IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 12 dicembre 2021

LA SIBILLA (6)

 





















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Quasi al completo [6/7]








Il Viaggio prosegue


con i pionieri  (8)








Ed hora proseguiamo l’impervio Sentiero, l’antica dismessa mulattiera con l’Anima in spalla qual peso dello Spirito avvelenato dal nuovo ingordo progresso, in nome e per conto del Diavolo spacciato per Santo; con la bisaccia colma dei frutti della Terra, fors’anche dell’intero Universo donde proveniamo; privati della materia di cui si ciba la vera, e dicono, sana bestia; con passo malfermo di chi per sempre perseguitato dal male antico nel conto della falsa dottrina divenuta ideale di vita; superiamo il ponte proibito, là ove le mura cingono l’assedio della falsa parabola protesa e immobile nel Tempo della Storia; ci sporgiamo dal ponte per ammirare ogni Anima rinata - impervia - seguire il corso dell’innominata e perseguitata Natura, impetuosa precipitare a valle - conferire la vita -; sino alla grotta, il riparo ove per secoli, meditata ispirata parola da Lei comandata; dona l’oblio della mitica forza forgiata dal Dio e sua figlia, Dèa cinta dell’Immacolata bellezza perseguitata; Natura divenuta oracolare sibillina incompresa Poesia; come nel ventre d’una antica Dèa l’oracolo rinasce all’Anima frammentata dalla crosta sino alla più alta vetta della Stratosfera!

 

Ove ogni Dèmone del cielo medita giusta vendetta!




Il Verso dello Sciamano, dell’Oracolo, del Profeta diviene parola scolpita in difesa dell’Innominato Dio, Immacolata Natura donde la sua parola derisa e perseguitata.

 

Proseguiamo l’eterno cammino là dove, nella misera hora del Tempo conservato e giammai mutato, corre il fuoco della sulfurea Apocalisse, color acciaio temprato, spacciata per ogni mercato, alla medesima grotta oro della miniera; forgiano il ferro dell’armatura esposta ad ogni araldo della protetta fortezza.

 

L’oro della perduta Anima cinge la corona del Dèmone civilizzato. La Bestia gli fa’ compagnia tiene in grembo i putti del domani allevati come maiali.   

 

Il Feudo urla come un Drago intravede il Dèmone della Natura!   




Una strada ben asfaltata - ovvero - l’equivalenza del nuovo progresso in uso all’insana economica dottrina avanza, di cui l’apparente leggenda, il mito, il rito, l’eresia, connesse e legate fra loro, ovvero un perduto mondo pagano perseguitato additato e spacciato per demoniaco, infero quanto e più del Diavolo, in compagnia di preti in odore d’eresia, comporre sulfureo elemento alchemico contrastare la materia.




Ci adeguiamo, quindi, alla geologia della Terra, giacché pur vero, che se abbiamo testimonianze di terremoti dal 1700, qual terrore manifesto dei vissani non meno dei norcini, presumiamo che tali eventi tellurici, anch’essi specificati e interpretati nel mito,  conferivano e stabilivano (per quanto ancora oggi in taluni luoghi si prova e rileva una determinata energia provenire dalla Terra) un legame connesso con i sulfurei Inferi (non un caso l’oracolo di Delfi, il più noto e celebrato in Grecia quale testimonianza di una determinata Filosofia rilevata, per l’appunto, dagli Oracoli, come testimonia Plutarco, quale luogo situato in un contesto geografico come culturale non certo casuale connesso nella costante divinazione della Terra interpretata dal sulfureo antico atto dell’intera età evolutiva tradotta nella mitologica filosofica dottrina, sino alla morte di Pan l’eroe anch’egli della Natura…), 




...verso il mondo sotterraneo e tellurico di una vasta tradizione di Dèi accompagnati da Dèmoni, quando in verità e per il vero, sappiamo il centro della Terra sino alla più elevata Stratosfera, evolvere la propria ed altrui frammentata connessa Natura; dalla quale ogni sconnesso quanto vano, odierno evento seminato e raccolto, simile al più volgare inutile veleno; avversare equiangolare moto dato dall’Universo intero, manifestare la propria presenza quanto l’antico disprezzo, l’ira d’ogni perseguitato avvelenato Elemento, Dio del Creato; dai moti delle stelle alle maree, dai fenomeni vulcanici, sino agli elevati imperi del cielo, sospesi nell’impercettibile invisibile atmosfera, uditi da una umile conchiglia, tutti indistintamente legati tra loro meditare giusta vendetta, così come intuirono e compresero gli  antichi alla spiagge d’un saggio mare hora irrimediabilmente naufragato.




Cosa che forse abbiamo dimenticato, solo con l’Ecologia si è (ri)scoperto come l’Universo, e sua figlia la Terra, donde nata e maturata la materia in contrasto con lo Spirito eterno, in perenne costante connessione e reciproca avversione, sino al costante, lento mutevole equilibrio dato dalla Evoluzione (disgiunta e coniugata dal ‘peccato originario’); quindi l’imprescindibile legame dalla più alta Stratosfera, sino alla basse e ancora poco note, correnti degli Oceani, legami che rendono un equilibrio da precario a stabile.

 

Da stabile a duraturo, dimostrando che la Natura e ogni suo dèmone tende alla perfezione, l’uomo all’opposto, alla distruzione.

 

Così dedurre, o meglio, tradurre in senso Storico quanto geologico, Santi per Dèmoni, e Dèmoni per Santi, ci pare la giusta progressione donde rilevare il nostro dismesso codice genetico. I roghi appartengono all’intolleranza umana protratta e numerata per Secoli, inerente e confacente all’impropria materia mal interpretata; al contrario, le ceneri di ogni magma, alla costante espressione della Natura rinata per ogni Anima perseguitata incarnare l’offeso Elemento.

 

La quale Anima la si rileva fra il ghiaccio e il fuoco, così come riconosciamo l’Universo.




 Certamente il dominarla come il comprenderla, pone l’Evoluzione dell’uomo - riflessa nella propria Storia - rispetto alla dedotta geologia, in un contesto asimmetrico, quando la simmetria nella specificità d’un sacro Universo, rimossa, nel variegato - composto - preciso immutato evoluto sistema rimembrato del perduto Sentiero, convergere immutabile verso la Cima d’ogni Dio padre dell’Immacolata Dèa Natura.

 

Per secoli e millenni lo abbiamo invocato!

 

Spesso in sua vece adorano il diavolo!

 

Pan di nuovo morto?




Con la sacra dottrina assommata ad altre scienze, compresa l’antropologia si è cercato, a e con Ragione, di interpretare quanto rimosso. Di dedurre quanto celebrato nell’apparente incoerenza del mito. Tutte queste scienze sacre connesse tra loro, daranno la risultante della Natura esplicitata nelle diverse sue Forme, a cui l’uomo appartiene sin dall’inizio dei Tempi, cioè all’ultimo Secondo dell’intero arco evolutivo.

 

Prima di lui, per milioni di anni la stessa Natura si è evoluta, ha parlato una lingua scomposta e frammentata, oracolare, ne più ne meno di un essere vivente affiorare dall’antica elevata sulfurea dimora, il quale crescendo migliora il suo essere ed appartenere all’Universo. Perfeziona la propria incompresa lingua dettata da una grammatica troppo antica per essere rimossa oppure dimenticata!

 

L’uomo è riuscito, in pochi sconnessi, incompiuti frammentati articolati dotti linguaggi, quanto Dio e sua figlia, la Natura, mai avrebbero osato o solo immaginato, l’impareggiabile linguaggio del Diavolo!    

 

Ma ora riprendiamo il nostro Sentiero. 

(Giuliano)




Ma quanto è antica questa negromantica fama?

 

Possiamo ritornare indietro nei secoli e aprire le pagine del poeta.

 

Fra i poeti, infatti, risponde per primo all’appello Fazio degli Uberti col suo Dittamondo, composto, a più riprese, tra il 1346 e il 1367. Fazio immagina una fantastica tournée intorno alle tre parti del mondo, compiuta per incitamento della Virtù e in compagnia dell’antico geografo Solino.

 

Descrive paesi e contrade, ricorda storie e personaggi in una sequenza di allegorizzazioni moraleggianti che raggelano il suo verso, descrittivo e sciolto, ma senza un intimo movimento lirico. Ebbene, Fazio, da buon toscano che punzecchia volentieri i  marchisani, come Boccaccio e il Sacchetti – perché i toscani  hanno sempre un po’ sul naso i marchigiani, fino a Michelangelo che si avvelenava il sangue contro Raffaello e più contro il suo conterraneo protettore Bramante – fa della Marca nientemeno che la patria di Giuda:

 

Entrai nella Marca, com’io conto,

Io vidi Scariotto, onde fu Giuda,

Secondo il dir d’alcun, di cui fu conto.  




Gli studiosi hanno voluto cercare veramente qualche paese delle Marche che suonasse come ‘Scariotto’, e il Crocioni pensa a Montecarotto, che al genitivo latino suona ‘Montiscarotti’.  

 

Fazio, più attento alle favole strane che alle vere bellezze del Piceno, subito dopo, in alcuni versi ascrivibili al 1360 circa, ricorda anche la fama negromantica del Lago di Pilato:

 

La fama qui non vo’ rimanga nuda

Del Monte di Pilato, ov’è un lago

Che si guarda la state a muda a muda,

Perché, quale s’intende in Simon Mago,

Per sacrar il suo libro là si monta,

Ond’è tempesta poi con grande smago,

Secondo che per quei di là si conta  

(libro III, cap.I)




 …Ma si sa, questi versi scialbi e incolori hanno più importanza di documento che di poesia, anche perché di poesia Fazio non se ne intendeva molto.

 

Ed eccoci a un altro poeta toscano, il Pulci, che può cantare le ricchezze negromantiche del lago per averlo visitato personalmente. Il suo sentimento verso le arti occulte qui oscilla fra il ‘bel gioco’ e l’appassionata curiosità, più volte peccaminosamente soddisfatta. Egli nel suo Morgante maggiore, discorrendo in generale sulla licealità e sul potere della magia e degli incantesimi, a un certo punto esclama:

 

Così vo discoprendo a poco a poco

Ch’io sono stato al Monte di Sibilla,

Che mi pareva alcun tempo un bel gioco;

ancor resta nel cor qualche scintilla

Di riveder le tanto incantate acque,

Dove già l’ascolan Cecco mi piacque.

 

E Moco e Scarbo e Marmores allora

E l’osso biforcato che si schiuse

Cercavo, come fa chi s’innamora;

Questo era il mio Parnaso e le mie Muse;

E dicone mia colpa e so che ancora

Convien che al gran Minos io me ne scuse,

E ricognosca il ver con gli altri erranti,

Piromanti, idromanti e geomanti 

(c. XXIV, stanze 112-13)




 E’ chiaro che il Pulci cercava i segreti della magia studiando l’Acerba di Cecco d’Ascoli, perché i nomi Moco, Scarbo e Marmores sono quelli misteriosi degli indovini, ricordati appunto dal poeta ascolano, insieme con ‘l’osso biforcato’, che è l’osso pettorale del gallo.

 

Il Pulci dovette avere una bella ‘cotta’ per la magia, se fece con essa ‘come fa chi s’innamora’. La sicurezza del linguaggio negromantico lo conferma, specie in quell’ultimo verso disteso a galoppo di focoso puledro:

 

Piromanti, idromanti e geomanti…

 

Tutta gente diabolica, protesa a prevedere futuro dal guizzo delle fiamme e dalle code delle meteore ignee e delle stelle, e con loro in grotte scure a rimeggiare e cercare: studiare il comportamento bizzarro delle acque o da segni cabalistici sul terreno protesi nel proprio primo e primordiale Sé… 

(G. Santarelli)




 Plutarco, vir Delphicus, è il più alto difensore della fede oracolare intesa come saggezza. Perciò afferma:

 

L’arte mantica che si volge al futuro deriva dal presente e dal passato. Nulla infatti sorge senza una ragione e la stessa prescienza non può uscire dall’ambito della ragione. In verità, dal momento che le cose presenti sono strette a quelle passate e le future alle presenti in un vincolo tale che serra compiutamente il principio delle cose con la loro fine, si può concludere che chiunque sappia stringere tale nodo e intrecciare tutte le cose nell’ambito della Natura, costui saprà dire, in anticipo, le cose che sono, le cose che saranno, le cose che furono.  E fece bene Omero a far precedere ‘le cose che sono…’. Perciò, anche se l’espressione suoni male, non esiterò ad affermare che il tripode non è altro che Ragione.




 Così, l’oracolo antico, nella sua forma più alta e duratura che fu la religione delfica, la quale rese vassalli gli oracoli di Aba, Tegira, Claro, Ismeno, Didime, Delo, fu saldamente ancorato al dettame della Ragione e, ora con la lotta, ora con l’alleanza, prevalse su gli oscuri riti misterici, sul furore dionisiaco, su i culti orfici, assorbendo tutte le forme oracolari nella sua luce apollinea.

 

Un appello supremo alla ragione : ecco l’oracolo.

 

Apollo fece sì che la Pizia conversasse con i consultanti nel modo che tengono le leggi con i cittadini, i re con i sudditi, i maestri con gli scolari: con l’intento, cioè, di farsi comprendere e di persuadere.

 

È il trionfo della ragione.

 

Tra breve, la bocca furibonda della Sibilla eraclitea, il profetismo dei cresmologi orfici, la tradizione delia, le spoglie di Crisa, trapassano a Delfi, al nuovo tripode della Pizia. Lì Apollo esercita i quattro uffici: musico, profeta, medico, arciere. Ora, tra il dio, cresciuto, così, di tutta la ricchezza dell’anima greca, e i supplicanti dell’oracolo occorreva un medium.




 Finché era rimasta profetessa la Terra, bastò che l’orante posasse il cuore sul suo seno e ne traesse il sogno (incubazione): ma d’ora innanzi Apollo parlerà umanamente per voce di una giovinetta: fu Dafne, ghermita per sempre, o Themis, figlia della Terra, che ammiriamo ancora dipinta sulla coppa di Vulci?

 

Sta, la bellissima giovinetta, alta sul tripode: nella mano destra ha il ramo di lauro e regge con la sinistra una pàtera che guarda, fissamente. Il velo non chiude che una piccola parte del capo: i piedi sono nudi e alti sulla Terra. La testa è china, come quella di Psiche, e sembra ascoltare, pacata, il palpito del petto appena sommosso del Nume. L’ignoto ceramista attico non avrebbe riconosciuto la Pizia furente di Lucano e del Crisostomo - capelli sparsi, contorsioni furenti, labbra schiumose - ; eppure, la pittura vascolare del V secolo si compiaceva di rappresentare oracoli e sibille oppresse da un tumultuoso delirio.



 

Dinanzi a quella figuretta serena e raccolta, dobbiamo concludere che Lucano, per la suggestione di Virgilio, confuse la Pizia con la Sibilla. Come ce la dipinge il pittore del vaso attico, così ce la descrive, sette secoli dopo, Plutarco. Il tripode che è ragione, secondo la convinzione di quel pio sacerdote delfico, non è seggio adatto per una profetessa furente. Dalla figurazione ancora mitica di Temi si trapassa alla Pizia plutarchea, attraverso testimonianze storiche recanti nomi, volti, episodi, descrizione del rito mantico, con tal segno di sincerità che noi oggi non degniamo di una risposta la tesi del Fontenelle.

 

La fanciulla di campagna, che divenne Pizia, allorché Plutarco esercitava il sacerdozio, è arrivata da poco per sostituire la Pizia morta dopo una consultazione, alla quale era stata sottoposta riluttante. Il modo stesso con cui Plutarco ne dà racconto prova che si tratta di un caso assolutamente eccezionale, il medesimo, forse, che tinse di orrore la consultazione di Appio, nella Farsaglia. Alla dochimanzia - narra Plutarco - la vittima era rimasta inerte, e nondimeno la Pizia era stata costretta a purificarsi alla fonte Castalia e ad aspirare il fumo del lauro. Rivestita del costume di Apollo Musagete, ella aveva bevuto l’acqua della sorgente Cassotis ed era salita sul tripode, con una foglia d’alloro in bocca e col ramo nella destra. Sin dalle prime risposte fu chiaro, all’asprezza della voce, che essa non aveva deposto il suo turbamento e rassomigliava a una nave con la chiglia rotta, in balìa d’uno spirito muto e maligno.




Alla fine, tutta squassata e con un grido strano e tremendo, cadde riversa, mentre si slanciava verso l’uscita. Atterriti, fuggirono non solo gli stranieri venuti a consultare l’oracolo, ma anche i sacerdoti e lo stesso profeta Nicandro...  Pochi giorni dopo la Pizia mori.

 

Non è nostro compito raccogliere qui altre testimonianze donde risulti che l’empito della profezia non è di natura dionisiaca. Al più, si potrebbe concedere che si trattasse di uno stato di estasi simile a un dolce assopimento, a un sogno, a un vaneggiamento .

 

Poi la voce oracolare tacque.




Non solo la Beozia, ma tutta la Grecia - risonante per secoli di molteplici voci divine: arte, poesia, pensiero, responsi di numi – ammutoliti per sempre. È un’epoca stanca. I Flavi stessi, dopo l’impresa di Gerusalemme, sono come presi da quel senso extra-temporale che ispira l’Oriente. Giuseppe Flavio e Filone versano, nella storiografia e nel platonismo, la nostalgia biblica e l’elegia lamentosa di Sion…

 

Plutarco, sacerdote delfico e console romano, tenta invano di nascondere sotto l’epopea delle Vite il presagio di morte che si stende su tutte le forme del mondo antico, ed attestando quella pace delfica e romana, così profonda da rassomigliare a una vigilia di morte, sembra rimpiangere i tempi di Maratona.

 

L’oracolo, che ai suoi grandi giorni era stato politico e morale, ora è poetico e decadente sino a farsi patetico. Ingrossa invece il flutto della malinconia a sommergere la voce oracolare delfica, fioca ai tempi di Plutarco e spenta sotto Giuliano.




 Dal primo secolo dell’era, mentre il carisma pentecostale avanza, l’oracolo delfico sente il disgusto delle domande volgari che salgono al tripode e avviliscono: sposarsi, navigare, mercanteggiare!

 

Plutarco è un fedele della religione platonica e il suo delfismo è, anzitutto, platonismo. I personaggi che salgono come un corteo sacerdotale, tra le immagini del Museo pitico, sino alla Lesche dei Cnidi, sono fratelli ideali di Fedone ed Eutifrone; tra loro non c’è posto per il cinico Planetiade. Non  freme, però, nel dialogo plutarcheo l’Eros del Simposio, sì bene un genio presso a morire; di tutta l’opera religiosa plutarchea, la morte di Pan batte la nota fondamentale, cupa come una marcia funebre.




Nella Descrittione di tutta l’Italia di Leandro Alberti, invece molti secoli dopo, pubblicata nel 1550, troviamo i seguenti passaggi:

 

Vedesi alla parte de quest’altissimo monte [Monte Vettore], che riguarda all’oriente, quel tanto famoso Lago del quale se dice che vi apparevano i demoni costretti dagli incantatori, et che qui vi parlano con essi. [...] Poscia alquanto più in su nell’Apennino nel territorio Nursino, evi il Lago [...]

 

Secondo Petrus Berchorius e il suo trecentesco Reductorium Morale, dal quale abbiamo già avuto modo di trarre citazioni, esseri demoniaci dimoravano già, in modo palese, le gelide acque del Lago:

 

Tra le montagne che si innalzano in prossimità di questa città [Norcia] si trova un lago, dagli antichi consacrato ai dèmoni, e da questi visibilmente abitato.

 

Il signore il cui oracolo si trova a Delfi non dichiara e non nasconde, ma accenna.

 

La natura tende a nascondersi. 


(Eraclito)


[Prosegue con il capitolo quasi al completo]








mercoledì 8 dicembre 2021

IMMACOLATA (2)

 










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Degli Eredi...


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Eredi dell'Immacolata  (3)


Prosegue con alcune...:












Simmetrie  (4)  &


11 DICEMBRE 2021   

 









Giornata Internazionale


della Montagna   (5)


& La Sibilla  (6)








Se rovesciamo la prospettiva appena accennata, e dalle 99 proposte (circa la tutela della Natura e non solo alpina come da precedente post) ne deduciamo e ricaviamo 66 riflesse in un proprio linguaggio metafisico, ci accorgiamo che la struttura muta senso e forma assumendo l’improprio aspetto nominato progresso (differente dall’atto evolutivo così come la Natura ammirata in perenne Crescita migliorare l’Opera); soprattutto se inserito in una più vasta equazione misurata come calcolata circa il nostro e altrui avvenire tradotto come evoluzione introdotta in un globale sistema evolutivo data dal fattore Tempo; sia questo interprete della Storia dedotta ad uso e consumo dall’uomo (circa l’‘immacolato’ credo, cioè ed ancor meglio, ad uso e consumo ‘umano’), come e simmetricamente, il più reale e concreto Tempo conferito dal fattore Fisico e Geologico (simmetrico all’Universo) da cui dedotta materia, all’ultimo Secondo dell’intero atto o Opera donde l'uomo (o umano).




Noterete anche voi che il 99 rovesciato diviene 66, assumendo una diversa rotazione nell’ambito di ugual Terra circa il frutto seminato raccolto e odiernamente coltivato tratto dall’Immacolata Natura.  

 

Dacché si possa dire la prospettiva muta forma e sostanza, ovvero il 66 prossimo alla duale bestialità della opposta trinità interpretata nel non lontano Medioevo del più noto 666, con cui si indicava apostrofava e deduceva il Diavolo.




Proseguendo  il nostro simmetrico cammino, sia storico che geologico non meno dell’evolutivo esposto alla geografia della mutata Terra attraversata come navigata, da quando piatta poi dedotta come rotonda, il 66 rappresenta una coordinata precisa, esposta al freddo e al gelo delle non lontane terre del Nord.

 

Seppure la distanza misurata rilevata da una filosofica metafisica concernente l’uomo, appare o sembra vasta, ciò che la Storia ne deduce in merito alle fiere genti accomunate dal presunto dotto sapere sembra appartenere ad un èvo antico più che ad un atto evolutivo inserito in un simmetrico e più vasto atto creativo confacente con la Natura.




Nel discusso merito circa la polarità raggiunta e conquistata, come interpretata e inserita nella metafora della simmetrica Storia evolutiva, in uso al Tempo dato e ugualmente evoluta - purtroppo - nel fattore socio-politico non del tutto raro, in cui il Polo conquistato e successivamente Legato, ha ragguagliato cinto e maturato, l’ambito trofeo sancito nella giostra dell’abominio, circa il simmetrico rovesciamento delle lontane 99 proposte (del 1975) alle 66, con l’aggiunta, in sede civica di un ulteriore 6, così da ottenere il già detto famigerato 666.

 

Con cui leggiamo e interpretiamo il vasto piano umano o panorama dato nonché osservato (in compagnia del Drago), inserito nel contesto o fattore socio-evolutivo trascorso e approdato al presente Tempo raccolto, nonché irrimediabilmente mutato, nel risultato celebrato (così come si èra soliti un èvo) dei fasti architettonici dati dai nuovi piani regolatori congiunti agli edilizi, disgiunti da ogni simmetrico fattore di ugual medesimo Tempo attraversato ma giammai conquistato.

 

Possiamo solo dire cementato, ovvero dall’età della pietra siamo trapassati all’età del cemento armato!




Facendo quindi il dovuto calcolo (di cotal trapasso e mai sia detto Passo), giacché per quanto si dica i concetti sommamente espressi e dedotti dal 1975 ad oggi, ovvero approdati all’odierno 2021, danno come risultante alchemica il magico numero di 46.

 

Ebbene rovesciamo simmetricamente tale risultante e otterremmo 64.

 

Il 1964 è la data del Sentiero maturato presso questa stessa Natura e da me più volte, immagino, percorso con ugual medesimo istinto accompagnato da ugual intento di sopravvivenza, giacché i Dèmoni della Terra difficili da rilevare, da chi, pur vedendo, cieco per sua limitata natura.




Ovvero circa 64 anni dopo la più nota Rivoluzione Industriale data dal progresso, differente dall’evoluzione con cui si contano i natali in cui la stessa precipitata per propria originaria colpa (certo che non fu’ solo per la mela del più noto peccato) in cui l’uomo inciampato come una bestia (seppure tradotto a volte o troppo spesso come un santo) nell’Apocalisse del celebrato Diavolo.   

 

Probabilmente il buon Dio deve avermi dato una missione del tutto speciale per conto dell’Immacolata sua Madre, o Cibele di simmetrica Filosofia, per esporla e cantarla, non solo in tono metafisico come dottrinale, alla violata purezza dedotta ed infranta dal numero della bestia (sporge da ogni edicola con la sua falsa grande Notizia). 




Per ogni Parabola si enumerano i canoni interpretativi, nonché economici-dottrinali, del più noto Ponzio detto il Pilato (il romano), congiunto in atto di servizievole sottomessa preghiera verso gli orizzonti del Tempio ammirato, così si apostrofa e coniuga la materia quando l’Immacolata e più antica dottrina viene violentata ogni dì, e non solo dal più glorioso e rimpianto 1975, dato dal calendario di Giuliano.

 

Qualcuno - a torto o ragione - sostiene che rispettando l’ortodosso, di ugual Tempo transitato contato e numerato, otteniamo (ugualmente) la costante - o variante -  sulfurea-gassosa di medesima opposta materia, mortificare ugual Immacolata Natura.

 

Sembra che non via sia (arbitraria) situazione di scelta come continuità logico interpretativa, né per la Fisica quanto per la precedente  immateriale metafisica dottrina da cui deriva, circa il principio dell’Anima transitata in nome e per conto dell’Immacolata violentata, seppur con sfarzosa energia celebrata (data dalla già dedotta formula in offerta 666), e quantunque dai magi illuminata come una cometa comprensiva del rincaro in bolletta per ogni grotta (ex Tempio greco) della Terra ivi transitata o meglio incamminata.




Per il bene dell’umanità intera si pensa all’antico rimedio di sottrarla al karma dell’esistenza, abdicando alla più nota Parabola la strage dei congiunti Innocenti, così da non ottemperare agli sgravi fiscali di ogni Profeta (incamminato dato dal rincaro) non assoggettato al difficile censimento dichiarato del preposto ufficio del Ministero.

 

L’oracolo, mia madre, parente della Madonna, avverte probabili fughe di gas date dagli inferi della Terra, dacché ogni responso della Sibilla potrebbe esser soggetto al precipizio dell’IVA. 

 

Per quanto si dica l’Immacolata non subirà rincari in bolletta, anzi profezie & miracoli saranno tradotti in nuovi sistemi audio-oracolari, così da poter salire e discendere luoghi sacri e hora albergati da animali (congiunti et uniti dal noto ricavato dato dalla formula in offerta del 666 et anco mai dichiarato solo tatuato al palmare della mano).




Gli animali e tutti i Dèmoni della Terra saranno sacrificati in appositi altari, si potranno propiziare riti sacrificali nonché umani, prima e dopo ogni pacifica Guerra per il bene della Terra; gli dèi dell’Olimpo saranno pregati così come gli agnelli ancora sgozzati!  

 

L’Immacolata farà la sua scomparsa, vera o artificiale che sia, la composta economica dottrina, l’ammira prega e raccomanda, soprattutto quando congiuntamente dal palchetto della Scala, sino all’ultimo piano edilizio, soli o di gruppo la si può violentare in nome del mito della deceduta Repubblica (Platone - ci dicono - prigioniero nella grotta, in sua vece il Tiranno mascherato da democratico).

 

(Il Ballo in Maschera potrà esser celebrato in Cima al Teschio si scorge il Diavolo!)




Immacolata seppur violentata per poi pregarla e rimpiangerla, ed aspirare all’obolo dell’offerta per risanarne ogni ferita o crepa, in nome della Donna, la quale in ogni luogo (giammai su questa progredita amata patria!) ove regna somma elevata vista, viene anch’essa violentata in ogni orto e campo per conto della meccanica evolutiva ereditata da Leonardo, il Genio pittore-poeta, da cui ogni propria ed impropria arma d’offesa come a difesa, per l’offesa subita alla giostra del mercato, preservarne la violentata immacolata natura vilipesa (in ogni luogo dove la donna impreca abdicata al saio della velata impura Natura, tradotta nell’ortodossa antica odierna dottrina, del più giusto Convento subappaltato al sultano talebano liberato & tradotto nella stessa medesima formula del 666 dato in offerta! Che l’edicola venga rimossa fino all’ultima pietra dell’ultimo Budda…).  



         

Certamente, la vista, il panorama, in taluni (o quasi tutti) luoghi alpini ammirati da ugual edicola, dati dalla presunta evoluzione umana (interpretati dalla logica filosofica edilizia) completamente disgiunti dalla Natura anch’essa violentata, offrono e coniugano meditata osservazione circa il fattore Tempo esposto ai rigidi criteri interpretavi dell’uomo.

 

Il contrasto sorge non più dalla Natura, la quale esprime il dissenso dell’inutile ingorda conquista, bensì dalla discontinuità data dall’opposta, vuota disgiunta paradossale continuità, senza luogo e forma di sostanza.

 

(Solo paradossale vuota forma priva di naturale sostanza da cui l’Immacolata violentata!)



   
 

Ovvero, è pur vero l’ottenimento del famigerato 666 della bestia esorcizzata, indicata segnalata apostrofata (così come l’èvo medio giammai passato), per ogni stalla chiesa edicola cappella e domicilio, posti in elevato o basso piano edilizio, esposto alla arroccata finestra, ma questo non certo un fattore (neppure il prefisso prefissato) dato dalla demoniaca natura così mal interpretata che hora ne descrive, svela e rileva, la vera celata sulfurea natura, assoggettata ai più duri rigori dell’inumana ingordigia del Drago (ogni riferimento alla più nota et odierna dottrina politica può dirsi del tutto casuale; ovvero, cime e luoghi di impervi passaggi  interpretati di simmetrica Conquista per la Cima di draghi locali o orientali, importati e/o esportati, come giostrati, possono dirsi appartenere non più alla dismessa leggenda, ma ad una frammentata realtà oracolare divenuta altrettanta verità politica parabolica; quindi, ognuno si adegui al canone della dottrina! E si astenga, per quanto possibile, da bestemmie o urla di stupore, congiunto e dedotto, alla vista del Dèmone della Terra cantare sua Madre l’Immacolata stuprata & violentata, quindi ignori siffatta pazzia: salga e discenda compostamente l’Olimpo e faccia l’abbonamento al papiro della pizia del bar del centro [prefisso 666], il relativo costo sarà rimborsato nel successivo karma della discesa).




 Ogni tanto come dicea il poeta, la luce si spegne e si smorza, come una stella, ed il vederla come l’annunziarla ad ogni stalla della nuova parabola dai magi dell’edicola promessa, ci par diletto circa l’Immacolata stuprata nonché pregata!  

 

Ogni tanto - sì è vero lo confesso - si scorge il Drago, emettere sulfureo sterco tradotto e coniato dall’arma della moneta esposta al massimo araldo della banca, correre e imprecare una strana lingua di fuoco, qual motto civico dipinto sull’uscio, o peggio, sui resti di una o più civiltà scomparse. Si ode come una fornace dell’eterna Impresa emettere l’armata imbracatura della fiera corazza, fin su alle più alte vette e cime dell’Immacolata!




Corre come impazzito, una bestia offesa esposta ai rigori della Natura.

 

Corre, impreca maledice e sputa fuoco, promette la difesa della tana edificata, della zolla di Terra strappata dal freddo della morta Natura appena predata.

 

Corre nel richiamo della bestia, si contorce esprimendo odio e rancore verso un Albero, lo morde e abbatte solo per far vedere quanto la forza si misura contro la Natura.

 

Corre la bestia, prega o impreca non v’è differenza!

 

Noi preghiamo l’Immacolata appena rinata e questo ci è di Universale conforto!

  

(Giuliano)


(Prosegue con gli eredi dell'Immacolata)








martedì 7 dicembre 2021

GLI EREDI DELLA SOLITUDINE

 























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Boschi 










& Meccanica & Meccanismo


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Immacolata (2)








….Dedicato a tutti coloro che hanno lasciato momentaneamente la presente vita - o il Sentiero - in attesa di riprendere assieme il cammino… 

 



Lo....  è la sede umana permanente più elevata del gruppo Ortles-Cevedale e una tra le più elevate del Tirolo del sud. Vi si arriva per il sentiero che risale la costa del monte in sponda sinistra del Plima, nell’alta Val Martello, al cospetto di uno sterminato rosario di monti, di valli e di lavine.

 

E’ un itinerario faticoso, ma ossigenante e didattico perché alla ginnastica, che costringe a fare, unisce la meraviglia del contrastato amore dell’uomo per la vita. Infatti, le zone selvagge si alternano a isole coltivate e a lande dove la natura ha preso il sopravvento dopo che l’uomo si è arreso.




L’inverno è giunto improvviso con un paio di grosse nevicate alle quali ha fatto seguito un gelo polare. Unico segnale è il sentiero tracciato affrettatamente dalla gente dei masi tanto che, a uscirvi, si affonda fino all’inguine.

 

Il senso della solitudine è infinito.

 

Si è presi dal timore di offendere il silenzio che è enorme, ossessionante come le cime, altissime, dei monti di contro al cielo.

 

Eppure sembra di udire una continua, lontana nota sonora di corno, che riecheggia in quell’anfiteatro di rocce e di boschi freddi e limpidi come il diamante.

 

Perché?




E’ forse l’humus della storia, mai scritta, degli uomini che hanno sfidato le desolate prode e che è rimasta incisa nel paesaggio provocando un dialogo tra la violenza e l’amore?

 

Ecco là, dove i sentieri si incrociano nella breve conca ai piedi delle rupi, l’uno proseguendo per lo Stallwies, l’altro costeggiando il bosco di Sebel verso Greithof, il ricovero per le pecore.

 

La neve lo ha aggredito da ogni parte.




Suggerisce l’immagine di una sgangherata, lunga capanna di pietre improvvisata da ignoti fuggiaschi sul cammino dell’esodo. Bassa, molto bassa, poggiata al sasso affiorante, ha il tetto a una falda che scende in direzione della china del monte; ha larghe sporgenze di tronchi di legno posti uno sopra l’altro e, infine, larghe porte di assi rozzamente tagliate.

 

D’estate, le grigie fiumane di pecore scorrono sui prati dell’alpe andando da uno stazzo all’altro onde naturalmente fertilizzare i prati.




I luoghi, e i nomi imposti ai luoghi, danno la misura della discreta antropizzazione che non si arresta nelle alte radure dei masi, ma coinvolge la montagna fino al deserto del deserto nivale.

 

Si tratta di una storia umile perché i suoi protagonisti non sono le date e le guerre, né i potenti, né le città, ma povera gente disperata la cui economia era appesa alla bontà o meno del decorso del tempo.

 

Ieri, come oggi.

 

E’ sempre stato così.




E’ per questo che la storia silenziosa della colonizzazione della montagna ha il fascino misterioso del cosmo. A tuffarvisi dentro si vien presi da uno stimolo di esplorazione. Ma se si pone a fuoco il  cannocchiale, prende alla gola e dà le vertigini. Allora i giochi intellettuali e sociali in cui navighiamo assumono la dimensione dell’amaro giro di una danzatrice di ‘tabarin’ e appaiono autentici i sogni fioriti nella solitudine.

 

Essi sono la storia scritta nella natura.

 

E’ il senso dei nomi dei luoghi, dei racconti delle ‘luci’, cioè dell’interrotto rapporto tra morti e vivi, degli esseri benefici e malefici che popolano i boschi, dei fuochi che accendono in certe sere…

 

Vi si ritrovano la secolare vicenda dei masi, l’accanimento, epico, della lotta per la sopravvivenza e l’avvicendarsi delle generazioni ognuna delle quali ha ricevuto e trasmesso qualche cosa di suo. Seguendo, a ritroso, questa specie di filo Arianna, si scopriranno le credenze di popolazioni remote che si sono esaltate o ammorbidite con l’innesto del cristianesimo… 

(Aldo Gorfer, Gli eredi della solitudine)




L’arco alpino rappresenta un complesso di importanza vitale dal punto di vista naturale, storico, culturale e sociale. Punto di passaggio obbligato per le genti che dal nord volevano scendere al sud e viceversa, ha costituito per i popoli confinanti luogo d’incontro di interessi economici e culturali favorendo una vera e propria cultura alpina. L’ambiente alpino immobile per tanti secoli, ha subito in questi anni un deciso attacco da parte delle infrastrutture importate dall’uomo della pianura.

 

L’industrializzazione e la meccanizzazione hanno reso preoccupante l’equilibrio fra uomo e natura in ogni ambiente; ma sulle Alpi, più che altrove, il problema è assai drammatico. Infatti, ogni aggressione contro la natura, si ritorce immediatamente contro l’uomo, così come ogni modificazione delle condizioni di vita dell’uomo hanno un’immediata ripercussione sulla natura che lo circonda. Le Alpi che vengono giustamente considerate per l’Europa, l’ultima oasi di cui può usufruire l’uomo per ritemprarsi della vita stressante delle grandi città, devono essere difese con estrema decisione per evitare il loro completo degradamento.




La regione alpina ha un’alta densità di popolazione: 42 ab. per km2 nel 1971 contro i 33 del 1871; questo dato potrebbe far pensare a un aumento della popolazione nelle zone di montagna, quando invece sappiamo che avviene un continuo abbandono da parte dell’uomo. Si tratta in effetti di un aumento nelle zone di collina al di sotto dei 500 metri di altitudine, dovuto all’estendersi di centri abitati ed economici.

 

In montagna, infatti, fino a 1500 metri, si è registrato un costante calo della popolazione. Interessante è il numero delle persone impiegate nell’industria che è salito dal 35% nel '51 al 42% nel '71; nella zona altitudinale compresa fra i 1700 e i 2000 metri questo aumento è arrivato al 242% e quasi tutti lavorano nell’industria edile.




 Per gli impiegati del settore industriale si riscontrano due tendenze: a Bolzano si è verificato ulteriore aumento del 31%, mentre nella provincia di Vercelli vi è una diminuzione del 21%.

 

Infine, risulta chiaramente che il numero di coloro che lavoravano nell’agricoltura è diminuito fortemente ad eccezione della provincia di Bolzano. Al termine delle relazioni su questo delicato tema, abbiamo riproposto quanto rimosso dimenticato nonché abdicato al cemento armato,  circa la Carta delle regioni alpine da conservare e ancora Maggiormente da proteggere e tutelare.

 

Si tratta di una mappa dell’intero arco alpino sulla quale sono delineate le zone da proteggere e le cui proposte sono state studiate dai sei paesi interessati. Ne è risultato un progetto di proposta che, pur non volendo essere una sintesi della pianificazione del territorio alpino, è tuttavia la rappresentazione grafica di alcuni elementi fondamentali che possono servire per ulteriori studi e ricerche.




La costante tutela vede al lavoro sei gruppi di studio divisi nelle seguenti materie: parchi nazionali, riserve, aree protette; conservazione delle specie; attività agro-silvo-pastorali; sviluppo socio-economico delle popolazioni alpine; turismo; utilizzazione del territorio e delle sue risorse.

 

Una riunione ristretta di esperti ha poi lavorato giorno e notte per condensare i sei lavori presentati dai singoli gruppi e per redigere il documento finale a cui è stato dato il nome di piano d’azione.

 

Sono venute fuori 99 proposte, che non sono poche.

 

Citiamo alcune parti dei punti che ci paiono più significativi: una pianificazione coordinata delle Alpi, considerate come un insieme ecologico unitario, è essenziale per la loro conservazione.




Le Alpi devono essere considerate come una delle zone principali per la fruizione del tempo libero in Europa. Occorre stabilire e rispettare una corretta proporzione fra il numero dei turisti e quello degli abitanti autoctoni, così come è necessario evitare il gigantismo delle attrezzature turistiche.

 

Ogni tipo di sviluppo deve essere deciso con la partecipazione delle comunità locali.

 

La costruzione di residenze secondarie deve essere scoraggiata con misure fiscali adeguate;

 

l’impianto di nuove industrie dovrà seguire ad uno studio ecologico della regione.

 

Si dovranno favorire le attività artigianali che sfrutteranno le risorse locali.

 

Deve essere favorito il restauro delle costruzioni tipiche o di interi villaggi.

 

La gestione delle risorse naturali delle regioni alpine deve restare in mano alle popolazioni locali.

 

Si dovrà provvedere a migliorare la situazione finanziaria degli agricoltori di montagna.

 

È necessaria una rete stradale forestale, ma sarà vietata ai turisti e riservata ai residenti; e ne potranno invece godere le comunità rurali isolate.

 

I territori alpini di proprietà pubblica devono essere dichiarati inalienabili in modo da evitare ogni tipo di speculazione.

 

La raccolta di esemplari di flora, fauna, minerali e fossili, deve essere regolamentata.

 

Infine, riprendiamo per esteso il punto 99 che riunisce un po’ la politica da attuare secondo i suggerimenti del convegno:

 

Affinché i tentativi di pianificazione non vengano superati e resi inutili dal rapido progredire di un’urbanizzazione irrazionale, un regolamento di salvaguardia dovrebbe, per la durata di almeno due anni:

 

a) sottoporre a blocco temporaneo ogni nuovo insediamento, come edifici d’abitazione, installazioni idroelettriche e miniere ecc., nelle zone extraurbane, eccettuati quelli necessari alle tradizionali attività agro-silvo-pastorali;

 

b) promuovere al tempo stesso il restauro del patrimonio immobiliare sia all’interno, sia all’esterno dei centri urbani.