CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
UN LIBRO ANCORA DA SCRIVERE: UPTON SINCLAIR

lunedì 16 ottobre 2023

LA GRANDE DEPRESSIONE ITALIANA, ovvero: MEGLIO IL NULLA CHE NIENTE (& l'incontro con i Ciukki) (33)

 















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Dell'11 OTTOBRE 1875 (32/1) 
 

Prosegue fra il: 


Nulla & Niente (34)















La mattina di martedì 9 agosto 1887, mentre penetrava con passo lento nella campagna subito fuori Verona – oggi quell’area è stata mangiata dalla città – lo sguardo stanco del comandante Giacomo Bove fu richiamato dai lunghi lari di gelsi che delimitavano i campi di stoppe.

…Con il passo indebolito dalla malattia superò il fosso con un salto e atterrò nella terra nuda, di proprietà della cascina Casetta del conte Giovanni Pellegrini. Di fronte, come tirata da un righello, partiva la lunga sequenza dei gelsi.

Si mise a camminare contandoli uno per uno.

Uno, due, tre, cinque, nove.

Finché scelse il suo.

E lo toccò con il palmo della mano, come per presentarsi. Il vento leggero tra i rami faceva tremare allegramente le foglie. Si sbottonò il cappotto color caffelatte, si tolse il cappello e lo appese a un ramoscello nella parte bassa della pianta. Si accomodò appoggiandosi delicatamente al tronco. La corteccia del gelso è dura, bruna e fessurata, sembra lava solidificata. La sentì dietro la schiena.




E attese qualche istante.

Chissà quanto?

Per lui dovrà essere stata un’eternità. Il tempo, si sa, non unisce sempre uguale a se stesso: le attese lo dilatano. E questa era l’attesa delle attese. Infilò la mano destra nella tasca della giacca. Cavò fuori un pacchetto di lettere tenute da uno spago. Le contò facendole passare a una a una, di costa, sul pollice. Cinque. Sì, ci sono tutte, pensò. Osservò anche le due fotografie e di sua moglie Luisa, con al fianco la figlioletta adottiva di otto anni Maddalena Giuseppina. Poi ripose ogni cosa ordinatamente nella tasca.

Lì le avrebbero trovate.

Tutto era calmo. Oltre il volo di una farfalla, la campagna infuocata esplodeva nella forza vitale dell’estate. Il canto degli uccellini che volteggiavano intorno alla chioma del gelso si mischiava al primo frinire delle cicale del giorno. Presto sarebbe esploso il caldo. Estrasse dalla tasca la rivoltella. La guardò. Tolse la sicura. Sparò in aria per provare. E la puntò alla tempia destra.




Nessuno udì i due colpi di pistola che deflagrarono nel silenzio… Fu diverse ore dopo, verso mezzogiorno, quando il sole spioveva a picco, che qualcuno si accorse.

Un contadino che passò sui campi ad oriente dalla cascina casetta fu attratto da una macchia chiara alla base dei filari di gelso. Si avvicinò incuriosito. E di colpo si fermò! Sgomento! Poi corse da dove era venuto per dare l’allarme. I primi ad accorrere furono due carabinieri a cavallo. Il contadino tornò con un medico, alcuni curiosi e il fattore a servizio del conte Pellegrini. Ben presto intorno al gelso macchiato di sangue si assiepò una dozzina di persone.

Non fu difficile definire l’identità dell’uomo, né ricostruire i fatti che lo avevano condotto alla morte, dovuta inequivocabilmente a quel foro rosso sulla tempia destra.

Anche a quest’uomo in tasca avevano trovato cinque lettere e due fotografie che ritraevano una donna giovane ed elegante, che portava una crocchia spessa come una fune sulla nuca.

L’ultima lettera delle cinque, aperta, indirizzata alla Pubblica sicurezza di Milano. La parola ‘Milano’, sulla busta, era stata però cancellata da due righe a matita e corretta con ‘Verona’.

Evidentemente c’era stato un cambio di programma.

Uno dei carabinieri si sentì autorizzato ad esaminarne il contenuto lì sul posto.

Lesse.

‘Ringrazio Dio di avermi spinto al triste passo. Meglio il Nulla che Niente!’.




Alla fine della lettera il carabiniere si imbatté in un post scriptum aggiunto a matita. Così recitava con tono sorprendentemente ironico, che lasciò ulteriormente di stucco i presenti:

‘Aneddoto: quando ieri mattina andai a prendere la rivoltella, da un armaiolo della città, mi disse: - Signore, con quest’arma ammazzerebbe un bove -. Fatalità! Ed io sono Bove’.




Tre anni dopo la sua morte gli esperti locali deliberarono la linea del percorso per un tracciato (alpinistico) a lui dedicato….

Il giorno della sua morte, invece…, ecco arrivare in bicicletta un giovane dall’aria attenta e circospetta, che non sarebbe passato inosservato. Lo conoscevano tutti in città. Era l’inviato dell’Arena.

Il suo nome era Emilio Salgari…

Leggiamo nella stessa Arena…

Tra i primi ad accorrere sul corpo esanime alle porte di Verona fu Emilio Salgari, all’epoca giovane reporter dell’Arena.

Davanti a sé, quella mattina, Salgari si ritrovò l’uomo che lui stesso avrebbe voluto essere e nel quale si sarebbe immedesimato per il resto della vita viaggiando con la fantasia nei luoghi più remoti del pianeta.




Bove aveva navigato su tutti gli oceani, mentre Salgari – come ben noto - non si muoverà mai dalla sua fumosa stanzetta adibita a studio. Eppure Salgari, come Bove, si farà chiamare ‘Capitano’ e ‘Lupo di mare’. E dichiarerà in un’intervista rilasciata a un giornalista:

‘Ho viaggiato molto, arrivando fino allo Stretto di Bering’, proprio lo stretto attraversato per la prima volta da Giacomo Bove.

E non è finita…

Bove era stato uno dei primi italiani a conoscere e descrivere il lussureggiante incanto di Labuan e del Borneo? Salgari ambienterà proprio lì i suoi romanzi più fortunati.

Bove era rimasto intrappolato nell’inverno artico?

Salgari scriverà almeno sei romanzi sui ghiacci del Polo Nord.

Bove aveva esplorato la Patagonia e si era spinto giù in Terra del Fuoco? Ed ecco uscire il romanzo La stella dell’Araucania ambientato esattamente in quegli stessi luoghi.




L’immagine di Bove inseguirà Salgari fino al suo stesso suicidio. Avvenuto, anch’esso, fuori da una grande città, Torino, sotto gli alberi di Villa Rey, tagliandosi il ventre con un rasoio.

Dopo fruttuose ricerche da parte dello studioso salgariano Cristiano Calcagno, sono emerse sorprendenti coincidenze tra il ‘vero’ Capitano (Bove) e il ‘finto’ Capitano (Salgari). Corrispondenze e analogie che abbondano in modo impressionante, come in un gioco di specchi contrapposti.

Bove era nato in Piemonte ed era morto a Verona: Salgari era nato a Verona e morto in Piemonte.

Salgari era nato ad agosto e morto a fine aprile: Bove era morto ad agosto ed era nato a fine aprile.

L’uno l’opposto dell’altro.

Entrambi finiti a vivere per un certo periodo nel quartiere di Sampierdarena a Genova, in case tra loro vicine. Ma il ‘vero’ Capitano era alto, slanciato, di presenza imponente, un uomo charmant abituato a usare francesismi a tutto spiano, come la moda del tempo suggeriva.




Il ‘finto’ Capitano, al contrario, era piccolotto, quasi nano, tanto che ai tempi dell’Arena veniva chiamato Salgarello. Nel terzo dei tre necrologi che Salgari scrisse in occasione del suicidio dell’esploratore vengono raccontati nel dettaglio l’arrivo della bara alla stazione di Verona e la partenza verso il Piemonte. Un quarto di secolo dopo, compiendo lo stesso identico percorso – ma in direzione opposta - anche la bara del suicida Salgari passerà dalla stessa stazione, diretta al cimitero di Verona.

Quel mattino di agosto di 130 anni fa, Salgari aveva preso il testimone da Bove. E la realtà dal primo stava per scivolare nel mondo di fantasia del secondo…

Leggendo le biografie dei personaggi di cui stiamo seguendo le tracce, mi imbatto in una matassa di altre coincidenze che ha come fulcro proprio il suicidio.

Strano, penso di fronte a ciò che sembra diventare un vero e proprio tormentone: non solo Bove e Salgari si sono ammazzati. Si suicideranno anche i figli di Salgari, Romero e Omar, e anche il padre Emilio si era tolto la vita gettandosi dalla finestra a Verona. Così pure si suiciderà il futuro marito di Luisa, vedova Bove. E si suiciderà anche Furio, primogenito di un altro personaggio che incontreremo in queste pagine, Edmondo De Amicis: Furio De Amicis si sparerà un colpo di pistola alla tempia sotto un albero (come Bove) al parco del Valentino, a Torino.




Indecifrabili tutti questi suicidi, rifletto davanti ai libri, alle fotografie e alle fotocopie di altri libri sparpagliati sulla mia scrivania. Non riesco più a raccapezzarmi di fronte a tutte queste morti volontarie.

Strano, tanto più che a quel tempo non si era ai primi dell’Ottocento, quando togliersi la vita invocando la propria amata era divenuto un gesto alla moda, mettendo in atto ciò che gli psichiatri hanno poi definito ‘effetto Werther’.

Non c’era pietà per i suicidi nella bigotta Italia di allora.

Le spoglie del Capitano Bove vennero portate a Genova dalla vedova. Ma a Genova la bara fu rifiutata:

‘Niente funerale per un suicida da noi’

le risposero!

‘No, non c’è posto per lui insieme agli altri al campo santo’.




La vedova decise allora di ripiegare su Aqui Terme, la cittadina vicino a Maranzana, paese natale del Capitano. Ma anche qui resistenze a non finire che sfociarono in un clima di tensione. Dicono le cronache riportate dalla Gazzetta di Aqui che il giorno della tumulazione, domenica 14 agosto, il prete non volle officiare il funerale. Alla vedova tra le lacrime venne persino rifiutato di apporre una lapide sulla tomba del marito.

Chi si credeva quello per decidere di andarsene per suo conto?

Lungo la strada del cimitero era accorsa una folla silenziosa: Bove era pur sempre una celebrità nazionale, allora. Curiosi che volevano veder passare la bara del famoso esploratore. Ma tra i presenti non figurava il sindaco di Aqui, tal avvocato Accusani del Partito clericale. E suonava molto stridente, quasi beffardo, ciò che aveva dichiarato Bove nella sua lettera di addio, come avesse ribaltato l’ordine delle cose:

‘Ringrazio Dio di avermi spinto al triste passo’.

Ma sapeva ciò che stava scrivendo? O era talmente disperato da non rendersene conto? Ci vuole una certa dose di presunzione per decidere autonomamente la propria uscita di scena (qualcuno lo pensa ancora oggi).




La vita non appartiene a noi stessi, si sa: c’è ben altro che sovraintende alla nostra esistenza! Colpevole di una tale offesa, la damnatio memoriae cadde inesorabile come una scure sul poveretto. E presto il grande pubblico si dimenticò di lui e del suo significativo passaggio tra i vivi durato trentacinque anni, tra il 1852 e il 1887.

Rimosso per colpa di quell’ultimo, imperdonabile, gesto, Bove entrò nel buio. Eppure un ghiacciaio, un monte e un fiume in Patagonia oggi portano il suo nome. Così come un promontorio sull’isola Dickson oltre il circolo polare artico, e anche una vecchia base scientifica italiana in Antartide. Nel mondo occidentale Giacomo Bove significa qualcosa.

In Italia molto meno.

Ma non penso sia stato solo il velo nero della Chiesa ad aver sancito la definitiva rimozione dell’esploratore piemontese. Forse ha concorso in misura maggiore un certo disinteresse degli italiani per lo studio della geografia, di cui esploratori e vecchi alpinisti sono i portabandiera. Nelle scuole della Gran Bretagna si studiano le esplorazioni ai poli come da noi si studiano le guerre d’indipendenza, e si tengono appassionanti lezioni sulle vicende di Shackleton a bordo dell’Endurance. L’esploratore polare e premio Nobel per la pace Fridtjof Nansen è, in Norvegia, un eroe nazionale come da noi lo sono Mazzini o Garibaldi.

E Bove, in Italia, chi lo conosce? 

(Marco Albino Ferrari, La via incantata) 




           

VISITA DI MENKA, CAPO DEI CIUKKI


Questa mattina fummo visitati dal capo dei Ciukki della Penisola omonima, il quale dimora a Markowa e trovasi da queste parti per riscuotere il tributo delle popolazioni poste lungo la spiaggia di questa penisola. Wassily Menka, non appena messo piede a bordo, ci presentò un ‘ukase’ scritto in russo nel quale era considerato come il capo dei Ciukki della parte orientale della baia di Coliucin, i quali dovevano ubbidirgli e pagargli quei tributi che egli sarebbe andato a riscuotere.

Questo ‘ukase’ portava il timbro della Cancelleria imperiale di Ircutsk. Fu fatto scendere nel quadrato, ed egli, vedendo alcuni quadri appesi lungo le parti e credendoli santi, cominciò a gesticolare dinanzi ad essi facendosi a più riprese il segno della croce e borbottando certe preghiere senza darsi il minimo pensiero delle persone che gli stavano intorno. Finita che ebbe la sua preghiera dinanzi ad un quadro che rappresentava una visita notturna di Romeo, ci salutò con lunghi ‘probasci’ (unica parola che sapesse di russo e che vuol dire buongiorno).




Nordquist, che giunge già a farsi capire in ciukkcio, gli rivolse diverse domande. Rispose che veniva da Markowa, distante dieci giorni, e che, lasciate le sue renne ad una giornata di marcia a monte di Pitlekai, s’era spinto con una slitta e due schiavi a detto villaggio, non tanto attiratovi dal tributo che doveva riscuotere dagli abitanti di Pitlekai, quanto dalla notizia del nostro arrivo, che a quest’ora credo abbia già fatto il giro di tutta la penisola. Gli furono offerti dei sigari, che egli fumò colla voluttà che impiega un barbaro quando arriva a mettersi in bocca uno di questi malanni dell'umanità; ma ciò che gli stava a cuore era la bottiglia di cognac.

Il Menka, di capo non ne ha certamente la presenza: è piccolo e con una faccia delle più brutte che si possano immaginare. Gli si domandò quando ripartiva per Markowa, rispose: dopodomani; allora il professor Nordenskiold lo pregò di portare una lettera al Governatore di Anadirsk, ove si diceva che la ‘Vega’ era giunta all’est della Biaia di Coliucin, e si attendeva che le acque si facessero libere per continuare il nostro viaggio.




Gli furono consegnate, chiuse tra due tavolette, anche delle lettere personali, e Hovgaard e Nordquist seguirono Menka sino al suo prossimo accampamento. Menka volle vedere quello che le tavolette contenevano e apertele tirò fuori la lunga lettera al Governatore, la spiegazzò dinanzi al popolo e cominciò con un sangue freddo ammirabile a leggere, benché il brav’uomo non si fosse accorto che il foglio era capovolto.

Menka gode di tutta l’autorità di un capo e su di questo pare non voglia transigere. Ed invero, sia che si trovi nella tenda che lo ha ospitato, sia fuori di essa, i restanti stanno a rispettosa distanza e si fanno un dovere se non un piacere di prevenire qualunque suo desiderio. Del resto la nostra presenza nella rada di Pitlekai deve aver servito non poco ad aumentare la sua autorità, poiché egli ebbe l'onore di scendere nel nostro quadrato.




Intanto Menka non è partito; alle 9 viene nuovamente a bordo e, nel mentre stava nel nostro quadrato, gli fu annunziato l’arrivo di tre distinti personaggi. Si slanciò sulla prua per riceverli e senza avvedersene pose il suo trono presso un luogo poco decente. I tre signori montarono a bordo e levatisi il berretto baciarono per tre volte Menka, che li abbracciò affettuosamente e restituì loro il bacio. Dopo aver salutato anche noi, questi uomini cominciarono con Menka una lunga chiacchierata.

Questi tre Ciukki vengono dal Colima e sono diretti allo stretto di Bering per fare acquisto di pellicce. Vestono finissime pellicce di renna come veste Menka, il quale oggi però ha pensato bene di indossare una lunga ‘zimatra’, che, a giudicare a lume di naso, doveva essere una volta bianca, ma che oggidì darebbe dieci punti alla famosa camicia della non meno famosa Regina Isabella.

Menka è appassionatissimo della musica e della danza: gli basta di sentire strimpillare uno strumento qualunque che si anima di una gioia quasi selvaggia, e comincia a dimenare le gambe, piedi, testa, sì da farlo credere invaso dal…demonio…

Ed invero, per lui deve essere ben qualche cosa più di un demonio quella piccola scatola la quale senza dar segno alcuno di vita manda suoni che gli scendono fin nel profondo del cuore…









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