CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 10 maggio 2023

CHI SONO (or dunque io)?

 














Da precedenti capitoli 


con lo smemorato...


Prosegue... ancora... 








Chi Sono  


Or dunque io? 


E chi tutti loro!?


[1]  [2]  [3] [4]  [5] ) 








Prosegue con il Labirinto 


Metafisico [6]







MAFIA & POTERE, ovvero, delatori e inquisitori nel vasto terreno dell’omertà raccolta 

 

 

Dagli appunti d’un Eretico Viaggio perseguitato, ovvero, come si consolida e rinnova il PATTO, l’antico patto del potere nel degrado che differenzia celebrandolo il delatore e il suo Teatro artificialmente innestato al palcoscenico di cui vittima il perseguitato; ricaviamo un Mondo Perduto e altrettanto perseguitato.

 

Mai sia detto uno Stato degenerato che del delatore si serve e consolida nel proprio ed altrui degrado!

 

Che differenza corre e cammina, giacché la corsa figlia d’una diversa dottrina affine al popolo che correndo (esposto all’inciampo dato dalla più nota summa dell’ignoranza con cui la nota Compagnia si allena nell’Olimpica contesa…), adempie al proprio dovere assente ad ogni verità storica; e quest’ultima (verità) che invece camminando, procede apparentemente inconsapevole, immemore e priva di Memoria, nell’impropria calunnia di cui Secolar vittima?




Che differenza corre inciampa e cammina, procedendo verso l’‘onestà’ di una intera società, la quale smemorata del proprio Denaro al porto di Messina, e per ogni porto ove fonda tal mirabile ‘dottrina’, smemorata e ravvivata da Col-Legno, sino alla più elevata nonché cementificata riparata Cima, ove alta sventola la bandiera non men dell’elmo, nella differenza da cui l’omertà l’accumuna al ‘pil’ d’ugual medesimo Denaro… così conquistato?

 

Solo un campo, un orto (come Denaro confessa!)?

 

Troppo poco per accusarne uno e assolvere un intero popolo per ogni forma di Diritto o principio violato abdicato al delatore nel merito di cui lo Stato fonda la propria (smemorata) dottrina.




 Smemorata del proprio o altrui salvadanaio (detto Denaro), procedere fiera e sicura al ruolo sempre magistralmente (in quanto per ultima interviene la comprovata esperienza) interpretato per ogni Corte Fiera e più nobile Teatro; sino all’immancabile Prima alla Scala, ove l’intera replica inciampa e procede - seppur in difetto di Memoria - egregiamente ravvivata (o confusa)..., al servizio della servizievole delatrice spacciata per più nobile ed ultima verità accertata, nobile strumento di sana e più corretta (o corrotta) ‘pulizia’ della vigilata Coscienza al servizio dell’innominata Compagnia!…  

 

E quando ed ancora (cotal sgradita Compagnia asservita), ne diventa consapevolmente o non, un buon delatore della vilipesa Memoria, protesa a confonderne - o peggio - distorcerne il Fine con la quale la Verità derisa in medesimo Teatro, di cui l’intero popolo assolto nel merito giammai difetto, da cui la cultura consumata al ‘pil dell’ascolto o ridotta all’indice del dovuto gradimento.




Indice, abbiamo detto, in difetto anch’esso del giusto merito, dacché annoverato nel prodigio Lulliano evoluto nell’Immagine che assolve e dispensa il breve rito della Memoria sempre puntualmente edificata, riducendo la stessa mal-capitata ad una singola e più breve, dicono e/o ciarlano, ‘figura’, da cui, tanto il delatore non meno del referente, godono di maggior profitto e indubbio successo, intervallata da frammentati atti pubblicitari in merito al conteso Denaro, con cui asservire una più ampia e segreta fortuna destinata all’intera cortigianeria da palcoscenico.

 

L’analisi storica ridotta ad una breve sequenza scenica deve essere certa e approfondita, giacché il popolo scandalizzato rimanga entusiasta del traguardo raggiunto nonostante le repliche su medesimo indicizzato tema in riferimento al comune Denaro. 

 

Da ognuno risparmiato!




Così è bene porre giusto distinguo fra ciò che ‘corre’ (in merito allo stesso circa il giusto dovere…), e chi invece, ‘cammina’ fra l’omertà in difetto di Memoria, e il delatore con ottima acuta prospettiva, d’esser annoverato fedele servitore di uno Stato ben asservito, il quale Stato intero, in muta protratta associazione dissolve ed assolve il noto ‘delinquere’…. a furor di popolo, e con più ampio Indice di gradimento!

 

Che Ponzio ne prenda Nota!

 

Il suo ‘atto’ è per noi una Storia sgradita!

 

(Giuliano)






LE CALUNNIE O LE DENUNCIE (e da cui i buoni delatori dispensati nel prezioso servizio offerto e non solo allo stato…) 

 

 

Sin dalla nascita dell’Inquisizione (estesa e seminata, e in più ampia immagine sociale nonché culturale dedotta e successivamente raccolta, per il bene d’ognuno e non solo da Messina a Denaro [nota e più ricca città nordica del sud Italia]; data e conferita dalla stratificazione culturale di cui principio posto alla società nell’omertà di cui rileviamo il ricavato dell’ampio margine di profitto, quando così correttamente e doverosamente applicata, con tutte le varianti in merito, a danno del povero smemorato innocente e più nobile eretico…),

 

…delegata papale del medioevo, la procedura prevalente per ottenere le denunce fu quella di promuoverle durante il cosiddetto ‘tempo di grazia’, che prevedeva che il frate inquisitore, letto l’editto di fede che enumerava le eresie oggetto di repressione, leggesse anche un editto di grazia che obbligava tutti i fedeli a denunciare chi conoscessero come eretico, sotto pena della scomunica ipso facto…





Ma va sottolineato che quest’ultima cela quasi sempre la denuncia anonima o tenuta segreta (anche se firmata).

 

La denuncia era dunque un obbligo, ma il processo d’iniziativa vicinale-locale restava ‘aperto’ poiché garantiva all’accusato l’informazione sui propri accusatori, e al tempo stesso evitava a questi ultimi la taccia di delatori. Il ruolo dei parroci (non meno dei laici come leggeremo) nella denuncia d’ufficio è diversa e assai rilevante: essi potevano denunciare all’inquisitore i ‘peccatori pubblici’ della loro parrocchia qualora si fossero dimostrati ostinati (ossia se pur ammoniti, anche con precetto penale, non si fossero ravveduti)... 





CHI SONO? 

 

 

...E infine si aggiravano in quella folla le spie della prefettura di polizia, che in quel luogo reclutavano i loro mouchards o confidenti, oppure coglievano al volo informazioni preziosissime su ribalderie che si stavano complottando e di cui qualcuno parlava a qualcun altro sussurrando a voce troppo alta, pensando che nel rumore generale la sua voce andasse perduta.

 

Ma erano riconoscibili di primo acchito per l’aspetto esageratamente patibolare.

 

Nessun vero furfante assomiglia a un furfante.

 

Solo loro.




 Ora per la piazza passano persino i tramway, e non ci si sente più a casa propria, anche se, a saperli individuare, gli individui che ti possono servire si trovano ancora, appoggiati a un angolo, sulla soglia del Café Maître-Albert, o in una delle stradette adiacenti.

 

Ma insomma, Parigi non è più come una volta, da quando a ogni angolo spunta in lontananza quel temperamatite della Tour Eiffel. Basta, non sono un sentimentale, e ci sono altri luoghi dove posso sempre pescare quel che mi serve.

 

Ieri mattina mi servivano della carne e del formaggio, e place Maubert andava ancora bene.




Acquistato il formaggio, sono passato davanti al macellaio consueto e ho visto che era aperto.

 

‘Come mai aperto di martedì?’

 

…ho domandato entrando.

 

‘Ma oggi è mercoledì, capitano’,

 

…mi ha risposto quello ridendo.




Confuso mi sono scusato, ho detto che invecchiando si perde la memoria, lui ha detto che ero sempre un giovanotto e capita a tutti di aver la testa in aria quando ci si sveglia troppo presto, io ho scelto la carne, e ho pagato senza nemmeno accennare a uno sconto – che è l’unico modo di farsi rispettare dai mercanti.

 

Domandandomi che giorno allora fosse, sono risalito in casa. Ho pensato di togliermi baffi e barba, come faccio quando sono solo, e sono entrato in camera da letto. E solo allora mi ha colpito qualcosa che sembrava fuori posto: da un attaccapanni accanto al cassettone pendeva una veste, una tonaca indubbiamente pretesca.




 Avvicinandomi ho visto che sul ripiano del cassettone vi era una parrucca di colore castano, quasi biondastro. Stavo chiedendomi a quale guitto avessi dato ospitalità nei giorni precedenti quando ho realizzato che anch’io ero mascherato, poiché i baffi e la barba che portavo non erano miei.

 

Ero dunque qualcuno che si travestiva una volta da agiato gentiluomo e l’altra da ecclesiastico?

 

Ma come mai avevo cancellato ogni ricordo di questa mia seconda natura?

 

Oppure per qualche ragione (forse per sfuggire a un mandato di cattura) mi travestivo con baffi e barba ma al tempo stesso davo ospitalità in casa mia a qualcuno che si travestiva da abate?




E se questo finto abate (perché un abate vero non si sarebbe messo una parrucca) viveva con me, dove dormiva, visto che in casa c’era un solo letto?

 

Oppure non viveva da me, e da me si era rifugiato il giorno prima, per qualche ragione, liberandosi poi del suo travestimento per andare Dio sa dove a fare Dio sa cosa?

 

Avvertivo un vuoto nella testa, come se vedessi qualcosa di cui avrei dovuto ricordarmi ma di cui non mi ricordavo, voglio dire come qualcosa che appartenesse ai ricordi altrui.

 

Credo che parlare di ricordi altrui sia l’espressione giusta.

 

In quel momento ho avuto la sensazione di essere un altro che si stava osservando, dal di fuori. Qualcuno osservava Simonini il quale di colpo aveva la sensazione di non sapere esattamente chi fosse.




Calma e ragioniamo, mi sono detto.

 

Per un individuo che sotto pretesto di vendere bric-à-brac falsifica documenti, e ha scelto di vivere in uno dei quartieri meno raccomandabili di Parigi, non era inverosimile che dessi asilo a qualcuno coinvolto in macchinazioni poco pulite.

 

Ma che avessi scordato a chi davo rifugio, questo non mi suonava normale.

 

Sentivo il bisogno di guardarmi alle spalle e di colpo la mia stessa casa mi appariva un luogo estraneo che forse nascondeva altri segreti. Mi sono messo a esplorarla come fosse un alloggio altrui. Uscendo dalla cucina, a destra si apriva la camera da letto, a sinistra il salone con i mobili consueti. Ho aperto i cassetti della scrivania, che contenevano i miei arnesi da lavoro, le penne, le bottigliette dei vari inchiostri, fogli ancora bianchi (o gialli) di epoche e formati diversi; sugli scaffali oltre ai libri c’erano le scatole che contenevano i miei documenti, e un tabernacolo in noce antico.




Stavo proprio cercando di ricordare a che cosa servisse, quando ho sentito suonare da basso. Sono sceso per scacciare qualsiasi importuno, e ho visto una vecchia che mi pareva di conoscere. Attraverso il vetro mi ha detto: ‘Mi manda Tissot’, e ho dovuto farla entrare, chissà mai perché ho scelto quella parola d’ordine.

 

È entrata e ha aperto un panno che teneva stretto al petto, mostrandomi una ventina di ostie.

 

‘L’abate Dalla Piccola mi ha detto che eravate interessato’.

 

Mi sono sorpreso a rispondere

 

‘Certo’,

 

e ho chiesto quanto.




 ‘Dieci franchi l’una’

 

ha detto la vecchia.

 

‘Siete pazza’,

 

le ho detto, per istinto di commerciante.

 

‘Sarete pazzi voi, che ci fate le messe nere’.

 

‘Credete sia facile andare in tre giorni in venti chiese, prendere la comunione dopo aver cercato di tener la bocca secca, inginocchiarsi con le mani sul viso e cercare di far uscire le ostie di bocca senza che s’inumidiscano, raccoglierle in una borsetta che porto in seno, in modo che né il curato né i vicini se ne accorgano? Senza parlare del sacrilegio, e dell’inferno che mi aspetta. Dunque, se vi piace, sono duecento franchi, oppure vado dall’abate Boullan’.




‘L’abate Boullan è morto, si vede che voi non andate per ostie da un poco, le ho risposto quasi macchinalmente’.

 

Poi ho deciso che con la confusione che avevo in testa dovevo seguire l’istinto senza ragionare troppo.

 

‘Lasciamo perdere, le prendo’,

 

…ho detto, e ho pagato.

 

 E ho capito che dovevo riporre le particole nel tabernacolo del mio studio, aspettando qualche cliente affezionato. Un lavoro come un altro. Insomma, tutto mi appariva quotidiano, famigliare. Eppure sentivo intorno a me come l’odore di qualcosa di sinistro, che mi sfuggiva. Sono risalito nello studio e ho notato che, coperta da un tendaggio, sul fondo c’era una porta.

 

L’ho aperta già sapendo che sarei entrato in un corridoio talmente buio da doverlo percorrere con una lampada. Il corridoio assomigliava al magazzino di accessori di un teatro, o al retrobottega di un rigattiere del Tempio. Ai muri erano appesi gli abiti più disparati, alla contadina, da carbonaro, da fattorino, da accattone, una giubba con i pantaloni da soldato, e accanto agli abiti le acconciature che dovevano completarli. Una dozzina di testiere disposte in buon ordine sopra una mensola di legno sostenevano altrettante parrucche. 


(PROSEGUE...)








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