IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 21 agosto 2022

I RITARDI DELLA PUNIZIONE DIVINA



























 

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Circa l'identità della Natura 


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& Una lettera dell'Editore







“In verità, per i malvagi che si accingono a compiere i loro ben meditati delitti non esiste incoraggiamento maggiore di questo: l'ingiustizia produce un frutto presto maturo e facile da cogliere, mentre il castigo sopraggiunge tardi, molto dopo che se ne sia goduto”. 

 

Patroclea aveva terminato il suo discorso, quando Olimpico soggiunse: “Patroclea, un altro effetto strano e di gran peso producono la lentezza e l'indugio del dio in queste cose: il ritardo distrugge la fede nella provvidenza, poiché il malanno che giunge ai cattivi non subito dopo la colpa, ma più tardi, viene attribuito al caso; essi non lo definiscono ‘castigo’ ma ‘sventura’, e non ne traggono profitto, perché si ribellano per gli eventi anziché pentirsi per le proprie azioni”.



“La sferzata e il colpo di sperone, quando vengono immediatamente dopo un errore o un passo falso, correggono un cavallo e lo rimettono a posto, mentre battiture, punizioni, grida, ritardate dopo un certo tempo, gli danno l'effetto di dipendere da tutt'altro che dall'istruzione perché lo fanno soffrire senza che nulla gli venga insegnato; così la malvagità percossa e battuta per ogni colpa o errore può infine essere ricondotta alla ragione, divenire umile e timorata del dio, riconoscendo che a lui spetta di presiedere alle vicende e alle passioni umane come giudice solerte. Al contrario la giustizia lenta che procede con tardo passo (per usare le parole d'Euripide) e si abbatte sui malvagi quando capita ha in comune con il caso più che con la provvidenza l'incertezza, l'intempestività, il disordine. Non vedo dunque quale vantaggio vi sia in questi cosiddetti ‘mulini degli dèi che macinano tardi’: essi rendono invisibile la giustizia e vanificano il timore del castigo”.




Tali furono dunque le sue parole, e io stavo meditando su di esse, quando intervenne Timone: “Devo anch'io mettere l'ultimo mattone del dubbio sul nostro ragionamento, o lasciare che prima si contenda contro questi discorsi?”. “Perché mai” risposi “si dovrebbe scagliare la terza ondata e affondare completamente il discorso, se non sarà capace di respingere le prime due accuse e di salvarsi da esse? Prima di tutto, iniziamo dal focolare paterno, ossia dalla reverenza verso il divino che è propria dei filosofi dell'Accademia: non presumiamo di parlare intorno a questi argomenti come se ne sapessimo qualcosa. Più difficile, infatti, che per un ignaro di note discutere di musica, o per un inesperto di anni di strategia è che noi, uomini come siamo, indaghiamo le cose degli dèi e dei demoni: simili a quegli sprovveduti che pretendono di congetturare i progetti dei competenti con il buonsenso e l'intuizione, secondo il criterio della verosimiglianza. 




Non spetta ad un profano di comprendere il motivo per cui il medico non incide prima ma dopo, cauterizza non ieri ma oggi; allo stesso modo, a proposito degli dèi, la cosa più facile e sicura per un mortale è non dire altro che questo: conoscendo perfettamente il momento in cui va curata la malvagità, essi somministrano a ciascuno il castigo come un farmaco, né questo ha una misura di grandezza comune né un tempo solo e identico per tutti. E che la medicina dell'anima, chiamata giustizia e rettitudine, sia la maggiore tra tutte le arti lo testimonia anche Pindaro insieme a moltissimi altri, quando definisce ‘artista supremo’ il dio sovrano e signore del tutto, come colui che è artefice della giustizia, alla quale appartiene di misurare il tempo, il modo e la misura della punizione di ogni singolo malvagio. Discepolo di quest'arte, secondo Platone, è stato Minasse figlio di Zeus, poiché nell'amministrare la giustizia non è possibile essere equi né comprendere l'equità di altri se non si è studiata questa scienza in modo da possederla.




 “Considerate dunque il primo punto: secondo Platone, il dio si è posto come paradigma di ogni bene e concede la virtù umana, per cosi dire ricalcata su se stesso, a coloro che il dio sono capaci di seguire. L'ammasso caotico della natura iniziò a prender forma e ad assumere l'ordine dell'universo appunto assimilandosi e partecipando in un certo modo alla forma e alla virtù divine; e lo stesso Platone afferma che la natura ha acceso la vista in noi perché l'anima, davanti allo spettacolo meraviglioso dei corpi che si muovono nel cielo, si avvezzi ad amare e a ricercare il decoro e l'armonia, a prendere in odio le passioni disordinate ed instabili, a fuggire ciò che è fortuito e occasionale in quanto origine di ogni malvagità e trascuratezza. In nessun modo all'uomo è dato di attingere al dio meglio che imitandolo e ricercando ciò che in lui è buono e bello, nel conseguire la virtù.




“Per questo il dio impone la giustizia ai malvagi solo nel tempo, e con calma: non per timore che la rapidità del castigo lo conduca a errori o ripensamenti, ma per eliminare la violenza e il furore dalle nostre vendette. Egli insegna a non aggredire chi ci ha offeso come se dovessimo appagare la fame o la sete, mentre siamo in preda all'ira e maggiormente si agita infiammato l'animo che balza al di sopra della ragione bensì a por mano alla giustizia con ordine e senso della misura, imitando la sua mitezza e pazienza, e prendendo come consigliere il tempo, che ben di rado produrrà rimorsi. Gettarsi in una torbida fiumana e abbeverarsene per intemperanza, diceva Socrate, è un male minore che aggredire per vendetta il corpo di un uomo il cui sangue e la cui razza sono gli stessi nostri, mentre ancora la ragione è inquinata e piena di un'ira folle, né ci si è ancora placati o purificati. Dunque, non ‘la rappresaglia che segue immediatamente l'offesa’, di cui parlava Tucidide, bensì quella che più ne è lontana raggiunge lo scopo.

 

“Come il furore, per usare le parole di Melanzio,

 

compie azioni tremende quando prende

 

[il posto del senno


 

...così anche la ragione agisce secondo giustizia e con misura, quando allontana da sé l'ira e lo sdegno. Quindi, si può apprendere la mitezza anche da esempi umani: così Platone, levato il bastone contro uno schiavo, rimase a lungo immobile per castigare (fu lui stesso a dirlo) la propria ira. Archita, accortosi che i servi nei campi erano pigri e disordinati, e sentendo d'essere troppo acceso d'ira e inasprito contro di loro, non fece nulla, ma si allontanò dicendo soltanto: ‘Siete fortunati che sono sdegnato con voi!’. Se dunque il ricordo di parole e il racconto di fatti umani bastano a contenere l'impeto e l'eccesso dell'ira, è di gran lunga più naturale che - prendendo come modello il dio, il quale non conosce timore o pentimento alcuno e tuttavia procrastina nel futuro il castigo e lascia trascorrere il tempo diventiamo noi stessi disposti a un simile atteggiamento: giudichiamo aspetti divini della virtù la mitezza e la magnanimità che il dio esercita punendo alcuni subito per compiere giustizia, molti altri dopo lungo tempo per offrire vantaggio e ammonimento.




“Consideriamo poi questo secondo argomento. Il castigo che viene dagli uomini, avendo solo uno scopo di ritorsione, si arresta quando ha reso il male a chi l'ha compiuto, ma non va oltre: come un cane, esso latra contro i colpevoli e li incalza, perseguitando i misfatti di pari passo. Dobbiamo presumere invece che il dio, quando si accinge a giudicare un'anima malata, valuti prima se le sue passioni possono essere volte al pentimento, e a chi non è completamente e irrimediabilmente malvagio conceda per qualche tempo una sospensione della pena. Egli ben conosce, infatti, quanta parte di virtù le anime portino con sé alla nascita, derivandola da lui. Sa che la loro nobiltà è salda e non effimera, ma germoglia il male contro natura, quando è corrotta da un nutrimento sbagliato o da cattive compagnie: però, curata con certi rimedi, riacquista perfettamente la qualità che le conviene. Perciò il dio non si precipita a castigare tutti nello stesso modo. Elimina subito dall'esistenza e annienta ciò che è inguaribile, poiché convivere sempre con la malvagità è dannoso per gli altri, ma ancora più per se stessi; a quelli in cui invece la tendenza all'errore sembra essersi prodotta più per ignoranza del bene che per scelta del male concede un rinvio perché cambino vita, ma se perseverano, infligge anche a loro il castigo: certo non teme che possano sfuggirei. 

[……]


“Infatti, se l'indole di orsi, lupi, scimmie si rivela subito nei cuccioli senza nulla che la celi o dissimuli, la natura umana subisce l'influsso di abitudini, opinioni, leggi; sovente nasconde i suoi difetti e imita il bene, tanto da cancellare completamente ed evitare la macchia della malvagità insita nella stirpe, oppure da nasconderla per lungo tempo, come avvolgendo la scelleratezza dentro un guscio. In questo modo riesce a ingannarci, e ci avvediamo della malvagità solo alla fine, quando siamo colpiti da qualche ingiustizia come da una sferzata o da un morso; o per meglio dire, riteniamo che diventino malvagi solo quando commettono un atto malvagio, i violenti quando oltraggiano, i vili quando fuggono. Egualmente si potrebbe credere che gli scorpioni abbiano il pungiglione solo quando pungono, e le vipere il veleno quando mordono; in verità, ogni essere malvagio non diviene tale solo nel momento in cui si manifesta: ha in sé la malvagità fin dall'inizio, e la mette in atto cogliendo l'occasione e la possibilità, il ladro rubando e l'uomo tirannico violando le leggi. Ma il dio non ignora certo l'indole innata di ciascuno, dal momento che per sua natura percepisce più lo Spirito che il corpo; e non attende che la violenza giunga nelle mani, l'impudenza nelle parole, l'intemperanza nei genitali per punirle. Egli non aggredisce il colpevole per un'offesa patita, non si sdegna contro il ladrone perché l'ha aggredito, non odia l'adultero perché l'ha oltraggiato; ma, sovente, castiga l'adultero, l'avido, l'ingiusto solo al fine di guarirli, sopprimendo la malvagità prima dell'accesso, proprio come l'epilessia.




“Ma noi prima ci sdegnavamo perché i malfattori sono puniti tardi e lentamente; ora accusiamo il dio, perché ancora prima che si compia un delitto raffrena in alcuni la predisposizione naturale. In verità, a noi sfugge che spesso il futuro è peggiore e più tremendo del passato, ciò che rimane ignoto di ciò che è palese: dato che non siamo in grado di comprendere le cause per cui è meglio tollerare che alcuni giungano fino all'ingiustizia, ma altri occorre prevenirli quando ancora meditano di compierla. Allo stesso modo ad alcuni, sebbene ammalati, non giovano medicine utili ad altri che, pur non essendo infermi, sono in condizioni più precarie.

 

(Plutarco)  &  il capitolo completo  & una lettera dell'Editore








venerdì 19 agosto 2022

L'IDENTITA' DELLA NATURA (27) [Sentieri percorsi e da percorrere ancora 5]




















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Bellezza della Natura (25/6)

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L'identità della Natura (umana e ambientale, ovvero, conquiste scientifiche) (28) &


















...Per una più chiara e corretta lettura circa Identità Morale & Natura... (in PDF)...













…A dire la verità, a turbarmi non sono i bravi, ingegnosi (pur apparentemente ‘semplici’ ‘meccanizzati’ ragazzi) ragazzi che, come dice qualcuno, stanno per essere ridotti ad astuti ed egoisti membri del Parlamento. Di gente simile ne ho vista fin troppa. Sono animali molto belli, però nient’altro che animali. In soggetti simili, tutti muscoli e ossa, l’anima quanto lo Spirito sono allo stato embrionale. Una macchina puramente atletica, per quanto ben costruita, non può risvegliare i sentimenti più delicati di una persona. Me ne dispiace, ma mi è difficile pensare che un giorno, con un po’ di manipolazione, la macchina potrà avvicinarsi alla dignità di un essere dotato di Intelletto….

Forse abbiamo bisogno di miglior Verbo e Verità dispensate, per coloro che vogliono interpretare la Natura ed il suo odierno dolore non meno che tormento.

(1) L’Etica di una determinata virtù non più Dottrina, di una Filosofia e non più presa di Coscienza comporta soprattutto la necessaria indispensabile formazione per la dovuta Identità persa smarrita e naufragata al porto, non del ‘progresso’, bensì dell’ingorda partecipazione dell’uomo allo stesso; giacché riconosciamo i tratti dell’evoluzione, anche e soprattutto, nel riuscire a coniugare, così come la Natura, il graduale lento miglioramento della specie nell’inesorabile modo di vita, e non certo innaturale ‘selezione’ aliena alla stessa. In quanto la differenza si pone, o dovrebbe, sulla Legge, sia del ‘miglioramento’ sia sul ‘più forte’ in questo con la ‘costante’ dell’adattabilità. Ma in realtà, l’umano volendosi elevare nel proprio altrui Stato con impropria e mal interpretata ricchezza genetica tende all’errata classificazione del ‘più forte’ e non certo migliorando la detta evoluzione nella differenza posta, anzi, andandone a contaminare il Principio da cui deriva e per cui si differenzia. Divenendo, di conseguenza, inferiore alla Natura donde deriva la propria aliena involuzione e apparente elevata condizione, e non certo graduale miglioramento, nella specie detta, così come la Natura tende ad applicare la legge che per sempre la resa ‘perfetta’ nella graduale Genesi moto di Vita.   

(2) Purtroppo come a tutt’oggi stiamo assistendo (in ogni campo e terreno dall’uomo seminato) e verificando cotal ‘evoluzione’ coesistente con l’intero Ecosistema da cui l’uomo deriva e da cui trae il dovuto necessario sostentamento, soffre per tutto ciò che viene, non tanto frainteso, ma applicato senza la dovuta logica e appartenenza in ciò che siamo e proveniamo.

(3) Cotal presa di Coscienza e dovuta Identità smarrita non appartengono al campo del sentimento donde le varie correnti della cultura storica fra cui il Romanticismo con cui interpretare  una improbabile conquista dell’inutile non inerente all’uomo, giacché a parte la verde Groenlandia mutata nei secoli, determinate latitudini navigabili anche solo per uso commerciali delle stesse, nell’indubbia morsa della Natura la quale impera, non fornendo, a parte isolati casi di locali specie adattate nei secoli di indigeni e/o eschimesi, le reali condizioni atte a giustificarne la dovuta corsa nell’impropria conquista. Conquista che dovrebbe rappresentare una indubbia manifestazione della specie nella ‘corsa’ detta, nella differenza, come dicevamo, fra l’uomo e la Natura, ma quest’ultima insegna ed impera che coloro che ‘governano’ mari ghiacci e nevi hanno assunto specifiche adattabilità  convivendo con la stessa nel proprio gruppo genetico modificando e adattando in miglior corsa della specie, struttura e forma, per convivere con il tutt’uno di Madre Natura. Certamente ben altra corsa con cui leggere ed interpretare la specie per ogni singolo Stato alla deriva del proprio Sogno smarrito, e taluni dicono, Romantico miraggio di inutile conquista. In quest’ultimo improprio Stato derivato leggiamo ben altra corsa con cui la specie, come dicevamo, si vorrebbe differenziare, differenza che però non soggetta alla Leggi della Natura.

(4) E qui si snoda la Trama (una delle tante) specchio dell’intera vicenda umana nella differenza posta, fornendo il pretesto per misurare la propria forza non meno che la dovuta distanza rispetto e contro gli Elementi propri della Natura. Per dimostrarne la superiorità violando immacolato Teatro (uno dei tanti) donde le possibilità di convivere con la stessa, esulano dalla caratteristica propria dell’uomo. La curiosità propria dell’uomo fin dall’antichità ha spinto naviganti ed esploratori fino alle vaste distese della Thule con resoconti che apparvero favolosi. Certo la pretesa della conoscenza del limite, dell’inviolato, del confine superato, spronarono, e non solo per motivi commerciali, sino a determinate latitudini, fin tanto un greco, per l’appunto, arrivò là dove nessuno mai. Non furono i ben noti vichinghi, ma l’opportunismo dell’antica Filosofia approdata e coniugata ad una ben nota avventura commerciale. 

(5) Sembrerebbe che mi sia paradossalmente contraddetto, attribuendo l’inutilità della polare conquista, però bisogna adottare il dovuto distinguo, ciò che evidenziato circa un apparente terreno di Gioco si differenzia dalla motivazione della conoscenza. Ben si sapeva l’esteso deserto di ghiaccio nel miraggio polare non offrire scenario alcuno inerente le commerciali prospettive dell’uomo eccetto la rotta ‘congiunta’ o più breve di cui le finalità dette. Come e similmente la cima non più di una nave ma di una vetta offrire l’odierno spunto per ciò ove un tempo dimora degli dèi, ed ora un esodo di improbabili pionieri dell’età dell’oro. Certo l’età dell’oro smarrita anche se ora vorremmo farvi rotta, ma quella accennata appartiene a ben diverso sogno e non certo oro di una cima ancorata al porto dell’errata Ragione con cui porre distinguo e differenza fra retta ed antica civiltà (chiusa e serrata in se stessa), ed ugual disgiunto improprio conquistatore confermare la specie detta e profanatore della medesima Storia nell’impropria genetica, oppure se preferite, costante involuzione disconosciuta dalla Natura. Certo che la Natura si specchia in una secolare Dottrina di un monastero e giammai nel profanarne la Cima.

(6) Uguale identica paradossale composta fila nella differenza del pioniere motivato dalla ricchezza dovuta alla conquista, mentre l’odierno alpinista specchio d’una volontà di misurarsi con una palestra di gioco sfidando gli Elementi propri della Natura. Certo fra i pionieri riconosciamo quella identità propria dell’uomo, i quali consapevolmente o non, hanno apportato i successivi, non più teatri, ma inutile ingordigia non compatibile con l’ambiente.

(7) Così l’avventura polare, pur per ogni approdo alla navigazione necessario per la dovuta mèta accompagnata dalla scienza, l’isolato viaggio nella finalità della stessa una gara in cui ogni condizione affine all’istinto umano naufragato nel desiderio equivalente ad una palestra. Come del resto ciò che avvenne con l’intera catena delle Alpi e delle Dolomiti. La caratteristica evolutiva e genetica propria della natura umana si misura nella volontà della conoscenza e questa supera ogni apparente limite imposto dalla stessa natura, ma quando la stessa medesima conoscenza naufragata nella volontà della conquista sottratta all’ausilio della motivazione detta, diviene un Teatro dell’inutile. Faccio un esempio importante: fra i tanti conquistatori uno dei più notevoli fu un antropologo il quale avendo sangue groenlandese non sfidò la natura ma cercò di comprendere la stessa propria natura circa l’identità propria dell’uomo. Donde veniamo? Ove andiamo? Da chi discendiamo? Fu e rimane uno dei più grandi conquistatori neppure tradotto in italiano. Fu un grande antropologo di cui le ricerche in loco accompagnate da ben altri motivi non hanno dovutamente incentivato o motivato alcun studioso. Eccetto quelli che intrepretando erroneamente l’evoluzione specchio della propria ed altrui specie si ingegnarono per decenni sull’impropria conquista. E così per anni e decenni ci siamo imbattuti in inutili disquisizioni circa tecnica diari equipaggiamento attrezzatura chilometri e date che per nulla appartengono né alla conoscenza né all’identità dell’uomo, e nulla ci fanno comprendere circa l’origine di talune specie dello stesso nelle antiche migrazioni. Sappiamo di certo che la Groenlandia un tempo una terra completamente differente da come ci appare oggi. Che l’Islanda, ad esempio, fu terra civilmente coniugata ed abitata in estrema antica solitaria conferma della detta civiltà. Che la Siberia ha partorito importanti e notevoli frammenti della nostra cultura alla fonte di una determinata dottrina. Che la Patagonia terra del fuoco e del ghiaccio come l’Islanda conserva anch’essa una antica tradizione di popoli e culture. Tutto ciò affine alla conoscenza e non solo antropologica e geografica circa la nostra ed altrui identità, ma quando questa esula per divenire puro gioco di forza e destrezza e inutile impropria conquista il tutto si esaurisce consuma e trasforma in impropria (in)voluzione non confacente con l’istinto dell’uomo specchio della dovuta genetica.

(8) Speriamo di non aver difettato nelle dovute note giacché queste stesse ‘note polari avventure’ corrispondono ad uguale medesima polarità politica dell’uomo. Infatti esiste una precisa etica accompagnate dall’istinto la quale appartiene alla conoscenza finalizzata, non solo alla dottrina economica, ma anche a quella religiosa con i conseguenti danni e benefici della Storia, ugual drammatico Teatro in cui far convergere istinto e non più conoscenza ma dovuta coscienza talvolta vilipesa. E al contrario, una polarità non confacente con la natura propria dell’uomo con tutte le difettevoli gesta dovute all’impropria (in)giustificata ‘impresa’, se pur carenti in cui riconosciamo tutti gli abissi della Storia. Certo estranee ai moti da cui una determinata polarità, sia politica che geografica, così come la cima, innestate non tanto nel ghiaccio o la neve, ma nell’orgoglio e inutile forza in cui precipitato l’istinto la  conoscenza, quindi, la dovuta Ragione. E di cui nei decenni, se pur gloriosamente celebrate, eppure inutili traguardi ben misurati divenuti impropri cimeli di infinite inutili disquisizioni, le quali a mio modesto avviso, nulla hanno a che fare con la natura coniugata della vetta o la polarità della conquista, ma appartengono ad una impropria politica privata della forza della Ragione detta, da cui un superiore intendimento circa i termini propri non solo dell’economia, ma anche della politica con cui coniugare ed applicare nonché misurare non tanto la polare crosta di ghiaccio o la cima, ma corretta evoluzione in cui l’elevata natura umana posta.

(9) Il saggio Ruskin in quei tempi  profeticamente additò da buon artista i nefasti intenti ammirando e non mirando solo la cima ma l’arte da cui questa. Andando così a configurare la distanza con cui l’artista interpreta ed incarna la vera differenza e superiorità posta come la genetica propria dell’uomo manifesta. Altri, pur notevoli pionieri i quali riconosciamo solo ai primordi, fecero del Tour un’‘impresa’ sconvolgendo, oppure, non volendo (temettero) modificando la geografia tanto ammirata e desiderata della conquista. Finendo per renderla, volutamente e non, una grande palestra di (successivo dubbio) Gioco. Certo il turismo condizione necessaria e sufficiente dell’economia ma quando questo esagera per propria difettevole natura così come schiere, e non più isolato traguardo dell’alpinista, allora ci rendiamo conto del grave irreparabile danno.

(10) Così l’inutile polarità di una certa politica con la quale riscontriamo ugual medesima deriva della Storia, non tanto negli opposti e divergenti, ma fra l’inutile spacciato per necessario. ‘Inutile’ inteso non solo come superfluo, ma ‘inutile’ corrisposto come sentimento e non più Etica trascesa dell’istinto e conoscenza travalicato in ciò da cui ingiustificato motivo della Storia: esempi di inutilità nonché inferiorità di pensiero li possiamo riscontrare in tutto ciò che la Arendt ha ampliamente esposto e non solo per un popolo vittima della barbarie, ma anche l’inutile ‘banalità del male’ contro il singolo elemento. E per Elemento in codesto ‘enunciato’ intendiamo coniughiamo e comprendiamo, altresì, anche la ‘singola natura’ sottratta alla propria particolare specificità. In quanto sia l’elemento alieno, sia l’elemento al quale lo stesso esposto, ben descritti nella propria ed altrui graduale (duplice ed uguale) manifestazione. Non solo quando si riversa sull’indifeso per giustificare istinti non confacenti con la vera natura dell’uomo, ma anche quando profana indifesa immacolata ugual natura nella deleteria inutile, non più conoscenza, ma impropria conquista. Con tutti i successivi accadimenti da cui la Storia.

(11) Storia intesa sia come politica appartenente all’uomo, sia come geografica simmetrica allo stesso. Ugual medesimo male se pur fonte  dall’errata definizione di ‘superiore ed inferiore’ divenuti inutili traguardi non confacenti con la verità antropologica affine all’uomo, e provenienti, per l’appunto, da suddetta polarità, ci suggeriscono circa la manifestazione e condizione, in cui e per cui, il ‘male’ detto così come ne intendiamo il termine attaccare un corpo sano nella ‘globalità’ in cui esposto (ed anche viceversa come per secoli tradotto circa folle impropria conquista adducendo a predisposti singoli, plurali intenti tradotti non men che applicati dall’uomo nell’errata Genesi della Storia) (anche con tutti gli specifici pregi e difetti di cui cotal ‘singola’ natura, e non più ‘popolo’ ‘razza’ ‘appartenenza’ ‘etnia’ ‘civiltà’ ‘minoranza’ ‘polarità confinata’) specchio della natura per intaccarne linfa e principio. Per concludere, l’istinto dell’uomo in cui riconoscere la dovuta corretta evoluta genetica si riscontra e manifesta, o dovrebbe, non solo con una singola chiave di lettura atte a giustificarne l’improprio ascesa, ma anche con la dovuta Genesi in cui e per cui, la Storia nella lucida follia in cui esposta, e non più conquista ma deriva, nella polarità della singola Natura protesa, delineare impropria genetica nel momento in cui l’uomo manifesta medesima polarità d’impropria ascesa nel Teatro dell’evoluzione (detta). I tratti della stessa (evoluzione), in verità e per il vero, si manifestano e coniugano nella dovuta contestuale duplice presa di coscienza alienata dagli interessi che per sempre manifestano, non il breve tratto, ma il lungo percorso genetico in cui scritta l’intera ‘Genesi’ della Storia!

[il curato(Re) del blog)                           















lunedì 15 agosto 2022

I CIARLATANI (43) (Racconti d'Archivio) [13] [Sentieri percorsi e da percorrere ancora 4]
















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Satana (42) &

Zozza miseria anima mia..., c'è scagnozza lungo la via...













Martin Lutero affermava che 'grande è la cecità e la superstizione degl'Italiani,
perché per i colpi hanno più paura di sant'Antonio e di San Sebastiano che di
Cristo.
Perciò se uno vuole conservare pulito un posto, affinché non ci si pisci, come
fanno i cani, ci dipinga su un'immagine di sant'Antonio e questa immagine
scaccia quelli che stanno per pisciare sul cortile sacro.
L'Italia è tutta una superstizione, e gl'Italiani vivono soltanto nell'affanno e
nell'ansia delle superstizioni senza la parola di Dio e senza la predicazione, e
così non credono né alla resurrezione della carne né alla vita eterna; hanno
solo una gran paura delle pisciate dei cani sui cortili sacri. Di conseguenza,
come il sottoscritto, hanno più paura di sant'Antonio e di san Sebastiano,
così ben dipinti vicino alli luoghi sacri dove è proibito far pisciare li cani'.




I lettori dello 'Speculum cerratanorum' si accorgeranno che Lutero diceva
cose aspre ma sostanzialmente esatte sulla particolare religiosità dell'Italia
medievale, egli che, conoscitore attento della mistificazione religiosa ope-
rante in Germania, aveva arricchito con una sua prefazione l'edizione del
'Liber vagatorum' stampata a Wittemberg nel 1528, probabilmente per
colpire, oltre i vagabondi e i falsi mendicanti, anche i questanti.
E' quasi incredibile, oggi come ieri, rendersi conto della facilità con cui gli
impostori di ogni setta e specializzazione riuscivano ad estorcere danaro
sorprendendo la semplicità o la bontà, o la semplice cortesia ed ingegno,
di spirito delle genti, quanto dei singoli malcapitati: certamente la carità e
la pietà erano intensamente vive negli strati profondi della religiosità popo-
lare, ma altrettanto erano radicati il culto della superstizione dei santi, il fe-
ticismo stregonesco delle reliquie, l'ingenua fede nella forza soprannaturale
e magica di cantilene, talismani, il maestoso e terrorizzante silenzio degli e-
remiti e le voci stridule e concitate, ed a volte urlanti, dei falsi profeti; l'am-
mirazione e il rispetto per gli abiti sacerdotali ricoprenti personaggi in stret-
to rapporto col sacro e il mistero, le liturgie, i cerimoniali, le formule, gli e-
sorcismi, le ossessioni demoniache, calati in un universo limitato e limitan-
te per il libero pensiero.




I 'Furbi' perciò facevano affari d'oro: falsi questanti, falsi ospedalieri, falsi
eremiti, falsi uomini di giustizia, falsi podestà, falsi confessori, falsari di
bolle et fatture, di lettere patenti, falsari di reliquie, falsi paralitici, falsi
invalidi, falsi pellegrini, falsi scopritori di tesori, falsi trovatori, falsi scri-
bi, falsi maestri d'arte, falsi indovini: arcatori, giuntatori, paltonieri, bian-
ti, protobianti, calcanti, trucconi, guidoni, gaglioffi, bari, baroni, birboni,
bricconi, compagnoni: tutto l'infinito 'dizionario della birba' che si dilate-
rebbe fino a scoppiare se vi venissero aggiunte tutte le altre qualificazioni
nominali (che pur ci asteniamo per l'onore di codesta ciurma vagabonda..),
nonché tutte le altre categorie della truffa così come vengono analizzate e
catalogate da Teseo Pini...
Un incredibile e ancora attuale universo d'impostura, una ragnatela ster-
minata di inganni, una cancrena vecchia di secoli e secoli germinante sul-
la pelle dei creduli (armati di buona fede) e dei semplici: la sottile e univer-
sale 'industria' dell'inganno che portava a mormorare cinicamente che 'tut-
to il mondo è ciurmeria'.
(Prosegue....)














martedì 9 agosto 2022

ANIME INCOMPIUTE (35) [Sentieri percorsi e da percorrere ancora 3]




















Precedenti capitoli:

Il custode delle Anime (33/34)

Prosegue in:

Fors'anche (solo) taciute (36)














…Gli alberi sono santuari…
Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, percepisce la verità.
Essi non predicano dottrine e ricette ma predicano, noncuranti del particolare, la legge primordiale della vita...
Un albero parla: in me si cela un granello, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna. Unico è il tentativo e il parto che l’eterna madre ha osato con me, unica la mia figura e la nervatura della mia pelle, unico il gioco di foglie della mia vetta e la più minuscola ferita della mia corteccia. Il mio compito è rappresentare e significare l’eterno nell’intarsio dell’unicità.
Un albero parla: la mia forza è la fede...
Io non so niente dei miei padri, non so niente dei mille figli che ogni anno da me si generano. Io vivo sino in fondo il mistero del mio seme, di nient’altro mi preoccupo.
Ho fede che Dio è in me.
Ho fede che il mio compito è sacro.
Di questa fede io vivo.
Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci:
Fa silenzio! Guarda me! Vivere non è facile, vivere non è difficile…
(H. Hesse, Alberi, Storie di vagabondaggio)

Così nell’interrogativo dall’uomo a dio posto - dio o uomo che sia -, chiedo al principio che in ognuno dimora, chi sono questi Spiriti che vagano come onde narrare le ère trascorse. Chi questi esseri vivi e invisibili al Sentiero dell’opera magnifica comporre siffatta splendida Rima, non certo la mia. Sua, l’infinita Poesia, mi suggerisce foglia e Parola, eterna Anima  risorta alla luce di quanto Creato… 
Nel verbo ove contemplo e prego Dio, la verità per sempre taciuta narrare il Sentiero della Vita: avversa alla materia (ora) compongo e dipingo il quadro, vista del tuo occhio compiuto… Ciò che vedi e non intendi compone solo l’intento incompiuto controllato dal piatto schermo evoluto, la ‘parabola’ cui affidi il sogno sognato alla materia della vita incapace di vedere l’opera prima.
Nel Sentiero di questo esilio, la domanda si fa più compiuta di prima, e là dove poggio l’occhio dell’Eterna Memoria scopro il segreto della vita muto alla parola. Là dove prego e dipingo Dio nell’opera della Natura risorta, il quadro si forma alla segreta mia vista, per ricomporsi più bello di prima.
Così parla il ‘Dio prima di Dio’, indica la via in apparenza smarrita, dona coraggio e preghiera, ad annunciare nel quadro dipinto all’alba di una eterna mattina la sua risposta: prosegui il cammino perché il sentiero non hai smarrito, è nato l’uomo non certo lo Spirito avverso al sogno compiuto. Anch’io fui inchiodato una mattina, trascinato al rogo della vita da chi nella materia cerca il calore della vita. Da chi bracca ogni Anima perseguitare la vita. Da chi caccia ogni parola per il trofeo che sfama ed orna la sua dimora. Ugual gente mi insultava e calunniava nella stessa via.
Poi come un raggio di verità nella legge nel tempio evoluta, la legge di un dio non conforme alla vita pensata e cresciuta, terminai la parabola dell’eterna Parola al Teschio della tortura. Ciò che per il vero appare quale pazzia, è via e vita, scoperta e indagata una mattina per l’intero sentiero dell’infinita venuta.
Chi pone questa regola, vedrà comporsi e dispiegarsi la domanda ossessione di una e più vite. I sentieri percorsi furono tanti, narrarli o descriverli non basta un Universo, come non sufficiente una sola dalla  Dimensione vissuta… svelare la vita.
Da quello… neppure Dio… se è per questo.
Così quando preghi la vita, senza nome o dio. Quando preghi la Natura taciuta, io osservo l’opera compiuta, e seguo la tua via. Ciò che tutto intorno appare, è quanto dall’uomo nato studiato sfruttato e dominato, in verità, a te dico, vi è un altro Universo invisibile al loro secondo Dio. Un altro Universo ove ciascuna vita vissuta compiere il ciclo dell’eterna venuta…
Lo Spirito cui composta la Luce Divina parte dell’opera compiuta, disceso entro la materia, eterno questo sentiero, fors’anche prigione, perché se pur bella la foglia che preghi comporre l’albero della vita, prigioniera del Tempo ciclo della Natura. Prigioniera anche lei di un destino compiuto, se dona elemento, se orna la vita, sempre nel corpo della materia evoluta…, ed in lei compone l’opera di cui linfa taciuta… 

...Quel ponte sospeso nell’attimo di raccoglimento quale visione dell’opera e nella parola non scritta, ne supera in verità la sostanza. Perché non si attiene ad essa, ma da essa ne prende linfa per uno slancio nuovo che produce energia essenziale per assaporare la vita nell’incessante suo procedere posta nel ciclo costante fra la nascita e la morte.
Così mi accingo alla costruzione di questa scala che pongo nell’insieme, al di sopra di esso mi elevo per superare la stretta via del programmato, organizzato, strutturato. La costruisco con sapiente maestria, e non cerco quell’ispirazione verso l’alto inteso come superiore, ma elevazione morale e non erudizione bensì intuizione. Che no, non è linguaggio misurato, scrutato, controllato, elaborato, per divenire geroglifico d’incomprensione, ma istinto  mutato in esperienza già vissuta. Lingua già parlata, sé pensante e quantificabile nella sua evoluzione. Sé assumere coscienza di ciò che era e non ricorda. Questo ricordo indago, un sogno perso in una visione mistica verso il nostro passato troppo spesso confuso barattato venduto per altro, cerco correggo ed interpreto.
Una semplice opera di ‘metafisica’, in quanto essa supera per sua volontà le leggi della fisica e della natura così come ci appare. Cerco in questo sforzo di sollevarmi da ciò che per nostra natura ‘pensiamo’ conoscere o scrutare. Pongo delle ragioni di dubbio che risiedono nel fondamento dell’ispirazione. Quando pongo nel buio dei vostri perché questa scala, la mia ispirazione non è sollevarmi al di sopra degli uomini per raggiungere simmetrica sostanza dell’infinito, bensì, sollevarmi dall’immensità del conosciuto o del mistero, verso ciò che prescinde dall’essenza del materiale con cui per millenni è stata costruita, con ugual volontà con cui mi accingo per la stessa opera (e se nel paradosso di cotal volontà manifesta approdo, in assenza di tempo, alla prima negazione detta, allora ho pur perseguito Infinito intento e creato Spazio e Tempo nella mistica contemplativa d’una negazione la quale negando se stessa divenire affermazione prescindendo così dalla volontà con cui per secoli cotal ‘scala’ pensata e costruita, liberato cioè da qual si voglia manifesta ortodossa pretesa di cui Eckhart eretico maestro…).
Quando ci rivolgiamo alle ragioni della fisica con tutte le sue teorie, occorre questo sforzo intellettivo per elevarsi alla concezione reale di una probabile creazione e al suo motivo. Quando mi accingo allo sforzo culturale di immaginare  l’Universo secondo le ultime teorie della fisica, attenendomi alla teoria delle stringhe fino alle più recenti definizioni circa la materia scura, deve compiere questo sforzo intellettivo: assimilazione e astrazione.
Innalzo questa scala composta con tutti gli scalini del nostro sapere, ma prescindendo innanzitutto da essi, per sollevarmi a nuove e più probabili affermazioni di verità. Attraverso lo spazio tridimensionale, apro più certe dimensioni sulla consistenza dell’inizio e successiva fine, come il presente scritto attraverso più dimensioni di altri scritti, cercherà di fare.
Fra l’inizio e la fine ci sono dei perché, come punteggiature e virgole  all’interno di un disquisire. Più di certi punti esclamativi, riduttivi e ripetitivi nella loro bellica chiassosità. Mentre coloro che si soffermano su degli stili di vita e modellano grazie ad essi tutta la loro materiale esistenza, non convergono a degli interrogativi, bensì a delle pause più o meno lunghe negli intermezzi della frase, del discorso, nell’opera che si accingono compiere ogni giorno fra l’inizio e la certa fine nella grammatica della vita. Si soffermano, illusi di procedere, senza proseguire nel cammino, non compiono sforzi intellettivi e interpretativi per andare alla fonte della retta la quale da  - A -  tenta e striscia verso  - B - e successivamente camminare e volare da - B - e poi ancora procedere all’uso costante di una e più possibili grammatiche dal pensiero evolute sino alla parola e questa ad una probabile scrittura consequenziale e connessa nell’intero suo svolgere non esulando da nessuna condizione posta… Così come la foglia ed il suo ramo e questo all’albero dalla radice cui nasce e l’uomo raccoglierne il frutto ben maturo che non sia una mela nell’errata grammatica nella genesi della vita bensì pensiero evoluto all’ombra di uno o più universi nati nella corretta comprensione e successivo stupore   nella parola… celebrato…
Si sottomettono poi, senza mettersi in discussione in improbabili voli di costruzioni infinite, al pari, pensano, del nuovo mondo virtuale, da questo traggono giovamento per la propria esistenza e quella degli altri. Così l’economia del mondo. La nuova lingua: uguaglianza, emancipazione, moda, e dicono anche progresso e libertà. Non si accorgono invece di essere fermi in interminabili pause storiche che con il loro operato tendono a ricomporre con uguale precisione sottoposte all’intervento grottesco di più punti interrogativi ed esclamativi. Quante volte sottoponendoci alla umiliante visione (per l’essere umano evoluto) delle notizie che ogni giorno ci arrivano a conferma di questa teoria, ci accorgiamo che le pause di punteggiature e virgole scandirne il tempo, tendono ad essere costanti insormontabili per il giusto progredire dell’essere umano. E tutti coloro che si dilettano in questo modo a concepire la grammatica della nostra esistenza, ne rallentano in verità la vera ascesa. 





















venerdì 5 agosto 2022

CERCATORI D'ORO (29) [Sentieri percorsi e da percorrere ancora 2]






































Precedenti capitoli:

Dei cercatori d'oro (27/8)


Prosegue con il Capitolo completo dei...:























Cercatori d'oro (30)













Dawson è stata messa in contatto diretto con il mondo esterno dall’ingresso del telegrafo, e sin dai primi giorni di ottobre i messaggi hanno navigato liberamente in mare fino a Skaguay. È vero che un tratto senza fili di centinaia di miglia separa ancora questa città dal porto di rilevante importanza più vicino al continente, ma senza dubbio molto prima verrà colmato anche questo vuoto nella linea di comunicazione. Può essere prima di quanto immaginiamo per mezzo della telegrafia senza fili, poiché si ipotizza che il governo canadese guardi con favore alla sperimentazione del sistema Marconi; o, cosa più probabile, la fine desiderata sarà determinata dalla posa di un filo continuo. La straordinaria rapidità con cui sono state posate le cinquecento - seicento miglia di filo di terra - cinque e sette miglia al giorno - dialoga bene con il morale del progresso al servizio dell’ingegneria canadese.




Nei suoi aspetti commerciali e residenziali la città ha compiuto notevoli progressi. I giorni in cui era inghiottita dal fango sono praticamente finiti e da un’estremità all’altra, si può tranquillamente percorrere le strade sui bordi dei marciapiedi sicuri. Non solo la strada principale è adeguatamente asfaltata, ma anche diverse strade che corrono parallele ad essa, e parti di strade che si incrociano ad angolo retto. Un saggio piano regolatore ha spazzato via le baracche e le cabine dal lato del fiume della strada principale, e ora si gode una vista quasi ininterrotta della sponda opposta del torrente, già costellata da gigantesche insegne pubblicitarie annunciando vendite a buon mercato in articoli e dirigendo a negozi particolari nella metropoli del Nord.




I negozi di Dawson hanno raggiunto la dignità degli stabilimenti con coperture in ferro ondulato, facciate in vetro piano e mensole e banconi in sequoia. Seguendo da vicino le costruzioni pionieristiche quali grandi magazzini, o depositi di merci, dell’Alaska Commercial Company & della North American Trading and Transportation Company, la Alaska Exploration Company, la Ames Mercantile Company e la Yukoner Company.




Molti negozi espongono una linea diversificata di merci, mentre altri sono limitati ad una singola tipologia di prodotti, quattordici dollari per un paio di pantaloni realizzati su ordinazione colpisce l’immaginazione oltre che il portafoglio, quando una qualità di prima scelta di stivali o scarpe può essere ottenuta per cinque dollari e sei dollari.




Pasti davvero buoni possono essere consumati quasi ovunque da un dollaro a un dollaro e mezzo, e i migliori Hotel forniscono ventuno pasti per venticinque dollari, senza nuocere alla qualità del prodotto offerto.





Il latte di mucca può ora essere aggiunto regolarmente al caffè, poiché la mungitrice lavora a pieno regime in tutto il paese. Il prezzo delle camere negli Hotel rimane ancora alto - da quattro a sei dollari a notte, senza pasti - ma il servizio di queste camere è notevolmente migliorato. In alcuni locazioni di carattere strettamente privato, l’alloggio per un certo periodo di permanenza può essere ottenuto per quindici dollari la settimana o, dove le condizioni dell’ambiente circostante non sono attentamente esaminate, per ancora meno. Un Hotel nuovo e capiente, l’Hotel Metropole, cresciuto dalla ricchezza del ‘Re dei Klondike’ - Alexander Mac Donald - è stato recentemente aggiunto a quelli con il design meno pretenzioso che ha servito la comunità ‘pellegrina’ l’anno scorso.




L’esplosione del 26 aprile, con la quale un quarto della parte commerciale di Dawson è andata a fuoco, ha dato l’opportunità di introdurre miglioramenti, e il più importante di questi è quello che ha portato alla rimozione di case e resort di cattiva reputazione sorte nel cuore della città.




Le donne più raffinate possono ora sfilare per le strade senza che la loro delicata sensibilità sia offesa dall’intrusione pubblica degli immorali del mondo inferiore. Il tono dei pubblici luoghi di divertimento, i teatri e le case da ballo, sono stati anche in una certa misura elevati, anche se lungi dall’essere sufficientemente all’altezza, e qualche talento reale occasionalmente brilla dietro le luci della ribalta.

(A. Heilprin)




Cominciai la carriera del conferenziere nel 1866 nella California e nel Nevada; nel 1867 tenni conferenze a New York una volta, e diverse volte lungo la vallata del Mississippi; nel 1868 feci l’intero giro del West pensavamo addirittura, nel 1899, di approdare anche in Alaska; e nelle due o tre stagioni seguenti, a questi miei viaggi si aggiunse anche l’Est.

A quei tempi era in pieno splendore il circuito delle sale per conferenze e l’ufficio di James Redpath in School Street, a Boston, ne aveva la direzione in tutti gli Stati del Nord e nel Canada. Redpath forniva le conferenze in serie di sei od otto alle sale di tutta la nazione per una media di circa cento dollari per sera e per conferenza. Le sue provvigioni erano del dieci per cento; ogni conferenza veniva tenuta all’incirca centodieci volte in una stagione. Disponeva di una quantità di nomi che attiravano il pubblico…




…Come nel minstrel show, in principio il presidente mi presentava al pubblico, ma le presentazioni erano adulatorie in modo così grossolano che mi vergognavo, e inoltre dovevo cominciare il mio discorso in condizioni di grande svantaggio.

Era un’abitudine stupida, superflua e insopportabile.

Chi presentava era di solito un somaro e il discorso che si era preparato in anticipo era un’accozzaglia di volgari complimenti e di desolanti tentativi d’ironia; sicché dopo la prima stagione mi presentai sempre da me: e mi servii, naturalmente, di una parodia dell’antica e frusta presentazione. Il mutamento non fu bene accolto dai presidenti di comitato. Alzarsi solennemente di fronte a un numeroso pubblico di concittadini e pronunciare il loro piccolo e diabolico discorso era la gioia della loro vita, e vedersela sottratta non era facile a sopportarsi.




La mia autopresentazione fu per un po’ un avvio efficacissimo, ma in seguito non servì più. Doveva essere composta con grandissima cura e declamata con zelo, così che tutti i presenti che non mi conoscevano fossero indotti a credere che io fossi soltanto il presentatore e non il conferenziere; e anzi restassero nauseati dalla fiumana di elogi smisurati, alla fine, quando lasciavo cadere casualmente una frase e dicevo che il conferenziere ero io e avevo parlato di me stesso, l’effetto era assai soddisfacente.

Ma la carta fu buona soltanto per un po’, come ho detto; infatti ne parlarono i giornali, dopo di che non potei più giocarla, perché il pubblico già sapeva ciò che sarebbe successo e conteneva le proprie emozioni.




Tentai allora una presentazione ricavata dalle mie esperienze californiane. La faceva con grande serietà un lungo e goffo minatore del villaggio di Red Dog. Il pubblico lo spingeva, suo malgrado, a salire sul podio e a presentarmi. Stava lì a pensarci un momento, poi diceva:

Di quest’uomo io non so nulla. So solamente due cose: una è che non è mai stato in un penitenziario, e l’altra...

…seguiva una pausa; poi quasi con tristezza:

non ne so il perché.

La cosa funzionò per un po’, finché i giornali non ne parlarono e le tolsero tutto il sugo; e da allora lasciai perdere ogni specie di presentazione.

Ogni tanto mi capitava qualche piccola avventura che poi ricordavamo solo con grande sforzo.




Una volta si giunse in ritardo e non si trovò all’arrivo né il comitato né la slitta. C’infilammo in una via nella gaia luce lunare, vedemmo una fiumana di gente dirigersi tutta da una parte, pensammo si recasse alla conferenza - giusta supposizione - e ci unimmo ad essa. All’ingresso nella sala cercai di farmi largo e di entrare, ma fui fermato dall’uomo che ritirava i biglietti.

Il biglietto, prego.

Mi piegai verso di lui e sussurrai:

Tutto in regola. Sono il conferenziere.

Ammiccò come in segno d’intesa e disse in modo da poter essere udito da tutti:

No, non me la fate. Ne sono entrati già tre finora, ma un altro, se vuole entrare, bisogna che paghi.

Naturalmente, pagai; era il modo più disinvolto per trarmi d'imbarazzo...

(Twain, Autobiografia)