IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 4 settembre 2021

IL MITO (18)

 






















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Circa i peccati del nostro mondo... (16/7)


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Mito (19)  &  (20)








In questo giorno del 1869 scrivo là dove il mio lavoro ebbe inizio trentacinque anni fa, in vista delle nevi delle alte Alpi. In quella metà della vita permessa all’uomo, ho visto strani mali arrecare a ogni ‘quadro’ che più amavo, o che cercavo di far amare ad altri. La luce che un tempo colorava di rosa quelle vette pallide all’alba, e di porpora al tramonto, ora è oscurata e fioca; l’aria che un tempo intarsiava d’azzurro le fenditure di tutte le loro rupi dorate è ora contaminata da languidi volute di fumo, eruttate da fuochi peggiori dei vulcani; le loro stesse onde glaciali si stanno ritirando, e le loro nevi svaniscono, come se l’inferno avesse soffiato su di loro.

 

Le acque che un tempo sprofondavano ai loro piedi in un riposo cristallino, ora sono oscure e sporche, dal fondo del profondo e da riva a riva. Queste non sono parole imprudenti: ma sono perfettamente quanto orribilmente vere. So cosa erano i laghi svizzeri; nessuna vasca di fontana alpina alla sua fonte era più chiara. Stamattina, sul lago di Ginevra, a mezzo miglio dalla spiaggia, vedevo a malapena la mia pala del remo profonda un metro.

 

La luce, l’aria, le acque, tutte contaminate!

 

Come la terra stessa?




 C’era una piccola roccia alla fine del viale vicino al porto di Neuchâtel; là, l’ultimo marmo dei piedi del Giura, digradante verso l’acqua azzurra, e (in questo periodo dell’anno) ricoperto di luminosi ciuffi rosa di Saponaria. Sono andato, tre giorni dopo, a raccogliere un fiore sul posto. La bella roccia nativa ei suoi fiori furono coperti dalla polvere e dai rifiuti della città; ma, nel mezzo del viale, c’era un giardino roccioso artificiale di nuova costruzione, con una fontana attorcigliata attraverso un beccuccio rotante, e un’iscrizione su una delle sue pietre sciolte: Ausili botanici, Le Club Jurassique.

 

Ah, maestri della scienza moderna, restituitemi la mia Atena dalle vostre fiale, e sigillate, se può essere, ancora una volta, Asmodeus. Hai diviso gli elementi e li hai uniti; li fece schiavi sulla terra e li scorse nelle stelle. Insegnaci ora che è tutto ciò che l’uomo ha bisogno di sapere, che l’Aria gli è data per la sua vita; e la pioggia alla sua sete e al suo battesimo; e il Fuoco per il calore; e il Sole per la vista; e la Terra per la sua Carne e il suo Riposo.




Ti pregherò soltanto di leggere, con pazienza e umana simpatia i pensieri di uomini che vissero senza colpa in un’oscurità che non poterono dissipare; e ricordare che, qualunque sia l’accusa di follia giustamente collegata al detto: ‘Non c’è Dio’, la follia più orgogliosa, profonda e meno perdonabile, nel dire: ‘Non c’è Dio quindi dobbiamo estirparne e rimuoverne il concetto’.

 

I grandi miti; vale a dire, miti fatti da grandi persone.

 

Perché il primo fatto evidente sulla creazione di miti è quello che è stato impropriamente perso di vista: che non puoi creare un mito se non hai qualcosa da cui crearlo. Non puoi svelare un segreto che non conosci. Se il mito riguarda il cielo, deve essere stato creato da qualcuno che ha guardato il cielo. Se il mito riguarda la giustizia e la forza, deve essere stato creato da qualcuno che sapeva cosa significasse essere giusti o pazienti.




Secondo l’elevata comprensione di una persona scaturirà il significato scritto nell’apparente favola mitologica; e il mito di una razza semplice e/o ignorante deve necessariamente significare poco, perché una razza semplice e ignorante ha poco da specificare.

 

Quindi la grande questione nel leggere una storia è sempre, non ciò che il cacciatore selvaggio sognava, o quale razza infantile lo temeva per la prima volta; ma ciò che l’uomo saggio per primo ha perfettamente espresso, e quali persone altrettanto forti e sagge hanno vissuto per primo confermi a lui.

 

E il vero significato di ogni mito è quello più nobile fondato nella nazione in cui ancora presente. Più indietreggi, meno significati troverai, fino a giungere al primo pensiero angusto, che, appunto, contiene il germe della tradizione compiuta; ma solo come il seme contiene il fiore. Man mano che l’intelligenza e la passione della razza si sviluppano, si aggrappano e nutrono la loro amata e sacra leggenda; foglia dopo foglia si espande sotto il tocco di affetti più puri e di più delicata immaginazione, finché alla fine la favola perfetta germoglia nella simmetria di stelo lattiginoso e campana di miele.




Ora, in quel periodo in cui culminava la religione greca, troviamo, sotto un unico Signore governante di tutte le cose, quattro forze elementari subordinate e quattro poteri spirituali che vivono in esse e le comandano. Gli elementi sono naturalmente i ben noti quattro del mondo antico: la terra, le acque, il fuoco e l’aria; e le loro forze viventi sono Demetra, la latina Cerere; Poseidone, il latino Nettuno; Apollo, che ha sempre mantenuto il suo nome greco; e Atena, la Minerva latina.

 

Ognuna di queste discende da divinità più antiche, e quindi più mistiche, della terra e del cielo, e di un più sottile elemento dell’Etere che si suppone sia al di là dei cieli; ma in questo momento troviamo i quattro elementi definiti, sia nei loro regni che nelle loro personalità. Sono i regni della terra che calpestiamo e l’aria che respiriamo; e sono con noi vicini, nella loro vivida umanità, come la polvere che animano e i venti che imbrigliano. Definirò brevemente per voi la gamma dei loro domini separati, e poi seguirò, per quanto tempo abbiamo, la più interessante delle leggende che riguardano la regina dell’aria.




Il primo dei requisiti, quindi, per la retta lettura dei miti, è la comprensione della Natura in ogni vera e più nobile visione da parte di nobili Spiriti da Lei ispirati: ovvero ciò che si fonda su Leggi costanti ed invisibili comuni a tutta la natura umana; che percepisce, per quanto oscuramente, cose che sono vere per tutte le età; le quali possiamo comprendere solo fino a quando abbiamo una qualche percezione della stessa verità; e che la loro pienezza è sviluppata e maggiormente manifestata dal loro riverbero nelle menti dello stesso temperamento speculare, nelle età successive. Capirai meglio Omero vedendo il suo riflesso in Dante, come potrai tracciare nuove forme e colori più tenui in una collina, raddoppiata da un lago.

 

In primo luogo, e maggiormente, è l’aria come Spirito di vita, che dà vitalità al sangue. La sua relazione psichica con la forza vitale nella materia è più profonda, e la esamineremo in seguito; ma un gran numero dei passaggi più interessanti di Omero la considera come Elemento con cui sorvolare la terra con forza transitoria, semplicemente la dea dell’aria fresca che ci attraversa e che fa volare l’ispirata visione delle Idee.




È curioso che le città e metropoli della nostra nuova èra, che si  definiscono un po’ sfacciatamente ‘le Atene moderne’, siano in effetti sotto la sua costante e speciale tutela nel favore e riconoscimento di questo peculiare aspetto. Atena, infatti, è prima, giacché dovunque spalanchi la finestra al mattino, fai entrare Atena, come saggezza e aria fresca nello stesso istante; e ogni volta che trai un respiro puro, lungo e pieno del giusto cielo, prendi Atena nel tuo cuore, attraverso il tuo sangue; e, con il sangue.

 

Ora, questo apporto di forza da parte dell’aria, osservate, è meccanico oltre che chimico. Non puoi sferrare un buon colpo se non con il petto pieno; e, nel combattimento corpo a corpo, non è il muscolo a cedere per primo, è il respiro; il più longevo sarà, in media, il vincitore, non il più forte.




 * [Se sei fortunato potrai morire felice e appestato dall’alito del drago in nome e per conto del nuovo sconosciuto cancro!]

 

*[Se invece sfortunato ti mancherà Atena, in suo vece una lenta agonia come una peste antica, ti soffocherà e mutilerà lentamente il respiro, ed infine potrai spirare senza riguardo a nessun Dio…]




Ma inoltre, Atena è l’aria pura, non solo per i gigli del campo, ma anche per le foglie della foresta.

 

Abbiamo visto prima il motivo per cui si dice che Hermes sia il figlio di Maia, la maggiore delle stelle sorelle della primavera. Quelle stelle sono chiamate non solo Pleiadi, ma Vergiliæ, da una parola che mescola le idee del capovolgimento o del ritorno della primavera con lo scroscio della pioggia. Madre di Virgilio che porta il nome di Maia, Virgilio stesso ricevette il suo nome dalle sette stelle; e lui, formando prima la mente di Dante, e per mezzo di lui quella di Chaucer (oltre a qualunque particolare influenza minore provenisse dai Pastorali e dalle Georgiche) divenne la sorgente di tutta la migliore potenza letteraria connessa con l’amore della natura vegetativa tra le razze civili degli uomini.

 

*[Il Figlio di Dio morì dopo il conforto del suo principio da cui la Vita]

 

*[Nacque dall’inverno dal Nulla d’una morte apparente senza Tempo, qual riflesso Infinito dell’Universo, un mandala complesso da cui anche il presente mito ci riguarda e comprende, procederà verso una Croce in cui decifrare l’umano simbolo ove il Divino crocefisso ‘quanto’ da Lui nato e creato…]




Prendi il fatto per quello che vale; tuttavia è uno strano sigillo di coincidenza, in parole e in realtà, sul sogno greco del potere sulla vita umana e sui suoi pensieri più puri nelle stelle della primavera. Ma la prima sillaba del nome di Virgilio ha relazione anche con un altro gruppo di parole, di cui quelle inglesi, virtù e virgin, portano la forza sino ai giorni nostri. È un gruppo che contiene principalmente l’idea della primavera, o aumento della vita nella vegetazione, il sorgere del nuovo ramo dell’albero dal bocciolo e della nuova foglia dal terreno. Implica, in secondo luogo, l’idea del verde e della forza, ma, soprattutto, quella della crescita vivente di una nuova verga da un ceppo, stelo o radice; e principalmente lo stelo di certe piante, della tribù delle rose, come nel germoglio della verga di mandorla di Aronne; o della tribù degli ulivi, che ha un triplice significato in questo simbolismo, dall’uso del suo olio per l’unzione sacra.

 

*[Le sue e loro prediche furono illuminate hora dall’ulivo, hora da altro Ramo e Arbusto, dal riflesso della chioma, dal riflesso ispirato della Parola, dal riflesso della Luce con cui elevare e scrivere la parabola del Sentiero fino…]   




  Quindi, in innumerevoli modi divisi e riflessi, è connesso con la potenza di Ercole e di Atena: Ercole pianta l’olivo selvatico, per la sua ombra, sul corso di Olimpia, e da allora in poi dà la corona olimpica di consumato onore e riposo; mentre il premio ai giochi panatenaici è un vaso del suo olio (che significa incoraggiamento alla continuazione dello sforzo); e dai dipinti su questi vasi panatenaici otteniamo l’indizio più prezioso dell’intero carattere di Atena.

 

Quindi per esprimere la sua propagazione per ceppi, gli alberi da cui doveva essere prelevato l’olio furono chiamati Moriai, alberi di divisione (essendo tutti discendenti del sacro nell’Eretteo). E così, in una direzione, arriviamo ai figli come ulivi intorno alla tua mensa e all’innesto dell’olivo di S. Paolo; mentre l’uso dell’olio per l’unzione conferisce il nome principale alla verga stessa del gambo di Iesse, e a tutti coloro che con quel nome furono nominati suoi discepoli ancor prima ad Antiochia.




Ricorda, inoltre, poiché a quel nome è stato dato per primo l’influenza del simbolo, sia nell’estrema unzione che nella consacrazione dei sacerdoti e dei re al loro diritto divino; e cosa, se riesci a raggiungere la retta e saggia comprensione del Pensiero, quale sia stata l’influenza sulla Terra, di quei rami contorti le cui foglie donano grigia fioritura ai pendii sotto ogni brezza che spira dal mare di mezzo. Ma, soprattutto, pensate a quanto sia strano che la principale agonia dell’umanità, e il principale dono di forza dal cielo per il suo compimento, sia stata sotto la sua ombra notturna in Palestina.




In quarto luogo, Atena è l’aria che nutre la luce artificiale, il fuoco che non consuma. Perciò nell’Eretteo si teneva sempre accesa una lampada; e la corsa delle torce appartiene principalmente alla sua festa, il cui significato è di mostrare il pericolo della morte della luce anche per eccesso dell’aria che la nutre; e così che la corsa non è per i veloci, ma per i saggi. L’uso domestico della sua luce costante è simboleggiato nel bel passaggio dell’Odissea, dove Ulisse e suo figlio spostano l’armatura mentre i servi sono chiusi nelle loro stanze, e non c’è nessuno che tenga le torce per loro; ma Atena stessa, ‘avendo una lampada d’oro’, riempie di luce tutte le stanze. La sua presenza in guerra con i suoi eroi preferiti è sempre mostrata dagli ‘instancabili’ fuochi che aleggiano sui loro elmi e scudi; e l’immagine diventa gradualmente costante e accettata, sia per il mantenimento della vigilanza domestica, come nella parabola delle dieci vergini, sia come simbolo dell’ispirazione diretta, nel vento impetuoso e nelle fiamme divise della Pentecoste; ma insieme a questo pensiero del fuoco indistruttibile e costante, si mescola sempre nella mente greca il senso del consumare per eccesso, come della fiamma per l’aria, così anche della creatura ispirata per il proprio fuoco; e specialmente Atena ha questo aspetto verso la forza veramente sensuale e corporea; in modo che ad Ares, che è lui stesso pazzo e consumante.

(Prosegue...)










 

venerdì 3 settembre 2021

I VIZI DELLA NOSTRA CIVILTA' (ovvero, la Natura seviziata) (16)

 










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La prospettiva rovesciata (15)  (2)  (3)


d'uno o più quadri della domenica...


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I peccati della nostra civiltà (17)








È un errore ampiamente diffuso il credere che la Natura sia inesauribile. Ogni specie di animale, di pianta o di fungo - perché tutte e tre le varietà fanno parte del grande meccanismo - è adattata al suo ambiente; e, come è ovvio, di tale ambiente non fanno parte soltanto le componenti inorganiche di una data località, bensì anche tutti gli esseri viventi che vi abitano.

 

Tutti gli esseri viventi che abitano nello stesso spazio vitale sono quindi adattati gli uni agli altri. Ciò vale anche per quelli che si contrappongono da nemici l’uno all’altro, in rapporti di ostilità, come la belva e la sua preda, il divoratore e il divorato. Un esame più attento dimostra che questi esseri, se considerati non individualmente ma come specie, non solo non si danneggiano reciprocamente, ma talvolta costituiscono persino una comunità di interessi. È ovvio che il predatore sia fortemente interessato alla sopravvivenza della specie, animale o vegetale che sia, che gli serve da preda.


 

Quanto più esclusiva è la sua preferenza per un dato tipo di cibo, tanto maggiore sarà, necessariamente, il suo interesse. In questi casi il predatore non può assolutamente sterminare l’animale che gli serve da preda: l’ultima coppia di predatori morirebbe di fame già molto prima di aver anche solo incontrato l’ultima coppia della specie preda. Quando la densità di popolazione della specie preda scende al di sotto di un determinato livello, è il predatore a scomparire, come per fortuna è avvenuto per la maggior parte delle imprese che davano la caccia alle balene.




 […] In breve, tra due forme di vita può esistere un rapporto di interdipendenza reciproca molto simile a quello che lega l’uomo ai suoi animali domestici e alle piante coltivate. Le leggi che regolano tali effetti reciproci sono spesso molto simili, infatti, a quelle dell’economia umana, ed è proprio questo che vuol significare il termine di ecologia, che le scienze biologiche hanno coniato per designare lo studio di questi rapporti d’interazione. Esiste tuttavia un concetto economico del quale ci occuperemo tra poco e che esula dall’ecologia animale e vegetale:

 

lo sfruttamento distruttivo.

 

I rapporti interattivi nel complesso delle molte specie di animali, piante o funghi che coabitano nello stesso spazio vitale, formando una comunità biotica o biocenosi, sono numerosi e molto complessi.




L’adattamento delle diverse specie viventi ha richiesto tempi che rispondono all’ordine delle ere geologiche, non a quelle della storia dell’uomo, e ha raggiunto uno stadio di equilibrio tanto ammirevole quanto delicato.

 

Molti meccanismi regolatori proteggono tale equilibrio contro le inevitabili perturbazioni dovute a ragioni climatiche e di altro genere. Tutte le modificazioni che si instaurano lentamente, come quelle provocate dalla evoluzione della specie o da graduali (e non repentine come avviene cinquant’anni dopo la pubblicazione di questo libro) alterazioni del clima, non costituiscono un pericolo per l’equilibrio di uno spazio vitale.




 Una modificazione improvvisa, invece, per quanto possa sembrare di scarso rilievo, può produrre effetti sbalorditivi e anche catastrofici. L’introduzione di una specie animale apparentemente del tutto innocua può provocare la letterale devastazione di ampie zone di terra, come è avvenuto in Australia in seguito al diffondersi dei conigli. In questo caso l’intervento nell’equilibrio di un biotopo è avvenuto per opera dell’uomo; gli stessi effetti sono tuttavia teoricamente possibili anche senza il suo intervento, sebbene si tratti di una eventualità più rara.

 

L’ecologia dell’uomo è soggetta a cambiamenti di gran lunga più rapidi di quella degli altri esseri viventi.

 

I tempi ne sono dettati dal progresso della sua tecnologia, che è continuo e la cui accelerazione cresce in proporzione geometrica. L’uomo, quindi, non può non provocare alterazioni radicali e, troppo spesso, la rovina totale delle biocenosi nelle quali e delle quali vive. Fanno eccezione a questa regola soltanto pochissime tribù selvagge, come ad esempio certi indios della foresta sudamericana, che vivono raccogliendo cibo o cacciando la selvaggina, oppure gli abitanti di alcune isole dell’Oceania che coltivano un poco la terra e vivono soprattutto di noci di cocco e di pesca.




Tali culture influiscono sul loro biotopo in maniera non diversa dalle popolazioni di una specie animale. Questo è uno dei modi di cui l’uomo teoricamente dispone per vivere in armonia col suo biotopo; l’altro consiste nel crearsi, servendosi dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, una biocenosi completamente nuova che corrisponda in tutto e per tutto alle sue esigenze e che potrebbe anche, in linea di principio, dimostrarsi altrettanto duratura di quella che fosse sorta senza il suo intervento. Questo vale per alcune antiche civiltà contadine che abitano da molte generazioni sulla stessa terra, che amano, e alla quale, grazie alle conoscenze ecologiche acquistate attraverso la pratica, restituiscono ciò che da essa hanno ricevuto.

 

Il contadino, infatti, sa qualcosa che l’intera umanità civilizzata sembra aver dimenticato: cioè che le fonti di vita del nostro pianeta non sono inesauribili. Da quando in vaste zone dell'America l’erosione causata da uno sfruttamento insensato ha trasformato in deserto terreni un tempo fertili, da quando grandi territori si sono inariditi in seguito al disboscamento e innumerevoli specie di animali utili si sono estinte, si è incominciato, a poco a poco, a far di nuovo conoscenza con questa realtà. E ciò soprattutto per il fatto che le grandi imprese industriali che agivano nell’ambito dell’agricoltura, della pesca e della caccia alla balena hanno risentito gravemente, sotto l’aspetto commerciale, di tali effetti.




E tuttavia questi fatti non vengono generalmente riconosciuti e non sono ancora penetrati nella coscienza pubblica!

 

La fretta affannosa del nostro tempo non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei doers, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. Veri misfatti vengono oggi compiuti dovunque con l’uso di prodotti chimici, per esempio nell’agricoltura e nella frutticultura dove servono a distruggere gli insetti; ma in modo quasi altrettanto irresponsabile si agisce con i farmaci.




[…] Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente, sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato.

 

Come può un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente banale e brutta, dell’uomo?

 

In una grande città i grattacieli e l’atmosfera inquinata dai prodotti chimici non permettono nemmeno più di vedere il cielo stellato. Non c’è perciò da stupirsi se il diffondersi della civilizzazione va di pari passo con un così deplorevole deturpamento delle città e delle campagne. Basta confrontare con occhi spassionati il vecchio centro di una qualsiasi città con la sua periferia moderna, oppure quest’ultima, vera lebbra che rapidamente aggredisce le campagne circostanti, con i piccoli paesi ancora intatti. Si confronti poi il quadro istologico di un tessuto organico normale con quello di un tumore maligno, e si troveranno sorprendenti analogie!




 Se consideriamo obiettivamente queste differenze e le esprimiamo in forma numerica anziché estetica, constateremo che si tratta essenzialmente di una perdita di informazione.

 

La cellula neoplastica si distingue da quella normale principalmente per aver perduto l’informazione genetica necessaria a fare di essa un membro utile alla comunità di interessi rappresentata dal corpo. Essa si comporta perciò come un animale unicellulare o, meglio ancora, come una giovane cellula embrionale: è priva di strutture specifiche e si riproduce senza misura e senza ritegni, con la conseguenza che il tessuto tumorale si infiltra nei tessuti vicini ancora sani e li distrugge.




 Tra l’immagine della periferia urbana e quella del tumore esistono evidenti analogie: in entrambi i casi vi era uno spazio ancora sano in cui erano state realizzate una molteplicità di strutture molto diverse, anche se sottilmente differenziate fra loro e reciprocamente complementari, il cui saggio equilibrio poggiava su un bagaglio di informazioni raccolte nel corso di un lungo sviluppo storico; laddove nelle zone devastate dal tumore o dalla tecnologia moderna il quadro è dominato da un esiguo numero di strutture estremamente semplificate.

 

Il panorama istologico delle cellule cancerogene, uniformi e poco strutturate, presenta una somiglianza disperante con la veduta aerea di un sobborgo moderno con le sue case standardizzate, frettolosamente disegnate in concorsi-lampo da architetti privi ormai di ogni cultura. Gli sviluppi di questa competizione dell’umanità con se stessa (di cui tratteremo nel prossimo capitolo) esercitano sull’edilizia un effetto distruttivo. Non soltanto il principio economico secondo il quale è più conveniente produrre in serie gli elementi costruttivi, ma anche il fattore livellatore della moda, fanno sì che ai margini dei centri urbani di tutti i paesi civilizzati sorgano centinaia di migliaia di abitazioni di massa che si distinguono fra loro solo per i loro numeri civici; esse infatti non meritano il nome di case dal momento che, tutt’al più, si tratta di batterie di stalle per uomini da lavoro, chiamati così proprio per analogia con i cosiddetti animali da lavoro.




L’allevamento di galline livornesi in batterie viene giustamente considerato una tortura per gli animali e una vergogna della nostra civiltà. L’applicazione di metodi analoghi all’uomo è invece considerata del tutto lecita, anche se proprio l’uomo sopporta meno di tutti questo trattamento che è disumano nel vero senso della parola. La coscienza del proprio valore da parte dell’uomo normale favorisce a giusto titolo l’affermazione della sua personalità.

 

L’uomo non è stato costruito nel corso della filogenesi per essere trattato come una formica o una termite, elementi anonimi e intercambiabili di una collettività di milioni di individui assolutamente uguali tra loro. Basta guardare un gruppo di orticelli di periferia per capire quali effetti può produrre l’impulso dell’uomo a esprimere la propria individualità. A chi abita nelle batterie degli uomini da lavoro resta una sola via per conservare la stima di sé: essa consiste nel rimuovere dalla coscienza l’esistenza dei molti compagni di sventura e nel rinchiudersi in assoluto isolamento. In molte abitazioni di massa i balconi dei singoli appartamenti sono separati da tramezzi che nascondono la vista del vicino. Non si può né si vuole stabilire con lui un contatto sociale attraverso la grata perché si ha troppa paura di vedere riflessa nel suo volto la propria immagine disperata. Anche per questa via gli agglomerati umani conducono alla solitudine e all’indifferenza verso il prossimo.


(Prosegue....)








 

domenica 29 agosto 2021

IL QUADRO DELLA DOMENICA (20)

 










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& racconti della Domenica:


Una Domenica con il guardiano... 


& morte a Venezia


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Inferno... (21)







...con lo sguardo dell'uomo... (14)


& La prospettiva rovesciata (1) [15] (2)  (3)










Poco o nulla sappiamo della vita di Hieronymus Bosch, e scarse sono anche le notizie relative all’ambiente in cui si formò. La sua vicenda umana rimane avvolta in un alone di leggenda impenetrabile che non poco ha contribuito ad alimentare le più svariate supposizioni intorno alla sua arte. Ma e proprio dei grandi spiriti sollecitare indagini e interpretazioni talvolta antitetiche tra loro. Nel caso di Bosch, alcuni hanno creduto di vedere nella sua opera un corrispettivo, più o meno fedele, della classificazione del mondo elaborata dai teorici dell’alchimia; altri vi hanno scorto un prodotto dell’ossessione demoniaca e visionaria propria del tardo Medioevo; altri ancora, infine, una severa critica, in chiave satirico-grottesca, dei costumi e delle leggi del tempo.

 

Gli elementi biografici sono scarsi: si perdono le tracce di Bosch dagli inizi del XVII secolo, e i documenti d’archivio recentemente scoperti non ci forniscono alcun elemento sullo sviluppo spirituale del pittore. Non sappiamo né quando sia nato né chi fossero i suoi maestri, amici o mecenati; ignoriamo da dove abbia ripreso questi strani soggetti che superano così singolarmente i quadri dell’arte religiosa tradizionale.




Ci risulta solo che un certo Jan van Aken, probabilmente originario di Aquisgrana, della generazione di poco anteriore a quella di Hieronymus van Aken, detto Bosch, acquistò nel 1399 il diritto di cittadinanza a Hertogenbosch. A partire da questa data, troviamo nei registri della città molte persone con questo nome in qualità di artisti artigiani, senza che sia peraltro possibile seguire in modo univoco la ramificazione della famiglia.

 

Sappiamo che il pittore Bosch ha collaborato alla decorazione della grande cattedrale di San Giovanni nella sua città natale, realizzando numerose pale e progetti di vetrate, distrutte poi dagli iconoclasti. Era sposato, proprietario di una casa e membro della rispettabile ‘Confraternita di Nostra Signora del Cigno’. I registri di questa confraternita fanno menzione del suo decesso. Morì nel 1516, quindici anni prima della moglie, Aleide van Mervenne, alias Brants. A giudicare da un ritratto che si trova ad Arras, avrebbe raggiunto la sessantina.

 

…È tutto quello che sappiamo di lui.




Tuttavia, se è vero che il tramandarsi più o meno consistente dei dati biografici non è attribuibile solo alla sorte casuale dei documenti, si è in diritto di analizzare questo stesso silenzio come rivelatore. Come già nel caso di Mastro Mathis von Aschaffenburg, l’irreperibilità di elementi biografici è un indice significativo della personalità del maestro: egli aveva scelto di condurre una vita ritirata in una città come Hertogenbosch, centro situato a latere delle correnti artistiche delle vecchie scuole di pittura olandese.

 

Esistono quantunque nell’opera di Bosch, distinte e opposte, una tematica clericale e una anticlericale.

 

Questa dualità fa della sua arte la testimonianza di un’epoca di transizione. E non è tutto: lo stesso primo gruppo di opere appare scisso in due, giacché alla denunzia anticlericale si sovrappone un’altra critica, non meno appassionata, che ha come oggetto gli eccessi fanatici di certe sette occulte. In questo primo gruppo delle sue opere religiose si assiste a un fuoco incrociato di satira sociale.




A volte sono le monache e i monaci, nel costume medievale del loro ordine, ad essere attaccati, a volte lo sono preti e sibille gnostiche, ritratti con ornamenti fantastici, accompagnati da una turba demoniaca di maghi e di streghe che assumono, secondo la tradizione nordica, l’aspetto vegetale di noccioli e salici.

 

Ai due gruppi principali delle opere di Bosch corrispondono due committenti in contrasto fra loro: la Chiesa da una parte, protettrice accreditata della pala, e dall’altra un oppositore rivoluzionario che, versando vino nuovo negli otri vecchi, conserva la forma tradizionale della pala facendola poi esplodere con l’audace originalità del contenuto.

 

L’ambigua tematica di questo gruppo indica che questo diverso committente, che simultaneamente lottava contro le sregolatezze della Chiesa e quelle dei culti pagani (non meno di certe correnti ortodosse così come ai nostri giorni sovente tal quadro si ripropone immutato…), va ricercato negli ambienti che precorrevano la Riforma.




Gli storici dell’arte, fondandosi sulla teoria dell’evoluzione, hanno iniziato a esaminare e a ordinare la sua opera in modo più completo. Essi hanno scoperto il Bosch paesaggista, il pittore di genere, ma eliminando tutto ciò che egli aveva di rivoluzionario e di veramente creativo: hanno cercato di elevare ad un genere a sé i suoi quadri di costume, senza tuttavia vedere il carattere profondamente simbolico delle sue opere di genere.

 

Anche le opere religiose sono state rivalutate in funzione dei loro contenuti di costume. Il realismo positivista è rimasto estraneo alla simbolica spirituale. Non vedendovi che un ‘guazzabuglio fantastico’, si è totalmente eliminato il simbolismo per valorizzare e celebrare il Bosch realista, precursore del grande Bruegel il Vecchio.




La storia dell’arte è ancora molto lontana, per quanto riguarda Bosch, dal terzo stadio raggiunto dagli storici per ciò che concerne l’alchimia: un’analisi interna del soggetto in ogni suo aspetto, un processo critico conforme alla storia delle idee.

 

Non si è pensato, da parte dei critici, che la presunta incomprensibilità di Bosch non fosse che il risultato della loro incapacità a comprendere.

 

Nessuna opera di Bosch ha tanto sofferto di questi preconcetti ed è stata completamente misconosciuta quanto il trittico del Regno millenario o Giardino delle delizie.




 La dimensione interiore del trittico si presenta così ad uno spettatore senza idee preconcette: la parte sinistra rappresenta l ’Eden e quella destra l’Inferno. Il pannello centrale rappresenta un secondo Paradiso che sviluppa il primo, approfondendolo.

 

L’Inferno dei quattro elementi, come Sodoma e Gomorra, il paesaggio cosmico dello sfondo si staglia all’orizzonte a grandi lettere di fuoco. Ci presenta la natura nello stato della ‘collera’, per riprendere la formulazione di Jakob Bòhme, che così definisce lo scatenarsi selvaggio degli elementi suscitato dalla caduta d’Adamo: potenze benevole, esse si sono trasformate in forze distruttrici.




  Il nero orizzonte è punteggiato da incendi, una luce fiammeggiante rischiara il paesaggio inondato, devastato da orde guerriere, su cui regna, come signore assoluto, Orlog, il dio della guerra. A sinistra, coronata da un paio di corna enormi, una montagna si leva nella notte, gigantesco cranio diabolico. Le sue viscere sono incandescenti come una forgia e un’intensa attività vulcanica sconvolge la sua sommità. Questo fuoco della terra non è solamente alimentato dai propri mezzi. La forgia è in effetti popolata da artigiani: fuochisti e fabbri infernali attizzano il braciere con sbarre di ferro, qualcuno ritto su di una scala davanti alla gola del forno o, più in alto ancora, su passerelle che conducono ai crateri vicini.


(Prosegue all'Inferno...)