CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

sabato 5 maggio 2012

L'ARRIVO DELL'UOMO BIANCO














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Pressa a poco all'epoca del massacro di 'Kashiyeh' (1858), sentimmo dire
che alcuni uomini bianchi stavano misurando la terra a sud del nostro campo.
In compagnia di un certo numero di guerrieri andai a visitarli.
Non potemmo comprenderli molto bene perché non c'era un interprete, tut-
tavia facemmo un accordo con loro stringendoci la mano e promettendo di
essere fratelli.
Dopo di che, ci accampammo nelle vicinanze e loro vennero a commerciare
con noi. Demmo loro pelli di cervo, coperte e ponies in cambio di camicie e
provviste. Portammo anche della selvaggina per la quale ci diedero del dena-
ro.























Noi non ne conoscevamo il valore, comunque lo prendemmo e, in seguito,
apprendemmo dagli indiani Navajo che era molto prezioso.
Ogni giorno misuravamo la terra con degli strumenti strani e mettevano dei
segni che non comprendevamo.
Erano bravi uomini e ci dispiacque quando partirono verso l'ovest.
Non erano soldati.
Erano i primi uomini bianchi che vedevamo.
Circa dieci anni più tardi arrivarono, più numerosi, altri uomini bianchi.
Erano tutti soldati.
Si accamparono vicino al Gila River, a sud di Hot Spring.
























All'inizio, si mostrarono amici e noi non provavamo avversione nei loro con-
fronti, ma non erano così buoni come quelli che erano venuti in precedenza.
Dopo circa un anno sorsero dei contrasti tra loro e gli indiani, ed io scesi
sul sentiero di guerra come guerriero, non come capo.
Personalmente non mi era stato fatto torto ma qualcuno, tra il mio popolo,
l'aveva subito, e io combattei a fianco della mia tribù perché i soldati, e non
gli indiani, erano da condannare. Poco tempo dopo, alcuni ufficiali delle trup-
pe statunitensi invitarono i nostri capi a tenere un incontro ad Apache Pass.
































Poco prima di mezzogiorno gli indiani vennero fatti entrare in una tenda e
fu detto loro che avrebbero avuto qualcosa da mangiare.
Mentre si trovavano lì vennero assaliti dai soldati; il nostro capo, Mangus
Colorado e molti altri guerrieri fuggirono tagliando la tenda, ma la maggior
parte dei guerrieri venne uccisa o catturata.
Tra gli Apaches Bedonkohe uccisi c'erano Sanza, Kladetahe, Niyokahe e
Gopi. Dopo questo tradimento gli indiani tornarono sulle montagne e lascia-
rono perdere completamente il forte.
Non penso che il rappresentante per le trattative abbia avuto a che fare con
questo piano, perché ci ha sempre trattati bene. Credo, invece, che sia sta-
to architettato interamente dai soldati.























A partire da quella prima volta i soldati inviati del nostro territorio occiden-
tale e gli ufficiali al loro comando non hanno esitato a maltrattare gli indiani.
Al Governo non fornivano mai spiegazioni dei torti che gli indiani subivano,
mentre riferivano sempre dei misfatti ad opera degli indiani.
Gran parte di quel che fecero gli spregevoli uomini bianchi fu riportata a
Washington come azioni compiute dal mio popolo. Gli Indiani cercavano
sempre di vivere in pace con i soldati e i coloni. Un giorno nel periodo in
cui erano di guarnigione ad Apache Pass, conclusi un trattato di pace con
l'avamposto.























Fu sottoscritto stringendoci le mani e promettendo di essere fratelli.
Cochise e Mangus-Colorado fecero altrettanto, ma si trattava del primo
reggimento giunto ad Apache Pass. Il trattato venne stipulato circa un anno
prima che fossimo attaccati nella tenda, come ho raccontato più sopra.
Qualche giorno dopo l'attacco ad Apache Pass, ci organizzammo sulle mon-
tagne e ricominciammo a combattere i soldati.
C'erano due tribù, gli Apaches Bedonkohe e gli Apaches Chokomen, entram-
be comandate da Cochise.
Dopo qualche giorno di schermaglie attaccammo un convoglio che traspor-
tava provviste per il forte. Uccidemmo alcuni degli uomini e ne catturammo
altri. Il nostro capo offrì questi prigionieri in cambio di quegli indiani che i
soldati avevano catturato durante il massacro nella tenda.

























Gli ufficiali rifiutarono, così uccidemmo i nostri prigionieri, ci dividemmo e
andammo a nasconderci sulle montagne. Di coloro che ebbero un ruolo in
questa storia, sono il solo sopravvissuto.
Qualche giorno dopo delle truppe vennero a cercarci ma, poiché c'eravamo
dispersi, naturalmente fu impossibile, per loro, localizzare il campo nemico.
Mentre erano alla nostra ricerca dei nostri guerrieri (che i soldati ritenevano
indiani amici) parlarono agli ufficiali e gli uomini, suggerendo loro dove avreb-
bero potuto trovare l'accampamento che cercavano, e noi li osservammo
dai nostri nascondigli mentre ci davano la caccia, ridendo dei loro insuccessi.























Dopo questo tradimento tutti gli indiani convennero che non dovevamo mai
più essere amici degli uomini bianchi. Non ci fu una grande battaglia, ma si
susseguirono lunghe lotte.
A volte attaccavamo noi gli uomini bianchi, a volte loro attaccavano noi.
A volte veniva ucciso qualche indiano, a volte qualche soldato.
Credo che le perdite siano state, più o meno, uguali per entrambe le parti.
Il numero dei morti, in questi scontri, non è molto importante, ma il tradi-
mento da parte dei soldati fece infuriare gli indiani e richiamò alla mente
altri torti subiti, così che essi non si fidarono mai più dei soldati statunitensi.
(Geronimo, La mia storia)












  

giovedì 3 maggio 2012

PREPARARE UN FUOCO (storie di cercatori d'oro)















Prosegue in:


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.....Si voltò nella direzione di marcia per ripartire e.....sputò.....
in terra con aria assorta, ma accadde una cosa: un crepitare esplosivo lo fece
sussultare.
Sputò una seconda e una terza volta in aria.
Ecco cos'era: prima di poter toccare il terreno, lo sputo crepitava.
Lui sapeva che se sputi a 45° sotto zero la saliva crepita quando arriva sulla neve,
ma il crepitare di questo sputo era partito in volo.
...Lui amava sputare su quella neve candida, lui e la sua Olga ci passavano i po-
meriggi interi dopo le sbronze nei saloon...



















Non c'era dubbio, faceva più freddo di 45° sotto zero, ma quanto più freddo?
Questo non lo sapeva.
La temperatura però non era importante.
Era diretto alla concessione sulla diramazione sinistra dell'Henderson Creek: i
ragazzi erano già lì, erano arrivati superando lo spartiacque che veniva dalla regio-
ne dell'Indian Creek.
Lui invece aveva fatto una deviazione per valutare la possibilità di trasportare i
tronchi fuori dalle isole del fiume Yukon in primavera. Quella sera alle sei sarebbe
arrivato al campo, al buio, è vero, ma avrebbe comunque trovato i ragazzi ad ac-
coglierlo davanti a un bel fuoco e con un pasto caldo.






















Pensando al pranzo, palpò il fagotto che formava il rigonfiamento sotto il giaccone.
Lo teneva avvolto in un fazzoletto sotto la maglia, contro la pelle nuda: era l'unica
maniera per evitare che le gallette congelassero.
Sorrise compiaciuto, al pensiero che ognuna di quelle gallette, tagliate e inzuppate
nello strutto, accoglieva una generosa fetta di pancetta fritta.
Si diresse con slancio verso i grandi abeti dove la pista era quasi invisibile: dall'ul-
tima volta che era passata una slitta, trenta centimetri di neve l'avevano ricoperta.
Si sentiva felice perché non aveva una slitta e viaggiava leggero, portava solo il
pranzo avvolto nel fazzoletto.
Ma il freddo, va detto, lo aveva sorpreso.































Sfregandosi naso e zigomi addormentati con le mani inguantate concluse che
sicuramente faceva un gran freddo. Aveva le basette folte ma quei peli sul viso
non bastavano a proteggere gli zigomi alti e il naso pronunciato, che si protende-
va grintoso nell'aria gelida.
Un grande cane lo seguiva a passo svelto: era un husky nativo, il vero cane lupo
dal manto grigio che non mostrava differenze apparenti o caratteriali rispetto al
fratello lupo selvatico. L'animale risentiva del freddo tremendo: sapeva che non
era il momento giusto per viaggiare, il suo istinto lo metteva in guardia di fronte
a una verità che i ragionamenti dell'uomo continuavano a ignorare.





















In realtà, non faceva semplicemente più freddo di 45° sotto zero: la temperatura
era scesa oltre i 50, 60 sotto zero. C'erano 75° sotto zero.
E dato che il punto di congelamento è a 32° Fahrenheit, significava dover affron-
tare 107 gradi di ghiaccio.
Il cane non sapeva nulla di termometri e nel suo cervello probabilmente non esis-
teva una percezione acuta della condizione di freddo estremo, come quella che
abitava nel cervello dell'uomo. Ma dalla sua la bestia aveva l'istinto e l'istinto tras-
metteva al cane una sensazione vaga, ma sinistra, che lo sottometteva, facendolo
trottare furtivo alle calcagna dell'uomo.


















Era la stessa sensazione che lo metteva in guardia ogni volta che l'uomo azzarda-
va il minimo gesto fuori dall'ordinario: qualsiasi cosa che lo inducesse a pensare
che quell'uomo fosse in procinto di preparare un campo, cercare riparo e ....
accendere un fuoco.
Il cane aveva imparato cos'era il fuoco e adesso quel fuoco lo voleva: o avrebbe
almeno voluto scavarsi un buco nella neve e raggomitolarsi lontano da quell'aria
per non disperdere ulteriore calore.
L'umido congelato del fiato si era depositato sul pelo trasformandosi in una sot-
tile polvere di ghiaccio, specialmente sulle mascelle, sul muso e sulle ciglia sbian-
cate dal respiro cristallino.
La barba rossa e i baffi dell'uomo erano ben più congelati: a ogni respiro umido
che esalava, lo strato di ghiaccio si faceva più spesso.
L'uomo masticava tabacco e la museruola di ghiaccio bloccava le sue labbra
al punto che quando doveva sputare, non ci riusciva......
(J. London, Preparare un fuoco)










  

martedì 1 maggio 2012

FRANCIS PARKMAN













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Nella primavera del 1846 Parkman partì con un compagno di Harvard, suo parente,
Quincy Adams Shaw: nome che da solo proclamava una genealogia illustre.
Dall' Ohio risalirono in battello fino al 'trampolino' di St. Louis.
All'inizio, come in Sicilia, Parkman visse con un senso di liberazione il distacco dal
rigido perbenismo della costa atlantica, ma presto l'atteso incontro epifanico con l'-
Ovest svaporò nel sole brutale e nello sconfinato, inquietante spazio vuoto della
prateria.


Invece di sentirsi parte del paesaggio, Parkman ebbe l'impressione di esserne respinto, minacciato.
Il caldo divenne 'torrido, quasi insopportabile'; le immense tempeste elettriche che in continuazione si aggiravano all'orizzonte erano fenomeni sinistri, terrificanti; il nobile bufalo (quando finalmente riuscirono a vederlo) apparve 'spettacolo in
verità poco attraente, con la criniera ispida e i resti spelacchiati del mantello invernale che si staccavano a brandelli dal dorso dell'animale in fuga'; i cactus si contorcevano 'come serpenti  sul ciglio dei burroni'.
Vista non molto migliore offrivano gli esemplari umani, commercianti di pelli che vivevano in luride tende ingombre di pellami con flaccide donne indiane.
Parkman ne vide una nascosta nei recessi del suo 'tepee', che pareva la personificazione dell'ingordigia e dell'indolenza.
In verità gli indiani delle pianure, lungi dall'incarnare le virtù di una aristocrazia naturale e dal respingere l'arrogante e perniciosa intrusione dell'uomo bianco, parvero a Parkman esibire la miseria dei bianchi in forme ancor più squallide e irrimediabili.
I Pawnee odiavano i Crow che diffidavano dei Dakota
che erano nemici degli Arapahoe:
un'interminabile catena di sopraffazioni in un deserto abbandonato da Dio.
Finì ancor prima di cominciare, dunque, il suo idillio con l'Ovest.
Era venuto in cerca delle sorgenti dell'America e aveva trovato il deserto:
anticamera non del paradiso, ma dell'inferno.
La delusione quasi lo uccise.
Quando il racconto raggiunse la pista dell'Oregon i membri della Massachusetts
Historical Society ascoltarono un autoritratto che destava orrore e pietà: un uomo
avvilito dall'impotenza, distrutto dall'infermità, divorato dal rimorso, che 'ciondola-
va sulla sella da quanto era debole e dolente.





























Credeva che il sole lo avesse accecato, la nausea gli squassava lo stomaco, la
febbre gli imperlava la fronte. A Ovest il miraggio di un Walhalla che costantemen-
te svaniva oltre l'orizzonte, a est la ritirata, la sconfitta: lui nel mezzo, stranito para-
lizzato. Lungo la pista vide una catasta di vecchi mobili abbandonati: 'rottami di
vetusti tavoli dai piedi ad artiglio, incerati e tirati a lucido, o di massicce scrivanie
di quercia', oggetti che un tempo erano migrati dall'Inghilterra nel New England,
e di là erano stati trasportati nell'Ohio o nel Kentucky, e poi trascinati ancora più
a ovest, sotto la spinta di chissà quale illusione, fino al giorno in cui l'amato cimelio
...era stato gettato via, pezzo di legno disseccato e reso contorto dal sole impietoso
della prateria.

















Di tutte le pagine della 'Oregon Trail' nessuna quanto questa immagine fa pensare
a un autoritratto.
Perkman tornò a casa in uno stato che alternava repentinamente e senza motivo
momenti di attività maniacale a momenti di completa prostrazione. Al turbinio
selvaggio che s'era impadronito del suo cervello si aggiungeva in generale disordi-
ne del sistema nervoso che mise a dura prova la sua integrità come mai prima di
allora.
Non riusciva a cavar nulla dalle note della 'Oregon Trail'.




























Furono gli amici Shaw e Charles Eliot Norton a completarne la stesura, sì che
l'opera risulta ancora più cinica, artificiosa e ostile all'Ovest che se l'avesse scritta
lui stesso. Ciò nonostante un anno dopo, nel 1848, Parkman decise di iniziare la
sua attività di storico con una cronaca indiana: la storia non dei miserabili soprav-
vissuti che aveva incontrato all'Ovest, ma dell'ultima grande rivolta di Pontiac
contro le ingerenze anglo-francesi.
Con quell'opera avrebbe dimenticato gli incubi della pianura aperta per rifugiarsi,
ancora una volta, nell'intricata, fresca penombra del bosco cospiratore. Era il
primo capitolo della sua grande bella epopea della foresta.

















I dieci anni che seguirono furono i migliori e i peggiori della sua vita, gli inizi dell-
attività creativa. L'isteria si mescolava ai mali reali, l'ipocondria e l'insonnia ai
fantasmi della nevrastenia. Un'estate, nel pieno della calura, trovò tre rospi nel
giardino della sua casa a Jamaica Pound, 'morti arrostiti sotto le pietre dove a-
vevano cercato scampo: visse l'incidente con tale immedesimazione da restarne
sconvolto per un pezzo.
I familiari gli si stringevano attorno, facevano del loro meglio per circondarlo
di cure e proteggerlo da se stesso. Avevano in mente altri destini infelici nella
storia della famiglia.





















Pure, ben poco di ciò che Francis Parkman scriveva lasciava intuire un uomo
smarrito ai confini dell'insania, in preda alla confusione. Dettate da lui stesso
faticosamente vergate a matita lungo i fili del suo 'telaio da scrivere', le sue pa-
gine erano di solito esaurienti, meditate, eleganti, a volte beffarde.
Nonostante le periodiche discese nell'inferno dell'angoscia, durante la stesura
di 'The Conspiracy of Pontiac' Parkman ebbe la sensazione di essere riuscito
a tenere a bada il 'Nemico', come chiamava la belva sconosciuta che si aggi-
rava furtiva nelle foreste della sua mente.
E quando avvertì che il Nemico stava per circondarlo, truppe fresche accor-
sero in suo soccorso. Nel 1850 conobbe e sposò Catherine Scollay Bigelow.
L'idillio ebbe breve durata.
Nel 1857 morì il figlioletto di quattro anni.
La moglie si spense l'anno seguente, lasciando un'altra bambina, confinandoli
alla deriva tra i marosi dell'isteria.
(S. Schama, Le molte morti del generale Wolfe)














sabato 28 aprile 2012

IL SUPERUOMO (che fu e sarà)














Prosegue in il super-uomo nel west:


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Il superuomo è la figura che nell'evo moderno si viene profilando nella misura
dell'odio alla Cristianità (ed ad ogni forma spirituale di approccio alla vita dif-
ferente al Cristianesimo...).
E' anche il polo opposto all'altra idea, anch'essa non cristiana, dell'umanità
come consorzio di uguali, contraria al peccato originale e anche alla conce-
zione d'un paradiso dove la grazia non piova d'un modo.


























Superuomo e Uguale sono in Occidente una coppia indissolubile: la solida-
rietà occulta delle due idee nemiche, superumanità e uguaglianza, e pari alla
furia dei loro conflitti visibili; suscitano e scontano le colpe l'uno dell'altra.
Coppia satanica, se mai ve ne fu, bene la effigia la Coppia archetipica di
Blake, bene la ricordano quei ritmi atroci:


Quando l'infante nasce maschio
A una vecchia decrepita è dato,
Lei l'inchioda a una roccia,
Le urla ne raccoglie in tazze d'oro.


Di ferree spine il capo gli cinge,
Gli fora le mani e i piedi,
Via ne taglia dal fianco il cuore,
Per infondergli gelo e calore.


Con le dita ciascun nervo gli conta,
Come calcola l'avaro i suoi ori;
Vive dei suoi urli e dei suoi pianti,
E in giovane si muta quando cresce.


Finché egli diventa un sanguinoso ragazzo
Ed ella diventa una vergine radiosa;
Allora, infrante le manette, egli sorge 
E, per trarne piacere, in ceppi la lega.

Così il fatto che il Superuomo e la sua grigia ombra, la sua femmineità,
l'Uguale, si alternino nella reciproca persecuzione, lunga prevedibilmente
quanto la dialettica dell'Illuminismo, di cui questo è un quadro vivente fra
i principali.


























Ma il superuomo si può anche definire di là dalla sua nascita storica e dalla
sua immanente contrapposizione al santo. Ce n'è una definizione alternativa,
metastorica: il superuomo moderno è colui che pretende di trarre vita, esal-
tata di tono e irrobustita di nerbo, dalla distruzione d'ogni casta spirituale,
d'ogni vocazione autonoma e specifica: quella al sacerdozio o quella alla ten-
zone o quella infine all'opera produttiva e amorosa, la triade dei primordi e
d'ogni possibile umanità che si voglia platonica.



























Il superuomo pretende di unificare tutt'e tre in un unico, supremo destino, e
non a caso sarà un destino di distruzione e rovina. Il guerriero cacciatore,
dominatore di sé e ricco d'imperio, protegge e regge il coltivatore artigiano,
devoto alle forze della feracità (anima ideale); fra i due media il conoscitore
dei cieli e dei tempi, il vate sacerdote.
Così l'atmosfera corsa dei venti sovrasta la terra fertile e su entrambe s'inar-
ca la volta di pura luce; così il rosso sta al verde e a questi il bianco o il ce-
leste.
Il superuomo vorrebbe spezzare l'armonia dei diversi in un selvaggio uniso-
no.
Ma c'è di più.



















A queste tre forme archetipiche dell'esistenza alla Triade, si accompagna il
Quattro, che come casta è quella nera, che sta ai margini, l'Ordine dei fabbri,
maledetti signori del fuoco, gli azzoppati.
Il superuomo moderno è ben colui che riduce a unità la triade e la quaterni-
tà, in un certo senso è la vittoria disastrosa del quarto escluso. Perciò i
congegni, che sono incudine, martello e mantice dilatati e complicati, sono
il suo emblema; non a caso è così fatale la sua menomazione o storpiatura
o ferita fabbrile.


























Egli non rinuncia sacerdotalmente al corpo, alla voluttà della terra; non di-
fende come il guerriero una madreterra e un culto; non si china come il buon
coltivatore alla virtù temperante e all'ascesi sacerdotale. Eppure vorrebbe
carpire i doni di tutt'e tre, vorrebbe essere monaco-sacerdote, guerriero
e operaio, e dei tre non è nessuno, vorrebbe infine imporre su tutto il mar-
chio del fabbro, gloriarsi del carico di esecrazione e di potenza della casta
sinistra.
Superuomo è colui che non ha destino per aver voluto usurpare tutti i des-
tini insieme; vuole la contraddizione, vuol essere di chiaro colore e di tinta
fosca. Ecco perché mai si distingue dalla sua livida ombra, l'Uguale, il
senza casta e senza fato.
Si metta alla prova questa definizione, si vedrà come semplicemente si a-
datti ai casi che le lettere e i tempi hanno proposto.
Il superuomo è fatale che riemerga.
(E. Zolla, Uscite dal mondo)












  

mercoledì 25 aprile 2012

25 APRILE: IN ATTESA DEL SECONDO FRONTE














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La nostra prima immagine della Francia, dal guardacoste americano adibito al
trasporto di truppe con cui stavamo attraversando la Manica, fu illuminata da-
gli scoppi delle granate antiaeree che esplodevano nella notte sulla Normandia.
Era da poco passata l'una del giorno 'D', e i paracadutisti in quel momento sta-
vano cominciando a toccare terra, mentre i loro aerei venivano investiti da una
pioggia di granate incandescenti e di proiettili grossi come uova.
Un aereo cadde, poi ne cadde un'altro, poi un altro ancora: dalla nostra nave
si potevano vedere benissimo, e i soldati se ne stavano ritti in piedi nel buio,
scuri in volti e addolorati.































Il guardia coste gettò l'ancora a una ventina di chilometri da terra, e all'alba,
dopo un terrificante bombardamento navale e aereo delle spiagge, ci trasferim-
mo sui mezzi da sbarco, che sprofondavano nel ventre delle onde e poi veni-
vano lanciati due o tre metri in alto sulle creste dei flutti.
Dovevamo saltare da una scaletta sdrucciolevole alla copertura di un bocca-
porto, sporco di grasso: era un salto da calcolare con estrema cura.
A destra e a sinistra, davanti e dietro a noi, si ripeteva a perdita d'occhio la
stessa scena: una quantità crescente di navi stracolme di uomini e di materiali
attendevano pazientemente di essere scaricate.





















Il mare pullulava di piccole imbarcazioni, che facevano la spola avanti e indie-
tro e si raggruppavano vicino alle murate delle grosse navi. Intanto, il cielo
sopra di noi era coperto da veri e propri strati di aerei, uno sopra l'altro.
Superammo le navi da guerra che bombardavano la costa, e scorgemmo le
colonne d'acqua sollevate dalle granate nemiche che cercavano di colpirle.
La spiaggia stava diventando un inferno: il fumo che ne saliva sembrava quasi
solido, e vampate roventi di luce bianca o arancione si accendevano qua e là.
Poi la guerra colpì proprio davanti a noi, con una tremenda zampata.































Ci fu un grande scoppio, che scagliò fumo grigio e acque bianche a decine di
metri di altezza. Nel centro dell'esplosione, un dragamine colpito a morte spro-
fondò con la prua e rimase lì inclinato, perdendo il suo petrolio a grandi fiotti,
come fosse il sangue di un'arteria tagliata.
Poi si raddrizzò e giacque immobile, emettendo le grandi bolle d'aria delle na-
vi che muoiono. Ci fermammo per raccogliere i superstiti, e raggiungemmo per
primi quelli che erano stati lanciati più lontano dall'esplosione: erano tutti morti.
- Lasciate perdere i morti, raccogliete i vivi,
urlava il tenente John Tipson.






















Poi cominciammo a udire delle grida:
- Aiuto! Aiuto!;
provenivano da tutte le direzioni, e in quell'immenso mondo di acque parevano
voci esili e infantili.
Qualcuno implorò:
- Vi prego, aiutatemi!
un grido patetico che ci fece trasalire.
John Tipson era un ragazzo grande e grosso che aveva giocato a rugby con i
'Lions' di Detroit. La sua forza si dimostrò assai utile in quella circostanza.
Bagnati com'erano e con tutto quello che avevano addosso, i soldati che erano
finiti in acqua arrivavano a pesare anche 140 chili: eppure John, tenendosi con
una mano al mezzo di sbarco, allungava l'altro braccio e li tirava su con un col-
po solo.






















Ne ripescammo sei, due dei quali perfettamente illesi; ma raccogliemmo solo i
vivi, lasciando i morti alla deriva, come relitti, nel mare indifferente. Vedemmo
un uomo completamente nudo: l'esplosione gli aveva strappato tutto di dosso,
comprese le calze e le scarpe, e il suo corpo pareva coperto di staffilate, come
se fosse stato battuto con un gatto a nove code.
Sulla prima spiaggia in cui sbarcammo, l'aria era pulita, dolce, marina.
Grandi stormi di gabbiani calarono su di noi, protestando contro l'invasione a-
mericana con una cascata continua di note acute. Quel paesaggio nudo aveva
una forza, una bellezza selvaggia e ventosa: ma la morte era in agguato ovunque.
I tedeschi avevano minato tutta la spiaggia, centimetro per centimetro.






















I nostri soldati erano riusciti a sminare solo alcuni stretti passaggi, e l'operazione
era costata 17 feriti e un morto. Su quelle piste dovevano camminare, dormire,
mangiare e lavorare: camminando, mettevano un piede davanti all'altro con pre-
cauzione; per dormire, si preparavano una fila di pietre a destra e una a sinistra
per impedirsi di rotolare durante il sonno.
Noi sbarcammo nel primo pomeriggio: il vento stava calando, e dappertutto si
liberavano nuvole di fumo grigio e nero, sospese nella brezza ormai debole.
Quel fumo proveniva dagli aerei abbattuti che bruciavano, dalle mine che i re-
parti di demolizione facevano esplodere, dai cannoni americani e dalle granate
tedesche: la terra stessa sembrava ardere.





















Dal mare proveniva un flusso continuo di soldati, che subito si mettevano al la-
voro: scavavano, martellavano, guidavano scavatrici o autocarri, organizzavano,
davano ordini, controllavano, sparavano e si facevano sparare addosso.
Intanto, fra i boati dell'artiglieria e le scariche di mitragliatrice, fra i sibili e gli scop-
pi delle granate, si poteva distinguere il paziente ticchettio delle macchine da sci-
vere, e il trillo dei telefoni: suoni così familiari e quotidiani.
Scorsi dei prigionieri tedeschi che scendevano verso la spiaggia su un lato di una
strada, mentre le nostre truppe d'assalto andavano nell'altra direzione, sull'altro
lato. Gli Americani avevano lo strano sguardo intento degli uomini che stanno per
andare a combattere, ma era bello vederli marciare.




























- Dove stai andando?
domandai a uno di loro.
- Non lo so,
rispose.
- Seguo quelli che sono davanti a me.
Anche i soldati davanti a lui seguivano quelli che erano più avanti ancora, e alla
fine arrivai all'uomo che era in testa alla colonna.
- Sto seguendo l'altra colonna,
mi disse.
Scoppiammo a ridere tutti e due, ma il suo era un riso allegro, soddisfatto.
- Vede,
mi spiegò,
- non è stupido come sembra. Qui tutti abbiamo la stesa idea, e perciò basta che
seguiamo chi ci sta davanti per arrivare dove c'è qualcosa da fare.
Basta seguire la colonna....
(Ira Wolfert, Un giorno in Normandia)












martedì 24 aprile 2012

GREGORIO DI NAZIANZO: CONTRO GIULIANO (e in difesa di Costanzo)














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Che è questo, o sovrano sommariamente vicino a Dio e amante di Cristo?
Mi spiego sino a rimproverarti come se tu fossi presente e mi ascoltassi,
anche se so bene che sei molto al di sopra delle nostre critiche, posto ac-
canto a Dio e partecipe della gloria di lassù dopo essere dipartito per pas-
sare da un regno ad un altro: che è mai questa decisione che hai preso, tu
che per intelligenza e perspicacia hai superato di molto tutti i re, non solo
tuoi contemporanei, ma anche delle età anteriori?


























Tu hai ripulito dai barbari tutto intorno e all'interno hai sottomesso gli usur-
patori, alcuni con la forza delle parole, altri con le armi, compiendo ciascuna
di queste cose come se non fossi per niente turbato dall'altra; tu hai riportato
grandi trionfi con le armi in battaglia, ma ancora più grandi e gloriosi senza
spargimento di sangue; verso di te da ogni parte si dirigevano ambascerie
e suppliche; a te ciò che non era sottomesso stava per sottomettersi e tutto
quel che si sperava era come se l'avessi già in pugno; tu eri guidato dalla
mano di Dio in ogni decisione e in ogni azione; di te non si sapeva se ammi-
rare più la forza o l'intelligenza, ma più ancora della buona reputazione in
entrambe, la pietà.



















Com'è dunque che solo in questo caso sei apparso stolto e imprevidente
(nel difendere questa bestia pagana signore del demonio)?
Perché quella fretta della tua 'disumana filantropia' (cosa vuol dirmi nel se-
greto di quei brevi accenni, quella bestia ....che marcirà all'inferno!)?
Come hai potuto in così poco tempo, in breve volgere di avvenimenti, con-
segnare senz'altro all'assassino di noi tutti la grande eredità, vanto di tuo
padre, voglio dire coloro che prendono il nome da Cristo, il popolo che ha
diffuso la sua luce in ogni parte del mondo abitato, il sacerdozio regale,
cresciuto con grandi sforzi e grandi fatiche?






















Forse vi sembra, o fratelli, che io manchi di rispetto e mi comporti da ingrato
con questi miei discorsi, perché non aggiungo subito alle parole dell'accusa
quelle della verità.
Tuttavia l'ho difeso abbastanza e per mezzo delle stesse espressioni con cui
l'ho accusato, se prestate attenzione all'accusa, e solo in questo caso la re-
quisitoria porta con sé l'assoluzione: parlando della sua bontà, ho già mostrato
la difesa.
Chi ignora, infatti, anche tra coloro che lo hanno conosciuto mediocremente,
che per la pietà e per l'amore verso di noi e la volontà di farci tutto il bene
possibile, non solo avrebbe messo da parte quell'uomo, ma anche l'onore
dell'intera famiglia o la crescita dell'impero e avrebbe dato senza difficoltà
perfino il trono stesso e tutti i beni e la vita stessa, della quale niente è più
prezioso per nessuno, in cambio della nostra salvezza e sicurezza?


























Ma, come ho detto, la semplicità è mancanza di difese, la filantropia com-
porta debolezza, e ciò che è libero dal male non sospetta mai il male.
Per questo non fu previsto quello che sarebbe successo, la finzione non fu
scoperta, a poco si fece strada l'empietà e due buone disposizioni d'animo
si scontrarono: quella verso il popolo dei fedeli e quella verso l'uomo fra
tutti più empio e nemico di Dio.
E lui, che cosa rimproverò ai cristiani, che cosa non poté approvare delle
nostre dottrine, che cosa di quelle dei Greci considerò eccellente e incon-
futabile con la ragione, seguendo quale esempio se rese famosissimo per
l'empietà e gareggiò in modo davvero insolito con colui che l'aveva eleva-
to al trono?


























Poiché non gli era possibile superarlo nella virtù e nelle buone azioni, cercò
di apparire superiore per il contrario, una smisurata empietà e un'ambizione
verso il peggio. Per quanto riguarda i cristiani e davanti ai cristiani tale è
dunque la difesa di Costanzo, e così giusta per coloro che hanno intelligenza.
Ma dato che ci sono alcuni che, se anche ci liberano da questa accusa non
lo assolvono dall'altra, ma lo incolpano di ingenuità per avere affidato il po-
tere all'uomo più malevolo e nemico e di averlo prima ostile e poi potente,
avendo posto le basi dell'inimicizia con l'uccisione del fratello e creata poi
la potenza con l'assunzione al trono, è necessario discorrere in breve anche
di questo e mostrare che la sua filantropia non fu affatto irragionevole, né
estranea alla grandezza d'animo e alla previdenza di un re.





















Io in realtà mi vergognerei se, avendo noi ricevuto da lui tanti onori ed es-
sendo convinti della sua straordinaria pietà, non lo difendessimo giustamen-
te. E questo noi, servitori del Logos e della Verità, conviene che lo faccia-
mo anche per coloro che in nulla ci hanno beneficiato; e ciò tanto più dopo
la sua dipartita, quando non corriamo il rischio di sembrare degli adulatori
e il discorso è libero da ogni cattivo sospetto.
(Gregorio di Nazianzo, Contro Giuliano l'Apostata)

















sabato 21 aprile 2012

L' 'ERACLIO' DELLA STORIA















Prosegue in:

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/04/21/l-eraclio-della-storia-2.html








Apprendo da un minuscolo articolo a piè di pagina del sacrificio di altri due monaci tibetani

(http://www.savetibet.org/media-center/ict-news-reports/two-young-tibetan-men-self-immolate-together).

....Apprendo....., cosa 'apprendo' da questo mondo, da questo Universo, .....
da questo cielo.
...Ricordo..., forse un termine più consono, più reale.
Forse comprendo che la storia è motivata non dalle ragioni dello spirito, ma dal peggior
istinto materiale. Dal più rozzo istinto non della sopravvivenza..., ma della ricchezza.
L'anima aimé, fra i tanti pellegrinaggi della prigionia dell'esistenza..., vaga.
Millenni, secoli, finché il ciclo delle infinite rinascite e morti, può essere, in qualche modo
interrotto.
Vi è qualcosa di eretico in seno a questo concetto?
(Non so, io che ho letto e scritto molto, rimango nella costante ricerca della verità. Tu
che nulla hai compreso, ma signore di ogni segreto, di che cosa hai nutrito il nostro spirito
inquieto?)
Il Primo Dio fuori dal mondo....
Il Secondo fa' di conto....!
Ragione per cui, noi eretici di ogni storia, combattiamo contro la materia.
Ragione per cui noi esuli di fronte all'ingiustizia della memoria, che non ricorda....nessuna
storia, abbiamo il nostro 'Eraclio' ...in ogni epoca di questa 'lugubre memoria'.
Ragione per cui, io che non ho voltato le spalle ad ogni popolo...vittima innocente dell'
inquisizione della storia..., dedico questo eterno dialogo scritto nel 'sé' della nostra Prima
Memoria.
Ricordando ad ogni viandante, pellegrino, trafficante ..., o Eraclio..., eterno padrone del-
la geografia e della storia (giammai infinita), che noi siamo eretici della verità per sempre
taciuta, di cui lui è padrone e signore di ogni storia.
Lui è l'eterno 'Eraclio' vestito e mascherato, ora da Grande Sovrano, Re, Politico, Scienziato
Scrittore e ciarlatano, ma sempre Eraclio ...l'Inquisitore di Stato....



























.....In questo dire, e per quello che ha appena udito e detto,
Eraclio palesa una scintilla di orgoglio ritrovato.
Dall'umiltà è scivolato verso il fuoco del suo opposto, che del gelo apparente sembrava
aver rivestito l'intera abbazia.
Ora il fuoco, non della conoscenza, ma quello purificatore dell'orgoglio ferito entro i li-
miti della cultura che rappresenta, impongono questa cruenta medicina. Non è proprio
una medicina, ma il lento convincimento che la verità debba essere ricondotta al porto
della ragione comune.


















Anche se in tal porto, essa per il vero non viene celebrata, la comunità esige la cura sa-
crificale. Non consapevole chiede il sacrificio, per ogni verità donata.
Se Eraclio non convenisse in questa tacita affermazione di potere, la sua Chiesa e non
solo, ma l'intero ordine, crollerebbero.
Il suo grande edificio curato con tanta costanza nei secoli (e millenni) sarebbe ad un trat-
to demolito. Ed il potere il quale con tutta l'umiltà concessa rappresenta, non permette
una eresia del genere.



















Il grande dono nel suo inganno, è nel lento convincimento di una oscura malattia.
Di un male che non appartiene a nessuno dei partecipanti di questo macabro processo
in rappresentanza di una più vasta comunità.
Mali che nessuno predica, prega, canta, recita, compone.
Quindi i pochi che ne sono affetti vanno curati nella giusta misura di un patimento, che ...
no... non è tortura!
Ma l'estirpare quel Demoniaco che si è impossessato delle membra.
Quella bestia deve essere scacciata, al pari di un lupo, Eraclio è il secolare guardiano
del gregge. Ed il lupo se non può essere addomesticato, per il bene dell'intera comunità
deve essere abbattuto.




















Per cui Eraclio non deve far altro che indicare ai carnefici il medicamento, di modo che,
nel favore fatto a Pietro, si bonifichi l'anima ammalata. E nel farlo, si giunge a quello che
è il segreto sognare di 'fratello Eraclio'. Tutti i peccati in tal modo vengono purgati con
l'invenzione del peccato e con essi, forse, anche i sogni che appartengono a 'fratello
Eraclio'.
Sogni mai confessati, perché la comunità da lui patrocinata è ligia ad ogni regola morale
impartita e comandata.
Ogni sermone e ogni precetto hanno il loro beneficio, perché nel reprimere, Eraclio, ot-
tiene il consenso del terrore tacito che rappresenta la sua istituzione.
Se non vi fosse terrore e regola, la sua antica disciplina si perderebbe nei mari di una
oscura pazzia, che sembra ora governare 'fratello Pietro'.
Ragione per cui, Pietro incarna solo l'animo dell'inquisitore, il quale costantemente nella
ragione del potere tramandato da secoli, violenta la società che sottomette.
Il patto con il potere precostituito è tacito e sottinteso.






















Il potere dei feudi consolida e tutela quello che incarna Eraclio, in segreto accordo.
L'uno si appoggia all'altro per la tirannia che debbono rappresentare (mascherata da
progresso).
Non avrebbero pretesa di governo e tacita sottomissione di tutta la plebe comandata,
alla pari di quelle 'bestie' che ora nomina con tanto fervore (e per sempre debbono es-
sere liberate da qualcosa).
Di quelle 'bestie' che provvedono al suo nutrimento, alla sua ricchezza, alla gloria delle
sue 'Chiese'. Quelle 'bestie' taciute alla verità del Dio che pregano per il terrore che
dalla potenza del gesto si possa ristabilire l'antico ordine, immutato nella cenere purifi-
catrice di Eraclio.
Tutte quelle 'bestie' che governa ed accudisce da anni, da secoli.
Il suo gregge, dal quale proviene tutta la pecunia di Eraclio.
E se il lupo si appresta all'ovile, il danno che prefigura Eraclio è ingente.
L'ordine morale delle cose e la ragione del Tempo stesso sovvertite.
Eraclio è il potere e sopravvive grazie ad esso, continuato e diluito nella medesima
sostanza dove per sempre è celebrato a dispetto di qualsiasi ragione.
(Giuliano Lazzari, Dialoghi con Pietro Autier)