CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

venerdì 10 aprile 2020

VIOLE & PENSIERO (5)




















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Circa la Festa dei Fiori (4/1)


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Oscura nube viola (6) Ed ancora...



Con analisi al microscopio della...:
























breve Dossier...(pandemia & inquinamento)  &

















Lo Stato attuale del pianeta (breve Dossier)













Del resto, credete a me, quella gran tenerezza per il prossimo, di cui tutti gli autori fanno pompa ne’ fervorini indirizzali a’ lettori, è soltanto una lustra per darla ad intendere. Lo scrittore, come tutti gli altri uomini sotto la cappa del firmamento, soffre più del suo proprio dolor di capo che di tutti i malanni, di tutte le stragi, di tutte le sventure del suo simile, dal diluvio universale agli orrori della guerra civile. Il vostro migliore amico è più disperato del suo mal di denti che della vostra tubercolosi al terzo stadio.

È dura, ma è così.

E allora, domanderete voi, come e perché è stata fatta la Festa de’ Fiori?

Oh Dio...



È stata fatta come si fanno per lo più tutte le scioccherie di questo mondo!... Si comincia da una piccina piccina, poi si scivola senza avvedersene in un’altra più grossa.... poi una tira l’altra, una va dietro all’altra.... e quando le cominciano a essere un centinaio, acquistano importanza per la loro quantità, formano collezione, e vien la voglia di riunirle insieme, di vederle tutte in un’occhiata sola, e di legarle perché non scappino di qua e di là.

Andai una mattina all’Esposizione d’Orticultura, e colpito da quello spettacolo cosi gaio ed imponente, rimasi il un quarto d’ora a grattarmi la testa, rimuginando nel cervello una farragine di pensieri confusi, d’idee, di voglie, di concetti e di riflessioni. Quando un gatto si passa la zampina sul capo, voi dite subito: vuol piovere di sicuro. Quando uno scrittore si passa la mano nei capelli, voi potete giurare che il tempo si mette alla stampa!...




E più tardi, tornato alle stanze della Nazione, presi la penna e tirai giù un primo articolo, che fu seguito la dimane da un secondo, e così tutti i giorni, finché l’Esposizione fu chiusa.

Il mio lavoro è un lavoro senza pretensioni. Fra lui e la scienza botanica ci corrono mille miglia, e quando l’avrete letto è probabile che ne sappiate meno di prima intorno alla circolazione intracellulare delle piante e sulla generalità della fecondazione dicogamica.

…Vi avverto ancora, per quiete della mia coscienza, che io ho poca pratica delle classificazioni, delle nomenclature, delle sinonimie; che ho una grande smania di tradurre in italiano i nomi latini de’ sudditi del Regno vegetale; che mi piace di metter da parte il linguaggio oscuro, nebuloso e sesquipedale della lezione cattedratica, e mi contento di parlare la lingua piana, modesta e intelligibile della conversazione di tutti i giorni. Sicché, siamo intesi.... io non ho né la scienza, che è una cosa rara, né l’apparenza della scienza che basta più spesso a far gabellare per un gran baccalare il primo bue che trova la maniera di non farsi capire.




Io scrivo le mie impressioni, e le scrivo alla carlona, alla buona di Dio, per gl’ignoranti come me, che godono la divina facoltà di commuoversi innanzi alle meraviglie della Natura, che hanno un granellino di fantasia nel cervello, un po’ di poesia nella mente, e un po’ d'affetto nel cuore. Quando avranno letto il mio libro, quelli che hanno veduto la grande Esposizione torneranno col pensiero alle ore deliziose, passate sotto i lucernarii dell’edifizio, fra i gruppi delle palme e le ghirlande delle orchidèe, nell’èstasi muta che accompagna i piaceri più intensi; e quelli che non si mossero da casa avranno come un riflesso della verità, quasi un’immagine virtuale, un po’ confusa e sbiadita, dell’allegro spettacolo; vedranno l’ombra degli alti Cocchi e de’ pandani frondosi disegnarsi sulla bianca paginetta, e faranno correre l’immaginazione sulle traccio del passato, dietro agli scienziati che pronunziarono il loro giudizio, e sull’orma delle belle Signore, protettrici della Festa de’ Fiori, che fecero più gaia, più bella.... A proposito delle Signore.... ho una parolina da dire al loro indirizzo. Scusate nè.... Un momentino solo, e sono da voi.




Con permesso...

Dunque, si diceva, tutto bella, tutto bene accomodato?...

— Oh! Uno spettacolo da’ rimanere a bocca aperta...Toilettes da mattina, se vogliamo, vestiti chiusi aperti a core.... ma un lusso, vi so dire io....

E, raccontami, cose rare, mi figuro, esemplari mai più veduti,…

— Mi fai celia!... Una collezione di figurini di Parigi....

No, volevo sapere, la Mostra....

— Mostra poca, te l’ho già detto, perché scollature n’ho veduta una sola, una donna in celeste; che del resto, poverina, non aveva nulla da mostrare.... dev’essere una signora che ha avuto de’ dispiaceri e m’è parsa proprio giù.




Ma i gruppi delle piante...

— Tutti circondati di gente vestita come un amore.... roba fresca, credi, rinnovata proprio per quell’occasione, perché ci si vede alla prima quando un abito è stato già portato....

Scusa, ma le piante....

— Parevan messe lì apposta perché i vestiti facessero figura. Immaginati su quel cupo, i colori chiari....

Abbi pazienza, ma non hai visto altro? Penso che fra tanta roba nuova....

— Nuova nuova non ci si potrebbe giurare; perché insomma le tuniche son sempre tirate su di dietro a gran festoni, lisce lisce sui fianchi.... Piuttosto, vedi, la novità stava negli accozzi delle stoffe, per esempio, cachemire e trina colore su colore, e poi gran velluto e faye a tinte discordanti.... Anche il crespo si porta bene, perché fa delle belle pieghe cascanti sulla gonnella.... Molti ricami, sul panno a punto buono, che fa una ricchezza e un’eleganza da innamorare; oppure sul cachemire nero a gran disegni di trecciolino sfumato in diverse scalature...




Ma fammi il piacere, lascia stare le gonnelle al loro posto... guarda un po’ più in alto, che diavolo!...

— Più in alto cappellini guarniti con un gusto.... oh! che cappellini! Già, punto primo, il cappellino Michelangiolo della Bossi ha fatto furore. Ce n’eran due tre: uno nero, due in colori, che parevan messi su dalle fate. Una tócca, sai, una semplice tócca, ma così capricciosa, così posata alla birichina sui capelli.... Eppoi tutto sta che torna bene a ogni viso; a questo dà un’aria grave che si conviene appuntino a una matrona, a quello aggiunge una grazietta maliziosa che fa proprio il solletico al complimento. Quel medaglione lustro, col ritratto del Buonarroti, li sull’orecchio sul davanti o sul didietro, fa uno spicco...

Andiamo alle vasche....

— No, alle vasche no, perché sempre qualche schizzo, qualche gocciolina ti fa una macchia che non va più via.... e così fresca si vede subito, specialmente sulla tunica. Anzi, ti dirò, le tuniche si fanno ora con certi cannoni sul fianco, che scappano più indietro e rigonfiano.

Ho sentito dire di certe Viole del pensiero....




— Uhm!... Non dar retta, sai.... In violetto cupo nulla di nulla. Qualche costume nei toni chiari, delicati... ma poi gran celeste pallido, gran verdolino tenero, gran color di rosa che tira sull’incarnato. Figurati che ho visto perfino uno scialle di crespo color di rosa, tirato liscio come colla pialla.... che l’aveva una vecchia color marrone, grinzosa come se avesse avuto di crespo anco il viso. Doveva essere lo scialle di quando sposò, a tempi di Napoleone primo.

— Insomma, non mi vuoi dir nulla dell’Esposizione....

— Che faccio da una mezz’ora che mi sgolo!?... Mi pare che meglio di così nessuno ti potrebbe servire. Senti.... le vite tutte lisce.... e sì che qualche volta è proprio una compassione.... paiono pezzi di tavola fasciati di seta. N’hanno voglia di attaccarsi i guancialini colle spille!... Dopo una mezz’ora un ripieno va di qua uno di là, uno resta più su e uno più giù.... Credi, è un ridere!... Vero è che col mantello.... Ohi sai, i mantelli son proprio di tutti i generi; o miserini miserini come fodere d’ombrello, o con certi svolazzi sulle maniche che somigliano i copertoni delle carrozze di gala, o tagliati a punte come polpe di baccalà penzoloni sulle spalle... C’era qualche cappuccio colle bàttole incrociate sul petto annodate dietro alla vita; ma poi tonaconi a iosa...




Ma le piante... le piante...

 — E code!.... Oh! code da spazzare via tutta la ghiaia....

E fiori?….

— Fiori non tanti! In velluto, ne ho visti; in ala di mosca con qualche gocciolina di vetro; ma in generale piuttosto penne....

Vatti a far friggere.... non c’è modo di sapere....

— E fiocchi.... fiocchi a centinaia, di raso, di velluto, di faye, a due, a tre, a quattro cocche, colla fìbbia, senza fìbbia, a coccarda, a galletto, a scartoccio, a girandola, a chicchirichì....

E io che ti aspettavo a gloria per aver notizie degli alberi, dei fiori, delle foglie....




 — Ohi che diavolo dici.... Le foglie!... Tu vorresti ritornare al Paradiso terrestre!... Tutte belle idee di voialtre mamme, date al buon Gesù, e assidue alle prediche di quaresima, dove si dice male del lusso e della moda. Ma oramai il tempo delle foglie è finito. Eppoi, o che non la conti nulla l’indecenza! Si vede che nel Paradiso terrestre non ci tirava vento!... E non veniva mai l’autunno!... Piuttosto ci si mette un vestitino di tulle scollato fino alla cintola e lungo.... poco più su delle ginocchia.

Dunque?.... (Y. Figlio di Y.)




…Erano i vaporosi luminescenti anni della metà del Secolo passato… non del tutto sprofondato nella Tempestosa Nuvola della Grande Rivoluzione, e non solo industriale come sovente abbiamo da rimembrare da cui il Tempo numerato e fondato; guerre e Stati ancora da fare, mondiali controversie non del tutto maturate, imperi in colonica secolare avventura ed in attesa delle perenne conferma della forza quanto ricchezza: certo il mondo come Dio lo aveva pensato non era un frutto ancor maturo neppure del tutto guasto nei principi secolari ancor imperfetti circa la vita e la visione dell’intero formicaio in reciproca appartenenza sfamare ed importunare i forestieri nella lenta impercettibile piccolezza non meno della laboriosa costante opera all’ombra dell’Albero della Vita; non ancora paese della cuccagna ove ogni eccesso consumato dall’ape ronzante, come rimembrato da un noto filosofo, infatti il miele della Vita non ancora maturato per ogni cella dell’alveare, imperfetta cella a venire per ogni laborioso società schiava del proprio Impero; il lavoro lento e meticoloso ancora non del tutto ben organizzato anche se il Secolo maturerà e prospererà nel succo raccolto o rubato per ogni Fiore di campo, sì è anche vero che ingiustizie ed arretratezza regnavano incontrastate come campi incolti e non ben coltivati, pascolare uomini come bestie ed animali senza riguardo alla Ragione e Diritto d’ognuno, ma ognuno ben consapevole, ben certo nella certezza del Sole quanto della Luna, non meno di scorgere nonché ammirare se pur immatura, la Vera Natura con l’occhio seppur sofferto di un suo suddito promosso ed evoluto procedere lento da un formicaio ad un alveare, per il futuro avvenire miele e nutrimento di Vita, sia del pargolo che del futuro recluso, tutto nella cella cui destinato nel grande piacere della medesima, e mai sia nominata città paese o impero il sostentamento cui l’Ape regina aspira.

Degna di cotal nutrimento sottratto ai principi del Fiore guastare la Natura intera, e non certo addolcirla… 




…E per chi cagiona in determinato modo & maniera favorevole all’Ideale, superiore Ideale ed intendimento circa la Dottrina della Natura intera, l’inizio della fine ancora non ebbe il suo totale pronunciamento, o se preferite, Testamento, nell’abisso preannunciare catastrofe e sventura destino dell’umanità intera…

Così vi dicevo miei diletti, là ove esistessero ancora, lettori del Libro della Vita, in quella stessa metà di Secolo e precisamente al bivio di medesimo ugual campo di Fiori trovai un Diario il quale allietò i miei giorni migliori, quando in vero, fui abbandonato ancora piccino pargolo in un campo fiorito, fu il primo Diario cui trassi ispirazione (non ancor testamento) diletto e nutrimento in quanto, ogni persona cara a me congiunta preferirono altra compagnia, abbandonato in questo Diario miravo la Vita, abbandonato in un campo fiorito con solo la compagnia del suo profumo…




…Ragion per cui mi sono permesso, dopo aver contattato il solo Sopravvissuto, di poter ispirarmi alla sua profetica Visione, di attingere non certo dal suo sangue, come sono solite certi nuovi esemplari all’alveare brevettati in frutto e per il frutto della Ragione stessa, giacché ogni Fattoria del presente Secolo distilla e coltiva il proprio all’altrui Pensiero nettare alla Parabola del miracolo della Natura, per ogni campo di ciò cui rimasto dopo cotal prodigiosa semina; dacché non dobbiamo stupirci se camminando e poetando possiamo inciampare su una fossa e non più sepolcro nel comune senso da cui l’Intelletto sepolto, comune medesimo dei secoli narrati arroccati uniti e divisi nonché partecipi del comune ed evoluto senso della Ragion detta ed ora e per sempre evoluta; ed  in cui la stessa [contesa Regione e Ragione] seppellita da ugual medesimo Fiore raccolto e coltivato nel Giardino dell’Ape regina d’ogni proprio ed altrui ex formicaio per il bene dell’alveare intero già nominato nel composto sudario del Grande Paese…

Da quello provenivamo, e a quello, nessuno escluso, destiniamo, per cui, chi ancora nella fossa non fosse precipitato o risorto può cambiare passo, giacché qui si sente odor di Fiori annunziati dalla nuova cometa nominata avvenire…










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