IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 10 luglio 2020

RINCONETTO FEDELE SERVO DEL SUO PADRONE (7)




















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Giuliana Facciatonda (6/1)

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Giuliano l'altra faccia della medaglia (8)














Esiste un altro modo di offendere la Carità, cui nessun autore ha dedicato mai i suoi scritti, e di cui altrettanto pochi si preoccupano, e questo è la censura non di intere professioni, mestieri o condizioni, ma di intere nazioni; e così ci diffamiamo scambievolmente con epiteti obbrobriosi e, con logica priva di carità, osservando la tendenza di alcuni concludiamo che sia un’abitudine di tutti.

San Paolo che chiama bugiardi i Cretesi, lo fa solo indirettamente e citando il loro stesso Poeta. In un certo senso è un pensiero altrettanto sanguinario quanto quello di Nerone lo fu in un altro. Poiché con una parola sola noi feriamo mille, e con un colpo assassiniamo l’onore di una nazione (medesimo ‘onore’ vilipeso ed offeso nella patria, mi perdoni l’autore, di Giuliana Facciatonda, la qual dimora, per il breve appunto…, in ogni nazione accompagnata da Monopodio suo eterno protettore…).




È una manifestazione non meno assoluta di pazzia denigrare i Tempi (circa modi & tempi e le improprie evoluzioni, così come interviene l’autore del blog in Dialogo meditativo con l’Autore citato, oppure, in ugual medesima scena del ‘crimine’ Rinconetto che a comando del suo padrone inveisce e con intenzionale premeditato atto abdica il proprio timore all’intimidazione: batte ed assesta a comando il ‘colpo’ detto veicolato dal Timone al timore dell’intimidazione, ‘colpo’ non certo composto da Ragione ed Intelletto, ma come lo stile appreso alla scuola o bottega del suo padrone, il quale interviene sulla e contrario alla Ragion detta, attenta il prossimo incutendo timore…, Rinconetto qual fedele servo del proprio padrone…) inveendo contro di essi, di quanto lo sia il pensare che si possano richiamare gli uomini alla Ragione con uno scatto d’ira (Rinconetto è un sol scatto d’ira giacché specchio del suo padrone, odia per difettevole natura Ragione ed Intelletto accompagnare una Verità più prospera e matura comporre Dialogo… Strofa e Rima…)…

Democrito il quale credette di riportare alla bontà i tempi col riso (come il curatore pretende per i più diligenti ed intelligenti rispetto il povero Rincoletto), non mi sembra affetto d’ipocondria meno profonda di quella di Eraclito, il quale si doleva di essi.




Non mi melanconizza lo spettacolo della moltitudine negli umori che le sono propri (come Rincoletto ne dimostra uno dei tanti aspetti che intercorre fra pubblico e privato, ovvero quando in privato si vogliono nascondere i pubblici vizi privandoli delle semplici virtù abdicate ad altre moderne virtù in questa sede poche accette…), nei suoi eccessi di follia e di demenza, intendo dire, ben comprendendo che la saggezza non si profana dandola al mondo (per questo Rincoletto si affanna e batte ‘colpo’ a comando, diligente comando del suo padrone), e che è privilegio di pochi esser virtuosi (e al contrario, sembrerebbe diritto di tutti, essere dei sani retti imbecilli).

Coloro che si adoperano per abolire il vizio distruggono pure la virtù, poiché i contrari, pur distruggendosi a vicenda, rappresentano la Vita l’uno dell’altro: il Bene avversare il Male.




Così la virtù (una volta abolito il vizio) è un’idea; l’universalità del peccato, inoltre, non menoma la bontà; poiché quando il vizio dilaga fra i più, la virtù acquista in eccellenza in quanti la conservano ed, essendo andata persa in taluni, moltiplica la sua bontà in altri che ne rimangono immuni, e si mantiene intera nella generale inondazione (di cui il povero Rincoletto ne manifesta l’impeto ‘degli e negli’ impropri elementi e metodi adottati…).    

Posso perciò contemplare il vizio (e non solo di Madonna Giuliana, o di Monopodio e l’intera banda) senza suddetta satira, limitandomi ad una semplice ammonizione o ad un rimprovero esplicitativo; poiché le nature nobili e quelle capaci di bontà sono spinte al vizio delle invettive; laddove gli ammonimenti le portano non meno facilmente alla virtù; e dovremmo tutti essere gli oratori della bontà, per poter così proteggerla dalla forza del vizio, e per sostenere la causa della verità oltraggiata.




Nessun uomo può giustamente censurarne o condannarne un altro soprattutto quando cerca di apportare una verità, se questa nemica del vizio coltivato e ben protetto, allora oltre alla verità detta, nessun uomo conosce veramente non solo l’altro ma anche cosa sia il sentimento che accomuna e consolida uno Stato assente ed immune alla Verità detta…

Ed inoltre nessun uomo può giudicarne un altro, poiché nessun uomo conosce se stesso, chi abdica cotal sforzo di conoscenza in difetto con se medesimo e proteso all'insindacabile giudizio dell’altro, non pecca solo della dovuta necessaria intelligenza circa la conoscenza detta, ma altresì, anche con se medesimo oltre nei confronti del Principio che meglio la alimenta ed alberga, come l’Anima e lo Spirito che lo sostenta o almeno dovrebbe; rendendolo molto più simile alla bestia, anzi mi perdoni il Rincoletto e l’intera sua bottega, offenderemo decoro ragione e ugual medesima Intelligenza della bestia da cui deriva, per la quale il Rincoletto nel meccanico cartesiano gesto del colpo si avvicina alla sua più remora natura estinta…




Giacché la Natura di cui la bestia detta, a mio modesto umile parere, assai più matura ed evoluta, ed allora il povero Rincoletto così esperto nel nobile mestiere nell’arte a cui dedica ore di passione, come e dove al meglio lo dovremmo collocare qual invisibile servitore del potere?

In quale nazione?

In quale stato?

Ma abbiamo detto sin da principio circa l’armonia che deve o dovrebbe intercorrere, e come al meglio viene albergata la dotta parola compresa medesima considerazione dell’autore, giacché possiamo annoverare l’onnipresenza di Monopodio ed il suo fido Rincoletto nel quale il vizio può prevalere sulla Ragione, ed oltretutto con incomodo di difettevole Ragione in difesa della Ragione (di cui Rincoletto giustificato dell’atto o al meglio del colpo) osservare e negare se medesima; in difetto delle virtù dette bandite dalla Ragione stessa.




In cotal paradossale condizione con cui si vestono le sfarzose grammatiche parole compresa la Legge a difesa della Ragione del Rincoletto avversare il principio su cui poggia la stessa (Ragione e Legge) che al meglio lo protegge, adottiamo i principi di virtù umiltà e superiore Fede, anche quando quest’ultima diviene Eresia, condannata dalla Ragione di Stato… in difetto di Virtù Verità e Ragione…

Sicché, citando e continuando sul Sentiero dell’Autore, tutto è esclusivamente ciò che tutti condanniamo: egoismo.




Anche se in pubblica aspirazione la falsa Ragione (quella del Rincoletto per intenderci accompagnata dal suo padrone) protende alle virtù del contrario, offrendo in verità e per il vero, anzi concedendo, la più sottile cospirazione affine al potere, per ogni grado e ruolo ove il vizio, uno dei tanti suoi aspetti, mantiene la propria ed altrui Ragion d’essere condizione necessaria e sufficiente per al meglio prosperare e quindi sopravvivere…

…E far sopravvivere masse popoli e genti privi di scrupoli nutrite ed abbeverate dal lucroso vizio della corruzione…

Ciò non vuol essere una diffamazione ma solo una presa di Coscienza di cui priva la Ragione divenuta incoscienza, neppure un’ingiuria oppure una maldicenza con la quale Monopodio si distingue nell’affermare le dubbie proprie ed altrui ragioni, semmai un Dialogo così come nei remoti tempi persi e dismessi si conversava con l’autore, oppure, con il Filosofo depositario della saggezza persa, e non per questo lungo il cammino dissentire circa ugual medesima miseria condivisa…

Ma questo un altro capitolo, lo abdico al Rincoletto se già non lo abbia letto…

(Dialogo con T. Browne)










    


mercoledì 8 luglio 2020

DIFFERENZA FRA ERETICI E... (4)




















Precedenti capitoli di:

Due cani lungo la strada (3/1)

Prosegue con i...:

ciarlatani... (5)

& Giuliana 'Facciatonda' (6)














Alla morte di don Chisciotte ciò che ricordiamo di lui, oltre penna e pennello esposti alle vicissitudini del Tempo, evoluto se pur immobile, osservato nell’orbita da chi mirabilmente lo ha (ri)creato dipinto e ben ritratto, l’apparente ‘pazzia’  nella dolente nota biografica accomunare l’Eresia alla Verità negata allo stesso, lento scorrere ai capricci del vento così come ogni Elemento ed ogni Straniero scagliarsi al mulino della inesorabile sua ed altrui evoluzione: minuti ore secoli numerati e transitati, ère immuni alla Verità così come la Ragione ed ogni Eretico rincorrere la propria Visione… immune al Tempo con solo negli occhi l’orrore del presente!

Fedele alla solitaria Dottrina negata derisa e perseguitata, combattuta fra Monopodio ed il triste Tempo numerato, e l’‘esule’ vittima d’ogni visibile invisibile reato da cui deriso e perseguitato; giacché chi afferra il senso nonché sottile ‘quadro’ della metafora qual dettaglio della dovuta congiunzione intuirà anche, che i favori del Secolo ogni Secolo conservato e dipinto maggiormente incline a Monopodio accompagnato da tutti i personaggi che lo omaggiano e proteggono, in Primo Piano o sullo sfondo comporre l’eterno panorama della Storia a voi narrata e felicemente vissuta…  

Dividere, per l’appunto, Infinito e Tempo…

Nella prospettiva con cui deriso descritto e ritratto…




La postura, si prenda dovuta nota nella differenza, che intercorre fra la postura detta e l’impostura, si compone nel mirabile ritratto che si conviene al gentiluomo virtuoso: lo sguardo è fermo, rivolto a noi, o meglio a voi, al vostro felice Tempo così mirabilmente transitato ciarlato vilipeso non meno che perseguitato, Rembrandt non distante negli anni dalle tristi vicissitudini del Cervantes, ci tramanda un mirabile dettaglio: il gentiluomo Six si sta sistemando il guanto con cui si predispone alla ‘vista’ dello spettatore, del resto chi lo osserva appartiene a ben vedere al Tempo transitato per ogni museo o Tomo ben rilegato.

Il Gentiluomo, invece, Infinito nel dettaglio della celata prospettiva raffigurare mirabile metafora la qual unisce Arte Poesia e Filosofia, Pittogramma di una velata eretica Dottrina nella postura per l’appunto, in cui il guanto degna maschera (ai nostri odierni intendimenti anche ‘mascherina) d’una più ordinata odierna impostura… di cui il Tempo transitato ne ammira la solitaria sottigliezza immune da qualsivoglia patologica corrotta Natura…




Il gentiluomo nell’ipotesi comune della Storia sembra che si stia sistemando il guanto sinistro sulla mano, preparandosi, per così dire, ad assumere la sua figura pubblica.

Me il pittore si è preoccupato di evidenziare con grande cura il pollice infilato nel guanto aderente, al punto di delineare l’estremità superiore dell’unghia sotto la morbida pelle di camoscio. È quindi altrettanto plausibile immaginare che la mano nuda, la destra, sia invece per sfilare il guanto. Ciò non significa, ovviamente, che dobbiamo invertire la direzione del movimento di Six – da un uscire ad un entrare, dal commiato al benvenuto -, quanto piuttosto la volontà di Rembrandt quando intende cogliere il soggetto proprio sull’ambiguo limite fra la casa ed il mondo esterno, tra pubblico e privato, per indurci altresì a pensare oltre che osservare nel dettaglio le due mani, ornate e protette da guanti (o da ‘mascherina’), nella più reale o irreale relazione e connessione in cui e per cui ritratto il gentiluomo condiviso e diviso tra relazioni pubbliche e private: una per il mondo e una per gli amici (degli amici) e per se stesso…




Il dettaglio del guanto (oppure l’odierna mascherina) serve unitamente a preservare l’osservato nel pubblico Tempo transitato, che pur osservando se medesimo non riesce a cogliere il sottile dettaglio del guanto calzato oppure al contrario sfilato, così come l’intero abito con cui la mascherina conferisce ulteriore odierno dettaglio del degrado sia se calzata, oppure, per l’intrepido futuro che attende per ogni pubblica relazione…, sfilata, nel costante rischio d’un contagio con cui l’impostura peggio d’ogni virus inganna e falsa ogni prospettiva ed inganna la vista…

Divisa e condivisa fra pubblico e privato

Tra una casa e la scena d’un teatro…

Tra pubblico e privato non sufficiente un guanto, una mascherina, a preservarci dagli inganni accompagnati dai soprusi di Monopodio (e con lui chi al meglio lo nobilita e legalizza, fors’anche istituzionalizza), giacché da sangue ‘coronato’ e non ancor del tutto ‘guasto’ e ‘ulcerato’, dai remoti tempi in cui ogni falso sovrano o signore esige superiore pretesa nella ‘differenza’ posta e nell’apparenza vestita nonché adornata con ‘nobile’ ricchezza, quantunque sempre privata del dovuto Spirito da cui l’uomo; mai potrà nascere o evolvere Esemplare Novella nella ‘voce del sangue’ con cui scritta la Storia del nostro quanto altrui destino.




Tra pubblico e privato, per chi calza il guanto o cammina per la stessa ugual medesima strada scalzo, corre ed inciampa il Tempo preservato al tatto così come al contagioso respiro, d’una appestata realtà evoluta al panorama d’una Storia sempre corrotta…

Unita e divisa tra pubbliche e private risate di sdegno i Poeti di corte umiliarono Cervantes non reputandolo degno, il ritratto di se medesimo e di come il mondo cinto e calzato con ugual costume (e guanto) guasta l’intera Reale Compagnia non sopportandone l’altezzosa Rima ridotta al cortile d’una Osteria.

Il ‘quadro’ della Storia non meno della Rima al colore del pennello che l’accompagna ornata da Monopodio e chi al meglio, pur calzando guanto e mascherina, lo asserve e mantiene nel fasto della pubblica economia che nulla priva della ricchezza ottenuta pur il guanto e la maschera d’un penoso corrotto bilancio falsarne la Memoria, come Monopodio e l’eterna sua dottrina insegna…

Tra pubbliche calunnie il pastore incolpa il Lupo del danno mai arrecato alla pecunia del Monopodio di Stato, se pur il nobile paese assetato di gloria e colmo di arroganza e falsa dottrina divenuta morale di vita… umilmente ed umiliato calzo il guanto come la mascherina in ciò che divide Eretico e ciarlatano… astenendomi di inchinarmi, o ancor peggio, baciare le mani del Monopodio da cui ciò che Stato… e mai sarà…       

(il curatore del blog)




…Noi ci siamo riformati allontanandoci da loro, non contro di loro…; poiché facendo astrazione da quegli oltraggi e quello scambio di espressioni ingiuriose, che unicamente indicano la differenza fra le nostre tendenze e non nella nostra causa, esistono un unico nome e appellativo comune fra noi, un’unica fede e un necessario nucleo di principi comuni agli uni e agli altri; e perciò io non mi faccio scrupolo di conversare o vivere con loro, di entrare nelle loro chiese in difetto delle nostre, e di pregare insieme a loro, o per loro: non sono mai riuscito a percepire un qualche nesso logico con quei molti testi che vietano ai figli di Israele di contaminarsi con i templi dei pagani, essendo noi tutti cristiani, e non divisi da detestabili empietà, tali da poter profanare le nostre preghiere o il luogo in cui le diciamo; e nemmeno a comprendere perché mai una coscienza risoluta non possa adorare il suo Creatore ovunque, specialmente in luoghi dedicati al suo servizio; in cui, se le loro devozioni l’offendono, le mie possono piacergli, se le loro profanano il luogo, le mie possono santificarlo; l’acqua benedetta e il crocifisso (pericolosi per la gente comune) non ingannano il mio giudizio, ne fan menomamente torto alla mia devozione: io sono, lo confesso, naturalmente incline a quello che lo zelo fuorviato definisce superstizione; riconosco indubbiamente austera in genere la mia conversazione, pieno di severità il mio comportamento, non esente talvolta da qualche asperità; pure nella preghiera mi piace usare rispetto con le ginocchia, col cappello e con le mani…, insomma con tutte quelle manifestazioni esteriori e percepibili ai sensi…




…E quindi come vi furono molti riformatori, allo stesso modo molte riforme; tutti i paesi procedendo ciascuno col proprio metodo particolare, a seconda di come li dispone il loro interesse nazionale, insieme al loro temperamento e al clima; alcuni irosamente e con estremo rigore, altri con calma, attenendosi ad una via di mezzo, non con strappi violenti, ma separando senza sforzo la comunità, e lasciando un’onesta possibilità di riconciliazione; cosa questa che, sebbene desiderata dagli spiriti pacati disposti a concepirla effettuabile per opera della rivoluzione del tempo e della misericordia di Dio, pure a quel giudizio che vorrà considerare le attuali incompatibilità fra i due estremi, come questi dissentano nella condizione, nelle tendenze e nelle opinioni, potrà prospettarsi altrettanto probabile quanto lo è un’opinione fra i poli del Cielo…

…Ma per differenziarmi con maggior precisione, e portarmi in un cerchio più ristretto: non vi è alcuna Chiesa di cui ciascun punto tanto si armonizzi con la mia coscienza, i cui articoli, costituzioni ed usi sembrino così consoni alla ragione, e come formati per la mia speciale devozione, quanto questa dalla quale io traggo il mio credo, la Chiesa anglicana alla cui fede ho giurato obbedienza…




…Io non condanno tutte le cose del Concilio di Trento, e nemmeno approvo tutte quelle del Sinodo di Dort. In breve, là dove la Sacra Scrittura tace, la Chiesa è il mio testo; dove quella parla, questa è solo il mio commento; quando vi è l’unito silenzio di entrambe, non prendo da Roma o da Ginevra le leggi della mia religione, ma mi valgo piuttosto dei dettami della mia stessa religione.

È un ingiusta calunnia da parte dei nostri avversari, e un grossolano errore in noi, far risalire a Enrico ottavo la natività della nostra religione; poiché, sebbene sconfessasse il Papa, egli non rifiutò la fede di Roma, e non effettuò più di quanto i suoi stessi predecessori desiderarono e tentarono nei tempi passati, e per cui si ritenne si sarebbe adoperato lo Stato di Venezia ai nostri giorni.


Ed è ugualmente manifestazione poco caritatevole da parte nostra associarci a quelle volgarità plebee e a quegli obbrobriosi insulti contro il vescovo di Roma, cui come principe temporale dobbiamo un linguaggio castigato: confesso che c’è causa di risentimento fra noi; grazie alle sue sentenze io me ne sto scomunicato; Eretico è l’espressione migliore di cui dispone per me; tuttavia nessun orecchio può testimoniare che io lo abbia mai ricambiato chiamandolo anticristo, uomo del peccato, o meretrice di Babilonia. È metodo della carità sopportare senza reagire: quelle usuali satire e invettive del pulpito possono magari avere un buon effetto sul volgo, le cui orecchie sono più aperte alla retorica che alla logica; pure in nessun modo confermano la fede dei credenti più saggi, i quali sanno che una buona causa non ha bisogno di essere protetta per mezzo della passione, ma può sostenersi con una disputa contenuta.












mercoledì 1 luglio 2020

DUE CANI (lungo la strada)

















































Precedenti capitoli per chi...:

Transita in velocipede... 

Prosegue con il...:

Dialogo... (2)  &

Alla morte di don Chisciotte (con il capitolo... quasi completo) (3)













Alla morte di don Chisciotte…

…il paese cominciava a svegliarsi e non si sentiva né una voce, né un rumore di passi, né gli zoccoli dei cavalli sulla pietra, né il ravvicinato zampettare delle capre, come sfilacciato.

Niente!

Solo i galli…

…Rimase in vita… se può dirsi vita, solo qualche cane, li vedono li additano, li indicano, li odono parlare, solo qualche cane può ancor testimoniare la Novella della vita a voi narrata…:




Scipione mio, quante te ne potrei raccontare, di ciò che vidi in quella compagnia di comici e buffoni (di corte...) ed in altre due nelle quali entrai più tardi (sì Scipione, perché i poeti erano esclusi dal teatro regio dei Regnanti, un teatro dove questi buffoni sono soliti inscenare le secolari meschine rappresentazioni..., ed il popolo o la nutrita corte assistere ai loro spettacoli, volente o nolente applaude a vuote o colme mani, certo quando non sono occupati in ben altre faccende. Certo quando non sono occupati nel letame del loro misero reame...).

Poi sì…

A metà mattina si sentono le campane… per i futuri remoti passati e presenti abbruscati o ancor da abbruscare *




[ * Essendosi fatto un palco grande, & ben fabricato per l’effetto che si fece in la piazza maggiore di Valladolid, appresso la casa del Concistoro, & acconcia la stanza dove haveano da stare le persone Regali in la detta Casa, & altri Palchi, & stanze per li Conseglieri, Tribunali, Cavalieri, & altre persone di quella Corte, & Cancellaria della detta Terra, & di molti altri luochi del Regno, che qui concorsero, di maniera, che tutta la piazza, finestre, tetti, e strade stavano piene di gente per vedere l’atto. In quello mezzo uscirno di Palazzo innanzi le dieci hore la Serenissima Prencipessa, donna Giovanna Governatrice di questi Regni, & Don Carlo Prencipe di Spagna, accompagnati dall’Arcivescovo di S. Giacopo, il Contestabile d’Almirante di Castiglia, il Marchese d’Astorga, il Conte Miranda, il Marchese di Denica, il Mastro di Montesa, il Marchese Sarria, il Maggiordomo maggiore della Prencipessa, Don Garzia di Toledo, il Mastro di creanza del Prencipe, il Conte di Osorno, il Conte di Nieva, il Conte di Modica, il Conte di Saldagna, il Conte di Zibadeo, il Conte di Andrada, & molti altri Cavallieri, oltre quelli delle case di sue Altezze. Venivano innanzi a sue Altezze due balestrieri di mazza, & duoi d’arme con l’insegne reali, & il...




Conte di Bondia con lo stocco, & innanzi che sue Altezze arrivassero nella piazza stavano in suoi palchi, & stanze, l’Arcivescovo di Siviglia Inquisitor generale, & quelli del Consiglio della santa Inquisitione, & con esso il Vescovo di Ciuidad Roderigo, & il Conseglio Real, l’Inquisitori, & il Vescovo di Valentia, come ordinario, & con essi il Vescovo di Ories & tutti gli altri Consegli. Et poi che arrivorno sue Altezze, venne la processione delli prigioni penitenti, con il Clero, & Croce coperta di tela nera, & con la Bandiera del santo Officio, tutti ordinatamente per una confratella, ò valle, che si fece dalla Casa della Inquisitione fino al palco della piazza, perché li penitenti caminassero per mezzo con li famigliari della Inquisitione, & non l’impedissero la quantità delle genti ch’erano per le strade. Arrivati tutti al Palco, si assettarono, & subito predicò il Maestro fra Melchior Cano, il Vescovo che fu di Canaria, dell’Ordine di santo Domenico, & fece una predica molto dotta, prudente, & solenne, come in tal tempo, & luoco si ricercava. Finita la predica, l’Arcivescovo di Siviglia andò dove stavano sue Altezze, & li fece giurare sopra una Croce, & un Messale, sopra che posero sue reali mani in questo modo. 




Perché, per decreti Apostolici, & sacri Canoni è ordinato, che li Re giurino di favorire la santa fede Catholica, & religion Christiana, per tanto conforme a questo, vostre Altezze giurano per Dio, per santa Maria, per li santi Evangeli, & per il segno della Croce, dove han posto sue Reali mani, che daranno tutto il favor necessario al santo Offitio dell’Inquisitione, & a suoi ministri contra li heretici, & apostati, & contra tutti quelli che li favoriranno, & defenderanno, & contra qual si vogliano persone, che directe, o indirecte impediranno le cose di questo santo Officio, & che astrengeranno tutti suoi Suditi, & naturali, ad obedire, & osservare le constitutioni, & lettere Apostolice, date, & promulgate in difensione di nostra santa fè catholica contra li heretici, & contra quelli che li crederanno, recettaranno, favoriranno, & E difenderanno, sue Altezze risposero. Cosi giuramo; & l’Arcivescovo li disse, & per questo nostro Signore prosperi per molti anni le Real persone, & stati di vostre Altezze. Finito di giurare sue Altezze, uno delli Relatori, che li stavano disse alli circonstanti, se giuravano il medesimo quanto fosse il loro, & tutti risposero, che si: Et allhora cominciarono a leggere le sentenze delli detti condennati, che sono gli infrascritti. ]



Non raro, prima della morte del Don e di chi lo ha così ben creato: Cavaliere senza scudi e denaro grotta o solido immobile riparo che non sia un bosco una selva o un cortile per cani rifugiati, inciampati e precipitati nella fosca irrealtà specchio d’una più profonda verità negata e sepolta; assistere all’esercizio, o meglio che dico, all’artifizio del potere non meno quello della Legge… per nome e conto di  accreditati Dotti & Saccenti… innominati Ignoranti…:

Nel periodo di cui parliamo Valladolid era un paese importante che sarebbe giunto ad essere corte e capitale del Regno, contava numerosi conventi e chiese che all’epoca di cui narriamo era sempre indice di prosperità. Nella prosperosa Valladolid si calcola vi fossero circa quarantacinquemila abitanti e un migliaio di palazzi. I Cervantes giunsero a Valladolid seguendo colui che fungeva da capo della casa, ma le cose non andarono bene, la concorrenza del mestiere di chirurgo salassatore era molta, e il denaro di Maria de Cervantes, ottenuto nella maniera che si sa, non era sufficiente a soddisfare tutte le necessità.




Fu questo il cammino attraverso cui Rodrigo cadde nelle mani degli usurai di stato, costoro, uomini senza scrupoli, non esitarono a mandare il padre del romanziere in galera per non aver pagato debiti contratti con dubbi personaggi… Il chirurgo tentò di difendersi, ma a nulla valsero le attestazioni di indulgenza predisposte dai suoi avvocati per evitargli le sbarre e scongiurare il pignoramento…

Conosciamo la lista dei beni pignorati ed a leggerla suscita compassione: sono gli averi di una famiglia povera: in tutta la casa - dai numerosi sopralluoghi - non si trovano che un caminetto, vecchie sedie, e due panche…

Quando si consultano le cronache dell’epoca si ha l’impressione che i membri della società passassero la vita a farsi causa gli uni contro gli altri, a mandarsi in carcere, a sfuggire la giustizia ( se regnava giustizia…), a nascondersi dai suoi ufficiali, ad eludere la fame come la sfortuna, e a disputare miseria, onore e morte.

Per rendere il ‘quadro storico’ ancor più reale e degno della tavola che adorna suddetti commensali, aggiungiamo anche brevi fugaci ‘antipasti’ consumati prima e dopo i banchetti a danno dei ‘protestati  protestanti’, giacché rileviamo là ove regna sana democrazia non men del diritto ogni avversa protesta vien consumata e successivamente dovutamente ‘abbruscata’…:



 Il Dottor Agostino de Cazaglia, capellano, & prædicatore di Sua Maesta, habitatore di Valladolid, degradato, & abbrusciato in persona per Lutherano, mastro, & prædicatore della detta setta di Luthero, con confiscation de beni. Francesco de Vivero, prete suo fratello, habitator di Valladolid, degradato, & abbrusciato in persona per Lutherano, & mastro della detta setta, con confiscatione de beni. Donna Beatrice de Vivero, monaca, sorella delli sopradetti abrusciata in persona per lutherana, e maestra della detta Setta con confiscation de beni. Donna Leonora de Vivero, madre delli sopradetti morta, habitatrice che fu in Valladolid, condennata sua memoria, & fama abrusciata in statua per lutherana, con confiscation de beni, & comandossi, che fosse rovinata la sua casa, perche in essa si ragunavano alcune persone à predicare, & insegnare la detta Setta pestifera di Luthero, & che nel suolo di essa fosse posta una colonna, o marmo, à perpetua memoria, con lettere, che dichiarino, perche fu rovinata. Il mastro Alons Perez, prete, habitator di Palentia degradato, & abrusciato per lutherano con confiscation de beni. Il Baccillieri Antonio de Herezzuolo, habitator de Toro abbrusciato in persona per lutherano pertinace, con confiscation de beni. Christophoro di Ocampo, habitator di Zamora, abbrusciato in persona per lutherano, con confiscation de beni. Il licentiato Francesco di Errera, nativo di Pegnaranda, abbrusciato in persona per lutherano, con confiscation de beni. Gionan Garsia argentiero, habitator di Valladolid, abbrusciato in persona per lutherano, con confiscation de beni. Christophoro di Padiglia, habitator di Zamora, abbrusciato in persona per lutherano, dogmatizator, & come Heresiarcha della detta Setta, con confiscation de beni.  




Alla morte di cotal sogno per taluni… incubo per altri…

la casa si riempì d’un grande silenzio, che solo i sei agnelli rimasti nel recinto si azzardarono a rompere, e date le circostanze avevano dimenticato di riportarli dalle madri, e loro belavano, tristi e affamati guardati a vista dai fidi cani…:

Ogni mattina, come spuntava l’alba, trovavo seduto, al piede di un melograno, dei tanti che c’erano nell’orto, un giovanotto, studente all’apparenza, vestito di baietta, non tanto nera né tanto pelosa da non parere grigia e rasata.

…S’affannava a scrivere in un certo scartafaccio, e di tanto in tanto si percuoteva la fronte col palmo della mano e si mordeva le unghie, restando a guardar fisso il cielo; altre volte restava tanto immerso nei suoi pensieri, che non moveva né piede né mano e non batteva ciglio, tant’era il rapimento in cui cadeva.




Una volta m’accostai a lui senza che s’accorgesse di me; lo sentii borbottare tra i denti, e dopo un pezzo sbottò in un gran grido dicendo: ‘Vivaddio è l’ottava più bella che abbia fatto in tutta la mia vita!’. E scrivendo in tutta fretta nel suo scartafaccio, si mostrava soddisfatto…

Il che mi fece capire che quel disgraziato era un (vero) poeta.

Gli feci le mie solite moine per dimostrargli la mia mansuetudine; mi stesi a terra ai suoi piedi, ed egli, rassicurato, s’immerse di nuovo nei suoi pensieri, e tornò a grattarsi la testa, a cadere in estasi e a scrivere poi quel che aveva pensato.

Mentre era così occupato, entrò nell’orto un altro giovanotto, garbato e ben vestito, con certe carte in mano, nelle quali di tanto in tanto leggeva. Giunse dov’era il primo, e gli domandò:

‘Avete finito il primo atto e anche lo scatto....?’.




‘L’ho finito or ora’,

rispose il poeta,

‘nel modo migliore che immaginar si possa’.

‘E come?’,

…domandò il secondo.

‘Così’,

rispose il primo:


‘Entra Sua Santità il papa in abito pontificale, con dodici cardinali tutti vestiti di violetto, perché quando accadde il fatto che costituisce l’intreccio della mia commedia, era il tempo della mutatio capparum, nel quale i cardinali non vestono di rosso ma di violetto; e perciò bisogna a ogni modo rispettare la situazione, che questi miei cardinali entrino in scena con i mantelli paonazzi. E questo è un particolare della massima importanza per la mia commedia, e di certo qui gli altri avrebbero sbagliato, poiché ad ogni passo commettono mille errori ed improprietà. Ma io in questo non ho potuto sbagliare, perché mi son letto tutto il cerimoniale romano, solamente per imbroccarla a proposito di questi vestiti’.