IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 24 agosto 2013

FU' NOSTRA CULTURA (51)












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Non rompetegli le 'Baal' (50)

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Fu' nostra cultura (52)









Aveva comprato una casetta nei dintorni..., a Vaucluse........
La passione mondana gli era un po' passata, quella per Laura l'aveva
sfogata in versi, e ora preferiva una vita più semplice e più raccolta.
Aveva per compagni due servitori, un cane, la natura e i libri.
Lanciò la moda dell'alpinismo scalando - forse per primo - il monte
Ventoux.
Pescava.
Faceva del giardinaggio.
Ma soprattutto inondava il mondo di suoi scritti (non di messaggini...)
nel più puro stile ciceroniano. Latinizzava anche i nomi dei destinatari,
chiamandone uno Lelio, un altro Scipione, un altro Ovidio. Li spronava
a frugare gli archivi alla ricerca di testi classici.
Quando sapeva che n'era stato trovato uno, non aveva pace finché
non se n'era fatto mandare una copia o l'originale che poi copiava da
sé.
Dalla Grecia ricevette un Omero.




Spasimò per un Euripide.
Scriveva, pur di scrivere, anche ai morti: a Tito Livio, a Virgilio eccetera...
Questa per la letteratura classica era la sua vera passione...
Nel 51 ' era di nuovo a Vaucluse a scrivere un piccolo saggio, 'De vita
solitaria'. E per la prima volta lo troviamo impegnato in una polemica stiz-
zosa che gli procurò parecchi nemici.
Il pretesto glielo fornì la cattiva salute di Clemente VI, il poeta gli scrisse
esortandolo a diffidare dei dottori che sono un branco di ciarlatani e ba-
sta. Era il prologo di un libello che poco dopo compose contro di loro, co-
sì acrimonioso da farci sospettare che sotto ci fosse un caso personale,
 forse non stava bene nemmeno lui... in loro compagnia...




Prima di morire, in una lettera, si era augurato che la 'falce' lo sorpren-
desse mentre leggeva o scriveva.
Fu esaudito.
Lo trovarono con la testa reclinata su un libro.
Nel testamento lasciava 50 fiorini per comprare un cappotto e una co-
perta a Boccaccio, che moriva di freddo e di fame...
Lui si chiama Petrarca....
(Prosegue....)




 







venerdì 23 agosto 2013

NON ROMPETEGLI LE 'BAAL' (le visioni dei 'folli' e la follia del genere umano) (49)















Precedenti capitoli:

La politica di 'Giulio' &










Terza Giornata (quarta novella) (48) &

Forma e immagine (da):













 

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Non rompetegli le 'Baal' (50) &










Il vecchio... Bruegel...














Il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede un sapere antico così inaccessi-
bile e altrettanto temibile.
Mentre l'uomo di ragione e di saggezza non ne percepisce che degli aspetti fram-
mentari, e perciò tanto più inquietanti, il folle lo porta tutto intero in una sfera
intatta riconducibile alla genialità: questa palla di cristallo che per tutti è vuota,
è piena ai suoi occhi di un sapere invisibile, inaccessibile.
Brueghel si burla dell'infermo che tenta di penetrare in questa sfera di cristallo.
Ma è proprio lei, questa bolla irridata del sapere, che si dondola senza romper-
si mai - lanterna derisoria ma infinitamente preziosa - in cima alla pertica che
Margot, la Folle, porta sulla spalla.




E' lei inoltre che figura sul rovescio del Giardino delle delizie.
Un altro simbolo del sapere è l'albero, un tempo piantato in mezzo al Paradiso ter-
restre, esso è stato sradicato e forma ora l'albero maestro della Nave dei Folli.
Che cosa annuncia questo sapere dei folli?
Senza dubbio, in quanto sapere proibito (ed anche eternamente perseguitato per-
ché affine alla verità giullaresca tanto bistrattata...), predice a un tempo il regno
di Satana e la potenza terrena e la successiva caduta infernale.
La visione di un grande sabba della natura: le montagne sprofondano e diventano
pianure, la terra vomita i morti (soprattutto di notte), e le ossa affiorano sulle tom-
be; le stelle cadono, la terra prende fuoco, mostri campeggiano nell'alto dei cieli
ad espiare l'anima del mondo, ed ogni vita si dissecca e perisce.




La fine non ha valore di passaggio o di promessa; è l'avvento di una notte in cui
si consuma in toni orgiastici la vecchia e saggia ragione del mondo, l''Anima-
Mundi' viene così eternamente sacrificata e crocefissa in nome di Baal....
La pittura ha contribuito molto alla comprensione della follia-verità-saggezza, co-
sì come la poesia. Brueghel, Thierry Bouts, Durer e tutto il silenzio delle immagi-
ni. Il silenzio e l'infinita saggezza delle immagini e della poesia, compreso nello
spazio della pura visione che la follia dispiega i suoi poteri.
Fantasmi e minacce, pure apparenze del sogno e destino segreto del mondo: la
follia in questo caso ha una forza primitiva di rivelazione: rivelazione che l'oniri-
co è reale, che la sottile superficie dell'illusione nel contesto creativo si apre su
una profondità innegabile, e che il momentaneo brillio dell'immagine lascia il mon-
do in preda a simboli inquieti che si eternano nelle sue notti (ma soprattutto nelle
eterne persecuzioni della storia...); e rivelazione inversa, ma altrettanto dolorosa,
che tutta la realtà del mondo sarà assorbita un giorno nell'Immagine fantastica, nel
momento intermedio dell'essere e del nulla che è delirio della pura distruzione:
 il mondo già non è più, ma il silenzio e la notte non si sono ancora chiusi del tut-
to sui di lui; esso vacilla in un ultimo scoppio, in un estremo disordine che precede
immediatamente l'ordine monotono (e folle) del compimento.
E' in questa immagine subito abolita che giunge a perdersi la verità del mondo!



 Lo spirito dell'uomo, nella sua (falsa) finitezza, non è tanto una scintilla della
grande luce quanto un frammento d'ombra. Alla sua intelligenza limitata non è
dischiusa la verità parziale e transitoria dell'apparenza; la sua follia scopre sol-
tanto il rovescio delle cose, l'immediata contraddizione della loro verità.
Elevandosi fino a Dio, l'uomo non deve solo superare se stesso, ma strappar-
si interamente alla sua essenziale debolezza, dominare di colpo l'opposizione
tra le cose del mondo e la loro essenza divina; poiché ciò che della verità tra-
spare nell'apparenza non è il suo riflesso ma la sua crudele contraddizione:
"Ogni cosa ha due volti", dice Sèbastien Franck, "perché Dio ha deciso di
opporsi al mondo, di lasciare a questo (solo) l'apparenza e di prendere per
sé la verità e l'essenza delle cose.... E' per questo che ogni cosa è il contra-
rio di ciò che sembra essere nel mondo (è per questo, che ancor oggi, qual-
che 'Eretico' della politica reclama l'impossibilità a partecipare alla verità del-
le cose nel dominio pubblico dell'esercizio della 'democrazia): un silenzio ca-
povolto".




L'abisso di follia in cui sono sprofondati gli uomini è tale che l'apparenza di
verità che vi si trova ne è la rigorosa contraddizione. Ma v'è di più: questa
contraddizione tra apparenza e verità è già presente all'interno stesso dell'-
apparenza; perché se l'apparenza fosse coerente con se stessa, sarebbe al-
meno allusione alla verità, e come sua forma vuota. E nelle cose stesse che
occorre trovare questo capovolgimento: capovolgimento che da allora in
poi non avrà né direzione unica né termine prefissato; non dell'apparenza
verso la verità, ma da un'apparenza a un'altra che la nega, poi di nuovo ver-
so ciò che contesta e che nega la precedente negazione, così che il movi-
mento non può mai essere interrotto.
...Insomma per concludere, non c'è niente che non sia calato nell'immedia-
ta contraddizione, niente che non inciti l'uomo ad aderire da se stesso alla
propria follia; misurato alla verità delle essenze e di Dio, tutto l'ordine uma-
no non è che follia....

(M. Foucault, Storia della follia)



(Prosegue...) &



(Prosegue....)
















lunedì 19 agosto 2013

ERETICI E POLITICI
























Con voce d'angelo, lingua esperta, non blesa,
con parole sottili, più lisce di tela inglese,
ben disposte, ben dette e senza ripresa,
meglio ascoltate, senza tossire, che apprese,
con gemiti e singhiozzi mostrano la via
di Gesù Cristo, che ognuno dovrebbe
seguire, come Egli volle seguirla per noi;
vanno predicando come potremo vedere Dio.

Se non mangiamo, come loro, la buona rete di vitello
e il pesto ben battuto che si potrebbe berlo
e il bollito grasso di gallina ruspante
e, a parte, agresto fresco con bietole
e un vino che non potrebbe essere migliore,
quello di cui l'Ospetaliere si ubriaca più facilmente,
se ben vivendo e vestendosi, ben mangiando e dormendo
si conquista Dio, essi possono veramente conquistarlo.

Come quelli che bevono birra
e mangiando pane di loglio e di crusca
e ai quali ripugna il brodo di bue grasso
e che non vogliono condimento a base d'olio
né pesce fresco e polposo di vivaio
né intingolo né salsa che frigga!
Perciò consiglio a chi pone in Dio il suo spirito
di nutrirsi delle loro pietanze, se può averne.

La prima comunità religiosa fu creata
da gente che non voleva né disturbo né rumore;
ma i giacobini, dopo pranzo, non rispettano il silenzio;
anzi disputano su quale sia il vino migliore,
(perché vedon doppio a quasi tutte le ore....).
Hanno istituito una corte per far processi
(solo alli innocenti che gli stanno in mezzo ai denti)
ed è valdese chi da ciò li distoglie,
(ma anche a lui rompono le ossa a tutte le ore,
...perché sono i più grandi e fieri truffatori....).
E vogliono sapere i segreti di ogni uomo
in modo da farsi meglio temere
(per poi truffarlo a tutte le ore
del giorno e della notte...
pregando poi un gran Dio
a forma di botte.....
e raccontare a tutti le nostre storie....
perché .... son peggio delle mignotte....).

La loro non è povertà 'di spirito':
tengono il loro e prendono quello che è mio
(questa la rima di Dio quattrino......).
Per molli tuniche, tessute con lana inglese,
lasciano il cilicio, ché per loro è troppo aspro.
E non dividono il loro vestito
come faceva san Martino
(anzi dicono che pure la vecchia
che un giorno li cullò dentro una
lettino a forma di botte,
rubarono il vestito che ancor non
avea cucito,
per barattarlo con un buon libro
tutto in latino....
così da confondere l'intero volgo
...come fosse un cretino....).
Ma le elemosine, con le quali si suole mantenere
la povera gente, vogliono averle tutte per loro
(dopo che il libro avea istruito....
il loro sapere antico....).

Con vesti leggere e ampie, con la cappa ben spiegata,
di cammellotto in estate, spessa in inverno,
con scarpe delicate - provviste di suole francesi
quando fa freddo - di pregiato cuoio marsigliese,
solidamente allacciate con maestrìa
- perché allacciare male è imperdonabile -
vanno predicando, con il loro sottile sapere
(dopo aver bevuto tutto....
.... a nostre spese....),
che a servir Dio mettiamo il nostro cuore e i nostri beni.

Se fossi marito avrei grande terrore
che un uomo senza calzoni sedesse accanto a mia moglie:
queste e quelli hanno infatti una gonna
della stessa ampiezza
e con il grasso il fuoco si accende in un baleno.
Delle beghine non saprei dirvi nulla:
ce n'è qualcuna di sterile che porta frutto.
Fanno simili miracoli, lo so per certo:
di padri santi, possono essere santi gli eredi.

(Peire Cardenal, Contro i giacobini predicatori, 1230) 













domenica 18 agosto 2013

TERZA GIORNATA (quarta novella) (47)

















Precedente capitolo:

Fate la carità (46)

Prosegue in:

Terza Giornata (quarta novella) (48)

Un articolo (col permesso del Cavaliere...)

Rimini meeting di CL celebra larghe intese.....




  


































....Secondo quanto mi è stato riferito, nel rione di San Pancrazio visse un certo
Puccio di Rinieri, un uomo benestante e sostanzialmente buono, ma di certo non
un aquila.
Dato che era tutto dedito alle cose dello spirito, finì con l'iscriversi al terzo ordi-
ne della regola di San Francesco e fu chiamato frate Puccio. Questa sua scelta
fece sì che, potendo permettersi di non fare nessun mestiere, anche perché do-
veva mantenere che una moglie e una serva, cominciò a frequentare la chiesa
molto più di prima.
Diceva i paternostri, andava alle prediche, non mancava mai a una messa né a
un canto in lode al Signore. Per di più, si era imposto una disciplina ferrea, fat-
ta di digiuni persino di flagellazioni.
Sua moglie, che si chiamava Isabetta, era ancora giovane, avrà avuto ventot-
to e i trent'anni. Era fresca come una rosa e rotondetta che pareva una bella me-
la rossa, carnosa e sugosa. A causa della santità del marito e forse anche della
sua età piuttosto avanzata, la poverina era costretta a fare delle diete molto più
lunghe di quanto avrebbe voluto.




Quando sarebbe andata volentieri a letto con il marito, anche soltanto per diver-
tirsi e scherzare insieme, si sentiva raccontare la vita di Cristo o le prediche di
frate Nastagio o il lamento della Maddalena o cose simili.
Al tempo della storia che vi sto raccontando, capitò che nel convento di San Pan-
crazio tornò da Parigi Don Felice, un monaco giovane, bello e colto, dotato di
più di quel che si dice un cervello fino.
Frate Puccio, che continuava a bazzicare i luoghi sacri, lo conobbe ed entrò in
una certa confidenza e famigliarità. Cominciò a ricorrere alla sua competenza per
sciogliere i molti dubbi che aveva in materia di dottrina e così finì con l'apprezza-
re anche l'uomo nel suo complesso e gli sembrò un autentico santo.
Perciò, prese ad invitarlo a pranzo e a cena a casa sua.
Isabetta, per amore del marito, accoglieva sempre l'ospite con piacere e si dimo-
strava un'ottima padrona di casa. Dopo un po', anche lei aveva acquistato una
certa confidenza con il bel religioso. Il quale, continuando a frequentare quella
famiglia e notando quella moglie ancora giovane e piena di vita, capì qual era la
cosa di cui lei più sentiva la mancanza e decise, per liberare Puccio da quella fa-
tica, che gliel'avrebbe data lui stesso.




Cominciò provocatorio a guardarlo in un certo modo, come se la volesse man-
giare con gli occhi. Usando quella tattica giorno dopo giorno, riuscì a far nasce-
re in lei lo stesso desiderio che aveva lui.
Quando la vide cotta a puntino, il monaco non appena si presentò l'occasione,
le parlò in modo esplicito e la trovò pienamente disponibile a prendersi e a dar-
gli quel piacere che lui le aveva prospettato.
Come potevano fare, però?
Isabetta non si sarebbe fidata a stare con lui in un posto diverso da casa sua e
lì non era possibile, perché Puccio non stava mai via a lungo. Il monaco non si
diede per vinto e, pensa che ti ripensa, escogitò un modo per potersi godere
quella donna nella stessa sua dimora, nonostante la presenza del marito.
Così, un giorno che quest'ultimo era andato da lui per le solite questioni dottri-
nali, gli disse:
- "Puccio, le tue domande mi convincono sempre più che tu hai un unico desi-
derio: quello di diventare santo. Ma mi sembra che per diventarlo tu abbia scel-
to una strada troppo lunga, mentre ce n'è una molto più breve.




Il Papa e i più importanti prelati la conoscono bene e la utilizzano, ma non vo-
gliono che se ne parli troppo in giro. Se tutti avessero la possibilità di diventare
santi facilmente, il clero, che vive soprattutto grazie alle donazioni di chi non ne
fa parte, andrebbe a catafascio, perché i laici non provvederebbero più al suo
mantenimento né con le elemosine né in altro modo.
Ma, dato che sei mio amico e sei sempre stato gentile con me, io te la insegne-
rei, questa via rapida, purché tu mi dischiarassi di volerla seguire e, soprattutto,
mi giurassi di non farne parola con anima viva".
Frate Puccio, a quelle parole, non stette più nella pelle.
Cominciò a pregarlo con l'insistenza di insegnarli quella strada. Se non fosse
stato in grado, l'avrebbe intrapresa seduta stante, giurando e spergiurando che
non l'avrebbe mai rivelata a nessuno, a meno che non avesse avuto esplicito per-
messo da lui.
- "Dato che tu mi fai questa promessa,
fece allora il monaco
- io te la mostrerò. Devi sapere che i Santi Dottori affermano che chi vuol diven-
tare beato deve fare la penitenza che adesso ti dirò. Apri bene le orecchie. Non
dico che dopo tu non sarai più il peccatore che sei, ma succederà che tutti i pec-
cati che tu avrai commesso fino a quel momento saranno purgati e quelli che tu
farai in seguito, per gravi che siano, non ti danneranno, ma potranno essere lava-
ti via con l'acqua santa, come se fossero tutti veniali.
Prima di cominciare questa penitenza, è necessario che tu ti confessi con grande
scrupolo. Poi, dovrai cominciare un periodo di digiuno e astinenza di almeno
quaranta giorni, durante i quali non dovrai nemmeno sfiorare non dico altre don-
ne, ma la tua stessa moglie. Oltre a ciò, è indispensabile che tu abbia in casa un




posto da dove di notte si possa vedere il cielo. Qui ci dovrà essere una tavola
pittosto larga, messa in modo che tu possa, stando in piedi, appoggiarti ad essa
con la schiena. Tenendo i piedi a terra, dovrai distenderti sulla tavola come se
ti avesseto crecefisso. Se vuoi, potrai far mettere sulla tavola dei pioli su cui ap-
poggiare le braccia.
Dovrai rimanere in questa posizione dalle nove di sera alle tre del mattino, im-
mobile, con lo sguardo fisso al cielo. Durante tutto il tempo della penitenza, ci
sarebbero da dire certe orazioni che io ti insegnerei, se tu fossi più colto. Ma
non lo sei, e allora andranno bene trecento paternostri e trecento avemaria che
tu dovrai dedicare alla Santissima Trinità, con gli occhi sempre rivolti alle stelle,
mi raccomando, e con la mente sempre occupata a pensare a Dio creatore e
alla passione di Cristo, Lui sì crocefisso davvero per i nostri peccati. Poi, non
appena suoneranno le tre, se vorrai, potrai andartene e gettarti vestito sul tuo
letto per dormire.
La mattina, dovrai andare in chiesa e ascoltare almeno tre messe e dire cin-
quanta paternostri e altrettante avemarie. Dopodiché, potrai tranquillamente
attendere ai tuoi affari e poi pranzare.
Alle sei del pomeriggio, dovrai essere di nuovo in chiesa e dire alcune orazio-
ni che io ti darò scritte, perché senza di esse tutto il resto non serve a niente.
Verso le nove di sera, dovrai essere di nuovo a casa per ripetere la simulazio-
ne di crocifissione. Se tu farai con devozione tutte le cose che ti ho detto, io
spero che tu, com'è capitato a me, possa sentire, ancor prima che la peniten-
za abbia termine, un po' della meraviglia della.... beatitudine eterna...".
(Prosegue...)











mercoledì 14 agosto 2013

LA NOTTE VAGABONDA (45)















Precedente capitolo:

I ciarlatani (44)

Prosegue in:

Fate la carità...voi ricchi (signori)... (46)











Le taverne diventano le succursali dei conventi e delle sacrestie,
facevano i loro affari frati perdonatori e giocatori, curati e ciarla-
tani, truffatori e calunniatori, tutti poi alla fine della vertigine col-
lettiva recitanti insieme la 'Litanie des bons compagnos'; qui vi
giocano i denari carpiti con l'inganno, qui vi si perdonano o.....
creano e barattano santi per diavoli e diavoli per santi.....
I Diavoli in Paradiso, i Santi Eretici all'Inferno....




A tutto questo bisogna aggiungere il flagello della simonia delle
confessioni e delle assoluzioni impartite a pagamento (enormis-
simo guadagno), di cui è ragguardevole esempio quel Cavaliere
delli nostri giorni....
E la notte resuscita i suoi agguati, i suoi odii, i suoi inganni, non-
ché le sue paure; veniva analizzata e pesata con occhio rispetto-
so e inquieto dalla 'giurisprudenza notturna' nel 'Tractatus de
nocturno tempore': la notte dei secoli passati, quando la notte
era ed è veramente notte (notte della coscienza e della ragione),
e strade campagne e città erano (e sono) percorse da una impal-
pabile e indefinita vita dalle forme incerte e sfuggenti, da ombre
inquiete e vaganti, da nottole e nani svolazzanti, addotrinate alla
scuola di Mercurio Dionisio e Venere: scesi sulla terra come i falsi
mendicanti che raschiavano dalle membra le ulcere simulate, smon-
tano gli arti ortopedici dagli schermi fluorescenti.......e vomitano
il loro inganno, il loro ciarlare, la nuova cirlataneria, comandata
dal burattinaio di turno assiso al  Carnevale di mezzo Agosto in
compagnia delle danze dell'eterna sua festa....




Il centro della notte più opaca e oscura di come in realtà vor-
rebbe apparire al mattino seguente, dove i ciarlatani delle fie-
re dalla carta stampata raccontano e narrano una nuova ciar-
lataneria...
Il centro della notte che seppelisce il mondo assopito in rispet-
toso e dignitoso silenzio profondo, fiancheggia la loro spaval-
deria, la loro arroganza, il loro saccheggiamento....
Metamorfosi non inaspettata, in un secolo (passato ma ancora
attuale) in cui, si diceva, 'va il mondo in maschera'; 'il mondo
è bello, perché tutto consiste in appariscenza', e 'il farsi gabbo
e giullare e ciarlatano del mondo è considerato un ottimo pas-
satempo, nonché gioviale, perché aiuta a digerire le flemme
ed a diminuir la bile...'.




L'ipocrisia perciò prende verticosamente i suoi mille volti e
mille voci, la simulazione s'acquatta in ogni angolo: 'Pericoli
da per tutto', sospira il padre minimo o il nuovo gesuita, 'ogni
passo di questa misera vita ha sotto un trabochello', ovunque
truffieri, trappolisti, rigattieri di menzogne.....
Il maestro della 'industriosa furfanteria' nasconde la sua indo-
le imperversata sotto la vernice di una untuosa bacchettoneria.




Ed infine, come un tempo, i ciarlatani intrattengono il popolino
dal telecomando facile per il godimento del signore della ricca
fiera ed i suoi associati di piazza del mercato con giocolieri, pre-
stigiatori, illusionisti: stupiscono così il popolo con lo strano gio-
co dei 'bianti ombranti', nel chiaroscuro della (nuova) lanterna
magica (dove tutti, nessuno escluso, si è attori...); e lo infarci-
scono con burattini e pupazzi: 'Alcuni usano i fantocci, cioè le
figure dette burattini, e con fantoccerie trattengono nelle piaz-
ze plebei spettatori.
Alcuni si servono delle figure dette pupazzi... alcuni li chiama
bianti ombranti, e le figure loro sono di cartone e le mostrano
dietro una tela illuminata onde nel di fuori non si vede se non
l'ombra di quelle figurine'.




L'altro modo fa che le figurine siano vocali e abbiano le paro-
le proporzionate a' gesti e affetti... e da questo modo prendo
io l'occasione di chiamare codesti attori 'commedianti pupaz-
zati'...
I ciarlatani in questione, nel telematico spettacolo di piazza,
raccontano storie e cantano frottole, propongono agli spetta-
tori commedie e farse e fra un gioco e l'altro vendono le boc-
cette dei 'secreti' dalle decantate, miracolose virtù: i boss(oli).
Ogni sera intrattengono la brigata... dalle ventidue fino alle
ventiquattro ore al giorno (se sveliamo il tornaconto di questa
allegra commedia vi stupireste di quanto idioti siamo noi che
gli prestiamo appena un po' di ingegno.., Trecentomila cocuz-
ze d'oro in un sol anno di lavoro, questa la differenza fra il
nostro e il loro dire nella fiera democrazia venduta alla ventu-
ra dal ciarlatano della nostra futura sventura....).




E non vi stupite se da un angolo della piazza 'esclamar Buratti-
no, che par che il boia gli dia la corda, col sacco indosso da
facchino, col berrettino in testa che par un mariolino.... dall'al-
tro cantone alzarsi la voce saccente del dottor graziano con la
pronuncia bolognese, col parlare da melenso, con la narrazio-
ne da borbotta, col sfoderar fuor di proposito i privilegi del suo
dottorato... col farsi protomedico senza scienza né tomo antico
... e poi sbucar fuori dai portici il Toscano et ecco in un tratto si
dà principio con lingua fiorentinesca a qualche popolata ridicolo-
sa oppure ulcerosa di nuova o vecchia banca antica...; e poi il
Milanese con la beretta di velluto che parla col metallurgico per-
ché qualche cantiere per lui conserva manco gli bastasse uno
scantinato con piano elevato per li figli suoi di nuova scienza in
questa strana alleanza che a noi ricorda una loggia strana, rac-
comandano la ragion di stato..., ed a noi ci vien voglia di alzare
il dito medio così da poterlo mettere là dove meglio lo sentono
non prima però di aver infilato il guanto per non sporcarsi di ric-
ca merda dell'oro loro, così ben spacciata .... dal fiero........
ciarlatano..........
(Prosegue....)
(Piero Camporesi & Pietro Autier incontrano i vagabondi...)













             

venerdì 9 agosto 2013

SATANA (41)


























































Precedenti capitoli:

L'Inferno dei cavalieri &

La peste (40)

Prosegue in:

Satana (42)









Bosch ci mostra l'uomo in tutta la sua nudità, intrappolato nelle sue
insufficienze e nelle perfidie della sua natura animale, lui che era
destinato a sondare le zone più sublimi dello spirito!
Egli ci fa sentire la Caduta in tutta la sua profondità, mostrandoci
come l'uomo, divinamente creato, si è volontariamente reso schia-
vo del demonio, erigendo il male a proprio idolo e paladino.




Con ironia mordente e sarcastica, mette a nudo gli atteggiamenti
 scimmieschi e le smisurate proteste luciferine dell'uomo e della
donna (come il sibilare notturno di urla minacciose e disperate).
Questo processo di smascheramento ha termine solo quando 'l'-
 orrore dell'assurdo' di queste maschere viventi dilacerate è re-
so manifesto.




In questo corpo a corpo faustiano con l'Inferno, l'umorismo era
il solo talismano che poteva evitargli la follia, secondo la formula
di Pietro Autier:
'Chi ora non può ridere, non deve leggere qui .... al Grillo parlan-
te e veriterio nella sua Rima! Poiché se non ride lo coglie il mal
caduco'.




I motivi pittorici che illustreremo testimoniano in modo eloquente
questa superiorità intrepida del riso.
Ad esempio, Satana appare ora direttamente opposto, quale divo-
ratore del mondo, al Creatore. Bosch ha accuratamente scelto le
creature che formano il seguito di Satana (e se li guardate sono l'-
immagine vera dell'apparenza accompagnata alla falsità...).
Attraverso queste egli approfondisce la dottrina sociale della con-
fraternita. I paesaggi cosmici del secondo piano avevano già ab-
bozzato questa dottrina nelle sue grandi linee.




Gli Inferi dei musici, dei monaci e dei giocatori erano lo spunto per
la critica sociale; la corte di Satana conferisce a questa dottrina la
forma di uno statuto metafisico definitivo.
Il principe dell'Inferno, imbellettato con il blu della furberia, è raffi-
gurato con una gigantesca testa di sparviero e un corpo umano sche-
letrico. Lo sparviero nella mitologia egizia, abitava il Regno dei mor-
ti dell'Occidente e divorava i cadaveri.




Allo stesso modo questo sparviero infernale inghiotte voracemente
le prede che la morte ed il male di volta in volta gli offrono.
Con gli occhi fissi, sbarrati, spalanca il suo becco e ingurgita i musi-
ci, e molti altri scelti a caso.
Ma questo cibo non lo sazia: la sua digestione è così rapida quanto
il movimento che suggeriscono i galloni che ornano la cinghia intor-
no al suo petto: sembra che si spingono uno contro l'altro per for-
mare una sorta di catena, un movimento continuo, meccanico, ope-
raio, da catena di montaggio...
(Prosegue...)















giovedì 8 agosto 2013

LA NUOVA PESTE
















E LA TERRA? .... SE LA STANNO MANGIANDO.....











Sulla cordigliera delle Ande, sul Kilimangiaro, sulla catena dell'Himalaya, i ghiacciai
si stanno ritirando rapidamente.
Nelle Alpi svizzere si sono ridotti della metà. E nel 2002, una spedizione del Pro-
gramma delle Nazioni Unite per l'ambiente ha constatato che il ghiacciaio dal quale
Sir Edmund Hillary e la sua guida Tenzing Norgay erano partiti per conquistare l'E-
verest nel 1953 si era ritirato di circa 5 chilometri.
E' inevitabile.
La temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0,6° C nell'ultimo se-
colo, principalmente per causa nostra.
Finora il riscaldamento è stato piuttosto limitato, ma gli effetti già si vedono a occhio
nudo.
In montagna, le piante possono crescere ad altitudini maggiori rispetto al passato con
una settimana abbondante di anticipo rispetto a mezzo secolo fa, perché la primavera
giunge prima. L'inverno si accorcia.
Insetti, lucertole, rane, uccelli si stanno adattando, per esempio anticipando il periodo
della deposizione e della schiusa delle uova, non si sa ancora con quali mutamenti de-
gli equilibri ecologici.
Il riscaldamento del clima si avverte e si avvertirà sempre di più, soprattutto in alcune
regioni particolarmente sensibili. L'area del Mediterraneo, e quindi dell'Italia centrale
e meridionale, tende a inaridirsi e i periodi di siccità si prolungano.




Al Polo Nord il riscaldamento è più pronunciato, i ghiacciai diminuiscono velocemente:
la loro estensione nel Mare Artico si è ridotta del 7,4% in 25 anni e si teme che scom-
paiano del tutto entro la fine del secolo. Anche vaste aree di permafrost - una miscela
di ghiaccio e terreno che, come dice la parola stessa, è (o dovrebbe essere) perma-
nentemente congelato - si sciolgono a fine primavera: in vari punti dell'Alaska, il ter-
reno è sprofondato a 10 metri provocando danni alle abitazioni e alle infrastrutture.
Sono fenomeni evidenti, indiscutibili conseguenze del riscaldamento globale.
A cui, tuttavia, molti scienziati ritengono vada aggiunto l'aumento di eventi estremi:
alluvioni, uragani, siccità prolungate.




Tuttavia determinare in quale misura il clima è alterato dall'azione dell'uomo non è
semplice. Quando si sono verificate le grandi alluvioni dell'Elba nel 2002 e dell'Oder
nel 1997, qualcuno ha anticipato il riscaldamento globale. Ma le oscillazioni climati-
che sono sempre esistite e anche in passato ci sono state inondazioni catastrofiche:
nel 1342 l'Europa centrale fu colpita da un'alluvione ben più grave e in Germania i
fiumi superarono verosimilmente di molto il massimo che si è verificato nel XX se-
colo e il terreno ne fu talmente danneggiato che la situazione tornò alla normalità
soltanto un paio di secoli dopo.
Non sappiamo ancora con certezza se gli eventi estremi sono in aumento e perché,
sappiamo invece che l'innalzamento della temperatura media è dovuto all'incremen-
to di gas serra nell'atmosfera e che questi sono dovuti alla nostra attività.




Numerosi studi hanno valutato ed escluso che il riscaldamento globale, soprattutto
quello registrato negli ultimi cinquant'anni, sia imputabile a cause naturali. Quest'-
ultima possibilità era stata presa seriamente in considerazione dato che, nei secoli
passati, c'è stato un periodo più freddo della media, la 'piccola era glaciale'.
Originata con ogni probabilità da una diminuzione dell'attività solare, ha avuto il suo
apice tra il 1650 e il 1750 e ha interessato tra il 1500 e il 1850 gran parte dell'Euro-
pa, facendo gelare spesso il Tamigi in Inghilterra e il Tago in Spagna.




Negli ultimi cinquant'anni però, con sistemi di misurazione ben più precisi e diffusi
sul pianeta, non è stata osservata alcuna alterazione del ciclo solare né un'altra cau-
sa naturale in grado di spiegare l'attuale aumento della temperatura media.
La tendenza risale a circa un secolo fa'.
All'inizio è stata modesta e non si può escludere che fosse un fenomeno naturale.
Ma negli ultimi cinquant'anni, in corrispondenza della forte crescita dell' economia
mondiale e dell'industrializzazione, il fenomeno si è accentuato.
Questo è un dato innegabile.
.......Buon appetito.......
(P. J. Crutzen, Benvenuti nell'Antropocene!)

Prosegue in:

La nuova peste (l'apparenza inganna) (2) &

Armonia e Disarmonia &

Dall'Alchimia all'Algenia














martedì 30 luglio 2013

LA SUA RIMA (35)













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I pellegrini di Dio (34)

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La sua anima (36)






IL BAGNO







..A volte il fondo su cui mi trasportano i flutti è rivestito da una foresta di erbe
verdi, oscillanti in morbide sinuosità; mi accarezzano, mi avvolgono e mi prepa-
rano un incantevole letto.
E' l'acqua, è la chioma ondulata delle piante che mi solleva e mi fa fluttuare sulla
superficie del ruscello?
Non so, e del resto il mio pensiero si perde in una specie di sogno; mi sembra
persino di essere diventato parte dell'ambiente circostante; mi sento tutt'uno con
le erbe fluttuanti, con la sabbia che scorre sul fondo, con la corrente che fa oscil-
lare il mio corpo; guardo con una specie di stupefazione gli alberi che si chinano
sopra il ruscello, gli squarci di cielo azzurro che si mostrano attraverso il foglia-
me, e il profilo nettamente delineato delle montagne che distinguo in lontananza,
all'orizzonte.
Il mondo esterno è davvero reale?




  Anch'io, come il pescatore della leggenda, vedo la sirena meravigliosa che mi
fa segno con il dito; mi sento attirato dal suo sguardo affascinante e sento risuo-
nare l'eco del suo canto dolce e perfido: 'Ah, vieni, vieni con me saremo felici!'.
A volte sono tentato di invidiare il giovane che cede al richiamo della sinuosa
ondina, la cui chioma fluttuante va a mescolarsi con quella del limo verde.
Ma io so che sbarazzandoci delle preoccupazioni amare della vita, l'esistenza
stessa finisce per spegnersi sotto la carezza dell'acqua limpida e le ondulazioni
dell'erba fremente.




La natura riserva ai suoi amanti seduzioni di cui bisogna diffidare, come della
voce delle sirene o della bellezza della fata Melusina. Facendoci amare troppo
la solitudine, ci porta fuori dal campo di battaglia in cui ogni uomo coraggioso
ha il dovere di battersi per la giustizia e la libertà!
Sì, la natura è bella: dobbiamo cogliere il suo fascino, ma anche saperne go-
dere solo la gioia discreta e non (dissento con l'autore....ed abbandonarci...)
mai al suo incantesimo fatale.




Uno dei grandi piaceri del bagno, un piacere di cui non sempre ci si rende
conto, ma non per questo è meno reale, è che si torna temporaneamente
alla vita degli antenati.
Senza essere schiavi dell'ignoranza come il selvaggio, diventiamo liberi co-
me lui quando ci tuffiamo nell'acqua; le nostre membra non devono più su-
bire il contatto degli odiosi vestiti; e insieme agli abiti lasciamo sulla riva
almeno una parte dei nostri pregiudizi di professione o mestiere; non sia-
mo più operai, commercianti, professori, dottori; dimentichiamo per un'ora




attrezzi, libri e strumenti e, ritornati allo stato di natura, potremmo es-
sere tentati di crederci ancora nell'età della pietra o del bronzo, quando
i popoli barbari costruivano le loro capanne su palafitte in mezzo all'ac-
qua.
Come gli uomini antichi, siamo liberi dalle convenzioni, la nostra serietà
obbligatoria può sparire e lasciare il posto all'allegria rumorosa; noi uomi-
ni civilizzati, invecchiati con lo studio e l'esperienza, ci ritroviamo bambi-
ni nei primi tempi della giovinezza del mondo.




Siamo rinati.
Ricorderò sempre con quanto stupore ho visto la prima volta una compa-
gnia di soldati che si divertivano nel fiume.
Ero ancora bambino e non potevo immaginare i militari se non con le loro
divise multicolore, le spalline rosse o gialle, i bottoni di metallo, i vari orna-
menti di cuoio, la lana o tela cerata; non li concepivo se non in marcia con
lo stesso passo, in colonne rettangolari, con i tamburi in testa e gli ufficiali
di fianco, come se formassero un immenso e strano animale spinto in avan-
ti da chissà quale cieca volontà.




Ma che strano fenomeno: quell'essere mostruoso, arrivato sulla riva dell'ac-
qua, si frammentava in gruppi sparsi, in individui distinti; i vestiti rossi e
azzurri erano gettati in un mucchio come volgari stracci, e da tutte quelle
uniformi da sergente, caporale, soldato semplice, vedevo uscire uomini che
si precipitavano nell'acqua con grida di gioia.
Basta con l'obbedienza passiva, basta con la rinuncia alla propria personalità;
i nuotatori, ritornati per qualche istante se stessi, si disperdevano leberamen-
 te nella corrente (non erano più burattini...): niente li distingueva dai borghe-
si che si divertivano accanto a loro.
Disgraziatamente si fece sentire un......
(E. Reclus, Storia di un ruscello)
(Dello stesso autore puoi leggere anche: Natura e società)