IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 18 ottobre 2014

CHE COSA E' IL GENIO?





































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Cos'è il genio: (Lev Tolstoj) (2)













Che cos’è il genio.
Qual è il rapporto tra vero genio e autorità costituita?
In questo momento, all’inizio del XXI secolo, direi nessuno, proprio nessuno. La nostra confusione riguardo agli standard canonici del genio è ora una confusione istituzionalizzata: tutti i giudizi sulla distinzione tra talento e genio sono affidati ai media e obbediscono alle politiche culturali e ai loro capricci.
Il genio afferma la sua autorità su di me quando gli riconosco poteri più grandi dei miei. Emerson, il saggio che cerco di seguire, disapproverebbe la mia resa pragmatica, ma il genio di Emerson era così grande che poteva permettersi di predicare la fiducia in se stessi. Io ho insegnato per 46 anni senza interruzione e mi piacerebbe riuscire a stimolare nei miei studenti una fiducia in se stessi come la sua, ma nella maggior parte dei casi non ci riesco e non lo faccio.




Spero di allevare in loro il genio, ma riesco solo a insegnare il genio dell’apprezzamento. Ecco il principale scopo di questo libro (e blog): attivare il genio dell’apprezzamento nei miei lettori, se mi riesce. Queste pagine sono state scritte il giorno dopo il trionfo del terrorismo che l’11 settembre 2001 ha distrutto il World Trade Center e le persone intrappolate in esso. Nell’ultima settimana ho tenuto le lezioni che avevo in programma su Wallace Stevens ed Elizabeth Bishop, sulle prime commedie di Shakespeare e sull’Odissea.
Non posso sapere se ho aiutato i miei studenti in qualche modo, ma io ho momentaneamente respinto il mio trauma personale attraverso il fresco apprezzamento del genio.
Cosa, io e molti altri, apprezziamo del genio?
Un brano del ‘Diario’ di Emerson si aggira sempre nella mia memoria: 




‘E non stranamente tutto in noi? Osservate questi uomini qui riuniti; si potrebbero pronunciare parole – anche se ora potrebbe non esserci qui nessuno che lo faccia – si potrebbero comunque pronunciare parole che li farebbero barcollare e vacillare come ubriachi. Chi ne dubita? Siete mai stati istruiti da un uomo saggio ed eloquente? Ricordatevi allora: non sono state le parole che vi hanno fatto gelare il sangue, che vi hanno fatto arrossire, che vi hanno fatto tremare o che vi hanno dato piacere? Non vi sono sembrate vecchie quanto voi? Non è la verità che conoscevate prima, o vi aspettate forse di essere commossi dal pulpito o da un uomo attraverso qualcosa che non sia semplicemente la verità? Mai. E’ Dio in voi che risponde a Dio fuori di voi o afferma le sue parole tremando sulle labbra di qualcun altro’. 

Brucia ancora dentro di me: ‘Non vi sono sembrate vecchie quanto voi?’. L’antico critico Longino chiamava il ‘genio letterario’ ‘il sublime’ e interpretava la sua azione come un trasferimento di forza dall’autore al lettore:

‘Per natura, infatti, l’anima nostra viene per così dire innalzata sotto la spinta del vero sublime, e preso possesso di un superbo trampolino di lancio, si riempie di gioia e d’orgoglio quasi che essa stessa avesse creato quel che ha udito’.




Sono necessarie letture approfondite per accertare la presenza del genio letterario, difficile da definire. Il lettore impara a identificarsi con ciò che sente come una grandezza che può aggiungersi al suo essere senza violarne l’integrità. La ‘grandezza’ può essere passata di moda, come lo è il trascendente, ma è difficile continuare a vivere senza una qualche speranza di imbattersi nello straordinario. L’incontro con lo straordinario in un’altra persona può rivelarsi ingannevole o deludente. Lo chiamano ‘ammalarsi d’amore’ e l’espressione è un avvertimento.
Affrontare lo straordinario in un libro, sia esso la Bibbia, Platone, Shakespeare, Dante, Proust, significa beneficiarne praticamente senza pagare alcun prezzo. Il genio, attraverso i suoi scritti, è la via migliore per raggiungere la saggezza, cosa che io ritengo essere la vera unità DELLA LETTERATURA PER LA VITA. (aggiunge l’autore del blog…: per questo è così difficile oggigiorno incontrare il genio, o almeno sperare la che la sua natura non appassisca del tutto nel mare dell’imbecillità che ci circonda….).



lI  problema del genio è stato una preoccupazione costante di R.W. Emerson, che è la mente d’America, come Whitman è il suo poeta e Henry James il suo romanziere. Per Emerson il genio era il Dio che abbiamo dentro di noi, l’essenza della ‘fiducia in se stessi’. L’essere dell’uomo, in Emerson, non è dunque costituito dalla storia, dalla società, dal linguaggio. E’ originario.
Io sono completamente d’accordo.
Se il genio è il Dio che abbiamo dentro di noi dobbiamo cercarlo lì, nell’abisso del nostro essere originario, un’entità sconosciuta a quasi tutti coloro che l’hanno spiegata ai giorni nostri, nelle università intellettualmente derelitte e nelle oscure fucine sataniche dei media




Emerson e gli gnostici antichi sono d’accordo sul fatto che ciò che è migliore e più arcaico in ognuno di noi non è parte della Creazione, né della natura, né di ciò che è estraneo a noi. Ognuno, presumibilmente, è in grado di individuare la sua parte migliore.
Ma come troviamo la nostra parte più arcaica?
Dove comincia il nostro essere?
La risposta freudiana è che l’ego fa un investimento su se stesso e così entra in un individuo. La risposta degli antichi è che c’è un Dio dentro di noi e che questo Dio parla. Io credo che una definizione materialista del genio sia impossibile, ragione per cui l’idea del genio ha così poco credito in un’età come la nostra, in cui le ideologie materialiste sono dominanti. Il genio, di necessità, invoca il trascendente e lo straordinario perché è pienamente consapevole della loro esistenza.

(H. Bloom, Il genio)

(Prosegue....)
















giovedì 16 ottobre 2014

LO STERCO DEL DIAVOLO & I SEGRETI DEL MESTIERE (37)













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La sua anima (36)

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Lo sterco del diavolo & i segreti del mestiere (38)











Il Duecento è un secolo che vive quella che ho definito 'discesa di valori
dal cielo alla terra'.
La ricchezza è nuova: non è più quella della terra, dei signori e dei mona-
steri; è quella dei borghesi, dei mercanti, di coloro che sono chiamati a
ragione usurai e stanno per diventare banchieri.
E' una ricchezza espressa in valore monetario, e dove altri mezzi e modi
di comunicazione non hanno valore o quantanche legalità. Questa ricchez-
za, inoltre, ha un preciso significato sociale e non solo un'importanza squi-
sitamente economica.




I nuovi ricchi (volgari e per nulla 'intelligenti') prendono posto accanto ai
potenti della società cristiana anche perché al cospetto della loro nuova
ricchezza si delinea una nuova povertà che contribuisce a polarizzare la
vita del Medioevo.
Per tutto il XIII secolo il denaro fu la posta di una partita tra vizio e virtù,
nell'Europa Medievale religiosa ed economica del profitto nella quale tro-
varo modo di coabitare nel relativo paradosso che illumina gli animi più
sensibili ed anche i più avari: Goffredo di Vendome aveva paragonato l'-
ostia consacrata a una moneta del miglior conio: la forma rotonda dell'o-
stia ricordava quella della moneta così come la capacità del denaro di e-
quivalere a un valore era paragonabile al dono dell'ostia di anticipare la
salvezza.




Oggi dopo 800 anni, da queste considerazioni ed appunti storici con 'as-
sociazione Lulliana' andiamo al ricordo di Ostia, dove, nel feudo mare dei
signorotti romani, albergano e si alternano vicende poco raccomandabili dal
punto di vista mafioso. E la ricca ed opulenta nonché religiosa et laica...Ro-
ma celebra i fasti dei nuovi pellegrini senza l'ingombro dei nuovi carri moto-
rizzati alla corte del nuovo Papa Re....




Nel XIII secolo la necessità di rispondere a una crescente domanda di contan-
te e di instaurare forme di solidarietà tra artigiani e mercanti si traduce in
 diversi tipi di associazioni (in futuro saranno dette 'a del....), simili alle con-
fraternite che esistono in altri ambiti (P1/P2/P3/P4/...ecc....).
Un'operazione di eccezionale valore come il 'Livre des métiers' di E. Boileau,
prevosto di Parigi alla fine del regno di Luigi IX, ci rivela l'estrema frammen-
tazione delle attività artigianali in mestieri assai specializzati, l'importanaza
ancora secondaria del denaro nella struttura e nel funzionamento di queste
professioni, in cui spesso l'apprendistato è gratuito e dipendente più dalle
relazioni sociali che dalle possibilità finanziarie, e infine la stretta regolamen-
tazione della vita economica.




La diffusione del denaro ha stimolato il ricorso alla scrittura e alla contabilità,
e non è un caso se nel Duecento si assiste a una proliferazione dei manuali di
aritmetica.
La tendenza alla sedentarizzazione dei mercanti comportò la progressiva ri-
duzione del prestigio - che rimasero comunque per il resto del Medioevo
importanti spazi di cambio e circolazione del denaro, come dimostra ad e-
sempio la rivalità tra le fiere di Lione e Ginevra nel Quattrocento - e la mol-
tiplicazione di contratti e associazioni che consentivano ai mercanti di esten-
dere le proprie reti commerciali e implicavano il ricorso al denaro, sia in
termini di concreti trasferimenti monetari che di prezzi espressi in valute di
conto.
(Prosegue....)














lunedì 13 ottobre 2014

MENTRE CRESCEVO: l'oliveto (15)












































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Mentre crescevo (14)











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Mentre crescevo (16)











Dedicato a quell'uomo che non poté godere dei frutti terreni del suo giardino....





Sin dalla giovinezza mio padre aveva incominciato a piantare un oliveto a…. Aveva sconfitto la Natura, distrutto la selva e le querce secolari, riducendole a carbone e dissodato un terreno vergine.
Con amore viscerale, lo aveva bonificato estraendone le pietre che ordinava e componeva in mucchi estirpandone la gramigna. E in mezzo al bosco millenario quale la Natura lo aveva creato spontaneamente, lui creò quest’isola dell’arte umana lungo un rettangolo di sei ettari.
Io lo conobbi già tracciato. Circoscritto dai muri su cui da ogni lato faceva capolino ancora la selva che con il suo rigoglio invadeva, quasi se la volesse inghiottire, l’aiuola del lavoro di mio padre. I rovi e la macchia, le querce che sovrastando il fitto sottobosco testimoniavano l’antica vegetazione.
Con maestria ed assiduità, mio padre aveva tracciato i filari mediante fossati interminabili, ora l’argilla, ora sulla terra nera, ora sulle pietre e vi aveva piantato gli olivastri a distanza geometrica regolare senza servirsi mai del metro, ma solo del buon senso, dell’occhio e dei passi. Nella loro lunghezza i filari venivano intercalati ed evidenziati da altre piante più precoci che pagavano la zappatura dell’oliveto ancora infeconda.
La sua architettura la si poteva osservare ogni anno, il giorno di San Elìa. Dalla sommità di monte Santo dove ci si recava per la festa. Scalando il monte l’oliveto si stagliava di più. E la gente raggiunta la vetta, dove si accampava a crocchi e si sparpagliava sul piano a giara del monte, poteva mirare la meraviglia del luogo.




In mezzo a quella selva di querce e di sugheri disordinati e incessantemente in lotta tra di loro, i filari dell’oliveto opponevano la Natura coltivata alla Natura spontanea. I cacciatori che vi sbucavano all’improvviso dalla selva si trovavano nel giardino del deserto e non potevano fare a meno di ammirare e di stupirsi di fronte a un’opera ormai quasi inarrestabile.
‘E tu chiamalo fesso Abramo. Molti dicono che è arretrato, ideoso, qua e là. Guardate che meraviglia. E’ l’oliveto più grande dell’agro! Eh! Avete visto? La gente spesso si sbaglia. Spesso qualcuno che non è capace neanche di pulirsi il culo si mette a scorreggiare giudizi a destra e a manca. Qui parlano i fatti. Questi sono monumenti, sono. E’ un grande lavoratore. Quando si mette è un vulcano. Fossero tutti come lui, l’isola sarebbe un giardino, sarebbe. E pensare che trent’anni fa era una vera pazzia il solo pensarlo. Lui lo ha fatto! Eh molti gli dicono che è pazzo! Osservatela la sua pazzia: è il paradiso! Anch’io avrei voluto essere pazzo così!’.
Questi commenti che avevo sempre sentito da piccolo dentro i cespugli per sfuggire all’attenzione dei passanti. Mi vergognavo e avevo paura di essere visto! Erano giusti, però, quei commenti. Il babbo aveva vinto la sua battaglia. L’uliveto giustificava allora la deportazione della famiglia, la severità dell’artefice.
‘Quando sarò vecchio questa sarà la mia fonte’, diceva sempre alle persone che vi capitavano o che vi lavoravano. ‘Io non voglio fare la fine di tanti vecchi che una volta che le loro braccia non riescono più a produrre vengono disprezzati dai propri figli prima che dagli altri. L’oliveto sarà mio fino alla morte… Quando creperò se lo godranno loro. Sotto terra non avrò bisogno di quello che nasce sopra'.
Il babbo ci teneva molto.



 
E da quando ero a…. , il suo edificio stava venendo su bene, sensibilmente anno per anno. Io lo vedevo potare e lavorare le sue piantine con una brama incontenibile e con passione quasi gelosa. Le accarezzava tutte sui rami e sul fusto fino alle radici, quando le zappava. Cosa che non poteva fare con i figli. Le cingeva con un involucro di spine per evitare che divenissero facile preda di bestiame abusivo.
‘Questo è il mio sangue. Tu me lo stai succhiando. Mi stai uccidendo. Le pecore custodiscitele: anziché startene nella capanna, i coglioni al fuoco o a strombazzarti tua moglie, assièpati i muri. Guardateli ogni tanto. Fai quello che vuoi. Stringi il garretto alle bestie. Impastoiatele. Che non ci ritornino a saltare, altrimenti ci azzufferemo e lo dirò al maresciallo. Le piante sono la mia vita, sono! Sono il mio sudore che sta crescendo… e tu me lo vuoi mangiare con la tua negligenza! Tieniti a bada le bestie. Sappiti regolare’.
Si faceva sempre rispettare. E come una vespa difendeva il vespaio pungendo con l’ago della sua lingua. D’inverno si andava in giro insieme in cerca di olivastri per rimpiazzare quelli che il gelo, il caldo o il bestiame abusivo avevano distrutto. Lui sapeva dove scovarli. Me lo aveva insegnato. Tutti e due in diverse direzioni ci si sparpagliava per le macchie del lentischio o per la fitta boscaglia.
‘Ti devi abituare al peso. Il lavoro ti deve mungere come una mammella. Il peso ti deve pressare come la vinaccia al torchio’.
‘Siamo arrivati’.
‘Sì. Mettila lì, la gerla. Da questa parte. Prendi la zappa. Fai il fosso. Così. Allarga un po’. Spostati! Lo vedi? Non se lo sarebbe mai immaginato di farsi una passeggiata sulle tue spalle e di finire qui. Quando sarai grande te lo ricorderai. Sarà pesante: grande, alto. Tu potrai mangiare le sue olive quando sarà innestato e ricresciuto come ulivo’.
‘Eh! Anche tu, le potrai mangiare’.
‘Eh! Che cosa vuoi mangiare. Ci vuole una vita per fare un ulivo. Io me lo auguro di mangiarle. Ma! Chissà come sarò, quando questo olivastrello diverrà un ulivo! E’ una pianta secolare. Gli anziani piantano e i giovani colgono i frutti. E’ stato sempre così. Io ho mangiato i frutti delle piante che ha messo mio padre e tu mangerai il frutto di queste. Guarda quante ce ne sono. Non riesci nemmeno a contarle’.


















venerdì 10 ottobre 2014

BESTIE DI PASSAGGIO (83)

















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Gente di passaggio: Francois Villon (82)

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Bestie di passaggio (84)













Sin da quando l'uomo ha preso a interessarsi al lupo, facendone 
discendere i cani o ammirandolo come cacciatore, ha trasformato 
la sua uccisione in routine.
A prima vista le ragioni sono semplici e giustificabili.
I lupi sono predatori.
Quando l'uomo arriva in una 'terra' per domarla, rimpiazza la sel-
vaggina con animali domestici. I lupi predano queste bestie, e l'-
uomo a sua volta li uccide, riducendone la popolazione come mi-
sura preventiva per proteggere il suo investimento economico.
I due non possono proprio vivere accanto. 
L'uccisione dei lupi va naturalmente ben oltre il controllo dei pre-
datori. I cacciatori di taglie uccidono per i soldi, i trapper per le 
pelli, gli scienziati per i dati, gli appassionati di caccia grossa per 
il trofeo. 
In questi casi le ragioni addotte sono difficilmente sostenibili, ep-
pure molte persone non vedono proprio nulla di sbagliato in tali 
attività. Anzi, questo è il modo in cui trattiamo comunemente i 
predatori, inclusi orsi, linci, e puma.
Ma il lupo è in sostanza diverso, poiché la storia del suo sterminio 
mostra un autocontrollo decisamente inferiore e una perversione 
assai superiore. 




Sono numerosi coloro che non ammazzavano i lupi tout court, ma 
li torturavano. Li bruciavano vivi, strappavano loro le mascelle, tagli-
avano loro i tendini d'Achille, li facevano inseguire dai cani. Li av-
velenavano con stricnina, arsenico e cianuro su scala così vasta che 
milioni di altri animali come procioni, mustele dai piedi neri, vol-
pi rosse, corvi imperiali, falchi dalla coda rossa, aquile, citelli e 
ghiottoni morirono accidentalmente di conseguenza.
All'apice della febbre sterminatrice, avvelenarono persino se stes-
si e bruciarono i propri possedimenti boschivi nel tentativo di sba-
razzarsi dei rifugi dei lupi.
Negli Stati Uniti, come altrove, nel periodo compreso tra il 1865 e il 
1885, gli allevatori di bestiame uccidevano i lupi con dedizione qua-
si patologica.
Nel ventesimo secolo uno sport diffuso consisteva nell'affiancarsi ai 
lupi a bordo di aeroplani e motoslitte e abbatterli a colpi di fucile. 
Nel Minesota degli anni 70 la gente soffocava al laccio i lupi nord-
americani per manifestare il proprio disprezzo a chi aveva dichia-
rato il lupo un animale in via d'estinzione.
Questo non è un controllo dei predatori e si spinge oltre la casuale 
crudeltà che i sociologi affermano manifestarsi tra le persone sotto 
stress o dove non esiste la percezione della responsabilità.




E' l'epressione violenta di un presupposto terribile: che l'uomo ab-
bia il diritto di uccidere altri esseri viventi non per le loro azioni ma 
per le azioni che temiamo possano intraprendere.
Ho quasi scritto 'o per nessuna ragione', ma di ragioni ce ne sono sem-
pre.
L'uccisione dei lupi ha a che fare con una paura fondata sulla super-
stizione.
Ha a che fare con il 'dovere'.
Ha a che fare con dimostrazioni di virilità.
E a volte, poiché è un atto considerato 'giusto' e al tempo stesso del 
tutto privo di coscienza, uccidere i lupi penso abbia a che fare con 
l'omicidio.
Storicamente la spinta più manifesta, e quella che meglio spiega l'-
eccesso di sterminio, è un tipo di paura: la teriofobia.
La paura delle bestie.
La paura delle bestie come creature irrazionali, violente e insaziabi-
li.
La paura della proiezione della bestia che è in noi.
Questa paura è costituita da due fattori, l'odio per se stessi e l'ansia 
per la perdita umana di inibizioni presenti in altri animali che non 
stuprano, non commettono omicidi e non saccheggiano.
Al cuore della teriofobia vi è la paura della propria natura.




Nella sua manifestazione più acuta, la teriofobia è proiettata su un
animale solo, che diventa un capro espiatorio e viene annichilito.
L'odio alligna le sue radici nella religione: il lupo era il Diavolo trave-
stito. E tali radici sono secolari: i lupi uccidevano il bestiame e ren-
devano gli uomini poveri.
A un livello più generale atteneva, da un punto di vista storico, ai 
sentimenti provati nei confronti della wilderness, ossia della natura 
incontaminata, integra e non ancora domata dall'uomo. Quando gli 
uomini parlavano del primo aspetto, generalmente si riferivano al 
secondo. 
Celebrare la wilderness voleva dire celebrare il lupo; alla stessa stre-
gua, porre fine alla wilderness, e a tutto ciò che rappresentava, signi-
fica volere la testa del lupo.
Nel cercare di comprendere la nostra avversione riguardo la natura 
selvaggia, lo storico Roderick Nash ha individuato antecedenti reli-
giosi secolari. In Beowulf, per esempio, si trova un'espressione del-
la wilderness secolare costituita da foreste disabitate, una regione le 
cui fredde e umide profondità, con le sue paludi miasmatiche e i su-
oi dirupi battuti dal vento, ospitano creature orribili predatrici dell'-
uomo.
Nella Bibbia la wilderness è definita come il luogo senza Dio, un de-
serto avvizzito e sterile.  Lasciate che cominci con qualcosa di con-
creto: la predazione sul bestiame.




Gli animali sono stati percepiti in vari modi nel corso della storia: 
come oggetti per il divertimento umano, come schiavi ai suoi co-
mandi, come oggetti di interesse puramente simbolico.
Oggi sorridiamo di mettere sotto processo un animale per omicidio, 
ma la nozione di processo e di punizione per gli omicidi commessi 
da animali non dovrebbe essere liquidata come ignobile farsa.
Facevano sul serio nel XVI secolo; e comprendere perché un maiale 
venisse processato, imprigionato e impiccato per omicidio aiuta a 
capire come mai la gente dovrebbe desiderare lo stesso destino per 
il lupo.
Deriva dal principio della punizione.
La mentalità accademica dell'epoca faceva di tutto per osservare ri-
gidamente i principi e uno dei principi più vecchi della giustizia è 
quello della punizione.
La lex talionis, la legge ebraica dell'occhio per occhio.
Non si trattava di una semplice vendetta, ma tendeva a preservare 
un ordine cosmico. Nessun atto di uccisione doveva rimanere im-
punito, inespiato. Se una trasgressione così seria rimaneva impuni-
ta, i peccati del padre ricadevano sui figli. Lasciare un omicidio im-
punito nella comunità, quindi, significava l'ira di Dio sotto forma di 
malattia e carestia.




Sebbene non fosse più considerata sollecita, la legge della punizio-
ne rappresentava una volta una forte influenza sul pensiero legale. 
E nonostante uomini come Tommaso d'Aquino considerassero gli ani-
mali come inconsapevoli strumenti del Diavolo, come il tramite con 
cui Dio portava il dolore e la sofferenza che mettevano alla prova la 
tempra dell'uomo, non c'era alcuna differenza: chiunque interferisse 
con il progetto e la giustizia divina doveva essere castigato.
Se un cavallo scalciava a morte un bambino pestifero, doveva esse-
re processato e impiccato. Portato al suo eccesso, questo pensiero 
voleva dire che l'uomo suicida per mezzo di un coltello fosse pro-
cessato, la sua mano mozzata e punita in separata sede, e il coltel-
lo bandito, gettato oltre le mura cittadine.
Anche quando questi processi agli animali cessarono, l'idea che l'-
omicidio umano dovesse essere espiato persistette. Di recente era 
ancora preservata nella legge inglese dei deodanti. Il carro che in-
vestiva un uomo veniva venduto e il ricavato andava allo stato che, 
in teoria, aveva perso i servigi di quel cittadino. 




Non era certo necessario un ragionamento del genere per spingere 
un uomo a volere la vita di un lupo sospettato di aver ucciso un es-
sere umano, ma è importante notare che gli uomini si sentivano in 
obbligo morale, e non semplicemente in diritto, di trovare la bestia 
e abbatterla. Non importava che i lupi fossero esseri senzienti o 
sciocchi strumenti di Satana, che uccidessero deliberatamente o in 
modo accidenatale o che fossero sospettati di aver ucciso qualcuno: 
lo spirito del deceduto doveva essere vendicato da un'azione puni-
tiva.
L'idea del castigo al quale era connesso il macello di bestiame, cioè 
l'omicidio non umano, prese piede per due ragioni. 
Anzitutto, esisteva una concezione di pecore e bovini come creatu-
re innocenti incapaci di vendicarsi, quindi sotto la tutela dell'uomo: 
'Uccidi la mia pecora e ucciderai me'.
In secondo luogo si credeva che gli animali domestici fossero inna-
tamente buoni e il lupo innatamente malvagio, e che quest'ultimo 
fosse in qualche modo al corrente della natura del suo atto quindi 
un omicida intenzionale. 




In seguito, ossia nell'America del tardo XIX secolo, questo atteggia-
mento pretettivo del bestiame innocente, della sua rettitudine, di-
venne un elemento centrale, un fondamento giuridico delle bounty 
laws e dei programmi di avvelenamento con cui si intendeva libe-
rarsi dei lupi, elemento tanto cruciale quanto la perdita economi-
ca.
Altre idee presero origine dal Medioevo e contribuirono a far crede-
re che uccidere lupi fosse moralmente corretto.  Nella mentalità 
popolare veniva fatta una distinzione tra animali come il cane e la 
vacca, che servivano l'uomo, e il lupo e la donnola, che arrecavano 
dolore. 
Si discriminava tra bestes dulces o bestie dolci, e bestes puantes o be-
stie fetide. Il contrasto tra lupo e daino, tra corvo e colomba rende 
a sufficienza l'idea. Un altra importante idea era la credenza che gli 
animali fossero stati portati sulla Terra per servire l'uomo che 'nes-
suna vita può soddisfare Dio se non è utile all'uomo'. 




L'uomo riteneva di avere il dominio sugli animali alla stessa stre-
gua del dominio che esercitava sugli schiavi, per cui poteva per-
mettersi qualsiasi cosa. 
Ripulire la foresta dai lupi affinché l'uomo potesse allevare besti-
ame era perfettamente giusto.
Non solo, ma incontrava l'approvazione di varie denominazioni 
religiose che ammiravano tale ingegno, e dello stato, il cui scopo 
era ottenere una campagna soggiogata, adatta al pascolo e produt-
tiva.
Il pensatore francese René Descartes elaborò un'alta argomentazio-
ne a sostegno dell'uccisione dei lupi. Sostenne che gli animali non 
fossero giunti sulla Terra a uso e consumo degli uomini, ma che 
fossero di umili natali, senza anima, per cui l'uomo non incorreva 
in alcuna colpa morale nell'ucciderli. 
Si trattava della negazione formale di un'idea 'pagana' incompati-
bile con il pensiero della Chiesa romana, secondo la quale gli anima-
li avevano uno spirito, non dovevano essere uccisi in modo arbitra-
rio e non appartenevano all'uomo.

(Barry Lopez, Lupi)