CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
UN LIBRO ANCORA DA SCRIVERE: UPTON SINCLAIR

martedì 17 ottobre 2023

FRA IL NULLA & NIENTE (dell'humana o inumana esistenza) IMPERA LA GRANDE DIVINA NATURA (e che Dio la Benedica!) (34)

 









Precedenti capitoli 


fra il nulla & niente (33/1)  


Prosegue con...:



 






le Lettere 


dalla montagna 


& con la Prima (35) 


e Seconda Predica  (36)








IL VIAGGIO PROSEGUE  

 

 

I ghiacciai che scendevano lungo i fianchi del monte, solcati da larghe e profonde crepaccie, erano un luogo di espiazione per le anime dei trapassati, le quali vi dovevano rimanere per qualche tempo prima di salire al soggiorno dei beati; vi potevano essere suffragate dalle preghiere degli amici e congiunti, preghiere tanto più efficaci se venivano fatte nel luogo stesso della pena; quindi, nei tempi passati, si vedevano non di rado frotte di gente, donne specialmente, recarsi nella stagione estiva in pio pellegrinaggio sopra qualche ghiacciaio, ed ivi, prostrandosi, perseverare nella preghiera sinché potevano resistere all’intensità del freddo, che giungeva talvolta al punto da levare la pelle e far spicciare il sangue dalle ginocchia nude dei devoti pellegrini. In questo caso l’effetto della preghiera era certo, ed aveva giovato non solo ai defunti ma benanco ai vivi, perché una pia tradizione diceva che chi erasi recato con scopo devoto ai ghiacciai mentre era in vita, non vi sarebbe stato mandato dopo morte.




Dopo il pranzo fu presentato all’incontro il programma del viaggio previsto, quasi nella forma in cui apparve poi stampato in diverse lingue. Ne è nata quindi una vivace discussione, nel corso della quale sono state avanzate ragioni a favore e contro la realizzabilità del piano. In particolare la questione riguardante lo stato dei ghiacci e delle correnti marine a Capo Chelyuskin ha dato luogo ad un’approfondita discussione.

 

Si concluse con Sua Maestà che si dichiarò anzitutto convinto della fattibilità del progetto del viaggio, e disposto non solo come re, ma anche come privato cittadino, a dare un sostanziale appoggio all’impresa. Il dottor Oscar Dickson condivideva il parere di Sua Maestà e prometteva di contribuire alle spese non trascurabili che il nuovo viaggio di esplorazione avrebbe reso necessarie. Questa è la sesta spedizione nell’estremo nord, le cui spese sono state sostenute in maggiore o minore misura dal dottor O. Dickson. Divenne il banchiere della spedizione Vega, in quanto anticipò in larga misura i fondi necessari, ma dopo il nostro ritorno le spese furono equamente divise tra Sua Maestà il Re di Svezia e Norvegia, il dottor Dickson, e il sig. Sibiriakoff.

 

Ben presto ebbi la soddisfazione di nominare, come sovrintendenti del lavoro botanico e zoologico della spedizione in questo nuovo viaggio polare, i miei vecchi e provati amici di precedenti spedizioni, i docenti Dr. Kjellman e Dr. Stuxberg, osservatori così ben noti nella letteratura artica.




In un periodo successivo, un altro membro della spedizione che svernò sullo Spitzbergen nel 1872-73, il tenente (ora capitano della marina svedese) L. Palander, si offrì di accompagnare la nuova spedizione come comandante della nave, un’offerta che accettai volentieri, ben conoscendo, come ho fatto nei viaggi precedenti, le eccezionali abilità del Capitano Palander sia come marinaio che come esploratore dell’Artico.

 

Alla spedizione si unì inoltre il tenente GIACOMO BOVE, della Marina Militare Italiana; Tenente A. Hovgaard, della Marina danese; Candidato medico E. Almquist, in qualità di ufficiale medico; Tenente O. Nordquist, delle Guardie Russe; Tenente E. Brusewitz, della Marina svedese; insieme a ventuno uomini tra sottufficiali e membri dell’equipaggio. 




 

DAL MONDO ANIMALE (prime osservazioni): 


 

Se non prendiamo in considerazione i pochi Samoiedo che negli ultimi anni si sono stabiliti a Novaya Zemlya o vagano durante l’estate nelle pianure dell’isola di Vaygats, tutte le terre che nel vecchio mondo hanno costituito il campo di ricerca dell’esploratore polare... Spitzbergen, la terra di Franz-Josef, Novaya Zemlya, l’isola di Vaygats, la penisola di Taimur, le isole della Nuova Siberia e forse anche la terra di Wrangel sono disabitate. Le immagini della vita e della varietà che l’indigeno, con i suoi usi e costumi peculiari, offre comunemente allo straniero in lontane terre straniere, non si trovano qui. Ma invece la vita animale, che vi trova d’estate - perché d’inverno scompaiono dall’alto Nord quasi tutti gli esseri che vivono sopra la superficie del mare - è più vigorosa e forse anche più abbondante, o, per parlare più correttamente, meno nascosto dal rigoglio della vegetazione che nel sud.




Tuttavia, non sono i mammiferi più grandi – balene, trichechi, foche, orsi e renne – ad attirare l’attenzione in primo luogo, ma gli innumerevoli stormi di uccelli che sciamano attorno al viaggiatore polare durante la lunga giornata estiva del Nord. Molto prima di entrare nella regione del Mare Polare vero e proprio, la nave è circondata da stormi di grandi uccelli grigi che volano, o meglio si librano senza muovere le ali, vicino alla superficie del mare, sollevandosi e abbassandosi con il gonfiarsi dei marosi, cercando avidamente qualche oggetto commestibile sulla superficie dell’acqua, o nuotando nella scia della nave per raccattare eventuali scarti che potrebbero essere gettati in mare.

 

Tra i tipi animali superiori, nel territorio polare si trovano in maggior numero quelli marini che quelli terrestri. Quindi la maggior parte degli uccelli che ho elencato sopra appartengono al mare, non alla terra, e questo è il caso di quasi tutti gli animali che per tre o quattro secoli fa sono stati oggetto di cattura nell’Artico.




 Quest’industria, che durante il periodo della pesca alle balene dava un rendimento forse pari a quello dei pozzi petroliferi americani dei nostri tempi, non ha oggi, in misura minima, l’importanza che aveva un tempo. Infatti l’animale la cui cattura fruttò questo ricco profitto, la balena franca (Balæna mysticetus L.), è ora così estirpato in queste acque navigabili, che i balenieri furono costretti molto tempo fa a cercare nuovi luoghi di pesca in altre parti dei mari polari. Non sono quindi più le balene, ma altre specie di animali ad attirare il cacciatore sulle coste dello Spitzbergen e della Novaia Zemlja.

 

Tra le varie specie di balene, il narvalo, che si distingue per il suo lungo e prezioso corno che sporge nella direzione longitudinale del corpo dalla mascella superiore, ora si trova così raramente sulla costa di Novaya Zemlya e non è mai stato visto dai cacciatori norvegesi di trichechi. È più comune a Hope Island, e Witsen afferma che grandi branchi di narvali sono stati visti tra Spitzbergen e Novaya Zemlya.



La balena bianca o beluga, di dimensioni uguali al narvalo, invece, si trova in grandi banchi sulle coste dello Spitzbergen e della Novaia Zemlya, soprattutto vicino alle foci dei corsi d’acqua dolce. Questi animali venivano precedentemente catturati, ma non con grande successo, per mezzo di una specie particolare di arpione, chiamato dai cacciatori ‘skottel’. Ora sono catturati con reti di straordinaria grandezza e robustezza, che vengono stese dalla riva nei luoghi che le balene bianche sono solite frequentare.




In questo modo furono arpionate nell’anno 1871, quando sembra che la pesca sia stata molto produttiva, da parte delle navi appartenenti alla sola Tromsoe, 2.167 balene bianche. Il loro valore era stimato in cinquantaquattro corone scandinave ciascuna. La pesca, per quanto allettante, è tuttavia molto incerta; a volte  straordinariamente abbondante, come nella primavera del 1880, quando un capitano, appena arrivato alla baia di Magdalena, catturò 300 di questi animali con un solo lancio di rete.

 

Delle balene così uccise vengono portati via non solo il grasso e la pelle, ma anche, quando possibile, le carcasse che, quando si può ottenere un trasporto a buon mercato, vengono utilizzate nelle fabbriche di guano nel nord della Norvegia. Dopo essere rimaste per un anno intero sulla spiaggia di Spitzbergen, possono essere caricate a bordo di una nave senza grossi inconvenienti, prova che la putrefazione procede con estrema lentezza nelle regioni polari.




Con la sua pelle accecante di un bianco latte, sulla quale raramente è possibile scoprire una macchia, una ruga o un graffio, la balena bianca adulta è un animale di straordinaria bellezza. Le giovani balene non sono bianche, ma marrone grigiastro molto chiaro. La balena bianca viene catturata con le reti non solo dai norvegesi a Spitzbergen, ma anche dai russi e dai samoiedi a Chabarova. In passato sembra che siano stati catturate anche alla foce dello Yenisej, a giudicare dal gran numero di vertebre che si trovano negli insediamenti ora abbandonati.




La balena bianca risale il fiume per diverse centinaia di chilometri. Io ho visto anche grandi banchi di questa piccola specie di balene sulla costa settentrionale di Spitzbergen e sulla penisola di Taimur.

 

Altre specie di balene si trovano raramente a Novaya Zemlya. Così in questa occasione durante il nostro passaggio da Tromsø furono avvistate solo due piccole balene, e non ricordo di averne vista più di una nel mare intorno a Novaia Zemlja nel corso dei miei due precedenti viaggi allo Yenisej.




Anche nella parte settentrionale dell’isola questi animali si trovano così raramente che un cacciatore mi ha detto, cosa straordinaria, che verso la fine di luglio 1873, a WNW all’ingresso occidentale del Matotschkin Schar, a 20’-30’ dalla terra, aveva visto un gran numero di balene, appartenenti a due specie, di cui una era una slaethval, e l’altra aveva come se una sorta di ‘trottola’, invece di una pinna, sul dorso.

 

È davvero notevole che le balene siano ancora presenti in grande abbondanza sulla costa norvegese, sebbene siano state cacciate lì già mille anni fa, ma, d’altro canto, se eccettuiamo la piccola balena bianca, solo occasionalmente a est del Mar Bianco.

 

La pesca alle balene, che veniva praticata su vasta scala sulla costa occidentale dello Spitzbergen, non è stata quindi mai praticata in modo così massiccio sulla Novaia Zemlja; e frammenti di scheletri di balena, che si trovano vomitati in tanta quantità sulle coste dello Spitzbergen, non si trovano, per quanto mi risulta, né sulle rive della Novaja Zemlya, sulla costa del mare di Kara, né sulle coste del mare di Kara o nei luoghi della costa settentrionale della Siberia tra lo Yenisej e il Lena, dove sbarcammo.




I sacrifici che per tanto tempo furono vani nel tentativo di trovare un passaggio verso la Cina in questa direzione non furono quindi compensati, come a Spitzbergen, dallo sviluppo di una redditizia pesca alle balene. L’incontro con una balena viene descritto dai primi navigatori di queste regioni come qualcosa di molto straordinario e pericoloso; per esempio, nel resoconto del viaggio di Stephen Burrough nel 1556:

 

‘Ai tempi di St. James, c’era una mostruosa balena così vicina al fianco della prua che avremmo potuto ficcarvi una spada o qualsiasi altra arma cosa che non osavamo fare per paura che il cetaceo avrebbe rovesciato l’intera nave; e allora radunai la mia compagnia, e tutti gridammo, e col grido che gli ‘lanciammo’ questa si allontanò; ed era tanto fuori dall’acqua e in qual tempo vicino a noi, che con la mole della schiena vicino alla prua, ne potevamo percepire il respiro; e quando ‘cadde’ fece un rumore così tremendo che un uomo si sarebbe molto meravigliato, se non ne avesse conosciuto la causa; ma, grazie a Dio, ce ne siamo stati liberati in silenzio’.




Quando Nearco salpò con la flotta di Alessandro Magno dall’Indo al Mar Rosso, una balena causò medesimo panico che fu così grande che con difficoltà il comandante poté ristabilire l’ordine tra i marinai spaventati e far remare i marinai fino al punto in cui la balena zampillò l’acqua e causò un tumulto nel mare come una tromba d’aria.

 

Tutti gli uomini ora gridavano, battevano l’acqua con i remi, e suonarono le trombe, tanto che l’animale grande e, a giudizio degli eroi macedoni, terribile, si spaventò.

 

Mi sembra che da questi incidenti si possa trarre la conclusione che ai tempi di Alessandro le grandi balene erano estremamente rare nel mare che circonda la Grecia, e ai tempi di Burrough in quello che bagna le coste dell’Inghilterra. In tutt’altro modo la balena veniva considerata sullo Spitzbergen, alcuni anni dopo il viaggio di Burrough, dai balenieri olandesi e inglesi. Alla vista di una balena tutti gli uomini sussultarono di gioia e si divertirono con ugual gioia nel precipitarsi subito dopo sulle barche per attaccare e uccidere il prezioso animale.




La pesca fu praticata con tale successo, che, come già si è detto, la balena franca (Balæna mysticetus L.), la cui caccia dava allora pieno impiego a centinaia di navi e a decine di migliaia di uomini, è oggi praticamente estirpata. Così durante i nostri numerosi viaggi in queste acque abbiamo visto solo una di queste balene, ciò che accadde il 23 giugno 1864 tra i ghiacci alla deriva al largo della costa occidentale di Spitzbergen a 78° NL; poiché la balena franca si trova ancora in numero non limitato in altre parti nel Mar Polare, e poiché sulla costa dello Spitzbergen da quaranta o cinquant’anni non si pratica più la pesca delle balene, questo stato di cose dimostra quanto sia difficile far ritornare un tipo animale in una regione dove un tempo era stato estirpato, o da cui è stato allontanato.




La balena che il capitano Svend Foeyn caccia quasi esclusivamente sulle coste del Finmark dal 1864 appartiene a un’altra specie, la blaohvalen (Balænoptera Sibbaldii Gray); e ci sono similmente altre specie di balene che ancora in gran numero seguono banchi di pesci fino alla costa norvegese, dove talvolta si arenano e vengono uccise in numero considerevole. Alcuni anni fa nel porto di Tromsoe fu addirittura catturato un tandhval, pesce assassino o pesce spada (Orca gladiator Desm.).

 

Questa balena stava già morendo di soffocamento, causato dal tentativo di inghiottire un edredone entrato nell’esofago non, come si suole fare, con la testa, ma con la coda in avanti. Quando il boccone dovette scivolare giù, lo impedirono le penne rigide che sporgevano, e l'uccello si incastrò nella gola della balena, il che, a giudicare dagli straordinari dibattiti che cominciò subito a fare, dovette procurarle un grosso disagio, il che fu aumentò ancora di più quando gli abitanti non trascurarono di approfittare della sua condizione di impotenza per arpionarlo.







  

Nessun commento:

Posta un commento