IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 16 settembre 2012

CACCIA e PESCA




























(Con dedica all'astuto ....cacciatore.... pesce spada saporito.....lungo

 questo cammino. E' sempre prosa dedicata al mio amico ....aguzzino..)






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Dietro i grossi baffi spioventi e gli zigomi sporgenti di
Vanzetti, si nascondeva una fisionomia dai lineamenti
buoni e sensibili.
Era un uomo di temperamento riflessivo, ben noto nel-
la colonia italiana di North Plymouth. Non era sposato.
Abitava a pensione dai Fortini, in Cherry Lane. Faceva
il pescivendolo ambulante. Andava in giro, ogni giorno
spingendo il suo carretto con la bilancia dai piatti di ot-
tone, che risuonavano ad ogni sobbalzo, a vendere ...
merluzzo, passera o pesce spada alle famiglie di italiani
o portoghesi nella zona di Cherry Lane, Cherry Court e
Standish Avenue.
Aveva anche una clientela fissa, per la quale il pesce già
avvolto in giornali, sui quali segnava il nome e il prezzo.
Gl'italiani, a North Plymouth, lavoravano in gran parte al-
la corderia locale. Vi aveva lavorato anche Vanzetti per
diciotto mesi, tra il 1914 e il 1915; ma si era licenziato,
perché lo avevano trasferito, assegnandogli mansioni all'-
interno dello stabilimento.
Preferiva lavorare all'aperto, sui moli di Plymouth.
Durante uno sciopero per motivi salariali, scoppiato nel gennaio del 1916, aveva fatto
parte della commissione di mutuo soccorso tra scioperanti. Gli operai prendevano allora
otto dollari la settimana, e le operaie sei; ne chiedevano rispettivamente dodici e otto, ma
finirono con l'accordarsi su un aumento generale d'un dollaro.


In seguito, Vanzetti non lavorò più per la corderia, e nemmeno tentò di farsi riassumere.
Nella primavera del 1919, pur
di guadagnarsi da vivere in
modo indipendente, senza pa-
droni né capisquadra, aveva
comprato il carretto, la bilan-
cia e i coltelli di un amico che
rientrava in Italia.
Dai Fortini, egli scendeva a
pianterreno ogni mattina in
pantofole, prendeva le sue
grosse scarpe, poste sulla
lastra di zinco sotto il forno
a carbone, se le infilava, e
faceva colazione.
Col suo carretto a mano si recava in seguito al molo, oppure alla stazione
ferroviaria, e tornava con la sua partita di pesce. Per pulirla, aveva a dispo-
sizione la cantina dei Fortini.
Se scarseggiava il pesce, andava a raccogliere molluschi sul lido, nel tratto
aperto tra il molo e la corderia.
L'aria di mare gli piaceva.
Tutti, compresi i poliziotti yankees, conoscevano 'barba bert', il pesciven-
dolo, nelle viuzze che egli percorreva abitualmente.

I bambini gli volevano bene.
A mezzogiorno, era sempre il benvenuto al
desco familiare dei suoi connazionali, nel
quartiere. Nelle loro cucine, seduto con i
gomiti sulla tovaglia di cotone a quadri, be-
veva caffè (mai desiderava altro oltre quel-
la sua tazza preferita). Mentre gli altri but-
tavano giù bicchieri e bicchieri di alcol fat-
to in casa.
Gli piaceva parlare e leggere.
Era riuscito a leggere Darwin, Marx, Spen-
cer, Hugo, Tolstoj e Zola, perseguendo, di-
sordinatamente ma con tenacia, lo scopo di rimediare alla mancanza di un'istruzione.

Naturalmente, aveva letto i testi dei patriarchi
anarchici, Kropotkin, Proudhon, Malatesta, es-
sendosi presto convinto che soltanto l'anarchia
potesse spezzare le catene che tengono l'uomo
prigioniero.
Ma i suoi libri preferiti erano la Divina Comme-
dia e la vita di Gesù di Renan. Nei rapporti col
prossimo, non poneva l'intransigenza e il fanati-
smo propri di altri anarchici. Una volta, aveva
anche seguito un corso serale, tenuto a Plymouth
da un pastore protestante di idee democratiche.
Sacco, invece, non avrebbe messo piede in chie-
sa, a nessun costo.
Come l'amico, apparteneva al gruppo anarchico
del New England, che faceva capo a Galleani:
un gruppo mediocramente organizzato, del resto.
Aveva una coscienza di classe accesamente in-
transigente; ma, in tema di vita privata, la sua mentalità puzzava di piccolo-
borghese lontano un miglio.

A differenza di Vanzetti, era estremamente sensibile
alle gioie della famiglia, dell'intimità domestica.
Abitava, con la moglie Rosina e con il figlio di sette
anni, Dante, in una specie di villino di cinque locali;
glielo affittava Mechael Kelley, proprietario del cal-
zaturificio Three-K, in cui era impiegato.
La moglie, che aspettava un altri figlio, era una tipi-
ca italiana del Nord, dai capelli biondo-castani; co-
me gran parte delle sue connazionali, lasciava che
di politica si interessasero gli uomini. Era rimasta cat-
tolica praticante.
Sacco era operaio specializzato; lavorando a cotti-
mo, arrivava spesso a guadagnare fra i 60 e i 70 $
settimanali. Era piccolo di statura, muscoloso.
Non leggeva quasi nulla, all'infuori del giornale e del
monotono materiale di propaganda anarchico. Prefe-
riva dedicare il tempo libero a curare il suo orto: nel-
la buona stagione si alzava molto presto per coltivarlo, prima di andare in fabbrica; e terminata
la giornata, tornava a occuparsi dei suoi ortaggi fino a buio.
Qualche volta, diede a Mecheal Kelley fagioli, granoturco, pomodori, da distribuire a
famiglie bisognose del quartiere. Kelley lo stimava.
Durante i mesi freddi, gli dava modo di fare qualche piccolo straordinario, affidandogli
il compito di badare alla caldaia del riscaldamento, allo stabilimento.
Sacco come Vanzetti, era giunto negli Stati Uniti nel 1908......

(Francis Russell, La tragedia di Sacco e Vanzetti)




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giovedì 13 settembre 2012

A QUELL'ESSERE NASCOSTO NEL FOLTO DEL BOSCO....UOMO NON ERA PER QUESTO GLI DEDICO QUESTA..... (4)



































(Con sette foto di Pietro Autier (?), che quell'essere non ritraggono...,

  a lui ....che pesce non era ed è....ma forse lo sarà, in questa terra

auguro una vita più evoluta...più sana ...e dall'acqua può sempre

cantar la sua canzone strana, che poesia o rima non è ed era, per ciò

tutti ci auguriamo che da cacciator non sia proprio lui quello braccato,

perché da uno stagno si posò proprio sopra un albero e noi tutti .....

lo guardiamo nel suo movimento strano...... Ora non mi si chieda di 

che specie è o era la sua natura. Ora non mi si domandi come mai è 

lì immobile proprio in mezzo a quei rami. Io di certo mai l'ho creato,

in questo suo movimento strano, forse è solo un'opera di un altro

...Dio. Io sto parlando e seppellendo una cosa della mia natura...

mentre morivo nella sua strana ...tortura. 

A te dedico queste parole di poesia, aguzzino lungo una via......)




































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Mentre morivo (1/2) &

Vardaman (3) &

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Mentre morivo (5/6) 












Era quasi mezzanotte e si era messo a piovere quando ci ha svegliato.
Era stata una serata che non prometteva niente di buono, con quella
tempesta in arrivo; una di quelle serate quando uno si aspetta di tutto
prima di esser riuscito a governare le bestie e sia rientrato in casa,
mangiata la cena e a letto con la pioggia che comincia, e quando è ar-
rivata la pariglia di Peabody tutta coperta di schiuma, coi finimenti
spezzati a strascicare e il giogo giù in mezzo alle zampe della bestia
di destra, Cora dice:
- E' Addie Bundren. Se n'è andata, alla fine.
- Peabody potrebbe esser passato da una dozzina di case qui intorno,
dico io.
- E poi, come fai a dire che è quella di Peabody?
- Be', è quella no?
dice lei.
- Vai a attaccare.
- Per far che?
dico io.
- Se davvero se n'è andata, fino a domani mattina non si può fare nien-
te. E sta per scatenarsi.




























- E' mio dovere,
dice lei.
- Attacca le bestie.
Ma io non volevo.
- Ragionaci: se avevano bisogno di noi ci mandavano a chiamare. Non
sai neanche se ancora se n'è andata.
....Tenevo la lampada alta, con la pioggia che scintillava di traverso e
Cora lì dietro nell'entrata che diceva:
- Chi è Vernon?
ma lì per lì non riuscivo a vedere proprio nessuno finché ho guardato
in giù dietro la porta, abbassando la lampada.
Pareva un cucciolo affogato con quella tuta, senza nulla in testa, inzac-
cherato fino alle ginocchia avendo camminato per quelle quattro miglia
nel fango.
- Be', che mi venga un accidente,
dico io.
- Chi è, Vernon?
dice Cora.
Lui mi guardava, gli occhi rotondi e neri nel mezzo come quando si
getta una luce in faccia a un gufo.






















- Sa quel pesce?
dice.
- Entra dentro,
dico io.
- Che cos'è? La mamma.....
- Vernon,
dice Cora.
Se ne stava lì fermo, dietro la porta, nel buio. La pioggia sferzava la
lampada, sfrigolandoci sopra che io ho paura da un momento all'al-
tro scoppi.
- Lei c'era,
dice guardandomi.
- L'ha visto.
Poi Cora viene alla porta.
- Togliti subito dalla pioggia,
dice, tirandolo, con lui che mi fissa. Pareva proprio un cucciolo affo-
gato.
- Te l'avevo detto,
dice Cora.
- Te l'avevo detto che stava succedendo. Vai a attaccare.
- Ma mica ha detto....,
dico io.
Lui mi guardava, sgocciolando sul pavimento.
- Qui rovina tutto il tappeto,
dice Cora.




























- Vai a tirar fuori le bestie mentre io lo porto in cucina.
Ma lui restava indietro, fissandomi con quegli occhi.
- Lei c'era. L'ha visto, lì per terra. Cash ce la inchioderà dentro, e
il pesce era lì per terra. L'ha visto. Ha visto la traccia nella polvere.
E' cominciato a piovere solo dopo che stavo venendo qui.
Sicché si riesce a tornare in tempo.
Che mi venga un accidente se non m'ha fatto venire i brividi, anche
se ancora non sapevo. Ma Cora sì.
- Spicciati, vai a tirar fuori quelle bestie,
dice.
- Non capisce più nulla dal dolore e la preoccupazione.....
.....A un certo punto, verso l'alba, la pioggia cessa.
Ma non è ancora giorno quando Cash pianta l'ultimo chiodo e si rad-
drizza, rigido, a guardare la bara finita, con gli altri che lo guardano.
Alla luce della lanterna il suo viso è calmo, pensoso; lentamente si
strofina le mani sulle cosce coperte dall'impermeabile con un gesto
calmo, composto e definitivo.
Poi tutti e quattro - Cash, Pa', Vernon e Peabody - sollevano la ba-
ra, se la mettono sulle spalle e si avvicinano verso la casa.
E' leggera, eppure si muovono con lentezza; vuota, eppure la traspor-
tano con attenzione; senza vita, eppure si muovono con caute parole
sottovoce, parlando come se, completata, sonnecchiasse adesso qua-
si viva, in attesa di svegliarsi.
Sul pavimento scuro i loro piedi pesticciano goffi, come se da tempo
non camminassero su un pavimento.






















La posano davanti al letto.
Peabody dice piano:
- Facciamoci uno spuntino. E' quasi l'alba. Dov'è Cash.
E' tornato al suo cavalletto, di nuovo chino nella luce bassa della
lanterna e raccattare i suoi arnesi, ad asciugarli preciso con un cen-
cio e a rimetterli nella cassetta con la sua cinghia di cuoio da passarsi
sulla spalla. Poi tira su cassetta, lanterna e impermeabile e torna verso
la casa, salendo gli scalini a formare una sagoma incerta contro l'orien-
te che impallidisce.
In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno.
E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei.
E quando sei svuotato per il sonno, non sei.
E quando sei riempito di sonno, non sei mai stato.
Io non so che cosa sono.
Io non so se sono e no.
Jewel sa che è, perché non sa di non sapere se è o no.
Lui non può svuotarsi per il sonno perché non è quello che è e è quel-
lo che non è.
Al di là del muro senza lampada sento la pioggia formare il carro che
è nostro, il carico che non è più di quelli che l'hanno abbattuto e sega-
to né ancora di quelli che l'hanno comprato e che non è neanche nostro,
anche se è là sul nostro carro, dato che soltanto il vento e la pioggia lo
formano soltanto per Jewel e me, che non siamo addormentati.
E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è.
Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addie Bundren
non sarà.
E Jewel è, così Addie Bundren deve essere. E allora io devo essere,
se no non potrei svuotarmi per il sonno in una stanza sconosciuta.
E allora se ancora non sono svuotato, io sono è.
Quante volte sono rimasto disteso, con la pioggia sopra un tetto sco-
nosciuto, a pensare a casa.

(W. Faulkner, Mentre morivo)














     

martedì 11 settembre 2012

VARDAMAN (3)

















Precedente capitolo:

Mentre morivo 

Prosegue in:

A quell'essere nascosto nel folto del bosco....












.....Quando l'hanno finita ce la metteranno dentro, lei,....
e poi per parecchio tempo non sono riuscito a dirlo.
Ho visto il buio rizzarsi e andarsene vorticando e ho detto:
- Ce la inchiodi dentro, Cash? Cash? Cash?
Io sono rimasto chiuso nel silo la porta nuova era troppo pesante
per me sicché non riuscivo a respirare perché il topo respirava l'-
aria.
Ho detto
- La chiudi coi chiodi, Cash? Coi chiodi? Coi chiodi?



















Pa' cammina avanti e indietro.
La sua ombra cammina avanti e indietro, sopra Cash che va su e
giù sulla sega, sull'asse che sanguina.
Dewey Dell ha detto che compreremo delle banane.
Il treno è dietro il vetro, rosso sulle rotaie. Quando va, le rotaie
luccicano ora sì ora no.
Pa' ha detto che farina zucchero e caffè costano tanto. Perché io
sono un ragazzo di campagna perché i ragazzi in paese. Biciclette.
Ma perché farina zucchero e caffè costano tanto quando lui è un
ragazzo di campagna.
























- Piuttosto, non ti piacerebbero le banane?
Le banane son bell'e sparite, mangiate. Sparite.
Quando va sulle rotaie luccica ancora.
- Ma perché io non sono un ragazzo di paese, Pa'?
ho detto.
E' Dio che m'ha fatto. Io mica ho detto a Dio di farmi in campa-
gna.
Se lui può fare il treno, perché non può farli tutti in paese visto
che farina zucchero e caffè.
- Piuttosto, non ti piacerebbero delle banane?


























Cammina avanti e indietro.
La sua ombra cammina avanti e indietro.
Non era lei. Io c'ero, e guardavo. Ho visto. Credevo che
fosse lei, ma non era lo era. Non era la mia mamma.
Lei se n'è andata via quando quell'altra si è messa nel suo
letto e ha tirato la trapunta. Lei se n'è andata via....
- E' andata fino in paese?
- E' andata più in là che in paese....
























E tutti quei conigli e quegli opossum sono andati più in là che
in paese?
Dio ha fatto i conigli e gli opossum. Ha fatto i treni. Perché
deve fare un posto differente dove loro devono andare se lei
è come il coniglio.
Pa' cammina avanti e indietro. Anche l'ombra.
La sega fa un rumore che sembra addormentata.
E allora se Cash chiude la cassa coi chiodi, lei non è un coniglio.
E allora se non è un coniglio io non riuscivo a respirare nel silo
e Cash la chiude coi chiodi. E allora se lei glielo lascia fare non
è lei.....
Lo so. C'ero....
L'ho visto quando non era lei. L'ho visto....
Loro credono di sì e Cash la chiude coi chiodi.


























Non era lei perché lui era proprio lì per terra.
E ora è tutto a pezzi. E' lì in cucina nella padella sanguinante,
che aspetta d'esser cucinato e mangiato.
....Prima lui non era e lei era, e ora lui è e lei non era.....
E domani sarà cucinato e mangiato e lei sarà quello lì e Pa'
e Cash e Dewey Dell e non ci sarà nulla nella cassa e allora
lei può respirare.....
Era proprio lì per terra.
Posso andare a prendere Vernon.
Lui c'era e l'ha visto, e fra tutti e due sarà e poi non sarà.....
(W. Faulkner, Mentre morivo; Foto di Esther Bubley)














domenica 9 settembre 2012

PARIGI SOTTERRANEA

































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Parigi sorge su un sistema di grotte dove rimbombano il fragore del métro
e delle ferrovie e ogni omnibus, ogni autocarro produce un'eco prolungata.
Questo grande sistema tecnico di strade si interseca con le antiche volte,
le cave calcaree, le grotte e le catacombe che fin dal primo Medioevo so-
no cresciute attraverso i secoli.
Ancora oggi, per pochi franchi si possono comprare i biglietti d'ingresso
per visitare questa Parigi tenebrosa, molto meno cara e pericolosa di quel-
la superficiale.






























Il Medioevo l'aveva vista altrimenti.
Sappiamo da alcune fonti che spesso furbi individui si dichiaravano dispo-
sti, dietro forti compensi e promesse da parte dei concittadini, a scende-
re lì sotto per mostrare il diavolo nella sua maestà infernale.
Un'iniziazione finanziaria molto meno rischiosa per i truffati che per l'im-
broglione in questione.
Una falsa apparizione del diavolo non era, infatti, considerata dalla Chie-
sa come un'offesa a Dio?


























Questa città sotterranea offriva anche in altre forme vantaggi tangibili
a chi la conosceva bene.
Le sue strade, ad  esempio, tagliavano il grande muro doganale con
cui i 'fermiers généraux' si assicuravano il diritto alle imposte sulle im-
portazioni.
Nel XVI e nel XVII secolo, il traffico di contrabbando aveva luogo
per lo più sottoterra.
Sappiamo anche che nei periodi di agitazione pubblica cominciava-
no immediatamente a circolare dicerie inquietanti sulle catacombe,
per non parlare poi degli spiriti profetici e delle indovine ufficialmen-
te competenti in materia.






























Il giorno successivo alla fuga di Luigi XVI, il governo rivoluzionario dif-
fuse manifesti con i quali si disponeva la perquisizione minuziosa delle
gallerie.
E qualche anno più tardi si sparse improvvisamente la voce che alcuni
quartieri della città erano vicini al crollo.....
(W. Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo; le foto sono di Eugène
Atget)
















giovedì 6 settembre 2012

BIANCO & NERO (nella città del jazz)





































Ricordo perfettamente quando me l'infilai, quelle spesse lenti, quella
mattina di una domenica di novembre, tiepida, luminosa e perfetta-
mente adatta allo scopo, durante la quale camminai dalla stazione
sotto l'arcata uniforme dei platani, ancora non sfoltiti, se non lieve-
mente: si sarebbe riusciti a riconoscere, da soli, quale era stata la
sostanza del posto, se non si fosse avuta l'oppurtunità di aggirarlo
da dietro, cioè dal passato, e, più o meno, di capire?
Gli elementi funzionanti del passato - essenzialmente la piccola vec-
chia Battaglia di Concord, e Emerson e Hawthorne e Thoreau, e
il resto di quella storica animazione, il resto di quella compagnia
'trascendentale', immaginata in mutamento, fin nelle sue più lonta-
ne e labili ramificazioni - si sarebbero soffermati abbastanza, que-
gli elementi e quelle preziose entità, per una retrosensibilità, pur
sagace, non avesse portato con sé qualche segno che consentisse
anche a loro di riconoscerla; timide e oscure presenze spettrali,
quali, dal canto loro, esse dovevano, nel migliore dei casi, essere
divenute?
Oziose, peraltro, simili domande, nel momento in cui, in virtù del-
la splendida giornata, ogni cosa, a suo modo e a suo tempo, uscì
'allo scoperto' in modo esplicito: ogni corda risuonò come se, per
tutto l'oro del mondo, la città sconnessa del New England fosse
una lira accarezzata dalla mano di Apollo.
Apollo era lo spirito dell'antica pietà, e si guardava all'intorno, si
fermava, ricordava, muovendosi al suono della sua musica; e c'e-
rano scorci e ricordi che, naturalmente, lo trattenevano molto più
a lungo di altri.....





















Passò due giorni a raccogliere lo sporco e la polvere degli autobus
locali prima di esser buttato giù, dalla sporcizia delle ringhiere, il
viscidume umido dei gabinetti, la patina grigia dei telefoni, la mer-
da calpestata nei vicoli, dove s'accucciava dove altri s'erano ac-
cucciati, fondi di tè, macchie di birra dai tavoli, sudore di pianisti,
saliva dei tromboni, l'odore lasciato dalla gente sugli asciugamani,
l'aria della stazione ferroviaria che si appiccicava addosso, il sogno
della ruota che gli passava su una mano, le gambe che cominciava-
no a tremare dalla stanchezza di tanto camminare quando si sdraia-
va. Raccoglieva tutti i rumori e se ne riempiva come fosse succulen-
to veleno che gli entrava nell'orecchio come la lingua di una donna,
che si addensava e gli bloccava l'orecchio fino a che non ce n'entra-
va proprio più.
Un re grasso e gonfio.
Il falco con gli artigli serrati al salmone che avido si tuffa per l'ultima
volta. Le unghie piene di nicotina dalle cicche che aveva raccattato
accese, i calzoni gonfi di sudore rappreso, il naso che soffia via in
un giornale tutto lo sporco accumulato in un giorno.
Dai marciapiedi sprofondare nella musica della città di ...........
































La città del jazz è un luogo dove vive la gente.
Alcuni ne escono, molti altri vi entrano.
C'è chi si affretta all'entrata, chi invece si accosta con cautela a
una certa riluttanza.
Altri ancora dicono di averne paura ed esitano a esporsi a un
luogo che li fa sentire strani, questo strano luogo, dove i cittadi-
ni più illustri sono così belli, raffinati, così cool. Questi tipi temo-
no di sentirsi dei campagnoli sbarcati in città, o i turisti che girano
Chinatown in torpedone. Temono di essere giudicati ingenui o
conformisti.
L'esperienza accumulata nei viaggi da e per la città mi ha convin-
to che i suoi abitanti sono gente in gamba.
Ci sono quelli che lavorano per la città, cioè i musicisti; quelli che
lavorano sulla città (i critici); quelli che se la godono e basta (e
io sto con questi).
Tutti e tre i gruppi di cittadini sono presi da ciò che amano che
da ciò che non amano. Tutti dicono di conoscersi. Già la prima
volta che s'incontrano, si abbracciano con calore, come vecchi
compagni di università.....
(James, La scena americana; M. Ondaatje, Buddy Bolden's
Blues; D. Ellington, La musica è la mia signora)




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martedì 4 settembre 2012

QUALE SARA' LA VIA MIGLIORE?














 Precedenti capitoli:

Lupi di montagna (1) &

Lupi di montagna (2)














Sedevo sul colmo d'un alto cono di blocchi di neve e di tronchi di roccia,
solo in questo angoscioso calderone di solitudine (qual sarà la via migliore?).
La corda dal mio corpo s'andava perdendo giù nella neve. Ora soltanto la
febbre nervosa mi scosse, afferrai la corda, seguendone il corso, scostai
qualche po' di di neve ed ecco sporgente un viso cadaverico, verdastro e
sanguinante.
Del sangue scorreva da una grossa enfiatura sopra l'occhio, sangue gor-
gogliante dalla bocca. Poiché due nodi scorsoi s'erano attorcigliati intorno
al collo, cavai di tasca il coltello e li tagliai, invece di scioglierli. Poi gli ta-
gliai via anche il sacco da montagna, come se questo potesse riportarlo
in vita.
Quindi lo scossi, lo chiamai con parole balbettanti: il mio compagno si sve-
gliò e prese subito ad imprecare contro quei cani maledetti di guide, che lo
volevano trascinare per forza in una osteria.
































Mi rivolsi a lui con preghiere, feci per sollevarlo, egli urlava tuttavia di do-
lore e ricadde, un occhio era chiuso, col pugno batteva verso di me.
La nostra posizione era ancora estremamente pericolosa: avevamo volato
sopra le due crepacci terminali, e perduto nel tragitto cappelli, piccozze e
occhiali da neve.
Sedevamo ora al sommo d'un cumulo immane di sassi e di valanghe.
Vittorio Sella lo fotografò due giorni dopo.
Con furia inesauribile i sassi fischiavano intorno e sopra di noi.
Io sanguinavo da numerose ferite alle mani, specialmente le nocche di
mezzo delle dita erano sbucciate per intero, la parte carnosa era molto le-
sa; era evidente che i pugni avevano stretto spasmodicamente la piccozza
il più a lungo possibile.








































L'osso nasale era spezzato, alle reni avevo un punto doloroso, il mio piede
destro era gravamente danneggiato al malleolo. Di minuto in minuto riusci-
vo a reggermi con sempre maggiore difficoltà. Dovevamo ad ogni costo di-
scendere più presto che si poteva. Gli legai di nuovo attorno la corda taglia-
ta e scivolando un po' ciampiconi per la valanga, lo trascinai vigorosamente
con me.
Egli gridava e con le mani si aggrappava ai blocchi di neve, tuttavia lo rimor-
chiai fuori sul ghiaccio pianeggiante fino all'ultimo grande blocco di pietra.
Qui lo assestai più comodo che potevo. Le mie forze non erano sufficienti
a trainarlo; tirai sopra la sua la mia grossa giacca di loden, gli tagliai le mani
in calze di lana asciutta, e gli misi il mio sacco da montagna sotto i piedi.

































Erano circa le diciotto di sera.
Uno strano vagabondo scendeva balzelloni e zoppettando per il nevaio di
Tiefenmatten: senza cappello, giacca, panciotto, senza occhiali, piccozza e
sacco mi sforzavo di scendere più presto che potevo da questo deserto di
ghiaccio d'una bellezza spietata. 
M'avvicinai parecchio alla Dent d'Hérens, poiché ancor prima di cadere,
avevo veduto meno crepacci da quella parte.
....Erano già le venti e la valle e gli aiuti erano ancora lontani.
Io agii in senso pienamente adeguato allo scopo e tuttavia come in una neb-
bia dello spirito, press'a poco poco come reagisce il tuo fegato secondo le
sue funzioni o il viticcio della vite selvatica.
Perciò giù senza tregua per la lunga lingua gelata del ghiacciaio dello Zmutt!




























Presto il piede ferito si rifiutò d'andare o meglio di zoppicare. Poi mi toccò
strisciare carponi come un bruco. Ero così intontito e sfinito, che spesso non
evitavo affatto le pozze d'acqua, ma mi cacciavo semplicemente in mezzo.
Fra le colline moreniche a destra perdetti naturalmente la strada, che a giorno
chiaro è già difficile trovare e per qualche ora andai gattoni su e giù; invece
che alle mani doloranti e scorticate mi appoggiavo ai gomiti. Una volta caddi
all'indietro in uno stato d'incoscienza, forse svenuto. Ma di nuovo mi afferrò
un'oscura necessità e mi trascinai innanzi verso est.
Giunto finalmente verso mezzanotte sopra un crinale molto alto di detriti, non
riuscii più a proseguire per la stanchezza. L'uomo abbandonato senza aiuto
si gettò supino, restò con la faccia pesta e insanguinata, fissando Deneb las-
sù allo zenith, la stella dolce e verdina, e la notte mite, piena di bellezza.

O Cervino, crudele e magnifico, tu sei percorso dall'oro fluido della luna,
tutto all'intorno irradia pallida luce, per me solo tu getti ombra e mi togli
la vista e la via!
Eppure, o monte crudele, che ci hai vinti, o natura matrigna, o Divinità
arcigna, io vi amo in tutta la vostra bellezza che nega favori, nella vostra
granitica indifferenza.
Io, indistruttibile, sono simile a voi.
Una volta nel Gethsemani disse Uno che sudava sangue:

Non sia fatta la mia volontà, ma la tua... 

Alla fine del delirio di dolore e estasi quando trovai conforto in un rifugio,
la spedizione di soccorso da me sollecitata, trovò Lorria, nel delirio si era
quasi svestito e rotolato nella neve, tuttavia la sua natura riuscì a superare
il bivacco di quattordici ore e l'agitazione dei nervi.
.....Rimase soltanto storpiato del piede sinistro.........
(E. G. Lammer, Fontana di giovinezza)














lunedì 3 settembre 2012

INSEGNE PER VAGABONDI











































Questa giornata è proprio l'ideale per mettersi in viaggio.
Erano circa le tre del pomeriggio. Mi tirai dietro la porta sfasciata e la chiusi
alla meglio che potevo. Poi puntai verso ovest e camminai per un po', attra-
versando i binari e oltrepassando un magazzino di carbone.
Cara vecchia Pampa, sono arrivato qui nel 1926.
Mi sono spezzato la schiena per te, ma non ho cavato un ragno dal buco.
Da allora sei cresciuta, ti sei estesa oltre i campi.
All'inizio eri solo quattro case, un paese di allevatori e contadini, poi col
boom del petrolio ti sei ingigantita e nel giro di undici anni hai concluso la
tua parabola morendo.






















Un camion della birra di tre o quattro tonnellate frenò e l'autista gridò:
- Per Dio volevo ben dire che fossi tu, Woody! Dove te ne vai di bello?
Ad Amarilla? Devi dipingere delle insegne?
Il camion si rimise in moto con un salto mentre l'uomo sputava fuori dal
finestrino.
- Vado in California. Ho deciso di farla finita con quest'accidenti di polve-
re!
- E' una bella scarpinata, mi pare.
- Basta seguire la strada fino in fondo! E non ho intenzione di voltarmi
indietro!
- Caspita! E non dai neanche un'ultima occhiata alla vecchia Pampa?




















Guardai fuori dal finestrino e la vidi sparire in lontananza.
In quella parte della città c'erano solo baracche stanche dall'aria disabi-
tata. Lì non c'era più posto per molti di noi. Le trivelle segnavano su tre
lati i confini della città, e c'erano le raffinerie che all'inizio mandavano un
buon odore e che invece ora puzzavano: quelle raffinerie nere come il
carbone che sputavano fumo e veleno lungo l'orizzonte peggio di dieci
vulcani, e la polvere nera e fine si posava sull'erba e sul grano tenero che
spuntava appena, accarezzato dal vento di marzo.





















Ovunque camioncini e automobili come mandrie di bestiame. Ma il cielo
era limpido e luminoso, e mi pareva di lasciare il posto più bello e più
brutto del mondo.
- Ho sentito dire che gli abitanti sono diminuiti di qualcosa come 16.000
unità,
dissi.
- Già sembra proprio che la polvere si stia portando via anche le persone!
disse il camionista.
Poi a scossoni atraversammo un altro passaggio a livello e lo sentii aggiun-
gere:
- Ricordo quando un sacco di gente veniva soltanto per vedere il cinema.
Adesso è come se la città si ritirasse a poco a poco!
- Non mi dicono niente di bello quelle nuvole minacciose laggiù verso nord.
- E' un brutto periodo, questo, per quelli che vivono a nord. Certe volte
scoppia una tempesta all'improvviso. Hai dei soldi con te?
- No.
- E come pensi di sopravvivere?
- ....Con le insegne.






















- E com'è che non ti porti appresso la chitarra?
- Me la sono impegnata la settimana scorsa.
- Mi chiedo come farai a dipingere insegne in qualche maledetto paesino
del Nord, con la temperatura che oscilla intorno allo zero. Ecco:...
ti devo lasciare qui.
- Mi hai già risparmiato un bel pezzo di strada. Grazie tante......
Chiusi la portiera e mi tirai indietro, restando a guardare il camion che
deviava dalla strada principale; rimbalzando per una strada di campagna.
Il camionista non mi aveva salutato, né aggiunto altro.
Strano pensai. Che brutte nuvole. Ad ogni modo sono già a sette chilo-
metri dalla città e non è il caso di tornare indietro.




















Ma che diavolo ho nella tasca della camicia?
Che mi venga un accidente: un biglietto da un dollaro.
....Ecco perché non ha detto una parola.
C'erano due case, una da una parte e una dall'altra, e io rimasi per un
attimo in dubbio su quale delle due fosse quella del pastore.
Trovata la casa bussai per cinque minuti ma nessuno si svegliò; così qua-
si vergognandomi, me ne andai camminando in punta di piedi sul marcia-
piede accidentato, e girai l'angolo.
Arrivai in una strada di affari. I negozi si stiracchiavano completamente
svegli. Gironzolai pian piano, guardando nelle vetrine i vestiti belli caldi
ma troppo costosi, e i dolci ancora fragranti e profumati di zucchero,
ammonticchiati e pronti per le consegne.


























Un grosso poliziotto mi seguì per una cinquantina di metri tenendomi
d'occhio, controllando ogni movimento che facevo.
Mi voltai e lui sorrise.
Disse:
- Buongiorno.
Contraccambiai il saluto.
- Sta andando a lavorare?
- No, veramente sto cercando lavoro. Vorrei trovare qualcosa e fer-
marmi in città, dipingo insegne.
Guardò la strada oltre la mia testa, dove un automobilista mattiniero
non aveva rispettato uno stop e disse:
- Di questi tempi, da queste parti lavoro non se ne trova.
- Di solito sono abbstanza fortunato. So fare l'impiegato, il commes-
so, il cameriere, e anche dipingere cartelli.
























La sua voce risuonò chiara nell'aria rarefatta:
- Qui morirai di fame. O te la vedrai brutta.
- Brutta?
- Ho detto proprio brutta.
- Vuol dire che mi metterò nei guai?
Annuì. Sì, intendeva proprio guai.
- Che tipo di guai? Sono abbastanza bravo a tenermene alla larga.
- Sta' a sentire, ragazzo. In questa città per essere nei guai basta non
avere un lavoro. Capisci? E di lavoro non ce n'è. Perciò nei guai ci sei
già. ...Noi, cani rognosi come te non ne vogliamo in questa città....hai
capito ...figliolo....
(Woody Guthrie, Questa terra è la mia terra)




Prosegue in:


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domenica 2 settembre 2012

CONTRO LA LIBERTA' DELL' ARTE









































GERMANIA ANNI 20-30


Incriminazioni giudiziarie (1928)

Sul giornale 'Monde', diretto da Barbusse, del 9 giugno 1928 si può leggere:

"George Grosz aveva disegnato un certo numero di maschere per la rappre-
sentazione teatrale di 'Le avventure del buon soldato Schwik', tratto dal ro-
manzo cecoslovacco di Hasek e messo in scena questo inverno al Teatro
Piscator a Berlino. In seguito alla pubblicazione di questi disegni a opera
della Malik Verlag, la polizia ha sequestrato l'album sotto l'accusa di oltrag-
gio alla religione. Questo sequestro ha provocato le proteste della stampa.
La giustizia tedesca perseguita gli scrittori soprattutto per la loro condotta.
Disturbano ed inquinano l'animo del puro sangue tedesco".


























Gli attacchi contro George Grosz si rinnovano qualche mese più tardi, que-
sta volta le lamentele provengono da una rinomata birreria di Monaco, nel
dicembre 1928:

"George Grosz, il grande pittore rivoluzionario tedesco, e il suo editore ...
questa volta hanno superato ogni limite e sono stati condannati, lunedì scor-
so, dal tribunale di Charlottenburg, a due mesi di prigione e 2000 marchi d'-
ammenda ciascuno dalle forze speciali di reclutamento e prevenzione del ter-
ritorio nominate S.A.
MOTIVO: CALUNNIE E OLTRAGGIO NEI CONFRONTI DELLE ISTITUZIONI PUB-
BLICHE DELLA CHIESA, reato previsto dal paragrafo 166 del codice  penale.
























George Grosz era stato incriminato per aver pubblicato un album cont-
enente un certo numero di disegni che erano serviti per la messa in scena,
al Teatro Piscator, di 'Le avventure del buon soldato Schweik', dal romanzo
omonimo di Jaroslav Hasek".

Il 5 marzo 1932, 'Monde' annuncia le conseguenze della politica della can-
celleria:

"Il decreto-legge del presidente della repubblica del 10 agosto 1931 sotto-
pone la Germania a un regime di censura che limita notevolmente la libertà
dello scrittore. Una serie di misure prese in questi ultimi tempi dai prefetti
di polizia, numerose sentenze giudiziarie prendono di mira la letteratura, la
storia, la poesia ed il teatro. Mentre le pubblicazioni del Partito nazional-
socialista fanno impunemente bella mostra di sé nelle vetrine di tutte le li-
brerie, esaltando i valori del fiero popolo....tedesco.....".





























Nel 1930 fu la volta del film tratto dal romanzo di Remarque 'All'ovest
niente di nuovo'. Nel marzo 1930, i deputati nazisti presentarono in par-
lamento un progetto di legge, che non sarebbe poi stato votato, destinato
alla PROTEZIONE DELLA NAZIONE, che consisteva nella assoluta PROIBIZIONE
di tutto ciò che non fosse conforme allo ....'spirito TEDESCO E STABILIVA
LA NOZIONE GIURIDICA DI 'TRADIMENTO DELLA CULTURA'...passibile di
pesanti pene carcerarie'.
I giovani tedeschi non dovevano essere minati nella purezza della loro
salda radice di valori MORALI E CIVILI.......da 'pazzi' artisti che conta-
minano i nobili ideali ARIANI!!





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