giuliano

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IL TOMO

mercoledì 12 settembre 2018

DIALOGO CON UN RONZINO ACCOMPAGNATO DA UN CAVALLO STRACCO (2)





















Precedenti capitoli:

Urlano contro invetriata (Prima)  &  (Seconda parte)

Prosegue in:

Più diritti d'autore per il vero Creatore (3) &

Indietro a tutta forza! (4)

...Con brevi riflessioni (5)
















Fora le mura
Fora la porta
Incontro al meridiano
Medio mattino

Alba per il ciuco 
Il cavallo
E un Arabo travestito
Tramonto d’un fiero e sol destino

Il ronzino
Di guardia alla via
Il cavallo affaticato e riposato
…E l’Arabo lungo il Sentiero… turbato

Mi rimproverano
Nel pomeriggio
Non ancor alba del loro
Strano mattino

Il lupo fiero mio amico
Mi dicono che lui
Per il vero
Il pericolo dell’intero Bosco custodito

Misurando Lega e principio
Che da questo ci unisce e divide
Così là ben avvistato
Ed io di rimando accompagno il canto

Non meno del lamento
Dell’asino ciuco ed il
Suo fido cavallo…
E l’Arabo ferito…

Ecco or dunque
Prodi e paladini
Di rimando
La Rima del breve Dialogo taciuto

Et anco accompagnato
Dalla fedele Lira
Non certo Marco sentiero
All’Arabo il somaro e lo sfortunato cavallo

&

Dove mostrasi tutti gl’incomodi del mondo essere
un piacere, al rispetto d’uno che si trovi in una

strada cattiva, con un cavallo stracco e magro sotto.

Con il permesso di Giulio Cesare Croce






       


      
Esser al sole e non haver cappello,
Esser soldato e non haver la spada,
Andar di notte e non saper la strada,
Star’ a la pioggia e non haver mantello.

Esser lo sposo e non haver l’anello,
Haver cavallo e non haver la biada,
Esser peloso e non haver chi ti rada,
Seder’ a mensa e non haver coltello.

Haver la moglie e litigar la dote,
Haver le stringhe, e non v’haver ferretti,
Haver’ il carro e non haver le ruote.

Haver tutti i parenti poveretti,
Voler cantare e non saper le note,
Esser’ a nozze e non haver confetti.

Haver chi si diletti
Di darti ciancie, quando vuoi mangiare,
Voler dormire, e ogn’hor sentir gridare.

Haver a camminare
Con un che voglia tu vadi a suo modo,
Voler senza martel piantare un chiodo.

Voler la carne e ‘l brodo
Cuocer, né ritrovarsi la pignatta,
Haver la rogna e non haver chi gratta.

Haver la serva matta,
Ch’ogni giorno ti rompa qualche piatto,
Voler far pane e non haver buratto.

Voler far’ un contratto
E penna non haver, né calamaro,
Haver’ il basto e non haver somaro.

Haver’ un bel pagliaro
Né haver raccolto fava né formento,
Esser banchiero e non haver argento.

Haver’ il mare e ‘l vento
Prospero, né trovarsi haver la vela,
Haver lanterna e non haver candela.

Haver’ e panno e tela
Da vestirsi, e non v’esser lo sartore,
Voler far festa senza sonatore.

Haver basso e tenore
E non trovarsi canto né contralto,
Haver le gotte e voler fare un salto.

Havere a dar l’assalto
A una fortezza senza artiglieria,
Chiamar’ Ambrogio e risponder Lucia.

Haver’ un che ti sia
Amico, né ti facci mai servitio,
Haver virtude, e star sempre nel vitio.

Haver senno e giuditio,
Ma che poco ti vaglia fra la gente,
Haver buon campo e non haver somente.

Voler secretamente
Andar’ in un tuo fatto a l’aria fosca,
E abbarterti in qualch’un che ti conosca.

Haver la vista losca
E voler far l’amor con qualche dama,
Esser da bene e haver cattiva fama.

Sentir’ un che ti chiama,
Cinquanta volte, e poi non voglia nulla,
Haver buon tetto e stare a l’aria brulla.

Haver dentro la culla
Un bambin, l’altro in braccio, e ch’ogn’un grida,
Esser caduto in terra e ch’ogn’un rida.

Haver persa la guida
E ritrovarsi sol tra le montagne,
Haver’ il piatto e non haver lasagne.

Haver gente che magne
In casa, e che non voglia lavorare,
Cader’ in acqua e non saper notare.

Haver ben da disnare
Né ritrovarsi punto d’appetito,
Chiamar’ aiuto e non esser’ udito.

Esser forte ed ardito
Né poter dimostrar la tua bravura,
Haver buon vino e ber de l’acqua pura.

Haver la serratura
De l’uscio rotta, né trovar magnano,
Haver’ un peso in spalla e andar lontano.

Creder’ andar pe ‘l piano
E ritrovarsi sopra un alto monte,
Giunger a un fiume e non trovarvi il ponte.

Ricever danni ed onte
Da chi pensavi qualche utile havere,
Star’ a la festa e non poter vedere.

Non ritrovar da bere
E haver mangiato a pranzo di salato,
Andar’ a letto senza haver cenato.

Voler gire al mercato,
Né haver’ un bagattin ne la scarsella,
Haver’ il pesce e non haver padella.

Haver’ e briglia e sella,
Né ritrovarsi staffe né groppiera,
Vender’ a peso e non haver stadera.

Cader giù la lettiera
Quando sei su ‘l più bello del dormire,
Haver ragione e non la poter dire.

Non poter digerire,
Ma che ‘l cibo ogn’hor ti stia sul petto,
Correr la posta senza cossinetto.

Haver fatto un banchetto
E che tutta la roba sia brugiata,
Mancar la legna a mezzo la vernata.

Haver’ assai brigata
Da contentare, e ch’ogn’un si lamenti,
Haver pan duro e che ti doglia i denti.

Scriver’ a’ tuoi parenti
O amici, e che non dian risposta mai,
Lassar del tuo per tutto ove tu vai.

Haver debiti assai,
E vedersi ogni dì levare il pegno
E che ti vada a vuoto ogni disegno.

Usar l’arte e l’ingegno
Per haver qualche cosa d’importanza,
E ch’al fin ti sia tolta ogni speranza.

Haver la vicinanza
Ch’ogni giorno ti porga qualche danno,
Veder calar l’entrata d’anno in anno.

Mangiar sopra d’un scanno
De la cucina, cipolle e radici,
E vedergli altri haver quaglie e pernici.

Veder’ i tuoi nemici
Salir’ ad alto, e tu star sempre al basso,
Andar’ a caccia e mai non fare un lasso.

Che ti sia tratto un sasso
E non poter veder dove si vegna,
Andar’ in fretta e ch’altri ti trattegna.

Venir’ un che ti spegna
Il lume quando cerchi qualche cosa,
Trovar la spina in cambio de la rosa.

Veder’ un che si posa
Sopra il tuo letto, e tu dormir’ in terra,
Cercar la pace e ritrovar la guerra.

Veder’un che ti serra
La porta in faccia, e farti star di fuora,
Quando hai più gran martel de la signora.

Levarti su a buon’hora
Per tuoi negotij, e quanto più procacci
Far più faccende, tanto manco facci.

Venir’ un che t’abbracci
E baci in bocca ogn’hor, quando t’incontra,
Poi di secreto ti congiuri contra.

Che la volpe o la lontra
Entri di notte a guastarti il pollaio,
Gir senza brache il mese di gennaio.

Haver dato al fornaio
Buona farina, e ch’ei ti renda il pane
Mal custodito e brutto la dimane.

Veder venirti un cane
Incontra, né haver sassi né bastoni,
Esser mendico e ch’ogn’un t’abbandoni.

Cader tempeste e tuoni
Quando ti trovi in qualche strana parte,
E che bisogna correr per salvarte.

Vedersi dar le carte
A la roversa, da chi più ti fidi,
Udir per casa ogn’hor strepiti e gridi.

Venir’un che ti guidi
A l’hosteria con allegrezza e fasto,
E ch’al fin tocchi a te pagare il pasto.

Andar la notte a tasto
Cercando qualche cosa per lo scuro,
E urtar’hora in un scagno, hora nel muro.

Creder’ esser sicuro
E forte in casa, e su la mezza notte
Entri qualch’uno a darti de le botte.

Haver le scarpe rotte
Né haver raccon né spago da conciarle,
Haver le casse e non poter serrarle.

Venir’ un che ti parle
Di qualche fatto che t’importi poco,
Quando aspettato sei in qualche loco.

Veder’ acceso ‘l foco
Ne la tua casa, e haver discosto il pozzo,
Che ‘l boccon ti si fermi a mezzo il gozzo.

Che ti tocchi il singhiozzo
Quando a tavola sei e c’hai bevuto,
Andar’ un’hora dietro col sternuto.

Entrar’ in constituto
Per qualche tuo parente ovver amico,
E ch’al fin tocchi a te tutto l’intrico.

Creder metterti un fico
Maturo in bocca, e sia un amaro sorbo,
Aspettar la colomba e udir’ il corbo.

Chieder la strada un orbo,
Ragionar con un muto o con un sordo,
Esser messo a mangiar con un ingordo.

Esser goffo e balordo
E haver’ a negotiar con gente astuta,
Cercar partito e ch’ogn’un ti rifiuta.

Perder la ricavuta
Di qualche pagamento, o ti sia tolta,
E che pagar convenghi un’altra volta.

Gir per la selva folta
Né trovar mai persona né animale,
Far la cucina, ed esser senza sale.

Altri haver fatto ‘l male
E tu pagar la pena del delitto,
Cader’ in fondo un fosso a capo fitto.

Haver pagato il fitto
D’una casa che mal ti soddisfaccia,
Dar spesso in un humor che ti dispiaccia.

Haver ne la guarnaccia
Cento strazzoni, né haver altra veste,
Dormir con un la notte, che t’appeste.

Non haver chi ti preste
Un Giulio a un tuo bisogno, ancorché grande,
Dover’ havere e ch’altri ti dimande.

Caderti le mutande
Quand’esser ti ritrovi a qualche festa,
Haver la lancia e non haver la resta.

Esser’ a la foresta
Ed incontrarti in qualche fiero lupo,
Non haver fune e haver’ il pozzo cupo.

Andar dietro un dirupo
Con dubbio di cader fra sterpi e sassi,
Metter’ il piede in fallo a tutti i passi.

Venir, mentre tu passi
Ove si gioca al maglio, qualche palla
A percuoter nel fianco o in una spalla.

Haver piena la stalla
Di bestie, né trovar paglia né fieno,
Ch’a mezzo pasto il pan ti venghi meno.

Haver’ il petto pieno
Di dispiacere e non poter sfogarsi,
Esser debile e vecchio e maritarsi.

Veder da ogn’un burlarsi
Quando hai la roba tua tratta a guinzaglio,
E che non t’è restato un capo d’aglio.

In somma ogni travaglio
Ogni pena, ogni affanno, ogni difetto
Ogni briga, ogni noia, ogni sospetto
Nulla sono a rispetto
D’un che si trovi in una mala via
E haver sotto un caval che tristo sia;

Ch’oltre che se gli dia
Di sferza, di staffili e di speroni,
Di calcagni, bacchetti e di bastoni,

Con pali e con stangoni,
Ei si ferma e sta forte come un sasso,
O se si move, cade ad ogni passo.

Onde bisogna al basso
Scender, per il periglio in che si vede,
E trarsel dietro a mano, e andar’ a piede.

Io ne posso far fede,
Che l’altro giorno essendo per cammino,
Havea sotto un caval tanto meschino,

Ch’oltre, ch’a capo chino
Andai più volte, al fin mi tre’ in un fosso,
E per maggior favor, mi cadè addosso.

E ben ringratiar posso
Il ciel, ch’io fui soccorso da un villano,
Qual per me fu cortese e molto humano,

Che di piedi e di mano
Tanto s’oprò, che fuor bagnato e brutto
Mi trasse di quel fosso, e fango tutto;

Che sì magro e distrutto
Era il ronzin, ch’al fin per debolezza
Restò morto nel fosso, e per stracchezza;

Ond’io, pien di fiacchezza,
Tornai a casa, e fu sì sconcio il crollo,
Ch’a rischio andai di scavezzarmi il collo.

(G.C.C.)













IL FINE


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