una più antica alchimia…, mi sento meglio, ed il cuore a dispetto delle loro tenebre… funziona…




Dov’era il cuore? Il mio cuore! Su per uncino?
Affisso al petto?
Nel diletto segreto di un padre gesuita rimembrato ho anche questo antico dilemma da svelare e rilevare giacché dovrei entrare in conflitto col Cartesio e procedere all’esclusione di ogni possibile direzione del Tempo ma siamo Infiniti e correggere la rotta è nostro compito, Soli in questo Frammento d’Universo…
Anche se la misera materia pur vedendo non gode dell’emozione…: pulza una diversa semenza che la foglia appassisce l’inverno uccide la primavera annega e l’autunno rinnega nel palpito smarrito della vita, o forse, l’alito appesantito di una diversa coscienza cardiaca… Chissà?  
La loro è una diversa Compagnia…
Mentre sto così riflettendo (sì riflettendo hai letto bene! Perché pensavi che ciò che pur leggi nella Memoria sia solo un in inciampo momentaneo? La mia follia continua in quest’Inferno della vita e medita quel che dico… il Kurtz mio amico sa bene ciò che scrivo!!).
Ma ora sento qualcuno tossire non gradisce quest’Eretico Intelligibile Pensiero, un ortodosso?
No!
La Compagnia!




Subito gli risponde, dalla stanza di sopra, un piccolo colpo di tosse.
Sembrano segnali, simili appunto a quelli che avevo udito l’ultima notte all’Hotel Orfila.
Tento la porta a vetri del pianterreno, sperando di forzare la serratura, ma inutilmente!
Stanco per l’inutile lotta contro questa Compagnia, m’accascio nella poltrona ove il sonno della vita ha il sopravvento su di me, e così m’assopisco, ho meglio, ancora vivo all’oculo distratto della vista la quale contempla  Infinita mia Natura, forse poco compresa…
Comunque da quella follia sono pur guarito ed ora cerco di curare la malattia invisibile di una più solida scienza anche se il liquido alcolico ancor non ho ingerito solo rinato in un’altra vita, o forse una lotta, del resto anch’io sono il Giobbe che pensa, certo non fu’ solo il Gustav della stanza a fianco…




Dovrei spiegargli il tutto quando il sole mi sveglia, grazie alla provvidenza che mi ha strappato da una strana morte incompresa frutto della limitata conoscenza…
Raccolgo le mie poche cose per andare a Dieppe, dove troverò rifugio presso alcuni amici, trascurati da me come tutti gli altri, nonostante siano indulgenti e generosi con gli sfortunati ed i naufraghi…
Quando chiedo della padrona dell’albergo, mi dicono che non è visibile, e raccontano che è indisposta. Lasciando il terreno luogo della mia avventura lancio una maledizione sulla testa dei malviventi e invoco il fuoco del cielo su quel covo di briganti; a torto o a ragione, chi può saperlo?




Quando i miei amici mi vedono si spaventano non potrebbe essere altrimenti tutte le volte che estranei si avventurano per le nostre dimore…
Ho con me la mia borsa da Viaggio colma di manoscritti debbono essere protetti dalle grinfie della Compagnia è il miglior avorio con cui azzannare quei colpi piantati nel petto come elefanti cresciuti nel giardino del Tempo ove la mela hanno colto ed il sapore gradito… Li ha sfamati forse anche saziati del resto la fame conosce la propria passione nella genesi di questa evoluzione…
Ma anche questa è una favola antica nella disputa fra la foglia il seme la radice ed il frutto proibito, tutti indistintamente ammirati nell’Albero certamente appassito e bruciato al rogo di un fuoco che non sazia alcun appetito, solo il muscolo di un cardiaco e meccanico movimento più affine allo stupore pari all’inganno con cui si è soliti crocifiggere codesto Sentiero e con lui ogni Stagione da cui la vita… 


      

‘Da dove viene, poveretto?’.
‘Vengo dalla morte’.
‘Me l’ero immaginato, con quella faccia cadaverica!’.
La cara e buona signora di casa mi prende per mano e mi conduce davanti a uno specchio, ove posso guardarmi il viso (Dio sono ancora vivo!).
Il viso nero dal fumo della ferrovia, le guancie scavate, i capelli sudati e grigi, gli occhi stralunati, la biancheria annerita: facevo pietà.
Quando la gentile signora, che mi trattava come un bambino malato e abbandonato, mi lasciò solo davanti allo specchio, esaminai da vicino il mio viso.
C’era nei miei tratti una congiunzione di elementi sconosciuti alla matematica della loro chimica ed ora andiamo a formulare l’elemento della vita…
Siamo soli in questa Eresia…
(lo Swedenborg della loro vista lo abdico ad un altro sogno non certo del tutto compreso)

(A. Strindberg mi ha detto: vedo l’Inferno!) 
















PROGETTI: gli impiegati della compagnia contro il sogno della vita (4/16)



















Precedenti capitoli:

L'industria anarchica (3/1)  &

Castità & Purezza (15/1)

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....Avversi al Sogno nominato vita.... (17)













Ero appena tornato in quella specie di città densa di fumo misto ad olio fritto che si chiama Londra… ve lo ricordate?, dopo anni di Oceano Indiano, Pacifico, mari della Cina - una buona dose di Oriente, sei anni o poco meno – e bighellonavo qua e là, impedendovi di lavorare e invadendo le vostre case, proprio come se avessi ricevuto dal cielo la missione di civilizzarvi. Per un po’ andò benissimo, ma ben presto cominciai ad averne abbastanza di stare a riposo. Allora mi misi a cercare una nave: penso che sulla terra non ci sia un lavoro più ingrato. Ma le navi non sapevano cosa farsene di me. E anche quel gioco finì con lo stancarmi.
Dovete sapere che, quand’ero un ragazzino, avevo la passione per le carte geografiche. Passavo delle ore a guardare l’America del sud, o l’Africa o l’Australia, e mi perdevo in tutte le glorie dell'esplorazione. A quei tempi c’erano molti spazi vuoti sulla carta della terra, e quando ne vedevo uno dall’aria particolarmente invitante (ma ce l’hanno tutti quell’aria) ci posavo il dito sopra e dicevo: ‘Quando sarò grande, ci andrò’.




Il Polo Nord era uno di quei luoghi, mi ricordo. Non ci sono ancora stato e non mi ci proverò certo adesso. L’incanto è finito. Altri di quei luoghi erano disseminati intorno all’Equatore, alle più diverse latitudini su tutti e due gli emisferi. In qualcuno ci sono stato, e... beh, non è di questo che voglio parlarvi. Ma ce n’era uno ancora, il più grande, il più vuoto, se così si può dire, dal quale ero particolarmente attratto.
È vero che nel frattempo non era più uno spazio vuoto.
Dalla mia infanzia, si era riempito di fiumi, di laghi, di nomi. Non era più una macchia bianca deliziosamente avvolta nel mistero, un terreno vergine su cui un ragazzo potesse fare i suoi sogni di gloria. Era diventato un luogo di tenebra. Ma là dentro c’era soprattutto un fiume, un fiume possente, che sulla carta si snodava come un gigantesco serpente, con la testa nel mare, il corpo ripiegato su un immenso territorio, la coda perduta nel cuore del continente. E mentre io guardavo la carta nella vetrina di un negozio, lui mi affascinava, come un serpente affascina un uccello, un povero stupido uccellino. Mi ricordai allora che c’era una grossa impresa, una Compagnia che commerciava su quel fiume.




Diamine, mi dissi, non potranno commerciare senza usare una qualche specie di imbarcazione su tutta quella massa d’acqua dolce - i battelli a vapore! Perché non tentare di farmene affidare uno?
Camminavo avanti e indietro per Fleet Street senza riuscire a scuotermi l’idea di dosso. Il serpente mi aveva incantato. Si trattava in realtà di un’impresa continentale, la Compagnia commerciale, ma io ho molte conoscenze nel Continente; vivono lì, perché, a sentir loro, costa poco e non è così sgradevole come sembra. Devo purtroppo ammettere che incominciai a scomodarle. Già questa era una novità per me. Non è mia abitudine ricorrere a questi sistemi per ottenere quello che voglio, sapete. Son sempre andato per la mia strada, e con le mie gambe, dove avevo in mente di andare. Non avrei mai creduto di esserne capace, ma, vedete, avevo proprio l’impressione che lì ci dovevo andare, a qualunque costo.




Così li scomodai.
Gli uomini mi dissero ‘Carissimo’ e non fecero nulla.
Allora, ci credereste?, provai con le donne. Sì, io, Charlie Marlow misi le donne all’opera per avere un lavoro. Dio santo! Ma capite, era l’idea a trascinarmi. Io avevo una zia, una tenera anima entusiasta.
Mi scrisse: ‘Con immenso piacere. Sono pronta a fare qualsiasi cosa, proprio qualsiasi cosa per te. La tua è un’idea straordinaria. Conosco la moglie di un personaggio molto in vista nell’Amministrazione e anche un signore che ha molta voce in capitolo...’, ecc., ecc.
Era decisa a smuovere mari e monti per farmi nominare capitano di un vapore fluviale, se questo era il mio desiderio. Naturalmente ottenni il posto, e anche rapidamente. Pare che la Compagnia fosse venuta a sapere che uno dei suoi capitani era stato ucciso in una rissa con gli indigeni. Fu questa la mia occasione, che mi rese ancor più impaziente di partire. Solo dopo molti mesi, quando cercai di recuperare ciò che restava del corpo, seppi che all’origine della questione c’era stato un malinteso per delle galline.
Sì, per due galline nere!




…Corsi come un matto per essere pronto in tempo e, meno di quarantott’ore dopo, attraversavo la Manica per presentarmi ai miei datori di lavoro, e firmare il contratto. In pochissime ore arrivai in quella città che mi fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato. Un pregiudizio, certo.
Non mi fu difficile trovare gli uffici della Compagnia.
Era la cosa più notevole della città ed era sulla bocca di tutti quelli che incontravo. S’accingevano a gestire un impero d'oltremare e a trarne una barca di soldi con il commercio.
Una strada stretta e deserta, sprofondata nell’ombra di alte case, piene di finestre, con le persiane chiuse, un silenzio mortale, l’erba che spuntava fra le pietre, imponenti portoni a destra e a sinistra, immense doppie porte che stavano faticosamente socchiuse. Mi infilai in una di queste fessure, salii una scala spoglia e pulita, arida come un deserto, e aprii la prima porta che trovai.
Due donne, una grassa e una magra, sedute su seggiole impagliate, sferruzzavano della lana nera. La magra si alzò e venne dritta verso di me, sempre sferruzzando, con gli occhi bassi, e proprio mentre pensavo di scansarmi per lasciarle il passo, come si farebbe per un sonnambulo, lei si fermò e sollevò lo sguardo. Indossava un vestito insignificante come il fodero di un ombrello. Si voltò senza dire una parola e mi precedette in una sala d’aspetto.




Dissi il mio nome e mi guardai attorno. Un tavolo di abete nel mezzo, seggiole comuni intorno alle pareti, su un lato una grande carta lucida, segnata con tutti i colori dell'arcobaleno. Una gran quantità di rosso - sempre bello da vedere, perché si sa che lì si lavora sul serio – un bel po’ di azzurro, un po’ di verde, macchie di arancione e, sulla costa orientale, una chiazza violacea, che stava a indicare il luogo in cui gli euforici pionieri del progresso bevono l'euforizzante birra bionda. Ma io non andavo né qui né lì. Io andavo nel giallo. Dritto nel centro. E il fiume era là, mortalmente affascinante, come un serpente.
Ohi, ohi!
Una porta s’aprì, e comparve una canuta testa da segretario, ma con un’espressione di compatimento, e il suo indice ossuto mi fece cenno di entrare nel santuario. La luce era fioca, e una massiccia scrivania ingombrava il centro della stanza. Dietro quel monumento si distingueva una pallida pinguedine in redingote.
Il grand’uomo in persona.




Poco più alto di un metro e sessanta, a quanto potei giudicare, teneva in pugno le fila di chissà quanti milioni. Mi strinse la mano, se non mi sbaglio, mormorò qualcosa, si dichiarò soddisfatto del mio francese. Bon voyage.
Passati quarantacinque secondi mi ritrovai nella sala d’aspetto con il segretario compassionevole, che, afflitto e partecipe, mi fece firmare dei documenti. Credo di essermi impegnato, fra l’altro, a non rivelare segreti commerciali. Beh, non ho intenzione di farlo. Cominciavo a sentirmi un po’ a disagio. Sapete che non sono abituato a questo genere di cerimonie, e nell’atmosfera c’era qualcosa di sinistro. Come se mi avessero coinvolto in una cospirazione - non so - in qualcosa di non proprio onesto; ed ero contento di andarmene.
Nell’anticamera, le due donne sferruzzavano febbrilmente la lana nera. Arrivava gente e la più giovane andava avanti e indietro ad accompagnarla. La vecchia restava seduta sulla sua sedia, con le ciabatte di stoffa appoggiate su uno scaldino, e un gatto che le riposava in grembo. Portava sulla testa un affare bianco, inamidato, aveva una verruca su una guancia e gli occhiali cerchiati d'argento poggiavano sulla punta del naso. Mi diede un’occhiata da sopra le lenti. La placidità sbrigativa e distaccata di quello sguardo mi turbò. A due giovanotti, che con aria allegra e spensierata stavano seguendo la loro guida, lei lanciò la stessa rapida occhiata di imperturbabile saggezza. Pareva sapesse tutto di loro e anche di me. Mi invase una sensazione inquietante. Lei mi sembrava misteriosa e fatale.




Spesso, quand’ero laggiù, ripensai a quelle due - le guardiane della porta delle tenebre - che sferruzzavano la loro lana nera come per farne una calda coltre funebre, una che accompagnava, accompagnava senza tregua verso l’ignoto, l’altra che scrutava i volti allegri e spensierati con i suoi vecchi occhi impassibili.
Ave! Vecchia sferruzzatrice di lana nera.
Morituri te salutant... 
…Non restava che una cosa da fare: salutare la mia ottima zia. La trovai trionfante. Mi offrì una tazza di tè - l'ultima tazza di tè decente per non so quanto tempo - in una stanza che rispondeva nel modo più lusinghiero all’idea che ci si fa del salotto di una signora.
Parlammo a lungo, tranquilli, vicini al camino…
Nel corso di quelle confidenze divenne evidente che ero stato descritto alla moglie dell’alto dignitario, e Dio sa a quante altre persone ancora, come un essere eccezionalmente dotato una vera fortuna per la Compagnia  un uomo come non se ne trovano tutti i giorni.




Dio santo!
Ed io che andavo ad assumere il comando di un vaporetto da quattro soldi munito di un fischio da due. Risultava chiaro, però, che io ero anche uno dei Pionieri, con la P maiuscola, capite. Qualcosa come un portatore di luce, una specie di apostolo in formato ridotto. Proprio a quel tempo circolavano sulla stampa, e nei discorsi, un mucchio di stupidaggini di questo tipo e quella bravissima donna, che in mezzo a quelle frottole ci viveva, se ne era lasciata travolgere.
Parlò di ‘distogliere quella massa di ignoranti dalle loro orribili usanze’, tanto che alla fine, parola d’onore, riuscì a farmi sentire molto a disagio.
Provai ad accennare al fatto che la Compagnia agiva a scopo di lucro.
‘Tu dimentichi, caro Charlie, che ogni fatica merita una ricompensa’, disse lei raggiante.
 Straordinario che le donne siano così lontane dalla verità. Vivono in un mondo che si costruiscono loro stesse, che non c'è mai stato e non ci sarà mai. Troppo perfetto nel suo insieme e tale che, se dovessero realizzarlo, non vedrebbe neanche un tramonto, crollerebbe prima. A buttar giù tutto salterebbe fuori uno di quei maledetti fatti a cui noi uomini siamo rassegnati sin dal giorno della creazione. Poi mia zia mi abbracciò, mi raccomandò di portare la maglia di lana, di scrivere spesso, ecc., ecc., e me ne andai. 




Per strada, non so perché, ebbi la curiosa sensazione di essere un impostore. Strana cosa che io, abituato a partire per qualsiasi parte del mondo in meno di ventiquattr’ore, senza pensarci tanto quanto la maggior parte degli uomini mette per  attraversare la strada, davanti ad una faccenda di ordinaria amministrazione come quella possa aver avuto un momento, non dirò di esitazione, ma di pausa allarmata davanti a questa impresa banale.
Non saprei spiegarmi meglio se non dicendo che, per un paio di secondi, mi sentii come se, invece di partire per il centro di un continente, stessi per avventurarmi nel centro della terra.




Mi imbarcai su un piroscafo francese, che fece scalo in ognuno di quei dannati porti che loro hanno laggiù, al solo scopo, per quanto mi fu dato di vedere, di sbarcarvi dei soldati e dei doganieri. Io osservavo la costa. Osservare una costa mentre scivola via lungo la nave, è come riflettere su un enigma. È là, davanti a voi, sorridente o accigliata, invitante, splendida o mediocre, insipida o selvaggia, e muta sempre, ma con l’aria di sussurrare: ‘Venite a vedere’. Quella era quasi informe, come ancora incompiuta, con un aspetto ostile e monotono.
....Il limitare di una giungla colossale, di un verde così scuro da sembrare quasi nero, orlato dal bianco della risacca, correva dritto, come tracciato con la riga, lontano, lontano lungo un mare azzurro il cui scintillio era offuscato da una foschia strisciante. Il sole era implacabile, la terra sembrava rorida e luccicante per il vapore. Qua e là affioravano delle macchie di un grigio biancastro raggruppate dentro la bianca risacca, con a volte una bandiera inastata: insediamenti vecchi di qualche secolo, e non più grandi di capocchie di spillo sull’intatta distesa di quell’immenso entroterra....


















mercoledì 15 febbraio 2017

UN NUOVO PROGETTO: il matrimonio: purezza & castità (15)
















































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Il matrimonio...(14)

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Gli impiegati della Compagnia (16)










                                     Lettera di

                               IMAD-ad-DIN


            Letta et copiata dai nostri ambasciatori
   
               presso la  Santa terra delli crociati

         Annotata et archiviata in nome della nobile

        arte dell’intricata et orrenda storia qui…

                               narrata….













Costoro si erano espatriate per aiutare gli espatriati, e accinte a render felici gli sciagurati, e sostenute a vicenda per dar sostegno ed appoggio, e ardevano di brama per il congresso e l’unione carnale.
Eran tutte fornicatrici sfrenate, superbe e beffarde, che prendevano e davano, sode in carne e peccatrici e civettuole in pubblico e superbe, focose e infiammate, tinte e pinte, desiderabili e appetibili, squisite e leggiadre, che squarciavano e rappezzavano, laceravano e rattoppavano, aberravano e occhieggiavano, sforzavano e rubavano, consolavano e putteggiavano; seducenti e languide, desiderate e desideranti, svagate e svaganti, versatili e navigate, adolescenti inebriate, amorose e facenti di sé mercato, intraprendenti e ardenti, amanti e appassionate; rosse in viso e sfrontate, nere d’occhi e bistrate, ricche di glutei e slanciate, dalla voce nasale e dalle cosce carnose, occhiazzurre e cenerine, sfonde e sciocchine.




Ognuna traeva lo strascico della sua tunica e incantava col suo nitore chi la guardava; si incurvava come un arboscello, si svelava come un forte castello, dondolava come un ramoscello; marciava con una croce sul petto, vendeva per grazie le sue grazie, ambiva esser rotta nella sua cotta.
Giunsero costoro avendo consacrato come in opera pia le sue persone, e offerto e prostituito le più caste e preziose tra loro.
Dissero che mettendosi in viaggio avevano inteso consacrare i loro vezzi, che non intendevan rifiutarsi agli scapoli, e che ritenevano non potersi rendere a Dio accette con sacrificio migliore di questo.




Si appartaron quindi nelle tende e padiglioni da esse rizzati, riunendosi a loro altre belle giovani loro coetanee, e apriron le porte dei piaceri, e consacraron in pia offerta quanto avevan fra le cosce, e manifestaron la licenza, e si volsero al riposo, e rimossero ogni ostacolo al largheggiare di sé: dettero ampio corso al mercato della dissolutezza, ornarono le rappezzate fessure, si profusero nelle fonti del libertinaggio, si chiusero in camera sotto gli amorosi trasporti dei maschi, offersero il godimento della loro merce, invitarono gli impudichi all’amplesso, montarono i petti sulle terga, largirono la mercanzia agli indigenti, raccostaron gli anelli delle caviglie agli orecchini, vollero esser distese dell’amoroso gioco.




Si fecero bersaglio dei dardi, si ritennero lecito campo a ciò che è proibito, si offrirono ai colpi di lancia, si umiliarono ai loro nemici.
Stesero il padiglione, e sciolsero la zona dopo stretta (l’intesa); divennero il luogo ove si piantano i bischeri, invitarono i brandi a entrar nelle loro vagine, spianarono il loro terreno per le piantagioni, fecero alzare i giavellotti verso gli scudi, eccitarono gli aratri ad arare, dettero ai becchi di scrutare, permisero alle teste di entrar nei vestiboli, e corsero sotto chi le inforcava a colpi di sprone; avvicinarono le corde dei secchi ai pozzi, incoccarono le frecce sulle impugnature degli archi, recisero i cinturini, incisero le monete, accolsero gli uccelli nei nidi delle cosce, raccolsero nelle reti le corna degli arieti cozzanti; rimossero ogni interdizione da ciò che è preservato, e si francaron dal velo di ciò che è nascosto.




Intrecciaron gamba, saziaron la sete degli amanti, moltiplicarono i ramarri nei buchi, misero a parte i malvagi delle loro intimità, dettero la via ai calami verso i calami, ai torrenti verso i fondovalle, ai ruscelli verso gli stagni, ai brandi verso i foderi, alle verghe verso i crogioli, alle cinture infedeli verso le muliebri zone, alle legna verso le stufe, ai rei verso le basse carceri, ai cambiavalute verso i dinàr, ai colli verso i ventri, ai bruscoli verso gli occhi.
Si litigarono gli occhi.
Si litigarono per i fusti d’albero, si buttarono a gara a raccogliere i frutti, e sostennero che era questa un’opera pia su cui non ce n’è un’altra, specialmente verso chi era insieme lontano dalla patria e dalle donne.
Mescerono il vino, e con l’occhio del peccato ne chiesero la mercede....












venerdì 10 febbraio 2017

QUANDO GALILEO ERRO' (occhio alla cometa!)















La cometa...


....Tomi.....


E pur bisogna errare: l'Eremo... da visitare per goderne splendida vista...
























Tra breve non meno del 1618 apparvero in cielo tre comete!
Keplero ritenne, a posteriori, che annunciassero la guerra che, iniziata quell’anno come semplice guerra di religione, avrebbe incendiato l’Europa intera e sarebbe durata trent’anni. In ogni modo le tre comete attrassero l’attenzione del mondo dei dotti e diedero occasione a numerosi opuscoli, libriccini e libelli, e per Galileo, ad una nuova disputa.
Uno dei primi scritti sulle tre comete uscì anonimo nel 1619, ma si seppe assai presto che era dovuto alla penna del gesuita Orazio Grassi, professore di matematiche al Collegio Romano della Compagnia di Gesù.




Grassi vi sostiene che le comete si muovono molto al di là della Luna su orbite regolari come tutti i pianeti e cita, per approvarle, le conclusioni che Brahe aveva tratto dalle sue osservazioni della cometa del 1577.
Galileo a giudicare dalle annotazioni da lui stese in margine alla sua copia, fu profondamente irritato da questo scritto. Per lui la manovra era chiara: di nuovo, in occasione dell’osservazione di un fenomeno astronomico, i gesuiti, avendo compreso che non si poteva più opporre Tolomeo a Copernico, mettevano avanti Tycho Brahe.
Galileo decise di replicare seccamente e rapidamente, celandosi però per prudenza dietro il nome di uno dei suoi vecchi allievi, Mario Guiducci.




Il ‘Discorso delle comete’ di Guiducci fu pubblicato quell’anno stesso. Sorprendentemente, Galileo torna alle sue vecchie opinioni circa le comete e sostiene che esse non sono oggetti reali bensì probabilmente effetti ottici prodotti dalla luce solare con le esalazioni dell’atmosfera terrestre salite al di là dell’orbita della Luna, come le aurore boreali o i parelii.
Alla fine del ‘Discorso’ si accusa l’anonimo sotto cui si cela il Grassi del grave crimine di non aver citato le scoperte telescopiche di Galileo, e si incolpa il padre Scheiner di appropriarsi delle scoperte altrui.
Il padre Grassi non ha dubbi sull’identità del suo avversario.




Passando dall’anonimato alla maschera, attacca direttamente Galileo nella ‘Libra astronomica ac philosophica’, edita anch’essa nel 1619, sotto lo pseudonimo di Lothario Sarsi Sigensano, anagramma di Horatio Grassi Salonensi.
Circa la priorità delle scoperte, il Grassi ritorce l’accusa verso Galileo, e quanto all’orientamento di fondo conferma che i gesuiti hanno abbracciato il sistema cosmologico di Brahe: se il sistema di Tolomeo è confutato e quello di Copernico contrario alle Scritture, è inevitabile adottare il compromesso ‘ticonico’.
Galileo preparerà con cura la sua risposta nel corso di quattro anni. Nel 1623, l’anno stesso dell’elezione a papa del cardinale Maffeo Barberini col nome di Urbano VIII, Galileo pubblica, ‘Il Saggiatore’, ‘nel quale con bilancia esquisita e giusta si ponderano le cose contenute nella – Libra astronomica e filosofica – di Lotario Sarsi Singensano’.




Benché lo scienziato vi mantenga le sue opinioni erronee sulla natura ‘materiale’ delle comete (tralasciando più profonde verità sovumane’), e benché gran parte dell’opera sia dedicata a polemiche sterili, paradossalmente ‘Il Saggiatore’ è, per grandezza di qualche pagina mirabile sul metodo scientifico, nel quale, comunque, per ciò che attesta la storia, molto deve direttamente ai gesuiti pur non citando né confermando talune fonti.
Il libro forse più importante di Galileo dopo il ‘Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo’ e dopo i ‘Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze’, di cui il primo fruttò a Galileo la comparizione, nell’aprile e nel maggio 1633, davanti al tribunale dell’Inquisizione.




Fra i brani polemici del libro ce n’è uno spesso citato, che riporterò per la tenacia non meno della capacità con la quale il Galileo mostra l’arte nel farsi nemici irriducibili. Nel suo contrattacco, Galileo non si accontenta di discutere erroneamente sulla natura delle comete e del sistema di Tycho, ma fa d’ogni erba un fascio e riesuma tutti gli ‘errori’ passati di Grassi, alias Sarsi. Fra questi la teoria che i proietti si riscaldino a causa dell’attrito dell’aria, che Galileo commenta così:

Se il Sarsi vuole ch’io creda a Suida che i Babilonii cocesser l’uova col girarle velocemente nella fionda, io lo crederò; ma dirò bene, la cagione di tal effetto esser lontanissima da quella che gli viene attribuita, e per trovar la vera io discuterò così: se a noi non succede un effetto che ad altri altra volta è riuscito, è necessario che noi nel nostro operare manchiamo di quello che fu causa della riuscita d’esso effetto, e che non mancando a noi altro che una cosa sola, questa sola cosa sia la vera causa: ora, a noi non mancano nuova, né fionde, né uomini robusti che le girino, e pur non si cuocono, anzi, se fusser calde, si raffreddano più presto; e perché non ci manca altro che l’esser di Babilonia, dunque l’esser Babilonie è causa dell’indurirsi l’uova, e non l’attrazione dell’aria.

Notiamo che il Grassi, seguito da Galileo, presenta Suida come un dossografo, come si credeva a quell’epoca e come si continuò a credere fino all’inizio del nostro secolo. L’errore è peraltro ancora corrente ai nostri giorni…




Comunque per smorzare i toni fra l’umano ed il sovrumano raccomando in nome della famosa massima del Galileo di girare per un borgo antico nell’Eremo del Greccio a cui ogni ospite è benvenuto ed ove è possibile godere oltre che di una buona accoglienza anche della  vista per la cometa a noi così gradita…
E più non dico ma il cielo con la sua parabola benedico…


















mercoledì 8 febbraio 2017

PERCHE' TANTA INSODDISFAZIONE? (11)


















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Un progetto fattibile (13)














Tra qualche anno quattro quinti della popolazione americana vivranno nelle città. Le città sono, per noi tutti, centri di cultura, di moda, di finanza e di industria, di sport e di comunicazione: sono perciò il crogiolo del successo potenziale della vita e non solo americana. Ma esse sono anche il crogiolo dei problemi della vita, e ripeto, non solo americana: miseria e odio razziale, educazione insufficiente e insieme tutti gli altri mali della nuova civiltà urbanizzata (congestione e sporcizia, pericolo e senso di inutilità) che colpisce tutti salvo i più fortunati.
I problemi urbani si estendono molto al di là del centro delle città. Un’espansione edilizia indiscriminata ha spinto i sobborghi ad invadere la campagna e i trasporti, il rifornimento idrico, le attrezzature scolastiche e sanitarie sono diventati insufficienti e i metodi di finanziamento previsti per questi servizi essenziali sono risultati inadeguati.




Questo processo ha inquinato l’acqua ed avvelenato l’aria, e ci ha privati del contatto con la luce del sole, con gli alberi, con i laghi. Mentre il governo diviene sempre più inefficiente, nuovi organismi hanno proliferato, disperdendo i compiti e le energie tra dozzine di uffici lontani e privi di collegamenti fra loro. Gli individui hanno perso il contatto con le istituzioni della società, e persino l’uno con l’altro subendo e provocando, in misura sempre maggiore, indifferenza, crudeltà e violenza.
Nei prossimi quarant’anni la popolazione americana raddoppierà, e raddoppieranno anche i nostri problemi. Dovremo costruire un numero di case, di ospedali e di scuole pari a quelli che sono stati costruiti dalla nascita della nazione. E, ciò che più importa, dovremo riuscire a trovare sufficiente spazio per ognuno: dovremo pianificare insieme dove vivere e lavorare e divertirsi, dove e come cominciare a ricostruire la nostra comunità, il luogo dove l’individuo acquista il senso dell’importanza e del significato della sua vita individuale e della sua partecipazione alla vita degli altri.




E’ un vasto compito.
Ma è il programma minimo che possiamo prospettarci perché le nostre città siano luoghi degni e sicuri, ricchi di stimoli e di risultati: perché la nostra società possa definirsi civiltà.
Il problema più pressante e immediato, quello che minaccia di paralizzare le nostre capacità di agire e, insieme, di distruggere la nostra visione del futuro, è quello delle condizioni di vita degli abitanti dei ghetti e della violenza che hanno fatto esplodere: una violenza che va diffondendosi in tutto il paese in una reazione a catena provocando terrore e collera e lasciando dietro a sé morte e devastazione.
Oggi ci troviamo, e forse ci troveremo per parecchio tempo ancora, nel mezzo di una crisi interna che sta diventando rapidamente la più terribile e urgente che si sia verificata dall’epoca della guerra di secessione. Le sue conseguenze si fanno sentire in ogni caso rendendoci consapevoli che un fallimento in questa direzione potrebbe provocare il fallimento nella soluzione di tutti gli altri problemi che la crisi delle città ci ha posti di fronte.
I passati tumulti e quelli che, come ben sappiamo, possono scoppiare da un momento all’altro con estrema facilità, incombono come una intollerabile minaccia per ogni americano nero o bianco che sia: una minaccia per la tranquillità dello spirito, per la sicurezza fisica, per l’ordine della società, per tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Non si può permettere a pochi violenti di minacciare il benessere della maggioranza e le loro speranze di progresso.




Chi incita altri ad incendiare e a saccheggiare deve subire in pieno il rigore della legge. Che significa proprio questo: l’arresto e la condanna immediata dei colpevoli. Checché ne dica Rap Brown, le strade dell’America non sono le giungle del Vietnam. Tuttavia imporre il rispetto della legge non significa autorizzare chi agisce in nome del governo a commettere assassini insensati inutili, e neppure violenze inutili al pari dei violenti.
Una efficace tutela da parte della legge, inoltre, non è che il principio. Non dobbiamo illuderci: condannare non significa prevenire. La storia ci offre tanti esempi dei tragici risultati ottenuti da chi riteneva di poter soggiogare la protesta e la disperazione con la forza. Se comprendere non significa essere indulgenti, l’incomprensione è il passaporto più sicuro per l’insuccesso. I disordini non sono crisi che si possono risolvere con la stessa rapidità con cui si sono manifestate. Riflettono una situazione che ci ha accompagnato per trecento anni e che oggi, sottoposta alla tensione della vita moderna, si è intensificata.
E questo problema non si risolverà da solo!
Venti milioni di negri americani, cinque milioni di americani di origine messicana, quasi tre milioni di portoricani e mezzo milione di indiani sono una realtà. Gli ‘slums’ sono una realtà, come lo sono l’inattività forzata e la miseria, la mancanza di istruzione e le case decrepite. Le prospettive frustrate e le speranze deluse sono una realtà. E sono una realtà che non si possono ignorare soprattutto la consapevolezza dell’ingiustizia e l’appassionato bisogno di eliminarla.




Perciò abbiamo due alternative: o impegniamo la nostra immaginazione, la nostra dedizione, la nostra saggezza e il nostro coraggio per affrontare queste difficoltà e lottiamo per superarle, oppure voltiamo loro le spalle, provocando repressioni, sofferenze sempre maggiori, guerra civile e trasmettendo ai nostri figli un problema assai più terribile e minaccioso.
Siamo in grave pericolo: il pericolo di approfondire la divisione tra i bianchi e non solo i neri, ma con tutte quelle minoranze che come i neri si trovano ora a soffrire medesime condizioni, il pericolo comunque che la comune paura produca risentimento, il risentimento divenuto non solo ostilità ma anche odio il quale non deve essere nutrito con ugual odio approderemo ad una involuzione distruttiva.
Perché viviamo in mondi diversi e abbiamo davanti agli occhi paesaggi diversi. Per la maggioranza bianca, per chi ha una coscienza civile e morale, il mondo nero sembra progredire in modo continuo e regolare. Nel giro di pochi anni ha assistito allo smantellamento dell’intera struttura della legislazione discriminatoria. Ha udito i presidenti farsi portavoce della giustizia razziale e ha visto i negri americani entrare nel governo, nel senato, nella corte suprema ed in ultimo divenire Presidenti.
Ma ciò sembra non essere servito a nulla!




L’americano bianco ha pagato tasse per finanziare programmi educativi e riforme sanitarie e combattere la miseria, ha visto i suoi figli rischiare la vita per iscrivere i negri nelle liste elettorali del Mississippi.

E domanda: PERCHE’ TANTA INSODDISFAZIONE NONOSTANTE I PROGRESSI RAGGIUNTI?

Ma se guardiamo con gli occhi del giovane abitante degli ‘slums’ – il negro, il portoricano, il messicano – la visione appare ben differente, il mondo diviene un luogo veramente senza speranza. E’ molto probabile che egli sia nato da una famiglia priva di un padre, perché quella di una famiglia distrutta è spesso la condizione richiesta dai regolamenti perché venga accordato un asilo e un sussidio.
La sua probabilità di morire nel primo anno di vita è doppia di quella dei bambini nati fuori del ghetto. E poiché sua madre va dal medico raramente, le sue probabilità di essere un ritardato mentale sono sette volte maggiori della media generale. E’ probabile che passi l’infanzia in una o due stanze affollate da adulti, prive di servizi o di riscaldamento, con i topi come compagni notturni. Frequenta una scuola che non gli insegna nulla di utile per affrontare un mondo ostile. Le probabilità di diplomarsi sono tre su dieci; e, se passa gli esami, ha soltanto il 50% di probabilità di possedere un livello di istruzione che effettivamente equivalga al titolo ottenuto.
(R.F. Kennedy, Vogliamo un mondo più nuovo)

(Prosegue...)