CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

sabato 23 febbraio 2019

LA NAUSEA



















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...Nausea (Seconda parte)














Non ricordo il giorno anno o secolo, solo il luogo,  stesso medesimo fuori dalle mura e come sempre è stato - e sarà ancora - proprio fuor cotal ‘cinta’ per ‘dure’ ragioni interne all’esterno si pugna - oppure nascosti e ben celati - si cerca di conquistarne la gloria compromessa…

…Oggi, al contrario, si vuol confiscare dignità dell’altrui decoro barattato per politica e Stato degno d’esser rimato non men che apostrofato nella ‘nausea’ che suscita e dispensa… cotal pugna fuori dalla cinta e cementata fortezza… 




Proprio cotal ‘pugna’ - come dicevo - vien ancor adesso apostrofata qual nuova Terra Promessa e/o conquistata così come un Tempo con sermoni da chi preferisce ben diverse prediche o rime circa lo strano amplesso coniugato con la Natura del Creato, la Parabola insegna anche questo ai giovani paladini d’ugual medesimo o diverso sesso circa il ruolo dovuto d’un casino confuso per ordine in-crociato…

Pugnare o marinare la scuola del retto apprendimento e darsi alla pugna d’un diverso intendimento affinché la Dottrina così ben distribuita e mai sia detta ‘materia’ in deficienza o carenza d’Intelletto possa affrescare la bottega d’un nuovo ‘maestro’ così ben vestito oppur recitato qual nobile politico in libera ‘pugna’ accompagnato truffare ciò che Stato divenuto privato…




…E tutti nessun escluso con l’olfatto ben sviluppato - medica ragion contro la depressa annunziata depressione - sentirne il profumo ammirarne lo stile, al contrario del povero ‘pazzo’ che così come un Tempo annunzia medesimo ugual letterato sermone censurato dalla libera pugna in piacevole diletto nauseando anche il  misero Boccaccio…

Un Tempo come narrato nel misfatto non ancor aggredito li guardo e la Storia ancor non appresa conferma la ‘Nausea’: solitaria ‘colonna’ su cui dispensata parola taciuta o abdicata a diversa digitalizzata pugna, la ‘colonna’ su cui posta una più elevata predica fuor dall’Impero distribuita in solitaria eremitica scelta contestare corrotta filosofia divenuta nuova dottrina…

…Poi inetta nauseante sociale politica…




…Alto nella ‘colonna’ il sermone intona oracolare eretica predica: "il Barabba di turno dopo la condanna ottiene il completo consenso non meno del pubblico Tacito assenso d’ogni console e senatore eletto fuor dalla cinta ben difesa e pugnata per altrui digitalizzata ‘volontaria o involontaria’ appartenenza al potere pre-costituito così servito per propria mano non meno della rosea orale diletta vorace lingua in difetto o assenza di Parabola per la dovuta manodopera detta"…

…Io proseguo con Saramonda mia fedele amica in libera Prosa abdicata o defecata visto cotal ‘nausea’ divenuta orrenda ansiosa paura…




…L’incaricato di turno nobile innominato paladino mi invita ad annunziare codesta nauseante novella seminata o se preferite concimata in altro luogo giacché all’interno non men che l’esterno d’ogni onesta bottega della mura d’ogni feudale comunale intento regna professione ragione onestà e decoro in libera pugna accompagnata ma anco affogata per propria mano per ciò che non più guerra ma santa benedetta crociata…

Talché diletti nobili e paladini riuniti a piedi o a cavallo transitati, oppur, a passo di somaro, o ancor meglio, da un giullare accompagnati e deliziati non men che dilettati, la Nausea ci coglie non più rimata solo rimandata ad un futuro esiliato, o, se preferite meglio, apostrofata per ciò che suscita non più comprensione e cristiano intendimento nel perdonare colui che non comprende neppur ciò che dice giacché in libera pugna connesso, e contraccambiata per ciò che comporrà la Nausea così ben distribuita Ragione d’un più elevato Intelletto sconnesso…  




La parola Assurdità nasce ora sotto la mia penna; poco fa, al giardino, non l’avevo trovata, ma nemmeno la cercavo, non ne avevo bisogno: pensavo senza parole, sulle cose, con le cose. L’assurdità non era un’idea nella mia testa, né un soffio di voce, ma quel lungo serpente morto che avevo al piedi, quel serpente di legno. Serpente o radice o artiglio d’avvoltoio, poco importa. E senza nulla formulare nettamente capivo che avevo trovato la chiave dell’Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa.

Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale. Assurdità: ancora una parola; mi dibatto contro le parole; laggiù nel giardino, la vedevo, la cosa. Ma qui vorrei fissare il carattere assoluto di quest’assurdità. Un gesto, un avvenimento nel piccolo mondo colorito degli uomini non è mai assurdo che relativamente: in rapporto alle circostanze che l’accompagnano.




I discorsi d’un pazzo, per esempio, sono assurdi in rapporto alla situazione in cui si trova, ma non in rapporto al suo delirio. Ma io, poco fa, ho fatto l’esperienza dell’assoluto: l’assoluto o l’assurdo. Quella radice: non v’era nulla in rapporto a cui essa non fosse assurda. Oh! Come potrò spiegare questo con parole? Assurda: in rapporto ai sassi, ai cespugli d’erba gialla, al fango secco, all’albero, al cielo, alle panche verdi. Assurda, irriducibile; niente - nemmeno un delirio profondo e segreto della natura poteva spiegarla.

Naturalmente, io non sapevo tutto, non avevo visto il germe svilupparsi e l’albero crescere. Ma davanti a quella grossa zampa rugosa, né l’ignoranza né il sapere avevano importanza: il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione d’un segmento attorno ad una delle sue estremità.

Ma pure il cerchio non esiste.




Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascinava, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza. Avevo un bel ripetermi: ‘È una radice’ - non attaccava più.

Capivo bene che non si poteva passare dalla sua funzione di radice, di pompa aspirante, a questo, a questa pelle dura e compatta di foca, a quell’aspetto oleoso, calloso, caparbio. La funzione non spiegava niente: permetteva di comprendere all’ingrosso che cosa era una radice, ma per nulla affatto la radice stessa. Questa radice qui, col suo colore, la sua forma, il suo movimento congelato, era. al di sotto di qualsiasi spiegazione. Ciascuna delle sue qualità le sfuggiva un poco, traboccava fuori di essa, si solidificava a metà, diventava quasi una cosa; ciascuna di esse era dì troppo nella radice, e il ceppo tutt’intero mi dava ora l’impressione di rotolare un po’ fuori di se stesso, di negarsi, di perdersi in uno strano eccesso.

Ho raschiato il mio tallone contro quell’artiglio nero: avrei voluto scorticarlo un po’. Per niente, per sfida, per far apparire su quel cuoio conciato il rosa assurdo d’un’abrasione: per giuocare con l’assurdità del mondo. Ma quando ho ritirato il piede ho visto che la corteccia era rimasta nera.

…Nera?

Ho sentito la parola sgonfiarsi, svuotarsi del suo senso con una rapidità straordinaria.

Nera?

















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