IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 4 novembre 2022

LETTERE (5)

 









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Di ciò che rimane... (3/4) 


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Lettere (6)


& verso la Parabola 


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Quando le prime tempeste invernali del 1870 fermarono le passeggiate di Muir tra le cime, riuscì a rifugiarsi nella sua tana accogliente vicino ai piedi della cascata inferiore dello Yosemite. Sebbene per un certo periodo ne fosse stato ‘espropriato’ dal signor Hutchings, come indicato nella sua lettera di dicembre da La Grange, probabilmente trascorse la maggior parte dell’inverno, così come la primavera e l’estate successive, nella bella capanna del suo amico ‘pino da zucchero’.

 

Lì, come rivela la lettera di un amico, trascorse le fredde sere d’Autunno e d’Inverso alla fioca luce d’una lampada ad olio accanto all’accogliente caminetto, leggendo gli scritti di Alexander von Humboldt, Sir Charles Lyell, John Tyndall, Charles Darwin… e le ultime opere botaniche sugli alberi.




Così le ‘messe alla gloria degli dèi rivelati’, raccolte ed ispirate sui monti durante i mesi estivi, furono ulteriormente arricchite da un ampio studio durante le lunghe serate invernali.

 

‘Penso a te fin troppo benedetta’

 

…scrive alla signora Carr in questo momento,

 

‘per aver bisogno di “parole” dal mondo inferiore, eppur intendo rinnovare saluti e ricordi ai tuoi terreni domicili - nonché - altrettanti invernali intenti terreni. Penso con gioia all’aspetto della casa invernale e del piccolo scoiattolo marrone nel bagliore della luce del fuoco, delle lunghe passeggiate, delle letture e dei pensieri: le tinte mattutine delle rocce, il calore confortante dei pini e degli abeti’.

 

Ma l’avvicinarsi dell’inverno del 1871 lo trovò senza casa sul serio. C’è motivo di pensare che il datore di lavoro di Muir, il signor Hutchings, non abbia guardato con favore alla crescente fama e popolarità di cui ora gode il giovane scozzese come interprete della Natura, quale umile suo protettore nonché rilevatore d’un segreto antico - rinnovato – ispirato, per poi essere rivelato all’altare della geologia non meno dalla viva glaciologia quali medesimi sentimenti ed espressioni del Dio pregato.




Essendo un ruolo esercitato così a lungo arrivò a considerarlo come vero ‘mestiere’ rispetto al lavoro cui ognuno comandato. E cosa avrebbe potuto esserci di più naturale - date le circostanze dell’aggiornato progresso - affinché Hutchings (oggi come ieri), non avendo alcuna competenza scientifica accompagnata da un seppur vago principio dettato dal comune ideale sancito circa Madre Natura profanata; mosso dal totale disprezzo della dovuta conoscenza maturata; formuli idee indipendenti come approssimate sull’origine della Valle (riflesso e specchio della Natura ben letta nonché da Muir correttamente interpretata), e perpetrare così, più che l’offesa, il vero misfatto ‘interpretativo’ a danno dell’ignaro solitario esploratore nonché amico, se non barattare e confondere ‘sagge opinioni’, accertate in ogni luogo contemplato meditato così come studiato da semplice autodidatta, per poi successivamente farne beneficio ad altri uomini non solo a lui avversi, ma del tutto ignari degli sforzi protratti nei lunghi tempi -  mesi anni - di lunghi e talvolta estenuanti ‘vagabondaggi’ accompagnati  da altrettanti estenuanti sacrifici privati di qual si voglia comodità…




Ed in qual tempo calunniarlo d’eretica ignoranza circa la Natura da Muir, più che studiata, amata come un vivo Elemento qual Essere da cui, deriva o dovrebbe, ogni forma di tutela contraria ad ogni inutile sfruttamento di cui beneficia l’uomo nel traguardo della presunta ricchezza…

 

Per Muir, questo Santo Profeta più che uomo, votato all’Ideale della vera e sana Ecologia, la ricchezza risiede nella corretta interpretazione del ruolo - di cui l’uomo - occupa o dovrebbe, in ogni Ecosistema, al contrario indebitamente usurpato dalla razza umana (dall’incorrotta Natura derivata). E nonostante tutto meriti e riconoscenze le disfatte della Natura causate dall’immane inutile dotta ignoranza (umana) hanno ampiamente superato ogni confine, fino ad attestarsi ad un punto di non ritorno. Ciò ci insegna ancora, che tutti gli sforzi, di libri meriti e riconoscenze, con tante troppe “parole” nulla valgono dinnanzi all’eterna volgarità (umana!).




Infatti Muir trovò sempre più fastidioso il lavoro alla segheria offerto dall’amico, forse più che un lavoro, un pretesto a tempo pieno per distoglierlo dall’intento protettivo a perenne beneficio della Natura, in cui Muir si contraddistingue al tempio della cultura del tempo narrato e studiato. Di certo taluni Maestri non si astennero nell’osteggialo come beffarlo, pochi lo incoraggiarono, e con quei pochi Muir mantenne un rapporto ben saldo. Di certo Muir comprese di qual risma sono composti taluni o quasi tutti gli industriosi imprenditori del presunto progresso, i quali indistintamente oltraggiano e si beffano, oltre che della Natura, anche dell’Intelletto o Genio che da essa deriva… 

 

Giacché i Profeti sempre sgraditi!

 

In ogni caso Muir lasciò l’impiego di Hutchings nell’estate del 1871, e dopo la fine della stagione turistica lo troviamo impegnato a trasferire i suoi beni mobili da Hutchings al Black’s Hotel, allora la più recente delle tre osterie della Valle. Come il Leidig’s Hotel, ancora più a valle del torrente, era situato sulla sponda meridionale del Merced, quasi di fronte a Sentinel Rock.




Tenendo presente questo insediamento a sfondo abitativo di John Muir, accenniamo a taluni Frammenti della sua corrispondenza dopo il suo ritorno a Yosemite da La Grange.

 

La prima lettera, senza data, fu probabilmente scritta verso la fine di febbraio, o l’inizio di marzo, 1871, poiché la testimonianza di molti temporali che avevano investito le montagne, da quando era tornato nella Valle, dimostrano e testimoniano la sua presenza (soprattutto …Spirituale e autenticamente Trascendentalista, fors’anche per questo tradita dagli stessi suoi eroi e eminenti rappresentanti di ugual Tempo contemplato [non men del Tempio che l’accompagna e conserva]; come sempre succede quando raggiungono l’altare del dio unico al verbo della materia dispensata nell’altrettanta ricercata “parola”, abdicando olimpo ed istinto - degli antichi Dèi condivisi ed approdati all’umile altare dell’Elemento incarnato (forse il vero Filosofo - hor hora - riletto e di nuovo dispensato) non certo naufragato alla paradossale deriva del preservato ispirato istinto di medesima Ragione; per essere… ‘fuggito’ da chi, per identico amore si espone ai deliri di ugual ‘atto intellettivo’ divenuto istinto - o esercizio riproduttivo - senza amore alcuno riposto, seppur disgiunto, dall’ispirato Genio creativo… Come presto leggeremo molti anni dopo, allorquando anch’io aggiorno la libera traduzione accompagnata da breve asterisco, ovvero ciò a cui fui partecipe ed ispirato in medesimo atto creativo… e di cui qual Straniero non più favello…).

 

Omaggiamo e quindi celebriamo il Divino Muir...





Alla signora Ezra S. Carr 

Yosemite 

febbraio o marzo 1871

 

 

Mia cara amica signora Carr: ‘Lo Spirito’ mi ha condotto di nuovo nel deserto, in opposizione a tutte le contro attrazioni, e sono ancora una volta nella gloria di Yosemite. 


Il tuo cordialissimo invito mi giunse mentre mi preparavo a salire verso le mie amate Montagne che sempre mi chiamano e parlano, e quando tutto il mio essere fu posseduto da visioni di foreste innevate di pini e abeti, e di guglie di montagna al di là, perlacee e semitrasparenti, che si protendevano nell’azzurro del cielo, non più puri dei loro stessi elementi. 


In compagnia di un altro giovanotto che persuasi a camminare, lasciai le pianure proprio mentre si stendevano le prime lamine d’oro. Il mio primo piano era seguire il Tuolumne verso l’alto come avevo seguito il Merced verso il basso, dopo aver raggiunto la Hetch Hetchy Valley, che ha all’incirca la stessa altitudine di Yosemite, e aver trascorso una settimana o giù di lì a disegnare ed esplorare le sue cascate e rocce, attraversando l’alto montagne oltre l’estremità occidentale della catena Hoffmann e scendendo nello Yosemite dall’Indian Canyon, trascorrendo così un mese glorioso con le montagne, con tutte le loro nevi e il loro splendore cristallino, e tutte le glorie senza nome del loro magnifico inverno. Ma qualcosa del mio progetto è andato storto. Ho perso una settimana di sonno per il dolore di una mano dolorante e sono diventato insicuro sulla capacità delle mie forze dovute a settimane e mesi per combattere la neve che mi arrivava fino al collo.




Il nostro viaggio durò solo una settimana, compreso un giorno di riposo nella capanna di Crane’s Flat. Alcune delle nostre notti erano fredde e una o due volte avevamo fame. Abbiamo attraversato il limite della neve sul fianco della cresta del Pilot Peak sei o otto miglia sotto Crane’s Flat.

 

Da Crane’s Flat fino all’orlo della Valle la neve era profonda circa cinque piedi, e poiché non era ghiacciata o compattata in alcun modo, naturalmente abbiamo avuto una splendida stagione di guado.

 

Vorrei che tu potessi vedere l’orlo della nuvola di neve che si librava, oh, così dolcemente, giù fino alle grandi ciglia del Pilot Peak, scaricando le sue nevi generate dal cielo con tale inconfondibile gentilezza e muovendosi, forse con amore consapevole, dal pino al pino come per conferire a ciascuno benedizioni separate e indipendenti. In poche ore ci arrampicammo sotto e dentro questa gloriosa nuvola temporalesca. Raccolsi fiori di cristallo, e che canti del vento si raccoglievano dagli abeti guglie e dalle lunghe braccia sfrangiate del pino lamberto. Non potevamo vedere molto lontano davanti a noi nella tempesta, che durò fino a qualche ora nella notte, ma poiché conoscevo la mappa generale della montagna non abbiamo avuto difficoltà a trovare la nostra strada.




La capanna di Crane’s Flat era sepolta e fummo costretti a cercare la porta a tentoni. Dopo aver acceso un fuoco con delle ringhiere di cedro, uscii per osservare l’arrivo dell’oscurità, che era straordinariamente sublime. La mattina dopo era in ogni modo la creazione più pura che avessi mai visto. Il piccolo riparo, simile a una macchia nei massicci boschi sporgenti, era in una splendida veste di un bianco universale, su cui il grande confine della foresta era minuziosamente ripetuto e coperto da un fitto manto di fiori di neve.

 

Alcuni muschi crescono rigogliosi sulle generazioni morte della loro stessa specie. I comuni fiori di neve appartengono al cielo e nelle tempeste sventolano come petali maturi in un frutteto. Si depositano sulla terra - il fondo del mare atmosferico - come fango o foglie in un lago, e su questa terra, questo campo di fiori spezzati dal cielo, cresce un rigoglioso tappeto di vegetazione cristallina completo e maturo in una sola notte.




Non ho mai saputo prima che queste piante di neve di montagna fossero così variabili e abbondanti, che formassero ciuffi e boschetti così cespugliosi e boschetti di felci e palme. Avanzando fino alla cintola ho avuto ottime opportunità di osservarli, ma si ritraggono dal respiro umano, non sono gli unici fiori che lo fanno. Evidentemente non fatti per l’uomo! - né i fiori che compongono la neve che è scesa fino a noi rotti e morti, né i più bei cristalli che vegetano su di essi! Molte tempeste sono arrivate sulle montagne da quando le ho superate, e non ci possono essere meno di dieci piedi all’altitudine di Tamarack e ancora di più verso la vetta.

 

Il tempo qui è mite ora e le cascate sono magnifiche. Tre settimane fa il termometro all’alba era di 12°. Ho riparato il mulino e la diga, e il torrente non corre il rischio di prosciugarsi ed è più arginato che mai.

 

Oggi è stato nuvoloso e piovoso. Tissiack e Starr King sono magnificamente immersi in una nuvola bianca. Ti ho inviato le mie piante per espresso. Mi dispiace che i miei esemplari dello Yosemite non fossero con gli altri. Ho lasciato alcuni appunti alla signora Yelverton quando ho lasciato la Valle in Autunno. Vorrei che le chiedeste, se doveste vederla, dove l’ha lasciata, poiché la signora Hutchings non lo sa…

 

Sono quasi cieco da quando ho attraversato la neve. Porgi i miei più cordiali saluti a tutta la tua famiglia e ai miei amici.

 

Sono Sempre tuo cordialmente J.M.




La lettera che segue è di particolare interesse perché contiene una breve descrizione del ‘nido sospeso’ attaccato al timpano all’estremità occidentale della segheria. Lo schizzo incluso è l’unico documento pittorico sopravvissuto sia del mulino che del suo ritiro. L’avventura di cui ha esitato a raccontare alla sorella era già stata descritta in una lettera alla signora Carr, ma segue qui più logicamente quella alla sorella. Entrambe sono rivelazioni sorprendenti circa i suoi naturali entusiasmi… 


 

A Sarah Muir Galloway 

Nella segheria, 

Yosemite Valley, 

5 aprile 1871

 

Cara sorella Sarah: questo è uno dei giorni più straordinariamente gloriosi dello Yosemite e all’improvviso ho pensato di scriverti. Abbiamo pioggia e tempesta. La vasta colonna delle Yosemite Falls superiori ondeggia con meravigliose forme di bellezza in continua evoluzione, e tutte le nostre pareti montuose sono avvolte da splendide nuvole. In alcuni punti levigate striscie di soffici nuvole bianche arrivano quasi dal fondo del muro alla cima, e proprio oltre il prato la cima di una montagna dalla cresta di pini fa capolino sopra le nuvole come un’isola nel cielo…

 

- così: Ecco la Cima con cresta di pino sopra la Yosemite Valley…




È difficile descriverla, perché il mulino invecchia così tanto per colpa della sega, e la pioggia gocciola dal tetto, devo sistemare il ceppo ogni pochi minuti. Sto gestendo lo stesso mulino che ho costruito lo scorso inverno. Mi piace il profumo di pino delle tavole appena segate e sono costantemente in vista della più grandiosa di tutte le cascate. Dormo nel mulino per il gusto di sentire il mormorio dell’acqua sotto di me, e ho una casetta a forma di scatola fissata sotto il timpano del mulino, che guarda a ovest verso la valle, dove tengo i miei appunti, ecc. La gente lo chiama il nido sospeso, perché…

 

La casa di John Muir in un mulino nella Yosemite Valley!

 

Fortunatamente, le uniche persone che non mi piacciono hanno paura di entrarci. Il buco nel tetto è quello su cui domina la vista della gloriosa Cupola Sud, alta cinquemila piedi. C’è un lucernario corrispondente sull’altro lato del tetto che offre una visuale completa delle Yosemite Falls superiori, e la finestra in fondo ha una vista che spazia lungo la valle tra pini, cedri e abeti bianchi. La finestra sul tetto del mulino a destra è sopra la mia testa, e nelle notti calme posso ammirare le stelle. Due sere fa ho scalato la montagna ai piedi delle Yosemite Falls superiori, portando un pezzo di pane e un paio di coperte in modo da poter passare la notte sulla roccia e godermi le acque gloriose, ma mi sono inzuppato e sono dovuto andare casa, raggiungendo la capanna alle due del mattino. Ero talmente fradicio in un modo che a malapena posso descrivere. L’avventura mi è costata quasi tutto. Intendo tornarci domani sera…

 

 Grande vecchio pino e nodosa quercia muschiosa nella Yosemite Valley, ecco i ricordi di un grande pino vecchio e di una quercia nodosa di muschio che si ergono a pochi passi dal mulino. Ti sono piaciuti i fiori. Bene, ti prenderò una violetta dal lato della corsa del mulino, mentre salgo per chiudere l’acqua. Buonanotte, con il più caloroso amore di un fratello. 

[J.M.]


(Prosegue...)








mercoledì 2 novembre 2022

CIO' CHE RIMANE DELLA SELVA (3)

 









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di Santi & Poeti (1/2)


(ovviamente eternamente perseguitati...) 










Prosegue dopo l'appunto 


con ciò che di loro rimane... (4) 


dopo la cena con Bolsonaro 


per l'anagrafica rivolgersi all'ufficio 










d'Anguillara (consultare gli orari!) 


& non disturbare (grazie!)







Il grande albero (Sequoia gigantea) è il capolavoro della foresta e della natura, per quanto ne so, il più grande degli esseri viventi. Appartiene a un ceppo antico, come dimostrano i suoi resti nelle rocce altrettanto antiche, e ha un’aria strana d’altri tempi, un aspetto da purosangue ereditato da molto tempo fa: l’antico Genio degli alberi della Selva.

 

Un tempo il genere era comune e con molte specie fioriva nelle ormai desolate regioni artiche, nell’interno del Nord America e in Europa, ma in lunghi e movimentati alternanze da clima a clima solo due specie sono sopravvissute alle difficoltà che hanno dovuto affrontare, la gigantea e sempervirens, il primo ora limitato alle pendici occidentali della Sierra, l’altro alle montagne costiere, ed entrambi alla California, eccetto alcuni boschetti di sequoie che si estendono nell’Oregon.

 

La costa del Pacifico in generale è il paradiso delle conifere, qui quasi tutti sono giganti nel mostrare una bellezza e una magnificenza sconosciute altrove. Il clima è mite, il terreno non gela mai e l’umidità e il sole abbondano tutto l’anno.

 

Tuttavia non è facile spiegare le dimensioni colossali delle Sequoie.




I più grandi sono alti circa trecento piedi e hanno un diametro di trenta piedi. Chi, di tutti gli abitanti delle pianure e delle praterie e delle fertili foreste domestiche di querce e aceri dalla ‘testa tonda’, di noce e di olmo, ha mai sognato che la terra potesse sopportare tali escrescenze, alberi di cui i familiari pini e abeti sembrano non sapere nulla: solitari, silenziosi, sereni, con una fisionomia quasi divina, e così anziani, migliaia di loro infatti, erano ancora in vita, e maturavano ancora i propri ed altrui secolari anni in moltitudini di anelli. Ovvero da quando Colombo salpato dalla Spagna  si mostravano nel vigore della propria immacolata giovinezza; o della mezza età, quando la stella condusse i saggi caldei alla culla del neonato Salvatore!

 

Nessuna descrizione può comporre un’adeguata idea della loro singolare maestà, tanto meno della perduta bellezza.

 

A parte il pino da zucchero, la maggior parte dei  vicini dalle cime appuntite sembra gridare sempre Meraviglioso! Mentre il Grande Albero, sebbene svettante sopra tutti loro, sembra soddisfatto, con la sua  rotonda chioma in bilico e leggera come una nuvola, senza dare l’impressione di cercare di salire più in alto. Solo nella perduta gioventù mostra come altre conifere anelino verso medesimo cielo, aspirando intensamente con una cima lunga e rapida. In verità l’intero albero per il primo secolo o due, o fino a cento a centocinquanta piedi di altezza, ha una forma a punta di freccia e, in confronto alla solenne rigidità dell’età, è sensibile al vento come la coda di uno scoiattolo.




I rami inferiori vengono gradualmente lasciati cadere man mano che invecchia e quelli superiori si assottigliano fino a quando ne rimangono relativamente pochi. Questi, invece, sono sviluppati a grandi dimensioni, si dividono ancora e ancor di più per terminare in masse arrotondate sporgenti di ramoscelli frondosi, mentre la chioma diviene a forma di cupola. Allora in bilico in pienezza di forza e bellezza, severo e solenne nell’aspetto, risplende di vita ardente ed entusiasta, fremente sulla punta di ogni foglia e ramo e radice di vasta portata, calmo come una cupola di granito, il primo a sentire il tocco dei rosei raggi del mattino, gli ultimi a dare la buona notte al sole.

 

Risoluto, consumato, determinato nella forma, sempre visto con meravigliata ammirazione, il Grande Albero sembra sempre sconosciuto, in piedi da solo, non imparentato, con una fisionomia peculiare, terribilmente solenne e serio.

 

Tuttavia, non c’è nulla di estraneo nel suo aspetto.

 

La Madrona, rivestita di corteccia sottile, liscia, rossa e gialla e di grandi foglie lucide, sembra, nelle oscure foreste di conifere di Washington e dell’isola di Vancouver, come un vagabondo smarrito dei boschetti di magnolie del sud, mentre la Sequoia, con tutta la sua stranezza, sembra più a suo agio più di tutti i suoi vicini, tenendo il miglior diritto nel suolo occupato come l’abitante più vecchio e forte. Presto si conosceranno nuove specie di pino e abete rosso come persone amichevoli, che agitano i loro rami stesi come per stringere la mano e accarezzare i loro bei piccoli, mentre la venerabile Sequoia aborigena, antica ed d’altri tempi, ti tiene a distanza, senza badare a te, parlando solo ai venti, pensando solo al cielo, sembrando strana nell’aspetto e nel comportamento tra gli alberi vicini, come farebbe il mastodonte o l’elefante peloso tra gli orsi e i cervi familiari.

 

Il debole fruscio dei fiocchi di neve che si posano sui loro rami è uno dei più incantati suoni che un essere mortale possa sentire.




I densi rami a ciuffo creano comodi nidi per gli uccelli, e in alcune delle più alte e frondose torri di verde migliaia di generazioni sono state allevate, i grandi alberi solenni liberano ogni anno dai nidi stormi di allegri cantori, come stormi di semi alati dai coni.

 

The Big Trees mantiene la sua giovinezza molto più a lungo di qualsiasi altro vicino. La maggior parte degli abeti bianchi sono vecchi nel loro secondo o terzo secolo, i pini nel loro quarto o quinto, mentre il Grande Albero che cresce accanto a loro è ancora in fiore della sua giovinezza, giovanile in ogni aspetto all’età dei vecchi pini, e non si può dire raggiungere qualcosa di simile alla grandezza e alla bellezza prima del suo mille cinquecentesimo anno, o in circostanze favorevoli invecchiare prima del suo terzo-millennio.

 

Molti, senza dubbio, sono molto più vecchi...

 

Su uno dei giganti del fiume Kings, di trentacinque piedi e otto pollici di diametro esclusa la corteccia, ho contato più di quattromila anelli di legno annuali, nei quali non c’era traccia di decadimento dopo tutti questi secoli di clima montano. Non c’è limite definito o assoluto all’esistenza di qualsiasi albero. La loro morte è dovuta ad incidenti, non, come per gli animali, all’esaurimento degli organi. Solo le foglie muoiono di vecchiaia, la loro caduta è predetta nella loro struttura, ma le foglie si rinnovano ogni anno e così anche gli altri organi essenziali: legno, radici, corteccia, germogli. La maggior parte degli alberi della Sierra muore di malattia. Così i magnifici abeti bianchi sono divorati dai funghi, e relativamente pochi di loro vivono fino a scorgere il trecentesimo anno di nascita.

 

Ma niente e nulla nuoce al Grande Albero.




Non ne ho mai visto uno malato o che mostrasse il minimo segno di decomposizione: vive per migliaia di Stagioni e secoli simili all’infinito Dio che lo ha pensato qual eterno Pensiero donato ad ogni Essere della Terra, compresa l’inumana bestia da una più nobile fiera evoluta immune dal mercato - vestito o mascherato - da essere umano, ovvero fino a quando non viene bruciato da un rogo utile solo al suo misero cementato cospetto, o da un suo fratello qual demente servile lavoratore dell’innominato azionariato utile e capitale dell’ignobile Compagnia!

 

Oppure abbattuto, minato o frantumato da un tremendo e più naturale colpo di fulmine (alieno alla stato in cui rilevato il più noto ‘colpo di stato’).

 

“Tutte le cose avvengono in colui che sa aspettare alla sua ombra, così come rettamente e saggiamente ispirato cogitare”.

 

Per migliaia di anni, infatti, è pronto ed in attesa del Figlio che meglio lo sa adorare come cantare, offrendo la testa a ogni nuvola che passa come se invitasse il suo destino, pregando l’altare di Zeus del cielo come benedizione; e quando finalmente la vecchia chioma si stacca, un’altra della stessa forma comincia subito a crescere. Ogni bocciolo e ramo sembra eccitato, come le api che hanno perso la loro regina, e si sforzano di riparare il danno. I rami che da molti secoli sono cresciuti orizzontalmente si volgono subito verso l’alto e tutti insieme si dispongono nella comune volontà di una nuova sommità della stessa curva peculiare di quella vecchia. Anche i più piccoli, subordinati a metà del tronco, fanno del loro meglio per spingersi verso l’alto e così aiutare, in questa curiosa creazione della chioma, un più elevato silente composto Pensiero e Dio!




La corteccia degli alberi adulti è spessa da uno a due piedi, ricca di marrone cannella, violacea sugli alberi giovani e sulle parti ombrose di quelli vecchi, formando magnifiche masse di colore con il sottobosco e le aiuole di fiori. Verso la fine dell’inverno gli alberi stessi fioriscono mentre la neve è ancora alta otto o dieci piedi. I fiori pistillati sono lunghi circa tre ottavi di pollice, verde pallido e crescono in innumerevoli migliaia alle estremità degli spruzzi. Gli stami sono ancora più abbondanti, giallo pallido, lunghi un quarto di pollice; e quando il polline d’oro è maturo colorano l’intero albero e spolverano l’aria e il suolo lontano e vicino.

 

I coni sono di colore verde erba brillante, lunghi circa due pollici e mezzo, larghi uno e mezzo e sono costituiti da trenta o quaranta squame romboidali forti, fitte, con quattro o otto semi alla base di ciascuna. I semi sono estremamente piccoli e leggeri, essendo lunghi e larghi solo da un ottavo a un quarto di pollice, inclusa un’ala circostante velata, che li fa luccicare e vacillare nella caduta e consente al vento di portarli a distanze considerevoli dall’albero.




Nelle stagioni fruttuose gli alberi sono abbastanza carichi di frutti. Su due piccoli rami campione di un pollice e mezzo e due pollici di diametro contai quattrocentottanta coni. Nessun’altra conifera della California produce così tanti semi, eccetto forse il suo parente, la sequoia delle montagne costiere. Milioni di ‘vite’ vengono maturate ad ogni stagione da un solo albero, e il prodotto di uno dei boschi principali in un anno fruttuoso sarebbe sufficiente per seminare tutte le catene montuose del mondo.

 

Studiando il comportamento dei giganti da qualche  amichevole rifugio - cosa assai rara in questi tempi -, scorgerai che anche nel bagliore del più sfrenato entusiasmo, quando la tempesta ruggisce più forte, non perdono mai la loro compostezza divina, non agitano mai le braccia o si inchinano o salutano come i pini, ma solo lentamente (specchio del divino) e solennemente annuisce e ondeggia, in piedi eretto, senza dare segno di conflitto, nessuno di riposo, né in alleanza né in guerra con i venti, troppo calmo, inconsciamente nobile e forte per lottare o sfidare qualsiasi cosa.

 

A causa della densità dei rami frondosi e della grande ampiezza della testa, il Grande Albero trasporta un carico di neve molto più pesante di qualsiasi altro vicino, e dopo una tempesta, quando il cielo si schiarisce, gli alberi così carichi sono uno spettacolo glorioso e divino, e vale più di milioni di false preghiere!




Ogni arto e corona è di un bianco candido, e l’immensa altezza dei giganti diventa visibile mentre l’occhio percorre i gradini bianchi della torre colossale, ciascuno sollevato da una massa d’ombra blu.

 

Una delle caratteristiche più nobili e interessanti di questa eterna Selva è l’apparente semplicità, accompagnata dalla forza e confortevole indipendenza in cui gli alberi occupano il loro posto nella foresta generale. Piantine, alberelli, alberi giovani e di mezza età sono raggruppati in modo promettente attorno ai vecchi patriarchi, senza tradire alcun segno di avvicinamento all’estinzione. Al contrario, tutti sembrano dire: “Tutto è nella nostra mente e intendiamo vivere per sempre”. Ma, triste a dirsi, un’azienda di legname sta costruendo un grande mulino e un canale fluviale nelle vicinanze, assicurando una diffusa distruzione.

 

La Sanger Lumber Company possiede quasi tutti i boschetti del fiume Kings al di fuori del Parco e per molti anni i mulini hanno sparso la desolazione senza alcun vantaggio.




In questa gloriosa foresta il mulino in uso alla Compagnia della segheria è sempre indaffarato, formando un doloroso e triste centro di distruzione, sebbene ancora piccolo, così immensamente pesante è l’inutile sua ed altrui crescita. Solo gli alberi più raggiungibili per la ridotta mole vengono tagliati. I tronchi, di diametro da tre a dieci o dodici piedi, sono trascinati o arrotolati con lunghe file di buoi in uno scivolo e fatti volare giù per il ripido versante della montagna fino alla piana del mulino, dove i più grandi vengono fatti saltare in aria in dimensioni gestibili per il seghe. E poiché il legname è molto frammentato, a causa di questo abbattimento negligente ed esplosivo posto su terreno irregolare, metà o tre quarti del legname è andato sprecato.

 

Ho trascorso diversi giorni esplorando la cresta e contando gli anelli di legno annuali su un gran numero di ceppi nelle radure, quindi ho riempito il sacco del pane e mi sono spinto verso sud. Per tutto il percorso attraverso gli ampi bacini accidentati dei fiumi Kaweah e Tule, la Sequoia regnava sovrana, formando una cintura quasi continua per sessanta o settanta miglia, ondeggiando su e giù in enormi onde massicce di montagne in conformità con la grande topografia arata dal ghiacciaio.




Forse più della metà di tutti i Big Trees sono stati venduti e ora sono nelle mani di speculatori e mulini, ed anche il bellissimo boschetto di novanta alberi di Calaveras, così storicamente interessante fin dalla prima scoperta, è ora di proprietà, insieme al ben più grande South o Stanislaus Grove, di una ditta di legname.

 

Le rivendicazioni private tagliano e macchiano, sia i parchi di Sequoia che tutte le migliori foreste del mondo, su ognuna delle quali un saggio governo dovrebbe gradualmente estinguerle con il loro acquisto, come prontamente potrebbe, poiché nessuna di queste proprietà ha molto valore per i loro proprietari. Così, per quanto possibile, il grande errore alla vendita o appalto di grandi e piccole aziende corporative, sarebbe evitato nell’improprio indiscriminato utilizzo.

 

Il valore di queste foreste nell’immagazzinare e ridistribuire il giusto ciclo ecologico (e non solo delle nuvole) è infinitamente più grande del legname o delle pecore. Per gli abitanti della pianura, dipendente dall’irrigazione, il Grande Albero, lasciando fuori dal conto tutti i suoi usi superiori, è un albero della vita, una sorgente inesauribile, che invia acqua viva alle pianure durante tutta l’estate calda e senza pioggia.

 

Per ogni boschetto abbattuto un ruscello è prosciugato, pertanto, l’intero mondo grida: “Salva gli alberi dei Torrenti”, né, a giudicare dai segni dei tempi, è probabile che il grido cesserà finché non sarà certa la salvezza di tutto ciò che resta di Sequoia gigantea.

 

(J. Muir... PROSEGUE VERSO IL BRASILE.....)







martedì 1 novembre 2022

PIU' SANTO CHE UOMO

 























Ed Io a Lui… (2)  


Prosegue ancora... 


con l'Autunno...







Nel tracciare la principale ‘cintura forestale’ della Sierra Nevada, come fece Muir negli anni spesi per il bene della Natura, rimase sconvolto dalle forze distruttive che vi operavano. Non meno di cinque segherie furono trovate operanti ai margini della cintura del Big Tree. A causa delle dimensioni degli Alberi e della difficoltà di abbattimento, questi furono dilaniati con la dinamite, un procedimento che aggiunse un nuovo elemento di spreco criminale alla terribile distruzione.

 

Il nobile boschetto di Fresno dei Grandi Alberi e quello situato sulla forcella nord del Kaweah erano già stati terribilmente devastati. Il meraviglioso boschetto sulla biforcazione nord del fiume Kings era ancora intatto, ma un uomo di nome Charles Converse aveva appena formato una Società per ridurlo a legname a buon mercato nel solito modo poco dispendioso ai fini del breve capitale conseguito, ma oneroso e incalcolabile  a danno della predata secolare Foresta.




Sperando di destare i legislatori della California (e non solo loro, giacché l’odierna impari lotta contro la Natura ampiamente rilevabile nell’intera Foresta Amazzonica)  sull’importanza economica di controllare questa distruzione, inviò alla Sacramento Record Union un articolo intitolato “I primi templi di Dio”, con il sottotitolo “Come possiamo preservare le nostre foreste?”.

 

Apparve il 5 febbraio 1876 e, sebbene fece poca impressione sui legislatori, fece di Muir l’eminente studioso della cultura ecologica quale punto di riferimento della nascente wilderness (da lui incarnata qual Santo studioso poeta…) attorno al quale iniziò a diffondersi il sentimento di conservazione e tutela, oltre del paesaggio, anche delle Foreste predate nonché deturpate.

 

Pochi a quel tempo avevano messo in evidenza, come solo Muir fu in grado qual primo Profeta e cantore indiscusso della Natura, l’importanza pratica della conservazione delle Foreste a causa della loro relazione con il clima il suolo e il flusso d’acqua nei ruscelli.




I nemici più letali delle Foreste e del bene pubblico, dichiarò, non erano le segherie, nonostante i loro fuochi dinamitardi e il loro eccesso nello spreco a danno della perfezione raggiunta e maturata nella somma bellezza (…non solo contemplata e studiata ma costantemente pregata qual Genio indiscusso eterno ispiratore dell’uomo…), bensì lo sgradevole destino che ne fa un grande rogo a cielo aperto nell’indiscussa colpevolezza del pastore-piromane di greggi in merito alla ‘pecunia’ pascolata…

 

Ogni estate un numero incredibile di pecore viene condotto agli alpeggi e, per fare facili sentieri e migliorare i pascoli, vengono appiccati ovunque fuochi accesi per bruciare i vecchi tronchi e il sottobosco. Questi fuochi sono molto più devastanti e distruttivi di quanto si possa immaginare. Riducono in cenere quasi l’intera cintura forestale della catena da un’estremità all’altra, e con tempo asciutto, prima dell’arrivo delle tempeste invernali, sono molto distruttivi per tutti i tipi di alberi giovani, e specialmente per la Sequoia, la cui corteccia fibrosa brucia immediatamente.




Ad eccezione dei Calaveras, l’estate scorsa ho esaminato ogni boschetto di sequoie della catena, insieme alla cintura principale che si estende attraverso i bacini di Kaweah e Tule, e ho trovato ovunque i rifiuti più deplorevoli per questa causa. Gli indiani bruciano il sottobosco per facilitare la caccia al cervo. Ai campeggiatori di ogni tipo spesso è consentita l’accensione dei fuochi, ma i roghi dei pastori costituiscono probabilmente più del novanta per cento di tutti gli incendi distruttivi che spazzano i boschi…

 

Resta da vedere se il nostro governo sia davvero in grado o disposto a fare qualsiasi cosa in materia. Se i nostri legislatori dovessero scoprire quindi applicare qualsiasi metodo che tenda a ridurre anche in piccola parte la distruzione in corso, sopprimerebbero di conseguenza una moltitudine di lacune e pecche legislative agli occhi di ogni amante degli Alberi come della perseguitata Natura. Sono soddisfatto, tuttavia, che la questione possa essere discussa in modo intelligente solo dopo un’attenta ricognizione delle nostre amate Foreste, insieme a studi sulle forze avverse che ora e per sempre agiscono su di esse




Spesso ci viene detto che il mondo sta andando di male in peggio, sacrificando tutto a Mammona. Ma questa giusta rivolta in difesa degli Alberi di Dio nel mezzo di noiose politiche e guerre sta raccontando una storia diversa, e ogni Sequoia, immagino, ha accolto la buona notizia e sta agitando i suoi rami per la gioia. I torti fatti agli Alberi, torti di ogni tipo, sono commessi nell’oscurità dell’ignoranza e dell’incredulità, perché quando arriva la luce al cuore delle persone, questa ha sempre Ragion d’Essere quale linfa Intelletto di Vita!

 

Quarantasette anni fa una di queste Sequoie Re di Calavera fu faticosamente abbattuta, perché se ne potesse ricavare il ceppo per una pista da ballo. Un altro, uno dei più belli del bosco, alto più di trecento piedi, è stato scuoiato vivo a un’altezza di centosedici piedi da terra e la corteccia è stata inviata a Londra per mostrare quanto fosse bello e grande quell’Albero di Calaveras.

 

Un piano altrettanto sensato sarebbe stato scuoiare i nostri grandi uomini per dimostrare la loro grandezza. Questo grande Albero è ovviamente morto, una rovina orribile e sfigurata, ma è ancora eretto e tende le sue braccia maestose come se fosse vivo e dice:

 

“Perdona loro, giacché non sanno quello che fanno”.




Ora alcuni mugnai vogliono tagliare tutti gli Alberi di Calaveras e farne legname per denaro.

 

Ma abbiamo trovato un uso migliore per loro.

 

Senza dubbio questi Alberi sarebbero stati un buon legname dopo essere passati attraverso una segheria, anche se il principio di cotal sfruttamento non gradito né all’olfatto né alla vista e neppure all’udito; così come George Washington dopo essere passato per le mani di un ‘cuoco italiano’ amante della pizza cotta a legna, quale sano e buon cibo per lo strano Verso simile ad un grugnito! Se tutta la legna del Bosco dovrebbe appagare l’appetito di Mammona rimarrebbe solo una grande e sola Osteria. Ma sia per Washington che per l’Albero che porta il suo nome sono stati trovati usi migliori.

 

Da qui la perenne Guerra di civile secessione (e non solo con il ‘cuoco italiano’ con cui mio malgrado accompagnato…)…




Se uno di questi Re Sequoia venisse in città in tutta la sua maestà divina così da essere ammirato e pregato in modo da autorizzare e quindi perorare la propria causa in sua perenne difesa, non ci sarebbero più ‘pubblici ministeri’ disposti all’impropria accusa con sommaria sentenza di impiccagione o ghigliottina; e il ‘cuoco italiano’ dovrebbe optare per una diversa chioma su cui abbattere l’eterna scure della propria ed altrui presidenziale ignoranza… cotta a legna.

 

E lo stesso si può affermare di tutti gli altri Boschi e Foreste della Sierra, con i loro compagni della nobile Sequoia sempervirens, o Sequoia delle montagne costiere, le quali per nostra fortuna non sono state trovate dal rinomato ‘cuoco italiano’ e la sua eterna pizza. Ovvero ciò che in tempo smarrito e reciso fu la pizia d’un diverso Verso o Poesia…




In una visione generale troviamo che la Sequoia gigantea, o Big Tree, distribuito in una cintura largamente interrotta lungo il fianco occidentale della Sierra, da un boschetto sulla biforcazione media del fiume American fino alla testata del Deer Creek, a una distanza di circa duecentosessanta miglia, a un’altezza da circa cinquemila a poco più di ottomila piedi sopra il livello del mare. Dal boschetto dell’American River alla Foresta sul fiume Kings, la specie si trova solo in macchie isolate relativamente piccole o boschetti così scarsamente distribuiti lungo la cintura, che tre delle lacune in essa, sono larghe da quaranta a sessanta miglia.

 

Dal fiume Kings verso sud, la Sequoia non si limita a semplici boschetti, ma si estende attraverso gli ampi bacini accidentati dei fiumi Kaweah e Tule in maestose foreste a una distanza di quasi settanta miglia.

 

In questi nobili Boschi e Foreste a sud del Calaveras Grove l’ascia la sega e la dinamite sono state a lungo affaccendate, e migliaia delle migliori Sequoie sono state abbattute e fatte esplodere e segate per ricavarne legname con metodi distruttivi quasi oltre ogni immaginazione, mentre gli incendi hanno diffuso una rovina ancora più ampia e deplorevole.




Nel corso delle mie esplorazioni, venticinque anni fa, trovai cinque segherie poste sopra o vicino al margine inferiore della fascia delle Sequoie, che tagliavano tutte legname più o meno di Big Tree, che assomiglia alla sequoia della costa, per poi essere venduto come Sequoia. Uno dei più piccoli di questi mulini nella stagione del 1874 ha reciso due milioni di Arbusti di legname di Sequoia. Da allora sono stati costruiti altri mulini tra le Sequoie, in particolare quelli grandi sul fiume Kings e sulla testa del Fresno.

 

D’altra parte, il Calaveras Grove da quarant’anni è stato fedelmente protetto dal Sig. Sperry, e con l’eccezione dei due Alberi sopra menzionati è ancora di una bellezza primordiale. I boschetti di Tuolumne e Merced vicino a Yosemite, il boschetto di Dinky Creek, quelli del General Grant National Park e del Sequoia National Park, con diversi boschetti eccezionali che sono senza nome sui bacini dei fiumi Kings, Kaweah e Tule, e inclusi nella foresta della riserva della Sierra; negli ultimi anni sono state parzialmente protette dal governo federale, mentre il noto Mariposa Grove è da tempo presidiato dallo Stato.




Per le migliaia di acri di foresta di Sequoia al di fuori della riserva e dei parchi nazionali, e nelle mani dei boscaioli, nessun aiuto è in vista. Probabilmente più del triplo del numero di Sequoie contenute nell’intero Calaveras Grove sono state tagliate per farne rozzo legname, ed ogni anno negli ultimi ventisei anni senza impedimenti o leggi a loro tutela, con appena una sola parola di protesta da parte dei difensori della Natura, mentre al primo ciarlare dei boscaioli, quasi tutti si svegliano allarmati.

 

Questa giusta e viva indignazione da parte dei californiani dopo un lungo periodo di mortale apatia, in cui hanno assistito impassibili alla distruzione di tanti troppi Boschi, sembra strana finché non si considera la rapida evoluzione che la giusta opinione pubblica ha maturato negli ultimi anni assommata al peculiare interesse che riserva ai giganti di Calaveras.

 

Sono stati i primi scoperti e sono i più conosciuti.

 

Veri Geni della Foresta a dispetto del limitato intelletto ancor pascolato…




Migliaia di viaggiatori da ogni paese sono venuti per rendere loro omaggio di ammirazione e lode, la loro reputazione è mondiale e i nomi di grandi uomini sono stati a lungo associati a loro: Washington, Humboldt, Torrey e Gray, Sir Joseph Hooker, e altri.

 

Questi re della Foresta, i più sacri di una razza nobile, appartengono giustamente al mondo, ma poiché sono in California non possiamo sottrarci alla responsabilità come loro guardiani. Fortunatamente il popolo americano è all’altezza di questa fiducia, o di qualsiasi altra che possa sorgere, non appena la vede e la comprende.

 

Qualsiasi pazzo può distruggere gli Alberi.

 

Non possono difendersi o scappare.

 

E i distruttori di Alberi non ne piantano mai; né la semina può giovare molto alla restaurazione dei nostri grandi giganti aborigeni. Ci sono voluti più di tremila anni per realizzare alcune delle più antiche Sequoie, Alberi che sono ancora in piedi in perfetta forza e bellezza, ondeggiando e cantando nelle possenti Foreste della Sierra.





Attraverso tutti i secoli ricchi di eventi dal tempo di Cristo, e molto prima ancora, Dio si è preso cura di questi Alberi, li ha salvati dalla siccità, dalle malattie, dalle valanghe e da mille tempeste; ma non può salvarli dalle segherie e dagli idioti.

 

Le notizie da Washington sono incoraggianti.

 

Il 3 marzo [1905] la Camera approvò un disegno di legge che prevedeva l’acquisizione da parte del governo dei giganti di Calaveras. Il pericolo in cui si sono trovate queste Sequoie farà bene ben oltre i confini del Calaveras Grove, nel salvare altri Boschi e Foreste e nel far crescere l’interesse per le tutele forestali in generale.

 

Mentre il ferro del sentimento pubblico è ancora caldo, colpiamo duramente. In particolare una riserva o parco nazionale dell’unica altra specie di Sequoia, la sempervirens, o sequoia, non meno meravigliosa della gigantea, dovrebbe essere prontamente assicurata. Dovrà essere acquistato tramite donazione o acquisto, poiché il governo ha venduto ogni sezione dell’intera cintura di sequoie dal confine dell’Oregon fino a Santa Cruz.

 

 

[Trovato tra le carte di Muir dopo la sua morte e ora pubblicato per la prima volta… e dedicato a Sarah… con affetto… Prosegue con Io a Lui (2) ]