giuliano

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IL TOMO

venerdì 5 ottobre 2018

I DUE SINCLAIR (28)




















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Regnano e governano, taluni eretici (e non) affermano  pensano dispensano e scrivono, due distinti principi regolatori ove nati (o potrebbero nascere) i relativi destini della Terra, ed anche se il paragone può sembrare un paradosso rispetta comunque lo Spirito qual comune denominatore della materia dal globale capitalismo incarnata fagocitata divorata a mo’ di dinosauro con la sua preda, o, all’opposto, uno gnostico poeta che tenta di immaginare una diversa ‘materia’ e con essa un conseguente destino nella sua ed altrui impropria evoluzione dal capitalista plasmata ed anche incarnata (tralasciando la Natura a cui tal principio riferito e di cui il relativo Dio…); quindi il relativo nuovo mito o dio innestato ed anche e purtroppo pregato, che comunque, se osservate bene vanno ad incarnare cotal peccato - nel tempo creato – , facendo nascere paradossali condizioni in cui l’uomo riflette il suo essere verso un passato ed un futuro mai mutati e prevedibili nel costante dispiegamento di medesima ‘materia’ dal Tempo tratta, giacché entrambi privi del dovuto Tempo in cui un più certo Primo Dio invisibile e non pregato artefice… quantunque avversato…

L’autore in oggetto di cui questa premessa sicuramente ben ‘rappresentato’  nell'odierno teatro ma non dovutamente tradotto come presto leggerò nella breve biografia proprio perché manifesta quei tratti ‘patologici’ del proprio ‘futuro’ medesimo Tempo indistintamente perseguitato dal ‘vecchio’ al nuovo èvo transitato, senza possibilità di distinguo, ma altresì come più volte detto, qual comune denominatore che ci induce a riflettere sulla reale evoluzione non tanto della specie (e non solo umana) ma di talune pratiche che ritenevamo a torto appartenere solo al medioevo.

Ed anche se la sua opera conosce e ha conosciuto il dovuto successo è bene motivare qualche coraggioso editore circa la profetica attualità dei suoi libri poco tradotti nella ‘culla’ del libero arbitrio in Italia oggigiorno ben coltivato (così come un tempo e non sia mai detto perseguitato…) i quali sono numerosi, non soffermandomi sulle immagini da cui le più vere profetiche ‘visioni’ tratte, giacché anche qui vale quanto appena detto: chi ispira l'immagine precedente ai pixel della moderna vista ponendo sempre e comunque sia l’osservatore osservato in una duplice realtà posto e nella questione di Spirito dedotta - e di cui, non volendo, foraggia lo stesso ‘meccanismo’ da cui l’autore in oggetto (e non solo) esula (diabolico meccanismo qual  chiave della virtuale cultura dell’immagine e non solo dell’odierno progresso coltivato), e da cui, chiudendo il cerchio, ne contesta essenza e principio divenendo inconsapevole oggetto ‘contro-luce’ contrastato e assimilato ed anche come detto: digerito pur suo malgrado...

Non mi dilungo sulla breve premessa giacché quotidianamente si fa molto più uso di un diverso combustibile (stando alle statistiche almeno qui nel patrio suolo italico sia per ciò che concerne il viaggiare sia per ciò che concerne l’ugual pretesa di attraversare e conoscere il mondo…) fornendo - in verità e per il vero - con medesimo marchio, quel materiale da macello in cui sembrerebbe l’unica sua opera tradotta in patrio suolo la  minore rispetto ad altre di maggiore denuncia sociale non tanto avversa al già citato capitale ma all’intero meccanismo in cui l’uomo quotidianamente soggiogato, o se preferite… allo schermo comandato…   




Upton Beall Sinclair venne al mondo tredici anni dopo la conclusione della Guerra Civile, nella capitale dell’unico Stato, tra gli originari che vantano il titolo di essere emblematizzati in una delle tredici strisce della bandiera dell’Unione, il quale abbia avuto per fondatore un uomo che professasse la religione cattolica, George Calvert, primo barone Baltimore.

Non andremo oltre nell’indagine sulle specificità del milieu della nascita, una cui linea di sviluppo promettente indurrebbe a soffermarsi sulla caratteristica del motto in italiano arcaico iscritto sullo stemma del Maryland, né ricorreremo ad obsoleti metodi biografici alla Sainte-Beuve se non per riferire che il padre del nostro fu un venditore di alcolici, che soccombette ai postumi insalubri del proprio stesso commercio, e la madre una devota osservante della Chiesa episcopale, la quale protesse il figlio dalle inclementi vicissitudini familiari e lo iniziò alla disciplina e all’astinenza.

La vocazione per la scrittura si rivelò, infatti, in giovane età ed egli non godé mai, pertanto, vita facile. Una pulsione indomita ad affinare la propria conoscenza delle forme espressive, proclive alla precoce conquista di uno stile che restituisse il genuino soffio vitale, universalità nella particolarità, ai personaggi ed ai fatti narrati, lo sollecitò al compimento di opere in cui la consapevolezza sociolinguistica dei contesti e dei vissuti consente ai lettori di interrogarsi, oggi, su quale sia il cammino che dall’intreccio delle radici storiche si dipana ed indica la mèta della coscienza di specie ciò che Sinclair fece sin dal primo capolavoro, Manassas, un racconto della guerra di secessione i cui pregi non sono esauriti dal nitido vigore con il quale vi sono rappresentati sia l’idioletto degli afroamericani sia il forbito linguaggio delle classi dirigenti, né sarebbe applicazione di un criterio meno che manierista ascrivere a guisa di mancanza il limitato impiego del discorso libero indiretto, tale che i personaggi risultino in rilievo quasi plastico, congeniale al registro epico, se è vero poi l’aneddoto riferito dall’autore stesso in un’opera non meno felice, The Brass Check, secondo il quale ad un veterano di Bull Run e di Gettysburg, che era stato fino ad allora persuaso di non poter apprendere dai libri più di quanto non avesse conosciuto per esperienza diretta, brillarono gli occhi quando ebbe voltata l’ultima pagina ed esclamò:

‘Questa è la guerra, e pensare che non era ancora nato!’.

Correvano allora tempi ingenui a paragone della smaliziata sagacia tecnica che contraddistingue le prassi dell’odierna industria editoriale, sicché il quarto d’ora di notorietà cui avrebbe prestigiosamente alluso in un celebre aforisma la massima vedette della pop-art toccò anche all’autore di The Jungle.

Questi, proprio in The Brass Check, un memoriale, scritto alla fine della Grande Guerra – che, al di là dell’Atlantico, dette avvio a nuove proiezioni imperialiste ed alla repressione tramite la quale furono infiltrate e rese virtualmente incapaci di nuocere le strutture organizzative della working class –, dove intese denunciare la corruzione ed il cinismo allignanti nel giornalismo non diversamente che nel ‘mondo letterario’, narrò così gli antefatti dello scoop:

‘C’era uno sciopero di schiavi salariati del cartello della macellazione a Chicago, ed io scrissi per lo Appeal to Reason un volantino indirizzato a quei lavoratori in lotta […]. Questo volantino fu sostenuto dai Socialisti del distretto degli Scannatoi, e trentamila copie vennero distribuite tra gli scioperanti sconfitti. Lo Appeal to Reason mi offrì cinquecento dollari come vitalizio per il tempo in cui avrei scritto un romanzo sulla vita di quegli schiavi salariati del cartello della macellazione; così andai a Packingtown, e vissi per sette settimane assieme ai lavoratori, e ritornato a casa scrissi The Jungle.

 Si trattava, dunque, di un esperimento del genere di quelli che in Italia, sebbene con la peculiarità di un ritardo storico che cumulava allora in mezzo secolo e, oggi, assomma a qualche decade in meno soltanto per significare alla massa dei consumatori dell’informazione globalizzata l’orizzonte di una plausibile fine dei tempi, vennero postulati sotto l’etichetta della ‘conricerca’ negli studi di Renato Panzieri, Mario Tronti o Romano Alquati.

Il romanzo destò qualche scalpore, grazie al fiuto per gli affari dell’editore della Doubleday, Page & Company, che lo pubblicò in volume, ed a quello del ‘New York-Journal American’, che ne curò l’uscita in appendice, cosicché cadde persino all’attenzione dello stesso presidente, che era allora Theodor Roosevelt:


















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