IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 9 settembre 2018

MA VOI NON SAPETE GOVERNARE VOI STESSO E VORRESTE GOVERNARE (gli altri e) IL MONDO?









































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Da una Regione Cosmica all'Altra  (7)  (8)  (9)  (10)  (11)

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Appello.... all'Infinito (2)













Ze Kung ritornando a Tsin dallo stato di Ciù, venne una volta a passare per un luogo a nord del fiume Han. Vide un vecchio che lavorava nel suo orto. Aveva scavato dei canali per irrigare. Con un secchio attingeva acqua dal pozzo e la vuotava in quelli. La fatica era molta e il risultato meschino.

‘C'è un congegno’,

disse Ze Kung,

‘che in un giorno irriga cento poderi come il tuo. Con poca fatica si ottiene molto. Non lo vorresti avere?’.

L'ortolano levò il viso e disse:

‘Che cos'è?’.

‘È una leva di legno’,

rispose Ze Kung,

‘che dietro è pesante e davanti leggera. Attinge acqua come tu fai con le tue mani e versa senza interruzione. Si chiama gru’.




L'ortolano lo guardò con ira, rise e disse:

‘Ho udito dire al mio maestro: chi usa macchine, è macchina nelle sue opere; chi è macchina nelle sue opere acquista cuore di macchina. Ma chi ha cuore di macchina ha perduto la pura semplicità. Chi ha perduto la pura semplicità ha lo spirito inquieto; nello spirito inquieto non dimora il Tao. Non ch'io non conosca il vostro congegno; mi vergognerei di usarlo’.

Ze Kung restò confuso; guardava a terra e non disse parola.

Dopo un poco chiese l'ortolano:

‘Chi siete, voi?’.

‘Sono uno scolaro di Confucio’,

rispose Ze Kung. 




‘Siete dunque uno di quei gran dotti che vorrebbero parer savi; che si vantano di essere superiori a tutti; che solitari cantano melanconiche canzoni per acquistarsi fama nel mondo. Se voi dimenticaste la valentia del vostro spirito e smetteste di atteggiarvi come fate, potreste forse giungere a qualcosa. Ma voi non sapete governare voi stesso, e volete governare il mondo? Fate la vostra via, signor mio, e non disturbate il mio lavoro’.  
(La gru e il Tao)

  


Kien Vu chiamò Lien Sciù e disse:

‘Ho udito Tsie Yù dire parole grandi ma senza riscontro. Proferite che erano, erano perdute. Ne ebbi spavento; erano come la via lattea senza principio né fine. Erano sciolte, lontane da ogni condizione umana’.

‘Quali parole?’,

chiese Lien Sciù.




‘Diceva che lontano sui monti di Ku Scià abitano degli spiriti felici. Hanno il corpo liscio come ghiaccio, bianco come neve; sono fini e delicati come vergini; non vivono di grano, mangiano il vento e bevono la rugiada, montano sulle nuvole e sul vento; cavalcano i draghi volanti e vagabondano felici di là dal mondo. Che il loro spirito è così concentrato che possono salvare le creature dal contagio e dalle malattie, e portare a sicura maturità i raccolti. Mi sembrano parole da matto e io non ci credo’.




Disse Lien Sciù:

‘È così. A un cieco non si fa vedere un bel quadro né a un sordo si fa sentire la musica. Ma non vi sono solo i ciechi e i sordi del corpo, vi sono i ciechi e i sordi dell'intelletto, e le tue parole ti mostrano tale. L'influenza d'un uomo come quello pervade tutto il creato. Se una miserabile generazione lo chiamasse per uscire dal suo disordine, come vorrebbe egli affaticarsi a condurre l'ordine in un regno? Un uomo come quello non può esser tocco dal mondo. Le più grandi piene alte come il cielo non lo potrebbero annegare né lo brucerebbero i più gran calori quando fondessero i metalli e le pietre, e la terra e i monti ardessero. Dalla sua polvere e cenere si potrebbero ancora formare Yao e Sciùn (i più grandi re). Come vorrebbe egli occuparsi delle cose del mondo?’. 
(Grandi parole del matto di Ciù)

(Prosegue)











venerdì 7 settembre 2018

DA UNA REGIONE COSMICA ALL'ALTRA (9)









































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Da una regione cosmica (8) ....     All'altra...

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Da una regione cosmica (10)......  All'altra... &

Da una regione cosmica (11).....    All'altra...














....Senza dubbio. Lo spirito al quale stiamo alludendo non è però una rinconcezione dello spirito in generale, ma una concezione di un particolare tipo di spirito. In base alle vostre descrizioni, è uno spirito autosufficiente, autonomo, che si nutre degli elementi ed è piuttosto indipendente dalla vita animale. Denota perciò un tipo di spirito indipendente che non è una manifestazione della vita animale. E' come se questa 'donna' avesse conosciuto, in qualità di spirito, solo la manifestazione della vita animale (attraverso un lupo o un orso), il respiro della creatura vivente con tutti gli eccessi ed i difetti (parliamo di un lupo...). Ma questo non è il vero spirito.
SIG. BAUMANN: Soprattutto per un americano, si potrebbe definire lo ‘spirito’ come una forma di azione.
DOTT. JUNG: Esattamente. Invece lo ‘spirito’ è anche una forma di inattività. Una forma di ‘spirito’ si presente come un senso di turbamento. Per esempio, il vocabolo tedesco per spirito è 'geist', che deriva dalla radice gotica 'us-gaisyan', che significa essere turbati, emozionati. La parola svizzera 'uf-gaista' significa essere molto turbati. 'Geist' in origine si riferiva alla parola 'ghost', si potrebbe dire quindi che uno spirito, uno spettro, denoti un turbamento. L'irritabilità, l'eccitazione dei cavalli focosi, nella nostra concezione, è 'geistig'. Le radici delle parole rimandano alle immagini che sottendono la nostra rappresentazione mentale, possiamo perciò concludere che lo spirito, 'Geist', l'anima, è un soffio, il "respiro dalle nostre bocche". Ma per contraddistinguerlo da ciò che si potrebbe chiamare un fraintendimento animale, l'inconscio reputa che la vita ‘spirituale’ autentica sia ‘assimilabile alla crescita delle piante’. E' la condizione orientale - della Cina o dell'India - ma non la nostra concezione occidentale. In occidente lo abbiamo identificato con ciò che chiamiamo 'Geist'. La gente comune definisce tuttora le grandi menti come grosse 'Geister'. Il  vocabolo inglese 'mind' (mente) è di gran lunga migliore del tedesco 'Geist', ma in tedesco è più significativo. In Francia sarebbe 'grand esprit'; lì pensano che gli esseri umani, essendo animali, potrebbero essere grandi spiriti….




… Questa rappresentazione mentale trae origine dalla supposizione che coloro che emettono respiri potenti, che producono un vento potente, devono essere ‘spirituali’ poiché producono qualcosa che ha una natura invisibile, come corpi fatti di respiro e che non possono essere visti, ma che escono dalla bocca. Si è sempre pensato che l' ‘anima’ uscisse dalla bocca. Le parole sono corpi aeriformi, suoni invisibili, perciò si presume siano ‘spiriti’. Eppure questi sono tutti fraintendimenti animali, perché le cose veramente ‘spirituali’ sono in ogni caso invisibili ai nostri occhi, per noi sono principi diametralmente opposti, il principio della vita vegetale che è interamente opposta, una forma di vita diversa. La vita dello ‘spirito’ è un contrasto assoluto, e per questo ci si accorge che, comunque lo ‘spirito’ si manifesti, è ostile a molte forme della nostra vita animale, alle nostre abitudini e alle nostre convinzioni. Ogni nuova manifestazione dello ‘spirito’ ha sempre comportato ogni sorta di guai. Pensate alla manifestazione dello spirito nell'islam, o nel Cristianesimo, sono stati versati fiumi di sangue, perché la vita delle piante ha una crescita diversa da quella degli animali. Vedete, la vita animale ha una crescita che può essere rappresentata così: A è l'inizio e B è la fine della vita, si presenta come un'ascesa e una discesa. A causa delle diverse stagioni della vita non c'è una crescita regolare, la stagione degli amori per gli animali, i periodi di calore, per esempio, o i cambiamenti dovuti alle migrazioni stagionali. Per l'uomo è la stessa cosa, la crescita animale è sempre crescente e decrescente. Bene, anche la crescita delle piante ha un'oscillazione stagionale, ma per lo più si tratta di una crescita di questo tipo: (AC) sino a quando, alla fine, l'albero muore improvvisamente. Ma fino al suo ultimo anno di vita fiorisce e produce frutti come ha sempre fatto sin dall'inizio. Inoltre, in questo tipo di vita, le oscillazioni stagionali sono molto meno violente. E' naturale che siano meno violente per qualcosa che è radicato nella terra; un albero non può tirare fuori i piedi dalla terra. L'animale può saltare via, può permettersi di turbarsi, di eccitarsi, e perciò ne trae vantaggio e indulge nella sua eccitazione, come facciamo noi; la maggior parte della gente indulge nel proprio turbamento, le piace essere eccitata e saltar via, mentre coloro i quali hanno una nozione della vita degli alberi sentono che questa eccitazione è per niente positiva. E' per questo che nello yoga cinese o indiano il primo principio fondamentale è che si rinunci alle proprie emozioni, che ci si ritragga da esse; è come se ci si allontanasse dalla curva del corpo animale che procede a scosse in quel modo insensato.




SIG.RA SAWYER: In certa misura le piante dipendono dalla vita animale.
DOTT. JUNG: Sì, nella simbiosi tra piante e animali.
DOTT. BARKER: Sembra esserci un'associazione tra questa idea e il vegetarianesimo. I vegetariani si considerano molto più spirituali dei carnivori.
PROF. DEMOS: Si potrebbe forse dire che la comparsa dell'ellenismo sulla scena della cultura orientale corrisponda all'evoluzione dell'animale dalla pianta? Intendo dire, la prospettiva occidentale è la volubilità, mentre le piante sono padrone di sé, come l'Oriente.
DOTT. JUNG: Assolutamente, è quello che penso.
SIGN.RA CROWLEY: Vorrei chiedere se non possa basarsi su qualcosa di diverso dal respiro, poiché le piante respirano.
DOTT. JUNG: Verissimo. La respirazione delle piante però è una sorta di concetto scientifico, e noi dobbiamo tener conto del fatto che per ciò che riguarda i primitivi non esistono cose come dei concetti scientifici. Ciò che fa la pianta viene definito respirazione, ma il respiro di un animale fa veramente muovere l'aria, e questa è una caratteristica specificatamente animale. Per esempio, si sente l'impatto del vento, eppure non lo si vede; diventa perciò una similitudine per le cose che non possono essere viste nonostante i loro effetti siano evidenti. Vediamo che un fatto spirituale, un fatto invisibile, ha avuto luogo e ci chiediamo come sia stato provocato; è all'opera qualcosa di invisibile, e il nostro unico esempio di una forza invisibile è il vento. E' come se il primitivo fosse a modo suo terribilmente imbarazzato nel descrivere ciò che noi chiameremmo effetti psichici. Poiché il corpo caldo, dice che deve esserci una fiamma, oppure deve esserci un respiro poiché il corpo respira, o sta succedendo qualcosa di soprannaturale perchè sente freddo. Un vento freddo è sempre stato il segno di una presenza spettrale. Nelle sedute spiritiche succede davvero: si sente un soffio di aria fredda che precede la manifestazione dello ‘spirito’, come se qualcuno fosse passato molto velocemente. Si suppone che si tratti di uno ‘spirito’, il che significa:  ‘Sono turbato perché un vento freddo mi ha colpito’. Questa è l'idea di un effetto spirituale. Non c'è niente da vedere e niente su cui si possa poggiare le mani, non c'è niente. Ma il fatto è che l'aria si è mossa (nello stesso istante), ed è una sensazione molto particolare quando per la prima volta si sente (parlare) uno sbuffo di aria molto fredda innegabilmente reale. E' naturale pensare che si tratti di un'allucinazione, ma la gente ha avuto queste allucinazioni fin dalla creazione del mondo. In ogni cultura è possibile scoprire esattamente lo stesso fenomeno, sia che stiate partecipando a un incontro spiritistico in Cina, in Tibet, con i beduini sul deserto africano o a New York.
(C. G. Jung, Visioni)




1) Si può presumere che vi sia in noi una 'duplice sostanza' e perciò anche due specie di facoltà e attività, quelle che sono sempre perfette, e quelle che sono successivamente imperfette e perfette. Questa soluzione cerca di spiegare la tensione esistente nella nostra vita psichica attraverso un'anima duplice. L'uomo dunque avrebbe un'anima superiore, che è immutata e sempre perfetta, e un'anima inferiore, che cambia, e con cui si può spiegare il passaggio dall'imperfezione alla perfezione. Se le due sostanze sono separate l'una dall'altra, allora viene spezzata l'unità dell'essere vivente, in quanto essa poggia sull'unità dell'anima. In questo caso, sarebbe composta da una molteplicità. Inoltre, l'anima superiore sarebbe interamente separata, non avrebbe più controllo sulla vita umana, e non avrebbe, di fatto, niente da fare con essa. Il fatto che la vita umana sia caratterizzata dall'essere perfetta e imperfetta di volta in volta, si può imputare solo alla seconda anima. 'ipotesi di un'anima che non muti è pertanto completamente superflua. Si potrebbe, forse, sostenere che questo non si riferisce a due 'sostanze' in senso proprio, ma piuttosto a due 'vite' o 'princìpi'  o 'relazioni' all'interno dell'anima stessa. Certamente, in questo modo, viene garantita l'unità dell'essere vivente, cosicché l' 'Io' umano non è come un CORO o certe altre molteplicità, poiché queste  'vite', si combinano per formare un singolo principio. Ma allora ci troviamo....














giovedì 6 settembre 2018

DA UNA REGIONE COSMICA ALL'ALTRA (7)


















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Da una regione cosmica all'altra (8)

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La Lettera del Morandi (6)













I miei ricordi sono confusi…..  
Non mi è chiaro neppure dove abbia inizio di preciso la mia memoria; a volte si estendono di fronte a me panorami agghiaccianti di anni senza numero, mentre altre volte mi sembra che il presente non sia che un semplice attimo isolato in una eternità grigia e senza forma. Non so neppure con certezza come sto comunicando questo messaggio. Mi accorgo di parlare ma ho la vaga impressione che un agente mediatore di qualche sorta, strano e forse terribile, sarà necessario per portare ciò che dico ai luoghi dove desidero essere udito.
Anche la mia identità è avvolta nelle nebbie dell'incertezza. Sembra che io abbia subito un grave shock: un'inattesa e mostruosa conseguenza, forse, di qualcuna delle mie uniche e incredibili esperienze, che si snodano secondo cicli interminabili. Tutti questi cicli di esperienze, naturalmente, hanno avuto per origine quel libro roso dai tarli.
….Ricordo quando lo trovai, in una bottega fiocamente illuminata sulla riva del fiume, là dove la corrente limacciosa e inquinata sembrava attrarre una perenne coltre di nebbia. L'edificio era assai antico, tappezzato sino al soffitto di scaffali pieni di volumi in disfacimento, in ciascuna delle stanze uniformemente prive di finestre. C'erano anche mucchi informi di libri abbandonati sul pavimento o sistemati in rozze casse di legno. Fu in uno di questi mucchi che trovai ‘l’Eretica cosa'. Non ne ho




mai saputo il titolo, perché mancavano le prime pagine. Ma quando lo presi mi cadde di mano, aprendosi verso la fine: e ciò che vidi fece vacillare i miei sensi. C'era una formula - una specie di elenco di cose da dire e da fare - che riconobbi come qualcosa di tenebroso e proibito; qualcosa di cui avevo letto in precedenza solo in frasi evasive, trasudanti un misto di fascino e orrore, scritte da quanti avevano osato scavare entro i più gelosi segreti dell'Universo: singolari figure dalle cui opere, da tutti sfuggite, io ero un lettore attento e appassionato. Quella formula era una chiave - o una guida - verso certe 'soglie' o stati di transizione dei quali i mistici hanno sognato e sussurrato sin da quando la nostra razza era giovane; soglie che conducono verso ignoti stati di libertà, e verso scoperte al di là delle tre dimensioni e dei reami della vita e della materia a noi già noti.
…Da secoli, ormai, nessuno ne ricordava i passaggi essenziali, né sapeva dove cercarli: ma quel libro era davvero molto antico. Non un torchio da stampa, ma la mano di un monaco oscurato dalla follia aveva tracciato quelle terribili frasi latine in una grafia onciale incredibilmente arcaica. Ricordo l'occhiata furtiva e il sogghigno del vecchio che abitava quel posto quando sollevai il libro, e ricordo il curioso gesto che fece con la mano quando me lo portai via.
Non volle essere pagato, e solo molto tempo dopo compresi perché…..
Mentre tornavo verso casa, attraversando le vie strette e gonfie di nebbia dei quartieri prospicienti il fiume abbi l'impressione spaventosa che dei passi silenziosi e leggeri mi seguissero costantemente. Le case fatiscenti, vecchie di secoli, su entrambi i lati della via, sembravano vive, e trasudavano una nuova, morbosa malignità: come se si fosse all'improvviso riaperto un canale, da tempo chiuso,




attraverso il quale una conoscenza malefica si riversava sulla Terra. Mi sembrava che quelle mura, quegli abbaini sporgenti di mattoni scoloriti, intonaci butterati da muffe, travi annerite - con finestre simili ad occhi spalancati, le cornee lucide come diamanti - a stento si trattenessero dall'avanzare verso di me per scacciarmi... eppure non avevo letto che un piccolissimo Frammento di quella formula blasfema, prima di chiudere il libro e portarlo via.
Ricordo, poi, in che modo lessi tutto il volume: il volto bianco come gesso, chiuso nella stanza sui tetti nella quale da tempo conducevo le mie strane ricerche. Il grande edificio era silenzioso, perché soltanto dopo mezzanotte avevo iniziato la mia lettura. Mi sembra di ricordare che allora avevo una famiglia - anche se i dettagli sono assai incerti - e so che c'erano anche molti servitori.
Quale anno fosse, non posso dirlo: da allora, ho conosciuto ère e dimensioni senza numero, ed il mio concetto di tempo si è frammentato e ricomposto in maniera diversa. Lessi a lume di candela - ricordo il gocciolare incessante della cera - e di tanto in tanto giungevano sino a me rintocchi di lontani campanili. Se rammento bene, seguivo, quei rintocchi con ansiosa attenzione, perché temevo che ad essi si sovrapponesse una nota lontana ed estranea.
Quindi, vennero per la prima volta il rumore di colpi ed il fruscio dietro la finestra che si apriva sugli alti tetti dalla città. Vennero mentre mormoravo il nono verso di quell'antico incantesimo: fui scosso da un tremito, perché sapevo di che si trattava. Perché chi passa attraverso una soglia acquista un'ombra, e dopo non è mai solo. Io avevo evocato qualcosa, ed il libro era davvero ciò che sospettavo.
Quella notte attraversai la soglia. Mi trovai in un vortice nel quale erano distorti il tempo e la percezione; quando, la mattina seguente mi risvegliai nella stanza sui tetti, vidi nelle pareti, negli scaffali e nei mobili strani particolari che non avevo mai osservato prima. Da allora, il mondo non mi apparve più come quello che conoscevo. Mescolate con il panorama del presente c'erano sempre delle schegge del passato e dei frammenti del futuro: anche il più familiare tra gli oggetti assumeva sembianze ignote nella nuova prospettiva apertasi di fronte alla mia percezione ingigantita.
Dopo di allora continuai a procedere come in un sogno fantastico, tra forme sconosciute o appena riconoscibili; e ad ogni nuova soglia che varcavo, sempre meno chiaramente potevo riconoscere gli oggetti propri della sfera ristretta alla quale ero stato sino allora legato. Ciò che vedevo io, nessun altro poteva scorgerlo; trascorrevo la mia esistenza nel silenzio e nella solitudine, per timore di essere considerato un folle.
(H.P. Lovecraft)



  
Nel 1931 Godel ormai padroneggiava l'arte di usare un'analisi rigorosa per trovare nuovi sentieri nel labirinto del pensiero autoreferenziale. A ogni stadio della sua carriera parve evidente che egli apriva nuovi orizzonti concettuali: nei primi anni, segnati dai trionfi in matematica e logica, nella seconda fase, in cui si rivolse a questioni di fisica, nella speranza di ripetere i suoi cedenti successi; e negli ultimi anni, in cui si dedicò principalmente alla riflessione su problemi filosofici.
Nella filosofia della matematica Godel era un platonista risoluto. Assumeva che gli oggetti matematici (Anche se un ‘Dio prima di Dio’ l’essenza cercata da Godel è assente all’insieme detto o enunciato) esistessero da qualche parte oltre lo spazio e il tempo, ma che non fossero per questo meno reali. Nelle sue parole, 'abbiamo una certa percezione degli oggetti della teoria quantitativa, e ci formiamo anche le nostre idee di questi oggetti sulla base di qualcosa che è direttamente dato'.
Non ci sono dubbi che questa sia una concezione platonica degli oggetti matematici. Per il platonista gli oggetti si presentano come dati all'intuizione. Al contrario, per l'intuizionista o il costruttivista essi sono invenzioni della mente umana. 
Dunque, un 'realista' matematico come Godel afferra mediante l'intuizione oggetti matematici che esistono....















martedì 4 settembre 2018

VERSO QUAL DIREZIONE? (4)



















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I morti che tornano (3)

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Provvidenza (5)














Le Alpi Orobie hanno lo spartiacque che fa da confine tra la provincia di Sondrio e quella di Bergamo e quindi con le sue valli: Brembana, Seriana, di Scalve. I passi, che troviamo a rompere la continuità della cresta che va dal Pizzo Legnone, a Ovest, fino alla Val Belviso a Est, sono di varia altezza e valicabilità. Alcuni sono più bassi e di agevole superamento come vedremo, altri pur essendo transitabili, non sono agevoli e frequentabili da tutti, occorrendo, per superarli una preparazione particolare e una abitudine a frequentare le zone impervie, che presentano anche notevoli pericoli per l’incolumità personale, per non parlare dell’abbigliamento che deve essere adeguato…




…Questi ultimi passi sono pure stati utilizzati nel tempo, ma esclusivamente dai montanari che li conoscevano bene, e che sapevano come superali senza pericoli, dai cacciatori, dai pastori, soprattutto di capre, e infine dagli alpinisti che, dalla fine dell’800, hanno iniziato a esplorare e poi a frequentare sempre in numero maggiore le montagne, scoprendo e utilizzando anche passi, per il cui superamento occorrevano attrezzature particolari come corde, piccozze e ramponi, a causa della loro eccessiva impervietà o per la presenza di neve e ghiaccio.




Se è vero che le Alpi Orobie, nelle loro valli, sono state abitate da tempi immemorabili, è anche vero che erano più facili le comunicazioni con i residenti delle valli bergamasche, visto che il fondo della Valtellina era pochissimo abitato e non transitabile a causa del corso del Fiume Adda non irregimentato. Quindi i primi passaggi sui passi più comodi sono avvenuti per scambi di prodotti della terra e di manufatti.




…E’ facile pensare che alcuni passi come quello di S. Marco, in Valle del Bitto di Albaredo, quello di Dordona in Val Madre, che sono i più bassi sul livello del mare e i più comodi, perché molto larghi e di facile accesso su entrambi i pendii, siano stati i primi ad essere utilizzati dalle popolazioni valligiane. Ovviamente non tutte le valli orobiche valtellinesi erano dotate di simili facili passaggi. Altre, come la Val d’Arigna, possedevano passi più elevati di quota e più impervi i cui pendii erano ricoperti da ghiacciai come il Passo di Coca, 2645 m, che mette in comunicazione con l’Alta Val Seriana.




…Ciò nonostante anche questo passo è servito al passaggio delle popolazioni valligiane, soprattutto bergamasche, e lo sta a dimostrare il toponimo “Dosso del Mercato”, che si trova poco a valle rispetto all’attuale Bivacco Corti, a quota 2300 m circa. Qui si incontravano gli abitanti di Valbondione, ultimo paese della Val Seriana, che salivano l’impervia e lunga Valle di Coca, attraversavano il passo omonimo e il Ghiacciaio del Lupo, molto più esteso di adesso, e scendevano fino al dosso per incontrarsi con le popolazioni della Val D’Arigna e di Ponte in Valtellina, per lo scambio di prodotti della terra e di manufatti, intensificando di volta in volta i rapporti di conoscenza e di amicizia.




I centri abitati, sui due versanti, posti a quote più elevate, e quindi più vicini alle zone di attraversamento dello spartiacque, facilitavano la frequenza dei contatti tra le popolazioni. Esempi in questo senso li abbiamo nella Valle del Bitto di Albaredo dove il paese di Albaredo per San Marco è posto non eccessivamente in basso rispetto al Passo di San Marco, e in Val Tartano con il centro del paese e le frazioni della Val Lunga che si trovano non molto lontani dal Passo di Tartano e da quello di Porcile, che permettevano i contatti frequenti con Valleve e Foppolo in Val Brembana. Il Passo di San Marco, poi, da tempi molto lontani, serviva al passaggio di intere mandrie di mucche che venivano portate, risalendo a piedi la Valle di Albaredo, sulla Strada Priula, di cui si parla in altra parte di questo volume, anche negli alpeggi bergamaschi appena sotto la linea spartiacque, che venivano caricati dagli alpeggiatori della Bassa Valtellina. Anche in questi alpeggi si produceva il famoso formaggio Bitto, che veniva in parte commercializzato nella Val Brembana.




La permanenza nelle zone bergamasche, durante l’estate, intensificava i rapporti sia di tipo commerciale, sia di conoscenza e di amicizia tra le popolazioni dei due versanti. Il Passo di San Marco è sempre stato un luogo di passaggio dei commerci tra 187 la Repubblica di Venezia, e, se vogliamo, in senso più lato, tra la Pianura Padana, e la Valtellina, la Svizzera e il nord Europa. Possiamo certamente pensare ad esso come al valico più importante e frequentato dell’intera catena orobica. Ma i passi orobici sono molti, come abbiamo accennato, e sono stati usati anche per altri scopi oltre quelli commerciali e di passaggio delle mucche verso gli alpeggi del versante Sud.




Nella parte più a Est della catena una serie di passaggi, non sempre tra i più bassi e comodi, vennero usati nel passato dai contrabbandieri bergamaschi che, soprattutto dai paesi dell’Alta Val Seriana e della Val di Scalve, si recavano in Svizzera per procurarsi la “carga” di caffè o di sigarette. I passi più frequentati, in questi casi, erano quello di Belviso in cima alla valle omonima, quello della Caronella e a volte quello di Coca, già nominato, o molto più raramente qualcuno di quelli della Val Venina, a causa della loro lontananza dal fondo della Valtellina e del loro accesso impervio, visto che dovevano essere affrontati con un notevole peso sulle spalle.

La strada per giungere dalla Bergamasca alla Svizzera, e viceversa, era lunga e, per forza di cose, doveva prevedere delle soste che avvenivano nelle stalle che i valtellinesi dei paesi attraversati, mettevano a disposizione con i fienili, dove passare la notte e rifocillarsi, per poter riprendere la fatica della risalita del versante verso il passo per il ritorno a casa. Sempre nella zona più orientale della Catena Orobica, parecchi passi vennero attraversati da gruppi di fedeli pellegrini che si recavano dai nostri paesi, soprattutto da Teglio, Aprica, Castello Dell’Acqua e Piateda, al Santuario della Madonna delle Grazie di Ardesio in Alta Val Seriana.




Questa tradizione, ripresa negli ultimi anni, in questi paesi anche per merito del CAI (Aprica e Teglio) continua ogni anno, utilizzando i passi tradizionalmente usati: il Passo di Belviso, 2518 m, il Passo di Caronella, 2600 m, il Passo Della Malgina, 2621 m, e quelli della Val Venina per Piateda e cioè quello del Salto, 2410 m, in Val Vedello e, più raramente, quello della Scaletta, 2523 m, in alta Val Caronno.

Anticamente, il pellegrinaggio si svolgeva interamente a piedi e in preghiera. Oggi, pur mantenendo la sua caratteristica di fede, ha assunto anche un aspetto turistico e quando giunge a Valbondione, l’ultimo centro abitato della Valle Seriana, usufruisce dei mezzi di trasporto fino ad Ardesio che dista una quindicina di chilometri, come pure nel ritorno in Valtellina, che di solito avviene col pullman. Si tenga presente che i pellegrini odierni, a volte, usufruiscono della possibilità del pernottamento nei rifugi alpini bergamaschi, molto ben gestiti come il Curò, 1895 m, a interrompere il lungo cammino.




…Non molto sotto il Passo di Belviso, sul versante bergamasco, si trova il Passo di Bondione, 2680 m, che permette di scendere in Val Seriana. Al Passo di Venano, sul versante bergamasco, c’è il Rifugio Tagliaferri. Alla base della cresta del Pizzo Torena, sempre in Val Belviso, troviamo anche il Passo Grasso di Pila, 2513 m, alla quota dei primi due e più comodo, che però è poco frequentato a causa della sua posizione a metà valle pur dando direttamente accesso alla Conca del Barbellino, 1862 m. Nella vicina Val Bondone abbiamo il passo omonimo, 2720 m, che è sempre stato poco frequentato. Molto più transitato è invece il Passo di Caronella, 2600 m, in cima all’omonima valle, dove esiste anche un bivacco dell’A.E.M. (A2A). Un locale spoglio sempre aperto che può essere usato in caso di maltempo. Entrambi danno accesso alla Conca del Barbellino in Val Seriana, come il Passo di Malgina, 2821 m, nella vicina omonima valle, non facile da raggiungere dal nostro versante. In Val d’Arigna, tralasciando i passi alpinistici, troviamo il Passo di Coca, 2645 m, già citato, vicino al quale sorge il Bivacco Corti del CAI Valtellinese, 2499 m. Passando alla Val Venina, sempre sulla linea spartiacque, troviamo una serie di passi nelle varie valli che da essa si dipartono. In Val Caronno, il Passo della Brunona, 2500 m, e il vicino Passo della Scaletta, 2523 m, già citato, sono ora frequentati prevalentemente da alpinisti…

(I. Fassin & G. Combi)

















sabato 1 settembre 2018

L’INVISIBILE & ODIERNA DANZA DELLA MORTE










































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Medesime Vette (2)














Le nostre montagne, le quali entrano propriamente a formare la gran fascia montuosa, che per avviso del eccellentissimo Sig. Pallas attraversa tutto il Globo fra il quarantesimo e cinquantesimo grado di latitudine settentrionale, degradano tutte di altezza verso il piano di Lombardia, dove stessamente vengono a mettere le principali valli delle quali elleno restano separate. Alcune di queste montagne sono di pietra calcare, e posseggono de’ grandi banchi di marmo: alcune (sono queste le più prossime al nostro confine settentrionale) di una pietra granitosa, e schisto-micacea: e altre (le più vicine alla pianura) sono conformate di una pie tra arenaria calcareo-quarzosa, molto utilmente adoperata nelle fabbriche, e nel selciamento delle strade; e la più fina della quale viene impiegata nelle coti per aguzzare il filo ai ferri da taglio. Alcune sono acumi nate e piramidali, altre come recise e compianate, e al tre coperte di boschi e di pascoli, e altre nude in gran parte, o anche affatto, di terra, e di vegetabili. Molte sono strateggiate, ed alcune a gruppi (segnatamente le granitose e le schisto-micacee), e a massi sterminati, senza stratificazione, sicché nulla offrono, che rassomiglj ad un opera fatta a pezzi, e colla successione de tempi. Moltissime di esse si veggono fatte a guglie scarpate acute, altre a massi sterminati pendenti, tutti corrosi rovesciati, e nella cima fatte a merlatura; insomma capaci in tutto d’ispirarci orrore, e di dinotarci la desolazione, che devono aver riportata dalla longevità del nostro Pianeta, e dagli incalcolabili spaventosi avvenimenti sofferti da esso lui sì nella primitiva sua configuraziome, sortito dalla onnipossente mano del Dio Creatore, che dappoi nella successione de’tempi….




…Come vedete - signor miei - proseguo or danzando or pregando ma sempre e comunque sia a pie uniti e/o infermi dalla la morte… accompagnato…

Qual morte direte e domandirete voi?

Non vi vuol mica offendere codesto zingaro da strapazzo!

…E se qualcuno o tutti per questo ed altro motivo mi chiedono o pretendono il passo – negato – giacché qui indistintamente ‘cavalieri’ titolati per medesima ‘danza’ acclamati, io rispondo al pari loro - che lo passo vien ceduto solo per titoli di avi quivi rimembrati - ed i miei - signor ‘Cacestruzzi’  accompagnato dall’arguto e dotto ingegnere illuminato – non son meno dei vostri, perché fra i miei avi posso contare (così almeno ricorda il curato non del tutto indottrinato) tante anime per tutte le dighe ben contenute affluire verso una forzata discesa che ognun di loro pur non rimembra né ossa né gesta; eppure hanno composto l’invisibile storia, strato per strato zolla per zolla, e di lor non rimane che un cimitero una lapide e neppure un motto o forse una lieve frescura come quel vento che di sera porta la vera preghiera circa l’ordine smarrito della vita e con lei il Sentiero dismesso…

V’erano uomini umili lavoratori della zolla non men che della pietra e anche cacciatori se pur preferiamo altri frutti della selva, perché ognun porta seco l’Anima della Terra (scusate questa antica e certo non nuova Eresia); poi eretici e non solo quelli titolati di Bibbia, ma ‘anco’ chi credea e sperava in un nuovo soffio di vita che era… e qualcuno per sempre l’ha rubata come ogni tomo che accompagna il solitario mio ed altrui cammino nella costante preghiera dell’Anima persa proprio per quei Sentieri ove molti come me medesimo pregarono ugual filosofica ‘dottrina’…




- Perché - domandirete voi?

…Perché se un’èra non troppo remota dai carotaggi rilevati e mirati o fors’anche rimembrati qual antiche visioni d’un tempo per sempre perduto, debbo pur dire dal bellissimo luogo qual zingaro or mi trovo, che l’invisibile morte ci accompagna lungo il periglioso cammino; tutto il progresso è salito fin sulla vetta diga ove un tempo si voleva conquistarne non solo la cima, ed il fiume mi suggerisce, quello non costretto entro la ‘cella’ ma libero e più Serio antico elemento, che tutta la montagna hanno ora non solo scavato ma anco divorato qual fiero pasto comandato da una Genesi non del tutto condivisa…

…Ed io Eretico per mia antica natura (ancor più pazzo e zingaro di pria), debbo ispirarmi all’urlo taciuto che solitario dal ghiaccio e neve  scioglie il suo ed altrui pianto qual ululato accompagnato: dama incarnata tirare la Vela ispirata nuotare e navigare attraverso mare di roccia di nuovo incarnata…

…Scendere a formare l’Anima e lo Spirito o meglio ricomporre quanto abbiam perso o fors’anche dismesso in nome e per conto del progresso. Così signor Cimento di cognome Cemento a te abdico e dedico codesto canto e non solo d’unanime disprezzo ma anco d’un antico rimpianto per ciò che stiamo perdendo ma altri dicono solo guadagnando….

…Ed allora mi son iscritto alla Lega, narrerò qualcosa di questa dottrina, mentre da zingaro vestito o forse solo Ulisse rimpianto cercavo la montagna persa nell’incanto d’una nuova geometria invadere la mia quanto la vostra fervida compianta intelligenza…

…Ecco un primo già nominato titolo non meno di avo antico…




…Il Serio, il Brembo, il Cherio, e l’Olio sono i nostri fiumi principali. Il Serio ha la sua origine nella Valbondione, ed uscito da questa, entra subito nella propria mente detta Valseriana….

Infatti Proseguendo la strada per Clusone dal detto Ponte di Fontanelle sino al Porton di Clusone mantiene la strada la Comun di Clusone – Da detto Portone sino al termine di Castione presso la Villa di questo nome da Castione al così detto Giogo di Val di Scalve – dal Ponte delle Fontanelle - al Giogo di Castione in tutto Da Clusone a Castione viene mantenuta la strada delle Comuni di Clusone, di Rovetta, Onore, e Castione. Da Bergamo al Zof, o Giogo di Castione –   Proseguendo la strada dal Ponte delle Fontanelle dietro il Serio. Da detto Ponte a quello di Villa d’Ogna – E la strada viene mantenuta dalle Comuni di Parre e da altra detta Martorasso. Dal Ponte di Villa d’Ogna sino al termine di Gromo superiormente di Ardesio la strada si mantiene dalle Comuni della Quadra d’Ardesio, e da quella di Parre  – Dal detto termine di Gromo sino all’ultimo confine della Valle Seriana presso Fiumenero, ingresso di Val Bondione appartenenza della Giurisdizione di Val di Scalve – E questo tratto di strada si mantiene dalle Comuni di Gromo e di Gandellino. Aggiunto il tratto da Bergamo al Ponte delle Fontanelle i Ponti della Nesa, di Lucio, di Carso, d’Albina, della Vertova, del Riso, di Nozza, e di Fontanelle, di Villa d’Ogna, di Briolta, di Galbiasca, del Goleo, e il Ponte nuovo sono mantenuti tutti dalla Valseriana. 




Il Ponte sopra il Serio tra Alzano Maggiore e Alzano minore viene conservato dal Dipartimento. La strada dunque da Bergamo al Giogo di Castione - Da Bergamo a Fiumenero Valbondione - Questa strada è la più interessante il Dipartimento, per conto del Lanificio, e della Mineralogia. Essa scarica a Bergamo tutti i prodotti dell’uno e dell’altra, i quali quivi sono i più abbondanti. La Valbondione, e la Valle di Scalve spediscono il ferro in ghise, e molto anche in opera a Clusone; e si convoglia alla Città per questa strada. I panni, le saglie, le peine, e le altre manifatture di lana, la cui fabbrica fiorisce in Gandino, in Leffe, in Vertova, e in quelle adiacenze, tutte si traducono a Bergamo per la via medesima. Serve anche allo scaricamento di tutti gli altri prodotti di natura e d’arte, e di quant’altro vi si trova. ln Valbondione, e in Val di Scalve, colle quali comunica questa grande strada, sono i passaggi nella Valtellina, non frequentati però mai, se non se nell’occasione della introduzione delle bestie bovine, e dei greggi di provenienza dalle alpi Retiche, e dalla Valcamonica…

Salute ed ossequio
MAIRONI DAPONTE




…E mentre rimembravo con tal avo incamminato e proteso presso l’umile suo Servizio diviso fra il Sapere e la volontà - l’antiva volontà e dottrina - d’ogni Anima comandata ed abdicata verso il Sentiero della Vita, ricordando lui che pur siam tutti Stranieri, e lui di rimando mi risponde esser più Straniero giacché della Lega…(1*)…

…E mentre tal Dialogo da Lega a Lega procedeva e regrediva incontrai uno zingaro anche lui rimembrare  cogitare ed incarnare nel Solitario passo del suo ed altrui cammino lo Spirito smarrito…




Uno zingaro?

Ma ce n’ha ancora degli zingari, fuorché nella Russia e nel Trovatore?

Perché, non ce ne dovrebbe più essere?

Lo zingaro non è forse un pensiero errante di paese in paese, facendo suo con ardita frode quanto non gli verrebbe concesso dall'umana avarizia? Ammesso — il che veramente non so — il paragone, lo zingaro può avere subito trasformazioni, non mai essersi perduto.

Permettete, signor mio, che io cerchi di vincere, s’è possibile, la vostra ritrosìa nell’accettarmi a compagno, evocando i benigni influssi dell’eloquenza tradizionale de’miei avi novellatori e poeti: tolleratemi dieci minuti... Non sono discreto?

Né spendete tanti a sopportare il trionfo della ciarla su pelle gazzette e nei parlamenti!

La storia dell’umanità nella nostra tribù dividiamo in tre ère: la scoperta della foglia di fico, quella dell’America e questa della fotografia. Dopo la fatale scoperta dei primi nostri nonni, ecco l’uomo-zingaro che migrando dall’Asia percorre poco alla volta le plaghe mondiali, lasciando qua e là un lambello del suo saio. Quell’età non avendo lasciato giornali, né ritratti d’illustri contemporanei, per mancanza di sicuri documenti veniamo alla seconda. Scoperta l’America, gli zingari si precipitano su di essa: a sentirli sono venuti a seminare la libertà e le patate; tutto d’allora in poi deve spirare amore, felicità. Mentre gli umanitarii cianciano di quest’inezia di riformare quel mondo, pillottando colle solite spezie della cristiana uguaglianza e dei civili diritti la tiritera; mentre gl’indigeni buoni e semplici come un popolo che non sa un’acca di mutuo soccorso e di monte di pietà, aprono un tanto di bocca dalla meraviglia, i missionarii (1* bis)..... 




...iniziano la riforma facendo scomparire nell’abisso delle loro tasche i tesori di quelle fortunate contrade: siccome però il mestiere di moralista è meno facile di quanto si crede, il tiro si scopre, proteste, recriminazioni, rivolta; il torto è necessariamente degli Americani poiché l’astuzia, la forza è agli zingari. I quali, smessi i lenocini della ciaccola, pagano a misura di carbone la cordiale ospitalità americana. Un bel dì però, per solenne grazia del proverbio, il gruppo venne al pettine, e gli zingari, scardassati addovere, sono costretti ad alzare i tacchi da quella terra non ancora matura.

— Ma — lasciando la storia in disparte — questi non mi paiono gli zingari della tradizione....

— Eh! pensate se li conosco!

Lo zingaro è volgarmente un vagabondo che va dicendo la buona ventura nelle capanne del contadino, pei trivii, nelle osterie e nelle canove in tempo di mercati, di fiere e di feste; sa rattoppare qualche volta i caldani e le pentole; compone farmachi e filtri preziosissimi; vende ai più generosi il prezioso segreto — oh! datene un po’ anc’ame per amore di Dio! — di farsi amare; commuta minuterie dorate senza valore con antichi smanigli d’oro, non perdendo il destro d’accalappiarvi con quella sua cera da nesci e di farvi sparire di mano l’anello che ricusaste di vendergli. Ma ora tutta questa scienza a che può ancora servire? Vendono tuttora augurii di nozze e predizioni di fortuna? 0, visto che nella capanna affumicata del contadino, comincia a penetrare la luce che guizza dai centri di civiltà e di corruzione, lo zingaro, nascosti nella foresta il tamburo, le nacchere, le carte divinatrici e la non più magica bacchetta, non è entrato di contrabbando nella città, e con mille vicende di fogge e di fortuna, non s'è fatto ora sollecitatore d’impieghi o tagliaborse, letterato di plagi e d’occasione, giornalista o mezzano? E la scienza per cui gli riusciva di imbarcare il lunario nei boschi deserti, fra i monti incresciosi, sarà poi si feconda in espedienti da….

(VALENTINO CARRERA)

(Per quel che concerne gli asterischi (*) [1] in rif. alla Lega di seguito narrando l’Eretico periglioso Viaggio da lega a nodo a vento nel dovuto Tempo…  diremo….)