giuliano

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IL TOMO

martedì 28 aprile 2020

NATURA CHE ANIMA! (17)












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La Natura serba delle forti e profonde sensazioni agli iniziati….

Una serenità grande succedette nel suo spirito, per cui le piccole e comuni melanconie dalle quali, come da nebbie leggere, era stato da prima occupato, svanirono. Ebbe una intimità singolare con la Terra, sentì la trasfusione della sua Anima nella grande Anima della Natura. E si sentì, condotto verso un paesaggio più vergine, più ampio, più tragico e più solitario.

Salì sulle Alpi, si stabilì a Savognino, nel Grigione.

Là, solo in faccia alle montagne, dipinse con selvaggio trasporto; e la sua grande personalità sbocciò come un fiore meraviglioso. Sui Grigioni il Segantini si trovò in presenza di un paesaggio in condizioni di suolo e di luce ben differenti da quello che aveva lasciato.




Nell’atmosfera limpidissima, nella luce vibrante e diffusa, tutte le particolarità dell’ambiente apparivano con un’evidenza incisiva; le forme si profilavano con incomparabile nettezza; sotto l’erba magra traspariva l’ossatura rocciosa, si delineavano le grandi vertebre dei monti. Nelle facettature della pietra, nelle insenature della montagna tormentata, i colori si decomponevano in mille scintillazioni. La tecnica consueta gli apparve subito impotente a rendere quell’intensità di colore, quella trasparenza di luce che i vecchi paesisti non avevano conosciuta in tutta la gloriosa potenza per cui egli si entusiasmava. Col colore puro, non infiacchito dall’impasto, poteva solo sperare di giungere a qualche risultato positivo. Una fattura minuta, che seguisse tutte le sagome e incidesse il disegno, si doveva sostituire alla pennellata larga e molle, senza di che ciò che vi era di più caratteristico nell’ambiente sarebbe andato perduto.




Così, naturalmente, il Segantini cominciò ad usare la tecnica divisionista, che l’osservazione profonda e personale della Natura gli aveva imposto come una necessità. Padrone di un mezzo meccanico che non tradiva le sue intenzioni, egli poté dipingere dei quadri organici, che furono diretta espressione del suo modo di sentire. La tecnica analitica gli secondava lo studio minutissimo, mentre lo spirito riassuntivo e la volontà sempre accesa davano alle rappresentazioni la coesione sintetica. Ottenne in questa maniera dei risultati non mai raggiunti; le sue opere riuscirono complete in ogni parte e capaci di dare, per il sapientissimo equilibrio dei particolari, una impressione poderosa di verità e di grandezza.

Nei quadri del Segantini tutto contribuisce alla espressione totale senza perdere il suo valore particolare; e mentre i quadri degli altri paesisti non sono capaci di comunicare che una sola e ben definita impressione, i paesaggi di Segantini possono essere, come gli spettacoli naturali, fonte di mille pensieri e di mille sensazioni. Perché egli studiò e dipinse con lo stesso amore il filo d’erba della prateria, e il masso del monte, e l’uomo, e l’armento; e ascoltò nel silenzio le voci delle cose mute ed inerti e tutte le energie naturali furono da lui celebrate.




L’Aratura nell’Engadina fu uno dei primi quadri che portò nelle esposizioni il senso dell’alta montagna, con l’atmosfera cristallina, le chiarità del sole, le candide delicatezze della neve sulle giogaie. In questo quadro è espressa, come in tutte le opere di Segantini, la comune
fatica degli uomini e degli animali uniti per strappare alla terra, più che altrove dura ed ingrata, gli elementi necessari alla vita. I due cavalli che conducono l’aratro, disegnati con singolare evidenza, che qualunque animalier può invidiare, hanno, nello sforzo consapevole, una espressione quasi umana, e pare che dei due uomini che li guidano abbiano lo stesso pensiero e l’identica volontà.

Questa comunione amorosa commuoveva l’animo del pittore che ebbe a scrivere parole degne di un grande poeta lirico:




‘Io voglio che gli uomini amino gli animali buoni a cui tolgono e latte e carni e pelli; e dipingo le Due Madri, ed il buon cavallo sotto all’aratro che lavora coll’uomo e per l’uomo, ed il riposo dopo il lavoro, e dappertutto dipinsi i buoni animali cogli occhi pieni di dolcezza. Essi che danno tutto agli uomini, e la loro forza, e i loro figli, e le loro carni e le loro pelli, sono dagli uomini battuti e maltrattati. Con tutto ciò, in generale, gli uomini amano più gli animali che i loro simili’.

Il sentimento dell’amor materno, - il più naturale e il più forte dei sentimenti, - era pel Segantini una continua fonte di inspirazione. Ed egli dipinse a più riprese gli esseri umani con la familiarità di cui animati dalla Natura dal Ritorno dal bosco di cui nel patrio suolo natio ancora non si aveva, all’epoca come nell’odierna, la vera percezione tesoro e ricchezza, e che il grande pittore ci possa aiutare in questa inestimabile ricchezza che sappia preservarci da ogni male terreno nel poter al meglio valorizzare i frutti della nostra ed altrui Terra…




I disastri cagionati dalle inondazioni in gran parte dell’Italia superiore, sono a mal titolo imputati alla inclemenza della natura; si debbono invece attribuire alla ignavia nostra per l’abbandono nel quale presso di noi giacciono le discipline forestali ed idrotecniche, voglio dire dello sboscamento delle alte montagne e della insufficiente manutenzione degli argini esistenti. Né per questo la natura è esente dal prendervi parte. Il movimento della progressione dei ghiacciai è fermato dalla fusione che si opera alla loro base, nelle vallate, ma non è fermato che in parte per questa causa.

I ghiacciai invadono, ed allora la loro invasione è irresistibile e tutto distruggono quanto incontrano sul loro passaggio; l’usurpazione del ghiacciaio è incontestabilmente dimostrata dai documenti storici e dalle traccia irrecusabili dell’opera loro di distruzione; estesi pascoli sono ricoperti, immense foreste di alberi secolari sono devastate, e finalmente delle capanne isolate e dei gruppi di abitazioni, altre volte situati a grande distanza da quelle masse di ghiaccio, sono distrutte.




Comunque avvenga il fatto del regresso o dell’avanzarsi dei ghiacciai è chiaro che fondendosi la massa di ghiaccio alla sua base vediamo le regioni sottostanti irrigate da una quantità d’acqua variabile. Per fissare le idee circa la immensa quantità d’acqua proveniente dai ghiacciai, dirò solo come i i signori Dollfus e Desor fecero esperienze in proposito al ghiacciaio dell’Aar nel 1844 e nel 1845, e ne dedussero che da esso scaturirono in 14 giorni di osservazione circa 800,000 metri cubi di acqua al giorno.

L’immenso ghiacciaio di Grindelwald somministra un volume di acqua a questo assai superiore; aggiungiamo a questo la enorme quantità di acqua che la pioggia ci fornisce e potremo facilmente comprendere la necessità di dividere queste masse non solo, ma dì custodirle, mediante buoni lavori idraulici, nei loro letti. Né ciò basterebbe, e per riparare ai danni, o meglio, diminuire il pericolo della sommersione, è indispensabile ricorrere a quelle misure che la provvida natura ci ha essa stessa indicate, curare cioè le foreste, vegliare alla loro conservazione ed al rinnovamento delle zone minacciate. Certamente non si potranno prevenire interamente, principalmente in montagna, le grandi inondazioni, ma quanto dico ora per le Alpi si può estendere alla maggior parte degli Appennini, i quali presentano ovunque per natura delle rocce costituenti minore resistenza alla forza corrosiva delle acque, sicché i pericoli minacciati dagli sboscamenti vi sono anzi più gravi e più imminenti.




Non credo certamente di errare asserendo essere il Po la vita del vasto piano dell’Italia superiore; ne è prova la ricchezza dell’agricoltura nella Lombardia, la quale richiede per se sola 45,000,000 di metri cubi d’acqua al giorno, 500 per minuto secondo! Come tutti i fiumi che convogliano le loro acque nella pianura, il Po fu da tempi antichissimi arginato, e fu nel suo bacino idrografico che il genio di Leonardo da Vinci si manifestò all’Europa intera. Attualmente da Cremona al mare il gran fiume è arginato assai validamente; eppure le sue inondazioni sono frequenti e la rottura degli argini laterali ha minacciate delle provincie intere. Non converrebbe fiancheggiare queste arginature di grandi piantagioni, sicché in un corso determinato di anni si stabilisse naturalmente un largo alveamento al fiume?

Questi problemi dovrebbero essere studiati a fondo dal governo, dalle Provincie, dai comuni e dagli uomini pratici della materia, le loro risoluzioni recherebbero conseguenze oltremodo benefiche;  donde togliendo le cagioni essenziali delle inondazioni verrebbe aumentata la ricchezza e la estensione delle terre produttive e quindi la ricchezza del paese.

Conviene ancora osservare come vi sia una connessione evidente fra le piogge e le foreste.




Citerò soltanto il fatto che il Becquerel acquisì alla scienza, che cioè, durante le forti piogge non cadono attraverso il fogliame di un bosco che i 3/5 dell’acqua che cadrebbe senza le piantagioni sul nudo suolo. Questa osservazione importantissima, frutto di lunghi studi, può dare una misura sensibile della utilità generale delle foreste.

Senza ricercare fuori paese gli esempi che mi occorrono per provare il misero stato in cui si trova la silvicoltura, mi atterrò a quel tanto che qua e là ho raccolto e che mi parve consentaneo al mio modo di vedere.

La razza latina ha senza dubbio di grandi belle qualità, ma non ha certamente quella della economia e della previsione nella manutenzione delle sue ricchezze forestali. Essa ha strappato colle sue mani il ricco manto di foreste che tempi addietro copriva i paesi che abita, e, non contenta di distruggere le foreste in pianura, ciò che poi non era un gran male, essa ha smantellati i versanti delle sue montagne e portato con questa imprevidenza una incalcolabile variante all’equilibrio climatologico, alla direzione del venti, alla distribuzione del calore, dell’umidità dell’aria ed al regime delle acque. È nota a tutti la parte importantissima che hanno le grandi estensioni boschive sul clima generale di un paese, e che distruggendo le foreste si distrugge assieme con esse il più potente degli agenti di cui la natura si serve per suddividere calore, umidità, elettricità, venti ed acque sulla superficie terrestre.




L’Italia fu di una rara imprevidenza nelle sue distruzioni forestali, ed invero la superficie boschiva, avuto riguardo alla estensione del paese, vi è in minima proporzione, poiché sovra una estensione di 28 milioni di ettari soli 5,30 sono coperti da boschi; questa cifra è tanto piccola che per farla accettare debbo ricorrere alla statistica. Non basta; se tutti 5 e mezzo fossero coperti da foreste, ma vere foreste, ben mantenute, con tutti i procedimenti che può fornire la silvicoltura attuale, la cosa non sarebbe tanto in deperimento, e vi sarebbe forse di che soddisfare ai bisogni interni domestici; ma ciò che ho detto essere marcato dalle statistiche non sono piuttosto, e nove volte su dieci, che vaste estensioni una volta occupate da foreste ed ora coperte da miserabili cespugli devastati dal delitto forestale e dal dente degli animali che vi si fanno pascere?

Basta per farsi un’idea di quello che sono oggidì queste estensioni marcate come foreste il considerare quello che si scorgono dalla bella Firenze. Tempi addietro, tutte quelle cime che formano lo splendido bacino in mezzo al quale sorge la città dei fiori, erano coronate da boschi alle varie essenze, di cui qualche misero tronco trovasi ancora qua e là sparso; ma oggi esse appariscono aride e nude al disopra della pianura toscana coperta di fitta e lussureggiante verdura; non sono più le cime che sono rivestite di foreste, come lo si vede in tutti gli altri paesi, ma è la pianura che è diventata la foresta di oliveti e di viti gigantesche unite agli alberi.




Questo dislocamento dell’estensione boschiva ha avuto delle conseguenze disastrose che ognuno vede e sente, ma di cui forse non molti si rendono ragione. Le brusche variazioni del clima e non solo di Firenze, quei venti violenti che fanno il vero ufficio dei nostri spazzini da via, quelle piogge torrenziali e quella umidità malsana tosto seguita da estrema siccità dell’aria, quei venti ghiacciati alternati con venti cocenti, insomma tutti quei torbidi atmosferici non sono forse in gran parte occasionati dal denudamento delle cime del bacino e dall’invasione della foresta nella pianura?

Non è dunque da stupire che lo squilibrio sia rotto, che il clima vi sia sregolato e capriccioso poiché il gran regolatore dei venti, il gran moderatore del clima, il distributore delle acque, la foresta in una parola, è scomparsa dalle cime. 

(Prosegue con il Capitolo intero...)











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