giuliano

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IL TOMO

domenica 9 settembre 2018

MA VOI NON SAPETE GOVERNARE VOI STESSO E VORRESTE GOVERNARE (gli altri e) IL MONDO?









































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Da una Regione Cosmica all'Altra  (7)  (8)  (9)  (10)  (11)

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Appello.... all'Infinito (2)













Ze Kung ritornando a Tsin dallo stato di Ciù, venne una volta a passare per un luogo a nord del fiume Han. Vide un vecchio che lavorava nel suo orto. Aveva scavato dei canali per irrigare. Con un secchio attingeva acqua dal pozzo e la vuotava in quelli. La fatica era molta e il risultato meschino.

‘C'è un congegno’,

disse Ze Kung,

‘che in un giorno irriga cento poderi come il tuo. Con poca fatica si ottiene molto. Non lo vorresti avere?’.

L'ortolano levò il viso e disse:

‘Che cos'è?’.

‘È una leva di legno’,

rispose Ze Kung,

‘che dietro è pesante e davanti leggera. Attinge acqua come tu fai con le tue mani e versa senza interruzione. Si chiama gru’.




L'ortolano lo guardò con ira, rise e disse:

‘Ho udito dire al mio maestro: chi usa macchine, è macchina nelle sue opere; chi è macchina nelle sue opere acquista cuore di macchina. Ma chi ha cuore di macchina ha perduto la pura semplicità. Chi ha perduto la pura semplicità ha lo spirito inquieto; nello spirito inquieto non dimora il Tao. Non ch'io non conosca il vostro congegno; mi vergognerei di usarlo’.

Ze Kung restò confuso; guardava a terra e non disse parola.

Dopo un poco chiese l'ortolano:

‘Chi siete, voi?’.

‘Sono uno scolaro di Confucio’,

rispose Ze Kung. 




‘Siete dunque uno di quei gran dotti che vorrebbero parer savi; che si vantano di essere superiori a tutti; che solitari cantano melanconiche canzoni per acquistarsi fama nel mondo. Se voi dimenticaste la valentia del vostro spirito e smetteste di atteggiarvi come fate, potreste forse giungere a qualcosa. Ma voi non sapete governare voi stesso, e volete governare il mondo? Fate la vostra via, signor mio, e non disturbate il mio lavoro’.  
(La gru e il Tao)

  


Kien Vu chiamò Lien Sciù e disse:

‘Ho udito Tsie Yù dire parole grandi ma senza riscontro. Proferite che erano, erano perdute. Ne ebbi spavento; erano come la via lattea senza principio né fine. Erano sciolte, lontane da ogni condizione umana’.

‘Quali parole?’,

chiese Lien Sciù.




‘Diceva che lontano sui monti di Ku Scià abitano degli spiriti felici. Hanno il corpo liscio come ghiaccio, bianco come neve; sono fini e delicati come vergini; non vivono di grano, mangiano il vento e bevono la rugiada, montano sulle nuvole e sul vento; cavalcano i draghi volanti e vagabondano felici di là dal mondo. Che il loro spirito è così concentrato che possono salvare le creature dal contagio e dalle malattie, e portare a sicura maturità i raccolti. Mi sembrano parole da matto e io non ci credo’.




Disse Lien Sciù:

‘È così. A un cieco non si fa vedere un bel quadro né a un sordo si fa sentire la musica. Ma non vi sono solo i ciechi e i sordi del corpo, vi sono i ciechi e i sordi dell'intelletto, e le tue parole ti mostrano tale. L'influenza d'un uomo come quello pervade tutto il creato. Se una miserabile generazione lo chiamasse per uscire dal suo disordine, come vorrebbe egli affaticarsi a condurre l'ordine in un regno? Un uomo come quello non può esser tocco dal mondo. Le più grandi piene alte come il cielo non lo potrebbero annegare né lo brucerebbero i più gran calori quando fondessero i metalli e le pietre, e la terra e i monti ardessero. Dalla sua polvere e cenere si potrebbero ancora formare Yao e Sciùn (i più grandi re). Come vorrebbe egli occuparsi delle cose del mondo?’. 
(Grandi parole del matto di Ciù)

(Prosegue)











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