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(M. Sorasina, Libertà va cercando)
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Il presente Post dedicato al...
conduttore di cani Alexander Klotz
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Volare o Nuotare? [dedicato ad A. Naess] (13)
& Intuisci un falso creatore... (14/5)
Ma la cosa
che mi duole ancor di più circa il promettente autore esposto ai nuovi (e)venti
della indubbia sua ed altrui capacità immaginativa incaricata alla matita o
alla china non meno del pennello, difetti della dovuta necessaria reale prospettiva,
andando a prefigurare commenti circa noti artisti del passato ampiamente
fraintesi, e con loro tutta l’Arte dagli stessi interpretata e nei Secoli
rappresentata.
Simmetricamente come avviene nell’odierno ove un improvvisato
ecologo - o presunto tale - incaricato dallo Stato, quindi in paradossale
condizione posto - proveniente da Marte o da qualsiasi altro ‘pianeta’ ove
impera un certo tipo di falso ideale scritto ed inciso con la propria moneta in
nome del progresso, legifera circa la più alta ispirazione e principio di vita d’una
antica Filosofia disgiunta altresì dalla materia
che premette il vasto terreno culturale abdicato all’Ecosofia.
La strada o il Sentiero lungo ed impegnativo!
Noi scorgiamo un marziano e non certo un
‘filosofo-ecologo’ dato dalla ‘summa’
del progresso, anche fosse dotato dei più sofisticati ‘ingegni’ mossi da
complessi artificiosi apparati per scorgere il male seminato, per poi dopo, con estremo paradossale impegno rimosso
per conto del nuovo Ambiente dato; di cui non certo ispirato semmai subordinato
ad una più elevata politica economica - dicono scritta nella comune ‘difesa’ -
dove un Impero promuove la propria - o meglio - comanda l’altrui come la
propria agenda politica incisa e quotata in medesima ‘borsa’.
Se prima l’Ambiente veniva depredato, ora quotato in ‘borsa’
ove una emergente ‘economia verde’ si incarica in breve tempo di rimediare al male
arrecato, sappiamo bene che protratto in un lasso di tempo sproporzionato di
cui l’umano ha tratto e trae beneficio per ciò cui nominato impropriamente
‘valore dell’esistenza’, e di cui l’intervento per la necessaria dovuta
sussistenza crea un costante irreparabile danno non certo disgiunto dal
calcolato valore economico - e paradossalmente - finanziare se medesimo: danno &
beneficio!
Ovvero Gaia tende - e per sempre tenderà - ad
adattarsi per poi disporsi secondo le regole (non più quelle d’una determinata Spirale con cui possiamo leggerne l’universale
codice genetico, la propria impronta, la propria moneta, ma un avversa spirale contraria
alla vita) con cui nata ed evoluta ‘inversamente proporzionali’ ai mutati
Tempi dell’uomo il quale - non va mai dimenticato - numera e fa’ di conto nell’ultimo Secondo da quando da Lei nato.
Regole della Natura scritte nella complessa reciproca semplicità dell’Ecosistema
in cui ogni Elemento evoluto, per siffatto fine ha impiegato milioni e migliaia
di anni che nel contarli se ne perderebbe il conto, ovvero i tempi necessari
lunghi e monitorati dall’umano, posti nella presunta propria incostante opera e
letti nell’ultimo Secondo del
traguardo nella dedotta superiorità d’un neonato
che ancor stenta nel far di conto, oltre prendere coscienza circa la propria
povertà e non certo ricchezza di mondo…
Il neonato deve prendere coscienza delle dovute proporzioni armoniche dell’intero Universo ove nato, ed anche se applaudito quale grande economo provvisto di ‘oculo’ in nome e per conto della scienza, è un piccolo insignificante minuscolo ‘pupo’ in confronto al Dio che su tal gradino gli ha riconosciuto l’onore della parola…
Il neonato non sa neppure bene far di conto, e ciò vuol dire che se non si mantengono logiche a
lunga durata i danni anche nei presunti benefici ottenuti incalcolabili.
L’uomo può
certamente qualcosa scritto soprattutto nella volontà di non arrecare danno, ma
se ciò subisce delle incostanti variabili dettate dalla politica e non più da
una superiore Dottrina dettata dalla più alta e compiuta Filosofia, si rischia
di far più danno di pria…
Solo con l’ausilio di una ottima formazione sociale scritta nell’ideale come valore imposto e certo non aggiunto, si possono sperare nei traguardi, e non più in un principio politico dettato da una agenda dato dai pochi anni della sua ed altrui dottrina, con il rischio di vederla sovvertita ad ogni cambio di guardia.
E l’agenda
sottratta in medesimo ugual Secondo da noti oscuri mandanti del beneficio
politico assommato all’economico!
Allora il
terreno da seminare oltre che nella dovuta presa di coscienza dell’inquinamento
dato dall’uomo, anche dalla capacità - ovvero - di prenderne dovuta
consapevolezza e coscienza nella propria pericolosità per se quanto per il
prossimo.
Purtroppo
un certo progresso scritto nel valore non disgiunto dell’economia ci insegna
questo, con l’aggravante della politica!
I poeti
hanno sempre visto molto più in là degli economisti!
Ed a loro
ma solo a loro portiamo rispetto, a voi uomini del momentaneo progresso riconosciamo
l’onore d’esser cacciati o peggio insultati dai vostri maestri e mestieranti! Questo
ci dona forza e secolar Ragione!
Possiamo sostenere che molto spesso - o quasi sempre - come sappiamo dagli èvi trascorsi ed immutati non meno degli odierni, circa grandi ‘artisti’ (nella totalità che tal ‘insieme’ intende e sottintende) della ‘cultura data ad intendere’ congiunti ai ‘sacerdoti’ dispensatori del vasto cerimoniale per ciò cui intendono medesima ‘cultura’ sempre disgiunta fra l’essere e l’apparire regna l’Abisso; giacché riconosciamo (o meglio ‘constatiamo’) altrettanto chiaramente nell’esperienza d’ogni giorno l’immutabilità della Storia - e con lei l’inganno dedotto - osservando i costumi di scena indossati imporre un ampio margine d’effetto nel nuovo palcoscenico allestito.
In verità e
per il vero, fra la parola adottata e distribuita qual antico cerimoniale di
corte e la realtà corre un abisso di strofe note falsità e profitto; fra
l’ingorda volontà di ricchezza mascherata con l’antica dottrina economico-politica,
e la dismessa e umile opera dottrinale unita all’ideale intercorre elevata Cima
inviolata in nome e per conto d’un Dio, da porre al più basso servigio del
conquistatore di turno.
L’Opera di un Dio mai si piegherà all’ideale ciarlato al servizio del dio denaro il quale ha tratto profitto e beneficio da ogni guerra…
Fra la
‘scelta’ e ciò di cui la rigorosa ‘sceneggiatura’ in merito al consenso, regna
la farsa recitata; fra la volontà di mantenere l’inalterato e il sacrificio del
cambiamento, regna il consenso del raggiro economico; fra l’educazione e la
pedagogia imposta per ogni futuro essere cogitante formato da una presunta
scuola e la Filosofia dello Spirito, regna altrettanto abisso.
E se pur i
migliori propositi arricchiti con altrettante belle promesse e parole, la genetica cui rivolti immune da siffatte
pretese, la realtà che scorgiamo non certo affine ad un proposito e nuovo
intento in cui il sacrificio dell’Ecologia demandato da una presunta
Economia, realizzabile, giacché i due
termini opposti e inconiugabili, è come unire il fuoco all’acqua, e solo nel
formare l’essere cogitante sarà possibile una determinante realtà e concreta
scelta fra l’Essere e L’avere.
Chi al meglio si adegua facendo il dovuto inchino, prestandosi servizievole e capace nell’ostentata capacità del dono della parola offerta affine all’immutata civiltà immobile e ferma seppur apparentemente volta al progresso; dalla ‘servitù’ intera sarà promosso cavaliere, pur se un buon onesto ciarlatano, dal Primo fino all’ultimo cameriere o valletto sarà protetto e riverito, sino allo Stato finale della cella ove, come ebbe ad intendere il povero e per sempre tradito Mazzini, potrà scrivere le proprie lettere ed ottenere giusto ricovero oltre le dogane del Regno; ogni Ospitaliere accerterà, solo dopo aver letto e custodito le preziose reliquie incise con l’oro, le condizioni del recluso non men del falso esiliato.
Ma lo stato
deve fondare lavoro e moneta allora ben venga l’inappellabile sterco con cui
assieme all’allevatore concimano il vasto orto, alla fine come ogni politico
intende la propria moneta, divideranno equamente il seminato nomineranno un
geometra, e come Pitagora il filosofo ivi seppellito, costruiranno la propria
villa…
Che il
futuro Mago impari le doti segrete dei veri onesti Maestri - revisori contabili
- circa il cerimoniale dei segreti riti offerti non meno dell’alchemico
linguaggio adottato, Madre Natura non
lo intende ed intenderà mai, sia chiaro!
Lei
composta da Elementi semplici ed
impareggiabili i quali per sempre hanno creato ed evoluto, con la forza
modellato e imposto il proprio indiscusso dominio, anche quando gridano ‘Mamma’
alle prese con il pestifero gorilla
di turno incaricato in ugual Genesi o vasto Giardino zoologico sfuggito ad ogni
sollecito controllo!
Negli
intervalli, infatti, da dietro un cespuglio per ciò cui contraccambiati gridano
aiuto nominando e pregando la numerata mamma o madonna d’ognuno!
(Il curato(Re) non ancor del tutto ‘curato’)
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nell'Orrore (scritti & meditati) (10)
& con l'Ode al Progresso, nella Legge uguale per tutti,
ovvero dall'orrore allo stile...
Osservando
distrattamente talune immagini di un
Secolo precedente attraverso la capacità creativa e interpretativa dell’artista,
un più che valido artista ‘asservito’ ad un principio rivoluzionario affine
al nascente progresso del Secolo, medito
alcune paradossali condizioni in cui
poste le pur valide ‘icone’ ornare
altrettanti nuovi e rivoluzionari ‘libri e messali miniati’, quando cioè il progresso costruisce la propria improrogabile inarrestabile curva e
ascesa, o viceversa, discesa, dipende molto dall’angolazione e dovuta
prospettiva come costruito e inserito nella cornice della Storia per ornarne il
vasto Museo di cui l’uomo artefice e dominatore indiscusso; giacché in possesso
della presunta Ragione che lo
distingue da Madre Natura, e quindi
così dicono, oltre il dono della parola
scritta incisa e dialogata, la quale lo eleva - o dovrebbe - al di sopra della
stessa, ed ancora, al di sopra da chi ne è sprovvisto per una presunta ‘povertà di mondo’ o ‘carenza di ricchezza’, dimenticando quasi
sempre donde proviene la stessa ricchezza oltre l’evoluzione all’ultimo Secondo
della crosta terrena ove nata…
Le immagini scorte, dicevo, del valido artista difettano purtroppo della dovuta interpretazione (circa l’icona colta in ugual prospettiva) nel contesto in cui poste affine all’arte e alla bellezza. Giacché i concetti di bellezza ed armonia - una nota una strofa - sul medesimo spartito nella Grande Sinfonia nascono nella contemplazione dei tanti quadri di Madre Natura ove ogni Anima da Lei ispirata si specchia meditando sé stessa…
… Anima Arte Ragione e Intelletto nei vari gradi posti
dalla poesia alla pittura si sono sempre ispirati al Dio della Natura, e se ricordo bene anche il noto genio di Leonardo ne scrisse in proposito facendo
il dovuto distinguo delle varie Arti del suo Tempo. Infatti il suo genio
spaziava dalla meccanica sino alla pittura, compresa l’arte della scrittura, si
lamentava spesso di non essere sufficientemente preparato nella lingua che
contraddistingueva dotti e saccenti del suo tempo, cioè il latino, pur
palesando ottimi scritti…
Ma Leonardo - si badi bene - oltre ad essere un indiscusso uomo di genio che spaziava in tutte le discipline, non dimenticò mai la propria musa, cioè Madre Natura, ed a Lei come prima di lui Archita si rivolgeva per ogni buona opera, non era certo disgiunto dalla stessa, e non certo voleva apportare il proprio dominio su chi al meglio lo ispira… Dal volo sino ai fluenti moti delle acque… e da Lei imparare…
Il concetto
di Natura un legame imprescindibile
per ogni artista, quando non si doveva ‘curarla’
per ‘lo grande male arrecato’ ma solo
accudirla giacché in Lei regna ed impera ogni forma di rimedio e sussistenza;
ed anche se le lotte dell’uomo oltre con se stesso, comportavano una indiscussa
costante lotta con l’indomita forza che da Lei proviene, comprese carestie e
pestilenze, non si pensò mai di recidere tale cordone ombelicale per ogni
ispirazione che pur nel beneficio deriva…
Una sudditanza unita e mai disgiunta da una vigile attenta obbedienza da ciò da cui nato… Questo il patto segreto e araldo su cui incisa la moneta dall’uomo per secoli coniata, tanti troppi che nel contarli si perderebbe il principio del conto stabilito per porre metro di misura disgiunto all’ultimo gradino o secondo dalla nuova moneta ottenuta; e se anche successivamente alla caduta dell’impero romano, come ricorda Le Goff, la moneta ebbe a rimarcare i dismessi confini del baratto, ristabilendo l’ordine nel secolare commercio per imporre il nascente dominio delle banche, il metallo ove coniata non certo disgiunto dall’araldo e pietra su cui incisa la fortuna derivata…
L’Ecologia - o meglio la dovuta necessaria presa di antica coscienza nella futura prospettiva filosofica - nasce per l’appunto dalle improprie e non affini manifestazioni del ‘mutato’, quando ci si accorse che la nuova Rivoluzione, e non più Arte (‘coltivata entro un mestiere’) andava a definire e consolidare contesti sociali entro precisi e globali ecosistemi con irreparabili fratture oltre quelli naturali, radicalmente cambiati; ed ove il malessere terreno della stessa rivoluzione non risolveva la servile condizione umana di un interminabile medioevo protratto nella storia, ma spalancava le porte verso una nuova e più feroce asservimento alla deriva d’una morta materia. Peggiore di quanto la stessa rivoluzione abbia frainteso nella propria feroce miopia storica sociale ed economica adattandola, e questo ancor peggio, agli impropri schemi della nascente nuova teoria evoluzionistica.
Da qui l’Economia sovvertire e corrompere ogni Spirito dai presunti benefici che da tal rivoluzione derivano o dovrebbero, e in maniera graduale andarono a stabilire un nuovo ordine terreno. L’Economia diviene il principio indiscusso ove fondare, oltre la moneta, anche ogni presupposto di ‘presunta’ ricchezza; non si riconoscono più i valori d’un tempo, ma in maniera graduale furono, come sempre succede, sostituiti dai nuovi con cui accompagnare altrettanti miti. Da bisogni più o meno reali. Da necessità o lussi più o meno appaganti in nome della materiale ricchezza. Da nuove esigenze aliene all’uomo innestate e ben coltivate. Ed infine al Cielo del vasto panteon dello Spirito furono concesse stelle e luci di nuove dèi interpretare la mala o cattiva sorte terrena. Il quadro divenne sempre più nitido, la pittura abdicò il passo alla lastra fotografica, la nobile arte del dramma e scrittura abdicarono il vasto palcoscenico alla sceneggiatura interpretata per ogni scatola o grande schermo parlante, gli adepti imitano i nuovi miti, sognano come loro e profetizzano un miracolo oracolare con cui meglio interpretare o soffocare il dramma terreno. La Natura e non solo quella umana viene proiettata ed ammirata ancor più nitida e bella di come un tempo pregata!
L’uomo perde progressivamente coscienza circa se medesimo peraltro convinto del contrario, ma anche, come bene ricorda Guenon, la reale consapevolezza circa la sua ed altrui Natura connessa con la propria esistenza; va così a costruire e prefigurare un dominio e una civiltà disgiunti dai principi regolatori pilastri del suo quanto il mondo donde deriva, compresi tutti quelli che per sempre, se pur discutibili, lo avevano contraddistinto nel bene o nel male, affini alla secolare genetica storica donde proviene una rimossa coscienza scritta nel fato come la magia per leggere ogni evento rivolto al moto d’un mito qual elemento per sempre congiunto e mai sia detto disgiunto…
Tale Sogno verrà reciso appellandosi in nome del nuovo uomo nato da chi lo aveva - in verità e per il vero - crocefisso. Dottrina e Verbo s’impongono al tempio d’una dismessa e dimenticata Filosofia. La continuità non viene riconosciuta solo sottratta alla verità storica; verrà, come ogni Rivoluzione impone, costruita la credenza dalle ceneri disgiunte d’uno spirito rinnegato confondendo Dio e Ragione, e come al meglio cercarlo ammirarlo venerarlo non men - ed in ultimo - pregarlo in eterno beneficio per ogni incaricato del tempio.
Le Cattedrali della Natura furono anch’esse
colonizzate a beneficio di ugual medesimo chiodo e Fiume su cui intrappolare la
nascente forza dell’eterno moto delle limpide acque. Sulla Cima venne
impressa l’indelebile impronta dell’uomo a forma di croce così da rimembrare ad
ognuno cosa capace per ogni Teschio ove crocefissero il Profeta e con Lui ogni
tempio di Madre Natura.
Codesto peccato riconosciamo giammai nel Profeta per conto del suo Dio morto ogni dì in questa ed ogni Terra, ma come l’uomo ne abbia naufragato il messaggio terreno… Ed anche in questo caso la (sua) Natura ne esce sofferente e disgiunta circa la pretesa d’una pur feroce e futura economia costruita nella pretesa del Dominio rivelato all’uomo…
L’uomo
confonde ancora progresso ed economia ed in questo errore interpretativo negli
ultimi centocinquant’anni avendo mutato falsato e coniato valori e prospettive non meno
di false coscienze, ha sempre pensato che il valore del progresso (compreso
quello teologico) sia dato dalla somma economica raggiunta quantificabile nella
ricchezza in inarrestabile e progressiva illimitata ascesa (aggiunta all’esportata evangelica Parola), non avendo ristabilito
e risolto - ma solamente rimosso -
che il reale progresso rappresenta
null’altro che il valore di ricchezza del singolo uomo nella società in cui
posto compreso il proprio Spirito non disgiunto ed in conflitto con gli
Elementi da cui deriva; di conseguenza motivato da codesto principio procedeva
il più possibile nel merito da ciò che potremmo definire ‘arte e mestiere’ al fine di consolidare la propria spirituale
appartenenza affine all’Anima-Mundi cui apparteneva. Con ciò, se pur
criticabile e lontano dal concetto di casta con tutti i limiti della critica storica che
tal analisi comporta proiettati nella sfera della libertà, paradossalmente l’antico antenato (per sua
sfortuna anche pagano) non asservito alla macchina (dottrinale del nuovo
progresso) e certamente molto più libero se pur da taluni nominato schiavo…
(illustrato da J. Pennell)
Precedenti capitoli:
& l'Orrore (6) (Capitolo completo di cui il presente paragrafo)
N.B. : Se le immagini pubblicate non rispondessero al Testo a
voi proposto si prega di segnalarlo ai 'servizi' della
direzione. Grazie!
Prosegue con...:
La visita al castello (dell'orrore) (8)
Nelle
botteghe delle strade dietro il Broletto verso San Satiro, a Milano, dove
tecnici esperti modellavano gli ACCIAI delle armature, la cosa era ovviamente
nota e appariva normale.
Mercanti
erano in viaggio su molte vie con le loro mercanzie, in carovane di muli, coi
carri, utilizzando barche sui fiumi; non se avevano molte notizie dopo la
partenza, i familiari attendevano il ritorno confidando in Dio. Il prezzo
cresce insieme alla domanda e la domanda delle armi con la guerra; portare il
prodotto là dove serve per il mercante d’armi comporta dei rischi.
E’
il mestiere.
Ma,
balzando dai documenti, la notizia dei mercanti milanesi che girano fra le
tende dell’esercito offrendo le ben temperate corazze, la vigilia della battaglia
di Saint-Aubin-du-Cormier, nella campagna di Bretagna del 1488, incuriosisce,
sorprende, fa scattare suggestive immagini, come sempre avviene quando la
quotidianità sommessa interseca il clangore della storia maggiore.
Saint-Aubin-u-Cormier
è un sito della campagna bretone, vicino al confine del ducato del regno di
Francia. Un formidabile castello, oggi solo rovine, sorgeva tra uno stagno e un
profondo burrone. Lo scoglio roccioso di Mont Sant Michel, tra le mutevoli e le
veloci onde di marea, è a meno di una cinquantina di chilometri di distanza, ma
in Normandia.
Attorno
a Saint-Aubin-du-Cormier si combatté aspramente nella giornata del 27 luglio
1488. Da un lato c’erano gli uomini del re di Francia, comandati dal men che
trentenne Louis la Tramoille, il futuro ‘chavalier sans reproche’ di tutte le
guerre d’Italia, che morirà nella disastrosa mischia di Pavia; dall’altro le
genti d’arme del duca di Bretagna e di altri grandi signori ribelli che si
erano uniti nella ‘guerra folle’.
La vittoria del giovane generale lealista ebbe conseguenze politiche di varia entità; il brillante periodo di sostanziale indipendenza della Bretagna dei duchi di Montfort, che al re di Francia prestavano solo il formale omaggio feudale, si avviò velocemente al termine un futuro re di Francia, il duca di Orléans, fatto prigioniero sul campo, cominciò un triennio di reclusione, principesca ma stretta; un trattato impose che la dodicenne figlia del duca di Bretagna, Anna, la più appetita ereditiera di Francia, non avrebbe potuto sposare senza il consenso del re e questo pose le premesse per il suo matrimonio con lo stesso monarca di lì a tre anni; l’intelligente storico Philippe de Commynes, fine diplomatico ed esperto navigatore politico finì rinchiuso per cinque mesi in una gabbia di ferro.
Nella lontana Milano, da dove gli ‘armieri’ ambulanti avevano cominciato il loro viaggio verso il cuore della Francia, era signore un figlio di Francesco Sforza, Ludovico Maria detto il Moro, un personaggio che era stato educato alla cultura umanista da Francesco Filelfo e che per quattro o cinque anni si era fatto strada verso il potere che non gli sarebbe spettato, a forza di astuzia, dissimulazione, prepotenza e intrigo. La città aveva le vie centrali selciate, l’ambizioso duomo gotico in costruzione dal 1386 e un sistema di ‘navigli’ nel quale erano stati utilisticamente coordinati corsi d’acqua naturali e canali quali il Naviglio Grande, derivato dal Ticino, il Naviglio Pavese, che restituiva le acque allo stesso fiume, la Martesana derivata dall’Adda e cominciata a scavare nel 1457. Collegata all’anello di acque che racchiudeva il centro urbano, tale rete, via via perfezionata, era stata navigabile; le acque a vario livello erano delle ‘conche’ costruite a partire dalla metà del 400.
Milano era forse la città più ricca d’Italia, e il paese più ricco d’Europa. C’era l’agricoltura della grassa campagna irrigua; una dinamica manifattura che esportava oltralpe, fino in Catalogna e Castiglia e che ora comprendeva anche la seta, le terre a settentrione essendo punteggiate di gelsi.
Non ad altro si attendeva,
scrive
un cronista,
che ad accumulare ricchezze, per le
quali era aperta ogni via.
Nei terreni di sua proprietà, lungo la cerchia dei Navigli, dietro San Nazaro in Brolo, Francesco Sforza aveva fatto costruire al Filarete (1456) il grande Ospedale Maggiore, un’opera sociale in cui il cotto della tradizione lombarda decorava spazi di respiro rinascimentale.
In
questi anni di Ludovico il Moro, dal 1480 alla fine del secolo, nel castello di
Porta Giovia, in cui erano continuamente in corso lavori di trasformazione, la
vita di corte era sontuosa e colta. Dotti e artisti trovavano a Milano
ospitalità e fortuna; attorno agli Sforza, i molti fili della cultura italiana
del tempo sembrano intrecciarsi e in certa misura fondersi. Oltre tutto
risiedevano a Milano e operavano al servizio sforzesco due geni artistici. Leonardo, che possedeva una vigna
suburbana tra le Grazie e San Vittore al Corpo, un regalo del Moro, aveva
cominciato col presentare al duca una lira che aveva fabbricato d’argento gran parte in forma d’un teschio di cavallo,
cosa bizzarra e nuova.
Farà di tutto: alcuni dei suoi capolavori, consulenze ingegneristiche, opere idrauliche, il ritratto dell’amante del duca Cecilia Gallerani, la regia di feste come quella delle nozze di Gian Galeazzo con Isabella d’Aragona. Meditava, studiava, scriveva, fantasticava, forse vedeva veramente nelle macchie dei muri ‘similitudini di diversi paesi, ornato di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli…. strane arie di volti, e abiti e infinite cose…’.
Con
i loro carichi di corazze, gorgere, cosciali, elmi e altre parti di armature da
combattimento, più sobrie e rustiche di quelle da torneo, ma non meno
‘meccanicamente’ ingegnose, i mercanti armatori milanesi poterono farsi alare
in barca lungo l’alzaia del Naviglio Grande fino al Ticino, per poi prendere la
strada di Torino. Qui era il capoluogo delle terre piemontesi del ducato di
Savoia, che non avevano ancora definitivamente orientato i loro destini verso
l’Italia, anche se già uno di loro aveva tentato di prendere Milano. In realtà
si barcamenavano a tener insieme i loro compositi domini, cosa resa difficile
dai troppi figli: Ludovico, il padre di Bona già reggente di Milano per il
figlio minorenne Gian Galeazzo, ne aveva avuti diciotto dalla moglie Anna di
Lusignano.
Il re di Francia tendeva a considerare i Savoia come i suoi vassalli; di recente lo stato era stato retto da Iolanda, la sorella del re di Francia Luigi XI, quale moglie, e poi vedova, dell’epilettico Amedeo IX, che si guadagnò la beatificazione per la sua carità. Ora era duca un figlio di Iolanda, Carlo I detto il Guerriero, e la Francia aveva stroncato certe sue velleità di espansione. Di là dalle rosse mura di mattoni, Torino vedeva le verdi colline che scendevano al Po e, all’orizzonte, le montagne apparivano vicine. La città era piccolissima; salvo alcuni borghi lungo le strade foranee, stava racchiusa nel rettangolo insulare della colonia romana.
La
città non aveva nulla della pacata atmosfera barocca che ancora la
contraddistingue, ma nella via Dora Grossa che era la strada commerciale, case
a tre piani si allineavano ordinate, già con le arcate di portici in facciata. Le Alpi si traversavano al Moncenisio, il
valico più comodo tra il Piemonte e la capitale del ducato di Savoia. Ci si
arriva seguendo a ritroso il corso della Dora Riparia, lungo la valle di Susa,
vigilata all’imbocco, la Chiusa, dalla Sagra di San Michele, un’abbazia che fa
corpo con un cocuzzolo di monte.
Sul percorso, nel borgo di Avigliana prima dell’inizio della valle, alla Sagra e infine a Susa, è facile rievocare, nel paesaggio e nelle architetture sensazioni antiche. Il tardo gotico piemontese e i primi baluginii di forme rinascimentali si esprimono nel bel cotto color sangue. A Susa il borgo dei nobili, fuori città dalla cinta romana, era nato perché non trovava alloggio nella cittadina la corte dei conti sabaudi quando aveva posto qui una delle sue sedi. Prima di affrontare la salita al valico si faceva tappa a Novalese, dove si tenevano i muli di carico. Novalese è il nome di un’abbazia antica, e allora potente, che sorge poco discosto.
Subito di là del valico del Moncenisio, m. 2084, il grumo di case si chiama la Ramasse; ricorda la slitta di ramaglie con cui i giovani montanari facevano scivolare a valle i viaggiatori, risparmiando loro fatica, forse a prezzo di accresciuti rischi. Dal passo si scende in Savoia nel folto di abetaie. Di fronte biancheggiano i ghiacciai della Vanoise. La valle dell’Arc, la Maurienne, è come una ferita nella montagna, selvaggia e grandiosa; dal basso, fra enormi pendii di boschi devastati dai torrenti, nemmeno si indovinavano le sovrastanti nevi. Vicino a dove l’Arc arriva nell’Isère, si alza su una roccia il formidabile castello di Miolans. Poco oltre è Chambéry, la capitale sabauda, nell’ampia sella tra l’Isére e il lago del Bourget. Un dedalo di strette viuzze assediava il castello, che era stato ingrandito e reso se non meno arcigno almeno più comodo pochi decenni prima.