CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 24 settembre 2018

SEI SICURO? (14)












































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...Non sia una grande nuvola purpurea...? (15) &

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L'orrore della realtà (12/3)







                               OGNI RIFERIMENTO A FATTI E PERSONAGGI ODIERNI 

                                        .....PUO’ DIRSI ASSOLUTAMENTE CASUALE!







Robert Falcon Scott e i suoi compagni di spedizione scomparvero durante il viaggio di ritorno dal Polo Sud tra il febbraio e il marzo del 1912, Settembre e Ottobre furono mesi decisivi per la conquista…

I loro resti furono ritrovati nel ghiaccio solo otto mesi più tardi.




Sistemati in modeste bare, vennero traslati in Inghilterra e esposti all’interno della Saint Paul’s Cathedral a Londra. Ad accogliere quello che tutta l’Inghilterra piangeva come l’ultimo eroe dell’Impero c’erano Giorgio V, l’arcivescovo di Canterbury, l’aristocrazia in pompa magna e i generali sfavillanti di medaglie e di alamari. La cattedrale era il luogo di sepoltura di Nelson e del duca di Wellington e sembrava assolutamente appropriato che  l’esploratore fosse ricordato all’ombra dei due più grandi militari inglesi.

Scott non aveva vinto la gara per la conquista del Polo, l’aveva persa.




Arrivato faticosamente in quello che si riteneva il punto più a sud della Terra, aveva trovato le bandiere norvegesi piantate trentacinque giorni prima da Roald Amundsen sul terreno ghiacciato. Il ritorno di Scott, che scarseggiava di viveri ed era affranto moralmente e fisicamente, anche se continuava a incoraggiare i compagni, era stato qualcosa a metà tra la vicenda del conte Ugolino e un noir shakespeariano.

Ma con il passare del tempo e con la pubblicazione del diario ritrovato accanto a Scott, che aveva continuato a tenere fino alla fine, la lugubre vicenda aveva assunto i toni di un’epopea. Tutti i membri della spedizione si erano comportati nella sventura con una fortezza d’animo degna degli antichi romani e la situazione tragica in cui si trovavano non aveva diminuito il loro spirito inglese, fatto d’ironia e di understatement. Uno dei più brillanti compagni di Scott, il capitano Oates, che riusciva a malapena a camminare e non voleva più essere d’ingombro, si era allontanato per perdersi nel freddo glaciale dell’Antartide dicendo agli altri:

‘Vado a fare una passeggiata, non tornerò tanto presto’.




Su tutti s’innalzava la figura di Scott che personificava l’ideale di dovere fino al sacrificio su cui era fondato l’Impero britannico. Quando la salma uscì dalla cattedrale di Saint Paul la banda delle Coldstream Guards, con le giubbe rosse e il colbacco, aveva attaccato l’inno nazionale e una folla immensa che attendeva da ore fuori della chiesa intonò un possente e commuovente God Save the King. La beatificazione di Scott impedì di raccontare tutta la verità sulla vicenda.

Nella corsa al Polo si erano confrontati due personaggi molto diversi e la differenza che passava tra loro era quella che poteva esistere tra un professionista delle distese gelate e un dilettante che preparava le sue spedizioni, dirette non esattamente in luoghi facili, con spirito amatoriale. Amundsen era un tipo tostissimo, che aveva trascorso la prima parte della sua vita cercando il passaggio a Nord ovest e l’aveva trovato. Dagli esquimesi aveva imparato come sopravvivere in casi estremi e tutti quei piccoli trucchi che, a quelle latitudini, facevano la differenza tra la vita e la morte. I vestiti di pelliccia di lupo artico che indossava non erano un tocco di colore per farsi riprendere sulla banchina in atteggiamento da esploratore polare. Era il miglior modo per difendersi dal gelo.




Curava personalmente la preparazione delle sue spedizioni con attenzione quasi maniacale per i dettagli. Era convinto che senza l’aiuto dei cani non ce l’avrebbe mai fatta, ma non esitò a ucciderli per mangiarli quando le razioni si erano fatte insufficienti. Non era un sentimentale e si poteva comportare, all’occasione, come un gran figlio di puttana.

Mentre Scott aveva annunciato a tutto il mondo che stava per andare al Polo Sud, Amundsen sembrava ancora interessato al Polo Nord. Ma alla notizia che un americano lo aveva conquistato, non esitò un attimo a girare la prua della Fram, la nave rompighiaccio prestatagli da Nansen, il decano degli esploratori norvegesi, e a dirigersi verso l’Antartide, senza che nessuno sapesse nulla delle sue intenzioni.

Lui non sarebbe arrivato secondo al Polo Nord, sarebbe arrivato prima al polo sud.




Fra Settembre e Ottobre del 1911 il norvegese e quattro uomini, tutti muniti di sci, partivano con slitte tirate da cinquantadue cani. Attraversando un territorio completamente sconosciuto ed estremamente pericoloso, ma riuscendo a mantenere una velocità ritenuta impensabile, avevano raggiunto il Polo Sud.

Era il 14 dicembre del 1911.

Scott seppe con ritardo dello sbarco di Amundsen in Antartide, ma non affrettò molto i preparativi della sua spedizione. Si atteggiava a grande dilettante secondo una nobile ma abbastanza fasulla tradizione inglese. Nel passato aveva tenuto un comportamento irresponsabile e aveva rischiato la vita dei suoi uomini rifiutandosi di riconoscere i sintomi dello scorbuto. Diceva che era indegno adoperare i cani, gli uomini dovevano farcela con i loro mezzi, e trascinò con sé dei pony della steppa che finirono nei crepacci o scomparirono sotto la neve. A differenza dei cani i pony non mangiavano i loro compagni morti e non erano capaci di prepararsi da soli un riparo dove dormire, come facevano i cani.




Aveva portato con sé anche delle slitte cingolate a motore che andarono subito in mille pezzi perché erano state provate su terreni molto diversi da quelli dell’Antartide. Quello che successe poi non era dovuto alla cattiva sorte, ma era prevedibile fin dalla partenza. Sul diario aveva scritto:

‘Non rimpiango di aver fatto questo viaggio che ha dimostrato che gli inglesi possono sopportare le difficoltà, aiutarsi l’uno con l’altro e affrontare la morte con la stessa forza d’animo da sempre dimostrata’.

La retorica non l’aveva abbandonato nemmeno in quell’occasione.

La conquista del Polo non segnò la fine dei viaggi in Antartide, questi continuarono alla ricerca dell’impossibile e paradossalmente lo trovarono: ma non in un viaggio per terra, in un viaggio per mare.




All’inizio del 1914 Ernest Henry Shackleton, uno dei primi ad avvicinarsi al Polo Sud con un certo successo, voleva ritornare nel continente australe per attraversarlo da costa a costa. Un’impresa che al confronto avrebbe relegato il viaggio di Amundsen al livello di una passeggiata mattutina. Molti non erano soddisfatti della linea tenuta dal governo che si traduceva in “meglio un secondo buono che un primo cattivo”, e avrebbero voluto rispondere come si doveva ai norvegesi. In alto loco la nuova spedizione trovò subito dei sostenitori. Shackleton partì pochi giorni dopo lo scoppio della guerra: dall’alto arrivò la notizia secondo cui la guerra sarebbe finita a Natale senza uscire dall’ambito europeo, mentre l’impresa in Antartide avrebbe avuto un’eco in tutto il mondo.

La spedizione finì in una ennesima catastrofe con la nave stritolata dai ghiacci e tutti i membri dell’equipaggio rifugiati a Elephant Island. Per un paradossale destino questo altro fallimento inglese si trasformò nella più celebrata e audace traversata di mare mai compiuta da esseri umani.




Il 24 aprile del 1916 cinque uomini guidati da Shackleton presero posto sul James Caird, un canotto di legno pontato ora entrato nella leggenda, come il Kon-Tiki, costruito pochi anni prima con quercia inglese, olmo americano e pino baltico. Erano diretti alla South Georgia, l’isola più vicina da cui poter chiedere aiuto, frequentata solo da baleniere. Per raggiungerla bisognava attraversare lo stretto di Drake, dove l’Atlantico e il Pacifico si incontrano, il tratto di mare più tempestoso del mondo. Il viaggio durò diciassette giorni e non c’è descrizione che possa rendere la difficoltà del viaggio. Arrivati in vista dell’isola la corrente li portò dall’altra parte rispetto al porto. Per raggiungerlo dovettero scalare una montagna di quasi duemila metri completamente ghiacciata. Ad accogliere Shackleton al suo ritorno a Londra, nel 1917, non si presentò nessuno.

…L’Inghilterra stava combattendo una guerra che non era finita nel Natale del 914 e che assomigliava a una gigantesca ecatombe. Nessuno aveva voglia di sentire i racconti di naufragi in posti remoti quando nella Somme erano morti in un sol giorno trentacinquemila giovani. Un poeta che diventerà poi famoso aveva scritto che i tempi degli eroi erano finiti e che il motto “Dolce e bello è morire per la patria” non funzionava più. Era solo una vecchia bugia.

(S. Malatesta)

(Prosegue)
















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