IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 18 agosto 2012

NEW ORLEANS






































(Tutte le stupende foto che appaiono sul presente post sono del
bravissimo Jeff Lamb, se volete scrutare New Orleans con i
suoi occhi, vi assicuro che il viaggio appagherà la vostra curiosi-
tà in merito a questa ...bella e famosa città.....

http://www.jlambphoto.wordpress.com)



























Arrivai a New Orleans all'inizio della primavera, mi sistemai in una spaziosa
casa affittata vicino all'Audubon Park, un luogo confortevole, tutte le stanze
della giusta misura, ammobiliate in modo semplice, con armadietti a muro
per il guardaroba più o meno in ogni stanza.
Non avremmo potuto trovare un posto migliore per me.
Era davvero perfetto!
Era un posto dove si poteva lavorare con calma.
Allo studio mi stavano aspettando ma io non avevo nessuna voglia di preci-
pitarmi. Presto o tardi sarei dovuto arrivare al punto ma potevo benissimo
provarci un altro giorno.
Avevo portato con me molte delle canzoni, ero abbastanza sicuro che avreb-
bero retto bene.


























Per il momento andai a fare una passeggiata nel crepuscolo.
L'aria era afosa e dava alla testa.
All'angolo dell'isolato un'enorme gatto tutto ossa stava accoccolato su
un davanzale di cemento. Gli andai vicino, mi fermai, e il gatto non si
mosse. Avrei voluto avere una brocca di latte con me.
Avevo occhi e orecchie aperti, e la coscienza ben desta.
La prima cosa che colpisce di New Orleans sono i suoi cimiteri, una
tentazione rischiosa, una delle cose più belle che offra la città.
Quando ci si passa accanto si cerca di essere più discreti possibile,
meglio lasciarli dormire. Tombe greche, romane, sepolcri, mausolei
signorili fatti su ordinazione, spettrali, segni e simboli di un decadimen-
to nascosto, fantasmi di donne e di uomini che hanno peccato e sono
morti e ora vivono nelle tombe.


























Il passato non svanisce in fretta qui, anche per chi è morto da parec-
chio.
I fantasmi corrono verso la luce, si può quasi sentire il loro greve
respiro; spiriti ben decisi a raggiungere la loro destinazione.
New Orleans, al contrario di tanti luoghi dove si ritorna per magia e
che non hanno più magia, la possiede ancora. La notte ti può inghiot-
tire senza che niente ti abbia toccato.
Dietro a ogni cantone c'è la promessa di qualcosa di audace e di i-
deale, e le cose vanno avanti. C'è qualcosa di oscenamente gioioso
dietro ogni porta, o forse qualcuno che piange con la testa tra le ma-
ni.
Un ritmo pigro indugia nell'aria sognante e l'atmosfera pulsa di duel-
li passati, compagni che chiedono a compagni di correre in loro aiu-
to. Non si vedono, ma si sa che ci sono.


























Qualcuno sta sempre affondando.
Tutti sembrano provenire da qualche vecchia famiglia del Sud.
Oppure straniera.....Mi piace così.....
Ci sono molti posti che mi piacciono, ma New Orleans più di ogni
altro. A ogni istante si scoprono migliaia di angolature differenti. In
qualunque momento ci si può imbattere in un rito che rende omaggio
a qualche regina di vaga notorietà.
Gente dal sangue blu, titolati come ubriachi pazzi, appoggiati debol-
mente contro i muri e che si trascinano nei canali di scolo.
Anche loro sembrano a parte di segreti che sarebbe meglio ascoltare.


























Nessuna azione sembra inappropriata qui.
L'intera città è un unico lungo poema.
Giardini pieni di viole del pensiero, petunie rosa, oppiacei.
Tempietti cosparsi di fiori, mirti bianchi, boungainville e oleandri por-
porini stimolano i sensi, donando calma e chiarezza interiore.
A New Orleans ogni idea è una buona idea!
Villette in stile Bijou Temple fianco a fianco a liriche cattedrali.
Case e ville padronali, strutture dalla grazia selvatica. Stili italiano,
gotico, romantico, neogreco in lunga fila sotto la pioggia.
Arte cattolico-romana, ampi porticati davanti alle case, torrette, bal-
coni dalla ringhiera di ghisa, colonnati con colonne alte dieci metri,
gloriosamente belle, tetti a doppia pendenza, tutta l'architettura del
mondo intero e sta lì tutta lì, non si muove.


























E poi la Town Square dove avevano luogo le esecuzioni capitali.
A New Orleans si possono quasi scorgere altre dimensioni. Qui il
tempo accade solo un giorno per volta, poi viene la sera e domani
sarà di nuovo oggi.
Una malinconia cronica pende dagli alberi.
Non ci stanca mai...
Dopo un po' ci si sente come uno spettro uscito da una delle tombe,
una figura in un museo di cera sotto nuvole cremisi.
Un impero dello spirito...
Un impero della ricchezza.
Uno dei generali di Napoleone (come l'omonimo Inglese) disse che
a New Orleans....è dannato anche il diavolo.....e il diavolo ci viene
e manda un sospiro......
(Bob Dylan, Chronicles)



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mercoledì 15 agosto 2012

LA MIA VITA NEL BOSCO DEGLI SPIRITI




































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......Queste guerre per gli schiavi portavano destino di morte ai giovani
e ai vecchi di quei tempi, perché se un uomo o una donna venivano cat-
turati, poi erano venduti come schiavi a gente forestiera che li portava
in posti sconosciuti per ucciderli davanti al suo dio o per farli lavorare
per loro.....
Ma siccome mia madre era una piccola commerciante che andava da
un posto all'altro, una mattina andò al mercato che stava a circa tre mi-
glia dalla nostra città, e lasciò come sempre due fette di igname cotto
per noi.
Quando furono le dodici del pomeriggio i galli cominciarono a cantare
senza smettere mai, allora mio fratello ed io entrammo nella stanza di
nostra madre dove lei teneva al sicuro per noi i due ignami affettati o
tagliati, così le due mogli che ci odiavano non potevano avvelenarli, e
mio fratello prese uno degli ignami e io presi l'altro e subito ci mettem-
mo a mangiare.



















Ma mentre noi stavamo mangiando gli ignami nella stanza di nostra
madre, quelle due mogli che ci odiavano seppero prima di noi che in
città stava per scoppiare la guerra, così scapparono tutte e due dalla
città con le loro figlie senza dirci niente e senza portarci con loro, e lo
sapevano tutte quante che nostra madre non era in città.
Proprio perché eravamo troppo piccoli per sapere il significato del
'male' e del 'bene', ballavamo tutti e due ai rumori dei fucili nemici che
rimbombavano nella stanza dove stavamo mangiando gli ignami, men-
tre i grossi alberi e le molte colline tutte piene di buchi profondi che
circondavano completamente la città cambiavano i rumori terribili
dei fucili nemici in un suono che ci pareva bellissimo, e noi ballavamo
per questi suoni bellissimi dei fucili nemici.
Ma siccome i nemici si avvicinavano sempre di più alla città, per noi
i suoni bellissimi dei loro fucili diventarono terribili perché in quel mo-
mento tutto tremava.



















Così quando non potemmo più sopportarlo uscimmo dalla stanza di
nostra madre e andammo sulla balconata, ma là non trovammo nessu-
no, e allora corremmo sino al portico davanti, ma anche la città era
vuota tranne che per gli animali domestici come le pecore, i maiali, le
capre e i polli, e anche certi animali selvatici come scimmie, lupi, cer-
vi e leoni che i rumori terribili dei fucili nemici avevano fatto scappare
fino in città dal bosco che circondava la città.
Tutti questi animali correvano per la città e gridavano disperati in
cerca dei loro padroni.
Quando vedemmo che in città non c'era nessuno uscimmo subito in
strada, dopo che per tutto il tempo eravamo stati sulla porta a guar-
dare con dubbio e paura ogni punto della città.



















Così prima di tutto camminammo verso il nord perché là c'era una
strada che portava alla città di nostra nonna che non era lontana
dalla nostra città.
Ma siccome quegli animali ci davano molto fastidio e paura e ci
disturbavano, così alla fine smettemmo di correre al nord e andam-
mo verso il sud dove c'era un largo fiume che attraversava la stra-
da che dovevamo fare, in cerca di un posto sicuro per nasconderci.
E siccome i nemici si avvicinavano sempre di più, lasciammo subi-
to il fiume, e un po' più avanti su quella strada arrivammo a un certo
albero da frutto africano che stava vicino alla strada e ci fermammo
là sotto per trovare un rifugio, ma mentre stavamo girando rapida-
mente intorno a quell'albero per vedere se forse c'era un rifugio, due
frutti maturi caddero in quel punto, e mio fratello li raccolse tutti e
due e se li mise in tasca, e poi cominciò a trascinarmi o a portarmi
di peso per quella strada, perché io ero troppo piccolo per correre
svelto come lui.




















Ma siccome anche lui era troppo piccolo per trascinare o portare
un peso come me, non ce la fece a portarmi nemmeno tre metri più
in là senza cadere quattro volte e anche di più.
Quando ci provò con tutte le sue forze per diverse volte e non ce la
fece, e in quel momento l'odore della polvere da sparo dei fucili ne-
mici che sparavano incessantemente arrivava ai nostri nasi portato
dal vento e questo ci faceva ancora più paura, allora mio fratello mi
portò di peso a qualche passo di distanza, ma quando vidi che cade-
va molte volte gli dissi di lasciarmi sulla strada e di correre a mettersi
in salvo che forse riusciva a scampare, così poteva prendersi cura
di nostra madre perché lei non aveva altri figli tranne noi due, e gli
dissi che se Dio salvava la vita anche a me ci saremmo ritrovati, ma
che se Dio non mi salvava la vita ci saremmo ritrovati in cielo.
Ma mentre gli dicevo queste parole tristi i suoi occhi versavano lacri-
me come fiumi, ma io naturalmente non versavo lacrime coi miei oc-
chi perché speravo che di certo sarei stato catturato o ucciso.


















E fu quel giorno che scoprii che se la paura è troppa una persona
non ha più paura di niente. Ma siccome il fumo dei fucili nemici si
stava avvicinando a noi, con grande dolore mio fratello mi lasciò
su quella strada, poi si fermò e si mise le mani in tasca e tirò fuori
i frutti che erano caduti dall'albero sotto il quale prima stavamo per
nasconderci; e invece di uno solo me li diede tutti e due.
Dopo di che si mise a correre più presto che poteva lungo quella
strada verso i nemici, senza essere visto, e intanto che correva via
continuava ancora a guardarmi.
Così quando non lo vidi più sulla strada, mi misi in tasca tutti e due
i frutti e poi tornai a quell'albero sotto il quale li avevamo presi e
restai là soltanto per ripararmi dal sole.
Ma quando i nemici arrivarono a circa un ottavo di miglio da quel
posto dove stavo io, non riuscii a sentire più niente per colpa dei
rumori dei fucili nemici, e siccome ero troppo piccolo per sentire
quei rumori spaventosi e stare fermo, così entrai nel bosco sotto
quell'albero da frutto.....................
(Amos Tutuola, La mia vita nel bosco degli spiriti)




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sabato 11 agosto 2012

CHICAGO













 

Chicago mi era sempre parso il luogo più seducente del mondo, ogni volta
che sentivo gli amici nella sala da biliardo di Frank Holliday che parlavano
dei loro viaggi.
Mi affascinava come i camerieri delle carrozze ristorante e i facchini delle
carrozze di prima classe parlavano di Chicago e raccontavano storie roman-
tiche sulla vita notturna del South Side.
Quando ci arrivai nel 1930, Chicago era ancora più luccicante, ma ci restam-
mo un giorno soltanto, per suonare al Savoy Ball-room, prima di andare sul-
la Costa Occidentale per partecipare al film di Amos e Andy.
Ci tornai venerdì 13 febbraio 1931, a suonare per otto settimane nei teatri
gestiti da Balaban e Katz, e allora la vidi bene e ne sentii le vibrazioni.
















La cosa che faceva più impressione era l'insieme del South-Side.
Era una vera comunità dove vigeva il principio: 'Io do una cosa a te, tu ne
dai una a me'.
Una comunità che aveva dodici neri milionari, nessun nero faceva la fame,
nessun nero si lamentava o piangeva, e nessuno di loro era uno zio Tom.
Gli uomini e le donne era rispettati ed erano gente di grande dignità, dot-
tori, avvocati, politici, lustrascarpe, barbieri, estetisti, baristi, portieri not-
turni, tassisti e padroncini, macellai, proprietari di locali notturni, distillato-
ri clandestini.
Un po' di tutto, ma non drogati.


























Chicago allora era tutto ciò che raccontavano nella sala da biliardo: il cen-
tro - il cosiddetto Loop - i cabaret, il maggior nodo ferroviario del mondo,
grandi spiagge sul lago Michigan lungo tutta Chicago, la vita di città, la vita
di periferia, i quartieri di lusso e i quartieri all'apparenza degradati dove pe-
rò ci si divertiva più che in qualsiasi altra zona della città.
In quel periodo si cominciarono a sentire alla radio e a leggere su tutti i gior-
nali le storie dei gangster e di Al Capone. Mi presentarono a Sam Ablon,
un tale che era ritenuto uno dei capi della malavita e diventammo buoni a-
mici.


























Veniva spesso a prenderci dopo lo spettacolo, a me e a Sonny Greer, e
ce ne stavamo a bere tutta la notte. Lui si ubriacava e noi pure, finché
non superavamo il segno ed era ora di andare a casa.
- Bene, carissimo,
dicevamo.
- Ti portiamo noi a casa, Sam. Non ti scoccerà nessuno.
Suonavamo in teatri come l'Oriental e il Regal, mi ricordo quella volta
che eravamo al Paradise nel West Side, e allora era consuetudine che
chi aveva il nome in cartellone venisse taglieggiato.
Fu il direttore, Sam Fleischnik, ad avvertirmi che avevo avuto visite.
- Stamattina sono passati dei ragazzi della mala,
mi spiegò,
- E hanno detto che Duke Ellington deve sganciare 500 dollari, altri-
menti chiamano 'il prete' (il boss protettore) e non potrà più suonare.
















Sai che gli ho risposto?
- Cosa gli hai risposto?
- Gli ho detto che tutti i ragazzi della band hanno la pistola, nessuno e-
scluso, e che se la sarebbero vista con noi.
- Sei fuori di testa,
dissi, cercando di riprendermi.
Quella sera, finiti i nostri quattro spettacoli, ritornavamo verso il South-
Side quando al semaforo ci si avvicinò una macchina.
Ci puntò un faro addosso e ci spaventammo a morte.
- Scusate,
disse una voce.
- Stiamo cercando una persona!
(Duke Ellington, La musica è la mia signora)


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giovedì 9 agosto 2012

UN BUSINESS CHE SPARA (4)














 


















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.....Per la verità, Mussolini di mafia s'intende poco.
Nei diciotto mesi di governo non ha ancora avuto tempo di approfondire
il problema. Così il quadro che gliene fa il prefetto Scelsi, di Palermo, lo
rende furioso.
L'isola è praticamente controllata dall'onorata società che, approfittando
della confusione e del vuoto di potere seguiti al dopoguerra, ha allargato
la propria influenza.
Vaste zone montane, come le Madonie, sono letteralmente occupate da
bande armate che governano a loro modo decine di villaggi. L'autorità
dello Stato non esiste: le forze dell'ordine devono scendere a patti coi
banditi.



















Briganti leggendari, come i Ferrarello, gli Andaloro, i Dino, i Sacco,
sono più potenti delle autorità. non per niente, il vecchio Ferrarello è
chiamato 'u Prefetto' e Sacco 'u Questore'.
Le bande sono acquartierate nei paesi, emettono ordini, pianificano le
attività criminose, regolano la vita amministrativa.
Il sindaco della cittadina di Gangi, barone Sgadari, ha rifiutato recente-
mente un contributo dello Stato per l'illuminazione pubblica perché i bri-
ganti preferiscono che le strade restino al buio. I briganti amministrano
addirittura una sorta di giustizia: riparano i torti, risolvono le questioni.
E' uso comune rivolgersi a loro anche per ottenere la restituzione dei
beni o del bestiame rubati.
Chiedere l'aiuto della polizia sarebbe inutile e pericoloso, mentre i bri-
ganti restituiscono sempre il maltolto se i derubati accettano di pagare
un riscatto pari al terzo del valore del bottino.


























E' l'istituzionalizzazione della rapina.
I briganti che dominano la campagna hanno anche stretti contatti con
l'alta mafia che risiede nelle città. Ne sono, in un certo senso, l'organo
esecutivo. L'organizzazione ha capi e gregari in ogni ceto sociale, con-
trolla la vita politica ed economica dell'isola, elegge deputati, regola le
fittanze agrarie, impone ai latifondisti i propri 'campieri', svolge azioni
antisciopero, si intromette negli appalti e in ogni altro affare lucroso.
La tutela della mafia risulta dovunque più efficace e più sicura di quella
che può offrire lo Stato.
Per questo, proprietari e commercianti ne cercano la protezione e pa-
gano senza protestare il 'pizzu', una tassa che ha preso il nome da un
colorito modello di dire: 'fari vagnari u pizzu', fare bagnare il becco,
ossia compensare con una piccola offerta un lavoro fatto dagli 'amici'.

















Mussolini ascolta il prefetto borbottando oscure minacce nei confronti
della vecchia Italia e della classe dirigente isolana. La ritiene inquinata
di mafia.
Ma lui non ha la minima intenzione di essere 'il ministro della malavita'.
'L'Italia fascista debellerà la mafia', dichiara.
Spregiudicato com'è, non lo fa per scrupolo, ma solo perché è ben de-
ciso a non dividere il potere con nessuno.
D'altra parte ha già afferrato il nucleo centrale del problema: la mafia
trae la sua forza dai voti che offre ai politici e dalla sicurezza che garan-
tisce ai baroni della terra?
Bene: in futuro non ci sarà più bisogno di voti; e a tenere a bada i con-
tadini ci penseranno i fascisti, non i campieri.
Alcuni anni dopo, il 9 maggio 1924, Mussolini pronuncia ad Agrigento
la sua dichiarazione di guerra all'onorata società:

















Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: mi si è parlato
di strade, di acque, di bonifiche, mi si è detto che bisogna garantire
la proprietà e l'incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene, vi dichia-
ro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini 
dai delitti. 
Non dev'essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi 
soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica
come la vostra.
(A. Petacco, Il Prefetto di ferro)




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mercoledì 8 agosto 2012

BLUE NOTES






















































I'm gonna lay my head on some railroad line
I'm gonna lay my head on some railroad line
An' let that two-nineteen train pacify my min'.

(Appoggerò la testa su qualche binario ferroviario/
  appoggerò la testa su qualche binario ferroviario/
  e lascerò che il treno delle due e diciannove dia
  pace alla mia mente./)

La progressione armonica tipica del blues - nella sua forma consolidata -
è quella di tonica-sottodominante-dominante; altrettanto tipica di questa
forma musicale è la cosiddetta 'scala di blues', in cui il terzo e il settimo
grado della scala maggiore sono leggermente abbassati e sono detti...
'blue notes'.
Questa lieve alterazione di alcuni valori della scala diatonica è, secondo
l'opinione dei più, il risultato di un adattamento di un'originaria scala afri-
cana, di cinque toni, senza semitoni, alla scala europea.


























Meglio ancora: il risultato finale di un conflitto fra due concezioni musicali
molto diverse fra loro.
Non è forse inutile avvertire a questo proposito che è alquanto arbitrario,
ed è per lo meno una forzatura, cercare di spiegare una musica non rigo-
rosamente diatonica, armonicamente ambigua, nei termini di una musica
che appartiene a una diversa cultura: quella occidentale, bianca.
La melodia blues - scrive Roberto Leydi - si articola prima di tutto in un
gioco sottilissimo, percettibile e impercettibile, di domande e risposte, in-
terne ed esterne.
Se prendiamo una qualsiasi melodia blues messa giù sulla carta, non esitia-
mo un istante a riconoscere l'inizio in levare, cioè sul tempo debole. E pu-
re vediamo subito come, pur essendo senza alcun dubbio impiantata su
quattro battute, la melodia 'ascoltabile' occupa soltanto due battute e mez-
za interamente occupata dalla pausa.


























E proprio su parte di questa pausa inizia la seconda frase, in modo da
usufruire del battere in pausa, come premessa al proprio levare di par-
tenza.
Riconoscere ciò è già affermare il carattere antifonico del blues....
L'impianto antifonale del blues, il suo tempo prevalentemente lento, la
sua incertezza tonale, il suo quasi biologico respiro ritmico fondato su
un tempo binario, la sua tradizionale progressione armonica, la semplici-
tà della struttura strofica che fa leva sull'iterazione, la sua estrema dutti-
lità, costituiscono alcuni degli elementi che hanno reso il blues una piat-
taforma ideale per l'improvvisazione dei cantanti e in seguito degli stru-
mentisti del jazz.
Di più: col passare degli anni, che ne hanno accresciuto enormemente
la popolarità, il blues ha finito per assumere la funzione di una struttura
linguistica perfettamente nota, in tutte le sue sottigliezze, in tutte le sue
risorse semantiche, sia agli esecutori che agli ascoltatori, divenendo
così il perfetto veicolo per ogni tipo di messaggio che abbia significa-
to nel particolare ambito in cui si muovono gli uomini del jazz.....





















In nessuna delle tante forme in cui si è manifestata la musicalità dei
negri americani è altrettanto chiaramente riconoscibile il retaggio an-
cestrale dell'ambiguità del linguaggio africano.
Al riguardo meritano di essere richiamate le osservazioni di Ernest
Borneman, antropologo prima ancora che profondo studioso del
jazz delle origini:
'Mentre la tradizione europea tende alla regolarità - di intonazione,
di tempo, di timbro e di vibrato - quella africana tende invece a ne-
gare questi valori. Nel linguaggio, per esempio, si preferiscono le
circonlocuzioni alle definizioni precise: un'affermazione senza peri-
frasi è considerata quasi brutale, e ad ogni modo non sufficiente-
mente espressiva, mentre è considerata segno di intelligenza e di
personalità l'invenzione di perifrasi sempre diverse.
Una eguale propensione per il discorso obliquo o ellittico la ritro-
viamo nella musica: una nota non è mai attaccata in maniera diret-
ta, ma lo strumento e la voce le si avvicinano dall'alto o dal basso,
giocano intorno alla sua altezza senza mai soffermarvisi, e se ne
staccano lasciandola in tutta la sua ambiguità'.




















Questa ambiguità di fondo, l'instabilità tonale, l'incertezza modale,
la mutevolezza, la duttilità, la ricchezza timbrica (caratteristica an-
che della voce del negro che canta...) trovano un singolare ma non
casuale riscontro nella poetica stessa del blues.
Il 'blues singer' passa infatti con volubilità da un soggetto all'altro,
muta improvvisamente il filo del discorso, che si fa oscuramente
allusivo.
I blues singer hanno sempre parlato di 'double talk' (linguaggio
cifrato, si potrebbe tradurre) delle loro canzoni, del fatto cioè che
in realtà quello che cantano non è la stessa cosa di quello che pen-
sano. In ogni canzone blues è celato un segreto.
In quasi ogni verso è nascosto qualcosa....
Certe oscure allusioni, certi ammiccamenti, certe ambiguità, i 'dou-
ble talks', che rappresentano spesso dei rompicapo per gli studio-
si del blues, debbono essere messi in relazione anche con la diffi-
cile situazione in cui si trovava il negro schiavo e in cui si trovò poi
il negro amancipato, e che costrinse l'uno e l'altro a tener nascosti
per secoli i propri sentimenti e i propri pensieri all'uomo bianco.
Anche quando, dopo il 1865, tutti i negri furono liberati, non ven-
ne infatti meno la loro necessità di difendersi, facendo blocco fra
loro, e parlando, per cominciare, in gergo....
(A. Polillo, Jazz)



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lunedì 6 agosto 2012

UN BUSINESS CHE SPARA













































Di tutte le definizioni, la più riuscita mi sembra quella di Mario Puzo:
'La mafia è un 'business' come un altro, con la differenza che ogni  tanto
spara'.
Per saperne qualcosa di più scrissi a Edgar Hoover, il vecchio capo dell'-
FBI. Nella lettera di risposta la frase più lunga era la firma!
L'argomento è sempre di grande attualità: hanno pubblicato anche un libro
di cucina attribuito a un certo Joe Cipolla, che insegna come preparare i
pomodori alla 'don' e l'agnello alla 'consigliori'.
Ci sono specialisti, come il reporter Nicholas Pileggi, o l'ex poliziotto Ral-
ph Salerno, che non si occupano d'altro.
Il film 'Il Padrino', che narra le imprese di Vito Corleone, uomo d'onore e
pezzo da novanta, ha cancellato, dalla classifica degli incassi, Rossella O'-
Hara, la struggente fanciulla di 'Via col vento'.


























Ha detto il superstite Meyer Lansky, considerato il banchiere dell'organiz-
zazione: 'Siamo importanti, siamo più grossi dell'United Steel'.
Mi sarebbe piaciuto dare un'occhiata all'impresa, chiacchierare con qual-
cuno, osservarla un po' da dentro.
Ricordai una frase di Puzo, letta in qualche intervista: 'Amicizie e favori:
incontrai un tipo simpatico, ti dà una mano quando ne hai bisogno, lo ri-
pagherai un giorno o l'altro'.
Telefonai a un collega, un cronista svelto, che a Little Italy e a Brooklyn
ha buone conoscenze; fu lui che combinò l'incontro.
Fhater Louis Gigante mi diede appuntamento una sera da Rafaela, al Vil-
lage; è il classico ristorante italo-americano, con il juke-box che suona
soprattutto dischi di Frank Sinatra, i quadri col Vesuvio e i Faraglioni, i
fiaschi di Chianti, nell'aria un sottile e penetrante odore di aglio e soffritto.
Padre Louis sta nel Bronx, amministra una parrocchia di portoricani inva-
sa dalla droga.




















E' un robusto giovanotto dalla faccia aperta, fuma grossi sigari, ride di
cuore; ha tentato anche la politica, voleva entrare al Congresso ma non
ce l'ha fatta.
Arrivò su una lunga macchina guidata dalla segretaria; nel locale si muo-
veva come uno di casa, la padrona gli fece molta festa. Ci mise in una
saletta e, quando entrava uno sconosciuto, la musica di un nastro che
andava di continuo saliva di volume.
Una precauzione.
- Padre,
osservai,
- tra poco non ci sentiremo neppure tra noi.
Il diluvio di note si placò.
Gli dissi come vedevo la storia: ero pronto ad ascoltare e a riferire con
scrupolo, niente scherzi, forse sarebbe stato bene spiegare perché, fra
tanti immigrati, c'era chi non voleva fare il sarto o il barbiere, o pulire le
strade, chi non sopportava di essere tenuto fuori dal mondo e sfruttato.
Avevano capito che in America senza soldi non sei nulla!
Ne vollero tanti, e alla svelta.
Molti non sapevano né leggere né scrivere, molti dicono ancora adesso
'carusi' per bambini, e 'giobbo' per lavoro.
Citai, con un po' di vergogna, Enrico Fermi e Al Capone: non siamo tut-
ti uguali. Ci sono stati anche un Dillinger, e Bonnie e Clyde, e non erano
di Castellammare del Golfo.





























Ricordai le offese che i piccoli siciliani, i piccoli napoletani sbarcati con
la valigia di fibra e il bottiglione dell'olio a Ellis Island, avevano sopporta-
to. Li chiamavano 'testa di brillantina', per quei capelli lucidi e diversi dal-
la riga, come li portava Rodolfo Valentino nel 'Figlio dello sceicco', 'dra-
go', che vuol dire uno che viene dall'Italia, o 'ginzo', individuo di razza la-
tina, o 'maccaroni', che non ha bisogno di spiegazioni.
Un ragazzo su cento andava a scuola; gli altri crescevano sui marciapie-
di di Hell's Kitchen, picchiandosi coi polacchi o gli irlandesi, andando a
rubare alla ferrovia o ai carrettini della frutta.
Anticipai, insomma, le ragioni della difesa.
- Well,
disse father Gigante, soffiando verso il soffitto anelli di fumo, o fissando
il bicchiere opaco di whisky.
- Chi vuoi vedere?


























- Qualcuno che abbia un nome o dei fatti da raccontare. E' morto da po-
co Joe Adonis, da mesi nessuno sa niente di Joe Colombo, ho visto che
il libro di Gay Talese, 'Onora il padre', marcia forte.
- Magari Frank Costello; sarebbe bello se parlasse.
- Ha ottant'anni,
disse padre Luigi.
- Non sta più a Central Park, ma si è spostato verso Long Island. E' una
specie di pensionato, un pensionato multimiliardiario. E' molto stimato.
Ma non ho niente a che fare con lui. Vive solo, con la moglie: è stato un
buon marito.
- Lo sono quasi tutti: ho letto che la signora O'Bannion, vedova del noto
gangster di Chicago, ha fatto scrivere sulla tomba del compianto marito
una sola frase: 'Amore mio'.
- Costello aveva cervello, molto cervello; a un tizio che gli chiese qual
era stato il suo primo delitto, rispose: 'Nascere italiano'.
- Fu combattuto dai politicanti, e molti dovevano a lui il posto.
- Certo è un personaggio che sa sempre controllarsi.




















- D'accordo.
- Ha conosciuto, per caso Lucky Luciano?
- Per caso. Mi trovavo a Napoli, in vacanza. Non so come, ma gli dis-
sero che ero di passaggio e mi invitò a cena, da Giuseppone del mare.
Non so perché volle vedermi. Fu una serata estremamente piacevole,
parlammo di tante cose e mi spiegò perché Vito Genovese doveva la-
sciare l'America e ritornare al paese; prima o poi avrebbero montato
delle accuse contro di lui, per cacciarlo dentro.
E così fu.






















- Luciano era una persona notevole; tutti infatti, lo chiamavano 'capo',
anche i big degli affari per intenderci. Lo chiusero in carcere perché
gestiva bordelli; non riesco a credere che un individuo capace di accu-
mulare milioni e milioni di dollari con attività illegali finisca dai magistra-
ti perché manovra prostitute. Ma a quei tempi c'era Tom Dewey, il
giovane procuratore generale, che voleva mettersi in luce con un pro-
cesso clamoroso. Per tre volte riuscì infatti a farsi eleggere governato-
re.
- Luciano rese apprezzati servizi agli Stati Uniti in guerra, col suo inter-
vento evitò sabotaggi e fastidi alle navi che attraccavano a New York,
facilitò lo sbarco alleato in Sicilia, stabilì collegamenti con gli amici dell'-
isola. In cambio ottenne la libertà e il rimpatrio. Meglio, in tutti i modi,
che cinquant'anni di penitenziario. Raccontano che, al momento della
partenza, quando il piroscafo cominciò a staccarsi lentamente dalla ban-
china, tutti i portuali si erano schierati sui moli, agitando le mani come
per dire: 'ARRIVEDERCI...., TORNA PRESTO LUCKY!!'.
(E. Biagi, America)


Prosegue in:

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sabato 4 agosto 2012

LESTER YOUNG (la magia del sax)


































Precedenti capitoli:

Billie Holiday & atre storie...&

Pod's & Jerry's & altre storie...











Benché Billie Holiday l'avesse soprannominato Pres - il Presidente dei
tenorsassofonisti - fin dal 1937, o giù di lì, Lester Young dovette fatica-
re molto per fare accettare e poi imporre il suo stile.
Per anni dovette difendersi dall'accusa, che molti gli muovevano, di suo-
nare in modo troppo dissimile da quello di Coleman Hawkins, che allo-
ra dettava legge fra gli specialisti del suo strumento.
Sembrava che volesse far di tutto per differenziarsi da lui: la sua voce
strumentale era chiara, lieve, e le sue frasi, a crome, in cui si faceva un
grande uso del rubato, erano lunghe e semplici - e tuttavia piene di sot-
tigliezze - ed erano, a loro modo, liricamente melodiche, mentre la voce
del sassofono di Hawkins e dei suoi molti seguaci era poderosa, aggres-
siva, vibrata, e si esprimeva in un fraseggio rapsodico e fastoso.
Lester Young difese con tenacia il diritto di essere se stesso, ma non fu
mai del tutto sicuro di aver ragione; quando poi, verso la metà degli an-
ni Quaranta, tutti i tenorsassofonisti di jazz smisero di seguire le orme
di Hawkins per prendere a modello proprio lui, rimase sconcertato:
'Non mi resta più niente da suonare',
soleva ripetere, con aria afflitta.


















Young fu sempre un uomo insicuro e tormentato, e fu anche, soprattutto
nella seconda parte della sua vita, un uomo strano, chiuso in se stesso,
per quasi tutti enigmatico.
Di lui, solo la musica era perfettamente comprensibile; a mezzo di essa
riuscì a comunicare assai più facilmente che con quel suo linguaggio er-
metico, intessuto di espressioni di gergo da lui stesso inventate, che la-
sciava interdetti coloro che lo avvicinavano per la prima volta, e che si
sentivano invariabilmente chiamate 'Lady' come fossero delle signore.
Anche lui era un uomo del Sud.
Era nato nello stato del Mississippi, a Woodville, il 27 agosto del 1909,
e aveva trascorso la prima infanzia nella vicina New Orleans.
Suo padre era stato fabbro, poi aveva studiato al Tuskegee Institute ed
era divenuto un buon musicista, girava gli Stati Uniti con un 'carnival show',
una di quelle troupes girovaghe che davano spettacoli a mezza via fra il
circo e il vecchio 'minstrel show'.


























A dieci anni Lester, col fratello Lee, che sarebbe divenuto a sua volta
un discreto jazzman, e la sorella Irma, entrò a far parte dell'orchestrina
del padre, facendo base a Minneapolis, dove la famiglia aveva fissato il
suo domicilio.
Quando viaggiava, dormiva in un carrozzone, o sotto una tenda.
Nei primi anni suonò la batteria, poi passò al sassofono contralto, che
successivamente abbandonò per il tenore. Si era stancato, spiegò poi,
di montare e smontare la batteria mentre gli altri correvano dietro le ra-
gazze.
Aveva cominciato a suonare a orecchio, ma poi fu costretto dal padre
a imparare i primi rudimenti della musica. Per alcuni mesi gli fu impedi-
to di suonare nell'orchestra: fu riammesso soltanto quando dimostrò di
saper leggere speditamente la sua parte.
Come tutti i principianti, si era messo alla ricerca di un modello a cui
ispirarsi. 'Frankie Trumbauer e Jimmy Dorsey erano i due grandi rivali
a quell'epoca, e alla fine io mi resi conto che mi piaceva Frankie'.


























Il sodalizio con la famiglia si era interrotto bruscamente quando Lester
aveva diciotto anni e si trovava a Salina, nel Kansas. Suo padre aveva
deciso di tornare nel Sud, dove il clima era migliore, e il giovane odiava
quei luoghi perché lì il razzismo era di casa e lui ne aveva sofferto trop-
po durante l'infanzia.
Per non muoversi dal Kansas, aveva trovato un lavoro in un'orchestri-
na di terz'ordine: quella dei Bostonians (che bostoniani non erano affat-
to) con Art Bronson. Con loro aveva adottato definitivamente il sasso-
fono tenore.
Successivamente militò nella formazione di King Oliver e poi in altre,
lavorando per qualche tempo anche a Oklahoma City, finché non tor-
nò a Minneapolis.
Qui intorno al 1930, fu ascoltato da Walter Page, che lo volle con sé,
nell'orchestra dei Blue Devils. Erano tempi grami, e anche i Blue Devils,
che pure erano una delle migliori formazioni dell'Oklaoma, se la passa-
vano male. Qualche volta capitava loro di suonare dinanzi a tre o quat-
tro persone in tutto, e in una cittadina della West Virginia essi si videro
addirittura sequestrare gli strumenti.
'Ci portarono direttamente davanti ai binari della ferrovia e ci dissero
di andarcene',
ha raccontato Lester, rievocando quella disavventura,
' Lì ci mettemmo a sedere insieme con gli 'hobos', che ci insegnarono
il modo di aggrapparci a un treno in corsa. Ce la facemmo, riportan-
do delle escoriazioni. Arrivammo a Cincinnati: senza soldi, senza stru-
menti, stracciati e sporchi. E poi cercammo di raggiungere St. Louis
o Kansas City'.
(prosegue....)
(A. Polillo, Jazz)



Prosegue in:

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mercoledì 1 agosto 2012

UNA CITTA' DRAMMATICA: HARBIN










































Harbin (460.000 abitanti) è nata nel 1896, quando il Governo di Pietroburgo,
che tendeva ad espandersi in Asia, obbligò la Cina ad accordare il diritto di
costruire una ferrovia in Manciuria.
Il Trattato, imposto con le baionette al decrepito Impero dei Figli del Cielo,
riconosceva alla Russia anche la concessione di una 'larga striscia di terreno'
sulle due rive del fiume Sùngari per costruirvi una città, destinata agli impiega-
ti ed operai ferroviari ed alle loro famiglie.
L'anno medesimo il Governo russo fondava la famosa 'Chinese Eastern Rail-
way' che doveva rappresentare una parte così importante sul teatro politico
dell'Estremo Oriente. I lavori della strada ferrata furono iniziati con molta
pompa.
La Russia degli Czar vedeva grande.














Il piano ferroviario prevedeva la valorizzazione agricola di intere province e
la costruzione di una 'capitale' per la quale la Cina dovette accordare la con-
cessione di 44 milioni di metri quadrati di terreno. Nel pensiero del Governo
di Pietroburgo la nuova città doveva essere una affermazione della potenza
russa in Asia, contro il Giappone allora appena nascente ma già aggressivo,
e contro l'Inghilterra, allora rivale tradizionale ed implacabile.
I giornali russi parlavano addirittura di una 'nuova Mosca d'Oriente'.


















Lo Stato, l'aristocrazia di Pietroburgo e gli ebrei fornirono i capitali.
Migliaia di russi migrarono verso il nuovo Eden asiatico che apriva le sue
porte dorate e vi portarono il loro amore del fasto, la loro sete di piaceri, il
caratteristico slancio slavo per tutto ciò che è nuovo.
Alla posa della prima pietra di Harbin la Corte imperiale mandò un Grandu-
ca. Gli Czar non immaginavano certamente che con quella cerimonia la Rus-
sia collocava anche la prima pietra della....guerra russo-giapponese e, per
concatenazione, della Rivoluzione bolscevica del 1917.
Nel 1900 Harbin era in piena crescenza.






















La Cina fu obbligata ad accordare una nuova concessione di 33 milioni di
metri quadrati. Tre anni dopo, anche questi erano insufficienti a contenere
la nuova città che aveva già 150.000 abitanti ed il Governo di Pechino ce-
deva altri 56 milioni di metri quadrati.
Alla vigilia della guerra russo-giapponese la Concessione russa di Harbin
aveva una estensione di ben 134 milioni di metri quadrati ed una popola-
zione bianca di 200.000 persone.
Un giornale del tempo scriveva:
'Al ritmo di un aumento di 5.000 abitanti all'anno marciamo irresistibilmente
verso una Harbin di un milione di abitanti! Abbiamo alle spalle tutta la forza
propulsiva della Santa Madre Russia! Abbiamo su di noi la benedizione del
Piccolo Padre, lo Czar'.






















La disfatta russa del 1904 frenò lo sviluppo impetuoso della 'Nuova Mosca'
ed i voli asiatici dell'aquila dei Romanof.
Da base 'offensiva' di una espansione politica, militare ed economica che pa-
reva travolgente, Harbin diventava la base 'difensiva' di una espansione impe-
riale che aveva avuto le ali troncate sugli sfortunati campi di battaglia di Muk-
den e di Port Arthur e nelle acque di Tsuscima.
Lo sviluppo di Harbin si fermò.
La città però si raffinò, si abbellì, investì nel lusso e nelle eleganze gli abbon-
danti capitali che ritraeva dai lucrosi traffici fluviali sul Sùngari e sull'Amur, dal
taglio delle foreste manciuriane, dallo sfruttamento delle miniere d'oro, dai
pingui commerci delle lane e delle pellicce con la Mongolia e con la Cina.
La Chiesa ortodossa tenne ad erigervi basiliche festose che fossero una spe-
cie di proiezione di Santa Sofia verso le immensità dell'Asia.






















Su questa città fortunata e gioiosa si abbatté come un ciclone la rivoluzione
bolscevica del 1917.
In un primo momento la rivoluzione risparmiò Harbin.
L'assenza di un proletariato slavo locale evitò che la rivoluzione scoppiasse
sul posto e vi insanguinasse le strade. Quando Mosca era già a ferro e fuoco,
Harbin conservava intatte le sue pasticcerie.
A Harbin cercarono, anzi, rifugio tutti i ricchi che riuscivano a scappare dalla
Siberia, portandovi i denari che avevano potuto salvare, i gioielli, le loro pel-
licce di zibellino e di ermellino, le loro abitudini di prodigalità e di lusso, i rac-
conti drammatici delle loro peripizie, il loro odio per la rivoluzione, la loro cer-
tezza in un rapido ritorno dello Czar sul trono di Tutte le Russie.
Si accolsero a Harbin anche gli ufficiali di tutte le guarnigioni di Siberia che
si erano rivoltate contro il Governo e vi si adunarono quei battaglioni cosacchi
che, sopraffatti militarmene dalla eruzione popolare, rimanevano spiritualmente
fedeli all'Imperatore ed alla bandiera.
....Harbin visse mesi intensamente drammatici, tra la febbre rivoluzionaria, le
passioni politiche ed i dolori familiari, in mezzo ad una confusione straordinaria
di strati sociali e di stati d'animo.
(M. Appelius, Al di là della Grande Muraglia)


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