giuliano

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IL TOMO

giovedì 18 ottobre 2018

DANTE: dall'Erotico al Drammatico (43)



















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Siamo Poeti non politici! (intervento al Senato dell'On Carducci) (41/2)

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Nel mezzo del cammin... (46)













Breve intervento di Dante alla Camera là ove l’amor erotico regna fra il Gran Can e il Giullare in trepida attesa d’esser appagato e da Erotico consumato divenir Drammatico!

Ci asteniamo in questa sede riuniti, Poeti Filosofi Teologi e futuri scienziati al terzo cielo assisi discernerne in futuro Gabinetto numeri e segrete acrobazie alla Terra non certo allo Spirito precipitate, ma obbligati in codesto evento alla Camera ammucchiato…  da qualsivoglia commento - giacché come detto dall’amico onorevole Giosuè - regnano invisibili Poeti giammai acrobati di cotal carnale avvenimento -.

Il qual amplesso presenzia propizie ispirazioni per chi cogitando Erotico amore non intravede l’amante Cavaliere all’ombra del futuro banchetto ove nascosto ed assiso meditar Gran ritorno del Can promesso, lui che pur havea consumato l’amore e l’altro alla Torre digiunato per ore giorni secoli sperando l’erotico mai divenuto solo metafisico complesso trans-itato.




E qui, a codesto passo, amici convenuti, mi par obbligo far dovuto distinguo fra ciò che appare e ciò cui non detto nell’Erotico amplesso a tre convenuto e parzialmente consumato, giacché l’amore potrebbe divenir drammatico e il Can detto godere davanti e de retro, ed infatti, ciò che appare dietro il sipario merlettato non meno dell’indossato qual verità spacciata, in realtà, menzogna taciuta e ripagata nell’amor carnale convenuto; ed all’opposto, la menzogna celare verità negata, ed il gioco degli amanti comporre il trittico nell’Erotico ammucchiato approdare al drammatico…

Codesto lo spunto segretamente sbirciato da cui la Poesia ispirata in più elevata Scienza…

E se il parto non ancor approdato in ragion di quest’ultima detta giacché non può nascere nell’attesa, pargolo putto o putta… che sia - almeno non dovrebbe - fra il Can traditor tradito il cavaliere ed il fido giullare scudiere… provar anche lui diletto… nell’animalesco amplesso…



                                          
Mentre una squadra di dotti espositori, affaticandosi di secolo in secolo intorno al poema dell’Italico Trismegisto, godè quasi notomizzarlo a fibra a fibra, chi di loro ha degnato d’un pari sguardo scrutinatore il canzoniere di lui, il quale è anche più misterioso di quello?

Dante medesimo ci assicura aver in esso celato copiosi tesori di reconditi sensi; e pure, come avesse parlato a caso, la sua ferma asserzione restò voce negletta. Preda di boriosa pretension grammaticale che raccoglie qui squilie e le spaccia per gemme, rimane ancora quel gran lavoro sibillino una terra mal nota e peggio dissodata, vera terra tenebrarum, ove a folla i fantasmi fan moto e discorso, e pure niun li vede, niun gl'intende.

Essi c’invitano a rivangar le viscere di sì magica regione, e noi appena ne radiamo la superficie.

Essi ci esortano a impossessarci del deposito ivi sepolto, e noi passandovi sopra spensierati ne usciamo a mani vuote.

E sarà vero che non mai sorga alcuno che abbia occhi da ravvisarli, lingua da interrogarli, mente da comprenderli?




Oserò io cimentare le scarse forze, e il primo fantasma da cui prenderò qui le mosse sarà quella enigmatica salute di cui il poeta tante cose ci andò dicendo. In una delle sue più elaborate canzoni, egli, che già esule pellegrinava, volgendosi supplichevole alla donna sua, le chiede la salute; e fervido prega e instando riprega di non essere sì crudele da negargli, nell’urgente bisogno in cui si tapina, questa tanto sospirata salute.

Ma che cosa intende egli per una tal salute?

Stando alla lettera de’ suoi scritti, noi dobbiam dire che la donna cui ciò domanda non è Beatrice, poiché quella era morta prima ch’ei venisse esiliato. E siccome dice ed afferma che la donna di cui ‘appresso lo primo amore’ s’invaghì fu quella ‘alla quale Pittagora pose nome Filosofia’, così dobbiam conchiudere che a costei ei chiedeva la salute.

Or vediamo che cosa possa essere una tal salute che da tal Filosofia ei sollecitava; e dopo quanto altrove ne disse egli, e dopo quanto in questo capitolo circa il cambiamento del gergo dicemmo noi, confidiamo che il mistero non sarà impenetrabile.

E pria di tutto premettiamo che quella stessa Beatrice nove, tre via tre, è da lui detta donna della salute, ed ei ne scrive così:




‘Quand’ella appariva da parte alcuna, per la speranza dell’ammirabile salute nullo nemico mi rimanea; e chi allora m’avesse domandato di cosa alcuna, la mia risposta sarebbe stata solamente: Amore con viso vestito d’umiltà E quando ella fosse alquanto prossimana a salutare, uno spirito d’Amore, distruggendo tutti gli spiriti sensitivi, pingea fuori gli deboletti spiriti del viso, e dicea loro: Andate ad onorare la donna vostra. E quando questa gentilissima salute salutava, diveniva tale, che il mio corpo, lo quale era tutto sotto il reggimento d’Amore, molte volte si movea come cosa grave e inanimata; sicché appare che nelle sue salute dimorava la mia beatitudine, la quale molte volte passava [non una, ma molte volte] e redundava la mia capacitate’. (Vita Nuova.)




Se vuoi vedere come Amore adoperava in lui, e come per tal operazione d’Amore, la sua beatitudine redundava la sua capacitate, lo troverai nello stesso libello, dove è descritto che ‘gli spiriti fuggon da lui, ed escon fuori chiamando la donna sua, per dargli più salute’.

Pria che consideriamo la canzone la quale tratta della salute chiesta a quella donna a cui Pittagora pose nome Filosofia, e codesta licenza fa sentirci che poco dopo il suo esilio ei si adoperò a procurarsi una tal salute; e quando tuttor volgeasi ‘Verso il dolce paese che ha lasciato’.

…Presso la mia trasfigurazione mi giunse un pensamento forte, lo qual poco si partia da me, anzi continovamente era meco: ‘Poscia che tu pervieni a così schernevole vista, quando tu sei presso di questa donna, perché cerchi di veder lei?’. Per tua salute, messere, e non per altra cosa: tu stesso lo dài in cento modi ad intendere. Distrutta dall’avversaria la LEGGIADRIA EROTICA, tosto vi Supplisti con la LEGGIADRIA DOMMATICA, ma sì l’una che l’altra divennero sotto la tua penna due solennissime finzioni, perché tu non eri né amante né teologo, benché paressi l’uno e l’altro sì al naturale che quanti leggono il tuo canzoniere ti giudicano amante, e quanti meditano il tuo poema ti proclaman teologo.

Altro tu non eri che un avveduto Filosofo e un avvedutissimo Poeta; e coi veli della poesia coprivi le astrazioni della filosofia, cioè con menzogna abbagliante celavi una malvista verità. Né son contento, se non cel dici tu stesso. Domanderò: Che cosa è il pellegrinaggio di Dante ai tre regni de’ trapassati? e Dante risponde: È un’allegoria. Ma che cosa è l’allegoria? e Dante risponde ancora:

E' una verità ascosa sotto bella menzogna’.




Vale a dire che la menzogna è in vista, e la verità è celata, ma siffattamente che la menzogna adombri la verità, e questa traspaia da quella. Dunque quant’ei ci offre nel suo poema allegorico ha l’esterno e l’interno: l’esterno è bella menzogna, l’interno è ascosa verità: tale è il suo Inferno con quanto contiene, tale il suo Purgatorio con quanto presenta, tale il suo Paradiso con quanto dipinge: il senso letterale è in tutti e tre il teologico, ed esso è l’esterno che tutti vedono: chi a questo si limita si attiene alla menzogna e rinunzia alla verità: si contenti chi vuole della menzogna, noi cercheremo la verità. Egli afferma che le rime amatorie non furon da lui scritte per [Convito: Quella donna coperta de’ tre colori simbolici, bianco, verde e rosso, nomata nel rito arcano la Verità e nella Divina Commedia Beatrice, è appunto questa qui espressa, ‘Una verità, ascosa sotto bella menzogna’, cioè una verità mista, ossia mista di falso e di vero, l’uno fuori e in mostra, l’altro dentro e celato, detti altrimenti la veste e il corpo. Quel che affermiamo di Boezio bisogna ripeterlo di Dante, poiché costui confessa aver imitato colui nella sua creazione allegorica. Le lor due don ne sono perciò due idee rese idoli, vale a dire una cosa sola con due nomi diversi ma affini, Filosofia e Beatrice, essendo questa non altro che l’aggettivo di quella. Della prima è scritto ch’ella tessé di propria mano le vesti misteriose che la coprono; così dee dirsi della seconda. La prima è l’anima filosofante di Boezio fatta esterna per la parola; tale è pur la seconda riguardo a Dante. I discorsi che ambo gli scrittori pongono sulla carta, e coi quali coprono la lor profonda intenzione, sono le vesti della lor donna: quindi è detto che i lor discorsi hanno il dentro e il fuori: il fuori è falso, perché son le figure significative che fan le vesti della donna; il dentro è vero, perché son l’idee significate che fanno il corpo della donna. Intanto noi ne vediamo il fuori e non il dentro, cioè il falso e non il vero, perché quel che dicono è fallace apparenza, quel che intendono è verace realità. Or essendo il sermon poetico quasi l’abito dell’anima filosofica, il quale è da questa derivato e tessuto, Dante disse che il sapiente debbe avere ‘un abito che di scienza tiene’: come leggesi nella canzone sulla Leggiadria, la quale è appunto un tal abito. Medita su questa nota, e ti farà buon proposito] donna vera ma per la Filosofia, ed assevera che non fu sua intenzione seguitare il modo de’ teologi ma quello de’ poeti, con che smentisce l’apparenza dell’erotico Canzoniere e della dommatica Commedia; e ne va indicando che impiegò la bella menzogna dell’allegoria per ammansire i cuori feroci che lo perseguitavano, e per far muovere a voler suo quegl’ignoranti che istruire intendea.





Ecco più estesamente le sue parole.

L’allegoria, ei dice, è una verità ascosa sotto bella menzogna; siccome quando dice Ovidio che Orfeo facea colla cetra mansuete le fiere, e gli alberi e le pietre a se muovere: che vuol dire che il savio uomo collo strumento della sua voce facea mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e facea muovere alla sua volontà coloro che non hanno vita di scienza ed arte; e coloro che non hanno vita di scienza ragionevole alcuna sono quasi come pietre. E perché questo nascondimento [della  verità sotto bella menzogna] fosse trovato per li savj, nel penultimo trattato si mostrerà. Veramente li teologi questo senso allegorico prendono altrimenti che li poeti; ma perocché mia intenzione è qui lo modo delli poeti seguitare [e non quello de’ teologi] , prenderò il senso allegorico secondo che per li poeti è usato….


(intervento alla Camera dell’On. Dante…)













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